Opposizione dura a Salvini: una nuova Sinistra, un nuovo gruppo dirigente

Quella che segue è la trascrizione dell’intervento all’assemblea nazionale di Articolo Uno di ieri, 13 luglio.

 

Antonio Scurati ha dedicato la vittoria del premio Strega ai nonni e ai padri che hanno liberato l’Italia dal fascismo e ai figli, perché non debbano più vivere tempi così cupi. Una dedica bellissima per un romanzo storico che, per quanto possa apparire paradossale, ci consegna una delle analisi più lucide dell’Italia di oggi.

C’è molto di quell’Italia in quest’Italia. Il Paese a pezzi del primo dopoguerra, a terra ma in fermento, attraversata da rancori, paure, vigliaccherie, pulsioni contraddittorie, da un bisogno montante di una catarsi, di una rigenerazione. A cui un maestro di provincia diede forma, senso, alimentando giorno dopo giorno una tragica mitopoiesi capace di trasformare il consenso in un regime.

La storia non si ripete mai uguale a se stessa, siamo d’accordo. Però quando vedo che il vicepresidente Salvini pubblica un libro intervista con la casa editrice di Casa Pound, qualche dubbio mi viene. O quando – è una notizia di oggi – un deputato leghista, tale Zoffoli, propone una mozione per l’intitolazione di una via nella città di Erba, a Como, al podestà Airoldi, uno che nel 1939 scrisse un opuscolo dal titolo “Elenco dei cognomi ebraici”, e che segnalò ai nazisti per i rastrellamenti gli indirizzi di tutte le famiglie ebraiche della zona, qualche dubbio mi viene. 

Ripeto, la storia non si ripete. Ma forse ci aiuta guardare all’oggi con le lenti di Umberto Eco, che anni fa ci aiutava a capire che cos’è il fascismo al di là dell’esperienza storica del fascismo italiano: culto del capo, militarismo, disciplina, semplificazione/banalizzazione del discorso politico, odio dei corpi intermedi, corporativismo, protezionismo (a proposito di dazi, che qui oggi sono stati evocati nell’intervento che mi ha preceduto), maschilismo, razzismo ovviamente.

E, al cuore, due elementi basilari: il nazionalismo e l’uso in chiave reazionaria della cattolicità. 

Per questo quando Salvini fa il bullo con Carola dicendo che “i sacri confini nazionali sono inviolabili” fa venire i brividi.

E ancora mette i brividi vederlo in piazza del Duomo a Milano baciare il rosario e invocare i santi patroni d’Europa e il cuore immacolato di Maria. Non sta facendo folkore. Sta ricordando all’Internazionale nera, quella che punta a scardinare l’Europa: “io sono parte di voi, potete contare su di me”.

E non sorprenda che ai vertici della Commissione e della Bce la Lega voti per Lagarde e von der Leyen, due icone dell’austerità, del liberismo, della destra economica. In Europa vince la Troika grazie a Visegrad: non è un paradosso, ma è nelle corde della destra radicale di sempre: solleticare il consenso e gli interessi dei ceti popolari (quota 100) per servire il grande capitale, i grandi poteri economici. 

Allora ha ragione Gramsci: nel chiaroscuro tra vecchio e nuovo mondo nascono i mostri.

E questo – non mi stancherò mai di dirlo – è il nostro primo compito, essenziale. Studiare il presente, studiare l’avversario, più in profondità. Capire dove vince, perché vince, con quali linguaggi, con quale sistema di pensiero. Con quale alleanze.

E però – l’ho scritto pochi giorni fa sull’Espresso insieme a Nadia Urbinati – la forza del nostro avversario risiede anche nella nostra debolezza.

Manca l’opposizione. Il che è un problema per la democrazia, per il sistema di regole, di pesi e contrappesi del gioco democratico, ma è soprattutto un gigantesco problema politico.

Lo si è visto anche nel voto delle europee: prendiamo voti nei centri storici e non nelle periferie, nei comuni capoluogo e non in provincia. Non recuperiamo quasi niente dall’astensione e dai Cinque Stelle.

Del resto, come si può pensare che l’opposizione cresca, che il centrosinistra riprenda quota se rimane silente? E se quando apre bocca dice cose sbagliate? Mi sono appuntato un po’ di titoli delle scorse settimane.

  • Zingaretti rimprovera Salvini: meno tweet e più rimpatri;
  • Zingaretti solidarizza con la GF;
  • Zingaretti sulla flat tax: non ci sono soldi;
  • Zingaretti sulla patrimoniale: sono contrario;
  • Gentiloni a Sanchez: apri a Ciudadanos;
  • Gentiloni sull’Arabia Saudita e sullo Yemen (ricordo: la più grande emergenza umanitaria in corso): contrario a rivedere le commesse di armi italiane per i sauditi.

Non sto parlando di Calenda, non sto parlando di Renzi, il quale oggi sui giornali dà la colpa del fallimento della sua segreteria alle fake news! Sto parlando del Pd nato dal congresso e dalle primarie.

E dall’altra parte, c’è una sinistra radicale definitivamente evaporata, finita. Con quella illusione minoritaria del quarto polo che anche noi nel recente passato abbiamo accarezzato, per esempio in Lombardia, sbagliando, pensando che quello spazio esistesse.

Carofiglio nel suo bellissimo intervento poco fa ci ha ricordato la differenza tra lo sdegno e l’indignazione, sottolineando il valore etico, morale altissimo di quest’ultima. Mi è tornato in mente il libretto che Stephane Hessel scrisse nel 2010, rivolto ai giovani. Il suo titolo era: “Indignatevi!”. Pochi mesi dopo Pietro Ingrao, un maestro per me e per molti di noi, ne scrisse un altro, rispondendo a Hessel. Il titolo era: “Indignarsi non basta”. Il sottotitolo implicito era: “Occorre la politica!”. E allora qual è la politica che serve?

Occorre rifondare il centrosinistra, la sinistra, un campo democratico e progressista all’altezza di questa destra aggressiva e pericolosa. E bisogna farlo abbandonando per sempre, innanzitutto, un approccio elettoralistico, l’eterna coazione a ripetere l’errore del cartello elettorale, della scorciatoia elettoralistica. 

All’Italia serve un partito della sinistra, un soggetto stabile, organizzato, chiamato a radicarsi nel territorio e nell’immaginario del nostro Paese. Non l’ennesima sommatoria di sigle che passa da accordi di vertice per garantire una (sempre più esigua) rappresentanza parlamentare.

Il tema è costruire un soggetto politico a pieno titolo. Le strade di fronte a noi sono due, non mille, e dipendono da noi quanto dai nostri interlocutori.

La prima è quella che porta al superamento del Partito democratico e di Articolo Uno e all’avvio di una fase costituente all’insegna di una nuova identità, di un nuovo profilo e di nuovi gruppi dirigenti che si sintonizzino sulle frequenze dell’unità e della discontinuità. Zingaretti oggi ha detto che occorre cambiare tutto. Sono d’accordo, ma allora dico: è tempo di superare il Pd, non solo di mettere mano allo statuto! 

La seconda, che va percorsa subito e in ogni caso (perché non possiamo correre il rischio di essere percepiti come una corrente esterna del Pd, in eterna attesa delle mosse altrui), è la strutturazione di una forza autonoma della sinistra che, a partire dai nostri Stati Generali dell’autunno, si collochi a sinistra del Pd dentro una nuova coalizione per l’alternativa alle destre. 

Ho concluso. Questa, cari compagni, è da sempre, e con ancora più forza dal congresso di Bologna, la linea di Articolo Uno.

Però noi siamo in difficoltà, non rilevati neppure più dai sondaggi. La linea è giusta ma noi non ci siamo. Cosa vuol dire questo? Che anche noi abbiamo fatto errori e possiamo fare di più e meglio.

E io, concludendo, vi dico tre cose che dobbiamo fare da oggi.

  1. Ricostruire una identità forte. La politica è passione, orizzonte ideale, strategia. Occorre una identità forte, che sia all’altezza della crisi storica dell’Europa e del campo delle forze progressiste europee. Occorre un nuovo progetto eco-socialista, Socialismo del nuovo millennio, come ci dicono le coraggiose esperienze della Spagna e del Portogallo e come ci suggeriscono le forze più dinamiche della sinistra mondiale, a partire da Sanders e Ocasio Cortez nel rinnovamento e nella radicalizzazione impressi al partito democratico americano. Dalla riunione dell’altro pomeriggio tra Pedro Sanchez e Iglesias è nato un documento per un governo di cooperazione: sociale, femminista, ecologista, europeista, progressista. Aggettivi che sottoscrivo e che sostanziano un’ipotesi di programma di governo avanzato.
  2. Anche per noi, allora, occorrono parole d’ordine chiare, coerenti con l’identità che evochiamo. Parole d’ordine immediatamente comprensibili ed efficaci, bandiere da piantare nel dibattito pubblico. Salario minimo garantito, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, patrimoniale, aumento dei fondi per la scuola, l’Università e la ricerca, no al regionalismo differenziato.
  3. Infine: una nuova classe dirigente da sperimentare, che provenga innanzitutto dai territori, che in questi anni hanno tenuto in vita con passione e spirito di servizio la nostra esperienza organizzata e che hanno ricevuto molto meno di quello che hanno dato. Non si tratta di un discorso meramente generazionale: le competenze e le esperienze servono quanto le nuove idee, i nuovi sguardi, i nuovi linguaggi. Decisiva è la credibilità: vale quanto l’orizzonte strategico e quanto i programmi. Nella storia più nobile della sinistra italiana ci sono le radici e ci sono le ali, c’è la tradizione e c’è il rinnovamento. Non possiamo più rimandare questo nodo, auto-imponendoci una condizione di marginalità e di ghettizzazione che rischia di essere la nostra condanna. Non siamo, a più di due anni dalla nostra nascita, un piccolo pezzo residuale di una scissione. Siamo una parte fondamentale della sinistra popolare e di governo che ricostruirà il nostro Paese dalle macerie. Dobbiamo iniziare a dimostrarlo, con più coraggio, più determinazione e una vera predisposizione al cambiamento – anche di noi stessi – che sin qui è stata insufficiente. 

Più radicali, più forti, più credibili, in Italia e in Europa

È enorme la sproporzione tra la gravità delle questioni storiche che la fase ci consegna e la mediocrità della politica quotidiana nella quale siamo immersi.

Ho provato imbarazzo in questi giorni leggendo molti degli articoli con cui la stampa ha dato spazio alla discussione sulla lista per le elezioni europee.

La politica è ridotta a chiacchiera di corridoio, a gossip. Dobbiamo dire però che abbiamo sbagliato anche noi. Abbiamo impostato il confronto in ritardo, apparendo in attesa, in difesa. Avremmo dovuto presentare con più forza il nostro documento sull’Europa, quello scritto ai Frentani, e chiedere a tutti un confronto a partire da quello: al Pd e alle forze alla nostra sinistra. Prima dei candidati, prima delle formule c’è la politica: cosa pensa il Pd del salario minimo europeo? Cosa pensa della riforma della Bce e dei trattati? Che cosa pensa dei grandi patrimoni da tassare?

Le difficoltà di oggi, enormi, sono figlie dei ritardi e dei tentennamenti di ieri. Oggi occorre uno scatto. Questa attesa è insopportabile. Perché fuori da quei giornali e da quel chiacchiericcio c’è il mondo grande e terribile, c’è la Cina, la Libia, la guerra. E insieme ci sono le sofferenze, le contraddizioni, le lotte, le gioie e i desideri di ciascuno e di tutti.

Basta percorrere in auto le strade statali e provinciali, da Nord a Sud, e guardare fuori dal finestrino: capannoni vuoti, fabbriche chiuse, crisi industriali. La misuri così, la tocchi con mano, l’assenza di una politica industriale, di un piano per l’occupazione e per la crescita. Ilva, Piaggio, Piombino, Alcoa, Iperdì, Alitalia, Honeywell, Acciaierie di Terni e migliaia di altre aziende di distribuzione, logistica, agroalimentare, trasporti, manifattura. Un paese in ginocchio. E dietro i numeri (-5,5% di produzione industriale nel 2018, crescita zero nel primo trimestre del 2019), i salari fermi a dieci anni fa, la disoccupazione all’11%, quella giovanile al 32%, dietro i numeri ci sono le vite, le storie di uomini e donne in carne e ossa cui la crisi e le politiche di questi anni hanno tolto lavoro, serenità, dignità.

Abbiamo tutti condiviso in questi giorni il video di Simone, il ragazzo di 15 anni di Torre Maura che ha sfidato da solo, con grande coraggio, i fascisti di Casa Pound, dicendo che il problema non sono i rom, che non si può speculare sulla rabbia del quartiere, che il pane non si calpesta. A un certo punto però Simone, quasi giustificandosi, dice: “io non ho fazione politica, io sono di Torre Maura”.

A me questa cosa toglie il sonno, perché dieci, venti, trent’anni fa Simone avrebbe avuto fazione politica. Una sezione, un partito, che trovava con lui le parole giuste, organizzava solidarietà, coscienza, conflitto. Oggi non ce l’ha. E la colpa è di una sinistra e di una classe dirigente che Torre Maura non sa neppure dove sia. E però conosce bene le terrazze del centro di Roma, da cui Zingaretti, Gentiloni e Calenda presentano il simbolo della lista che dovrebbe fermare l’avanzata delle destre!

Guardate: la politica è una cosa semplice. Vuol dire parteggiare, prendere parte, prendere fazione. Gramsci lo chiamava “spirito di scissione”, è la coscienza della propria personalità storica. Dimmi con che occhi guardi il mondo e ti dirò chi sei. Le terrazze del centro di Roma o Torre Maura. E non vengano a dirci che siamo settari, minoritari. Non ce lo vengano a dire qui in Emilia-Romagna. La lezione di Togliatti del 1946 a Regio Emilia (Ceto medio ed Emilia Rossa) l’abbiamo imparata bene! Il patto tra i produttori, il dialogo tra le forze dinamiche e virtuose del Paese come architrave della democrazia e del progresso, della modernità… l’abbiamo imparato bene: per questo siamo unitari. Ma il punto è che quella terrazza romana non rappresenta il dialogo ma soltanto il punto di vista delle classi alte, di chi guarda dall’alto e in questi anni ha vessato e impoverito con le politiche d’austerità le classi popolari.

Una élite per giunta arrogante. Ho sentito Calenda dettare condizioni, dire “fuori da casa mia”, “o firmate il mio manifesto o fuori da casa mia”. Caro Calenda, una casa ce l’abbiamo, è questa qui!

Maggiore umiltà e meno arroganza servirebbe anche a Zingaretti, a cui vorrei ricordare che buona parte di chi l’ha votato ai gazebo ha votato “no” al referendum e che se avesse vinto il sì oggi Salvini e Di Maio avrebbero una prateria per stravolgere e comprimere la democrazia nel nostro Paese!

Di Vittorio ci ha insegnato a non toglierci il cappello davanti ai padroni, figuriamoci se ce lo togliamo davanti a chi ci dipinge con il gettone per l’i-phone in mano.

Nessuno vuole entrare o rientrare nel Pd. Abbiamo soltanto la lucidità di capire che la destra è pericolosa, in Italia e in Europa, e va combattuta con l’unità delle forze democratiche. Abbiamo l’ambizione di volere dare a questo Paese un’alternativa di governo, un nuovo campo democratico e progressista, diverso da quello fallimentari di questi anni.

Unità e autonomia, allora. Unità per il bene dell’Europa, per non consegnare l’Europa ai nazionalisti, per non consegnare i Comuni alle destre e ai Cinque Stelle.

Ma autonomia. Autonomia di un soggetto che da oggi – ce lo possiamo promettere – non rincorre più papi stranieri e che con la propria forza, il proprio orgoglio, le proprie donne e i propri uomini sta in campo, fa politica, lotta, costruisce relazioni.

Non per qualche strapuntino a Bruxelles ma perché crede e lotta per il socialismo del XXI secolo. Per le idee di Alexandra Ocasio Cortes e delle giovani donne del socialismo democratico americano, che sono le stesse che vivono nel partito laburista inglese, nelle forze che governano il Portogallo, nei giovani delle piazze europee per il clima. Con radicalità, credibilità, capacità di rinnovamento.

A questo serve Articolo Uno, il nostro congresso: a rimanere coerenti con la nostra storia e a preparare un pezzo del nostro futuro. Grazie.

 

[È la trascrizione dell’intervento al congresso nazionale di Bologna, 6 aprile 2019)

È il tempo del coraggio: lista unitaria progressista, progetto nuovo

La piazza dei sindacati, la grande manifestazione anti-razzista di Milano, la partecipazione sopra le aspettative alle primarie del Pd e la netta vittoria di Zingaretti possono aprire una fase nuova. Sono segnali importanti. C’è vita su Marte, possiamo finalmente dire. In quel pianeta desertificato, frammentato, sfibrato che negli ultimi anni è stata la sinistra italiana si vede la traccia di una controtendenza.

Ma attenzione ai fuochi fatui. Ora inizia il difficile.

Sarebbe un errore – lo dico con il massimo del rispetto – dedurre dalle primarie di domenica scorsa l’idea che il Pd sia la risposta al bisogno di sinistra che ha il nostro popolo e, ancora prima, il Paese.

Il Pd in questi anni è stato parte rilevante del problema, non della soluzione.

Lo pensano i 300 mila elettori non Pd che sono andati alle primarie proprio per segnalare una apertura di credito e un interesse verso una discontinuità. E gli stessi elettori di quel partito che hanno votato Zingaretti proprio in nome del cambiamento.

Sarebbe sbagliato scambiare la partecipazione dei primi e quella dei secondi per una delega in bianco.

In cosa consiste, allora, questo cambiamento possibile?

In tre cose, fondamentalmente. Lo hanno detto bene Roberto Speranza prima e Giuliano Pisapia poi, intervistati da Repubblica.

Innanzitutto nei programmi: quel che dici, quel che sei, quel che rappresenti. Tra le file ai gazebo delle primarie e le file alle Poste per il reddito di cittadinanza c’è ancora, sul piano sociale, una discrepanza importante. O la sinistra torna a essere tra gli operai e i disoccupati, tra i precari e i pensionati oppure non c’è partita. Con il ceto medio riflessivo non vai al governo. E se ci vai fai al più qualche correttivo sul terreno dei diritti civili, non cambi la struttura del mondo del lavoro e i rapporti di forza nella società.

Prendiamo per le corna il toro del lavoro: investimenti, piano per l’occupazione, salario minimo orario, diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Cose toste: Corbyn e non Blair. Sanders e non Clinton.

Poi i simboli: Zingaretti ha una grande responsabilità. Dare il via libera a una lista unitaria progressista nuova, che sia il primo passo di un percorso costituente di un nuovo soggetto democratico e progressista, che faccia argine contro le destre e costruisca su basi diverse. Se sulla scheda per le elezioni europee ci sarà il simbolo del Pd penso che non ci saranno i voti di tanti delusi, di un pezzo importante del popolo del centrosinistra (si guardino bene i risultati di Abruzzo e Sardegna, con la coalizione sopra il 30% e il Pd tra l’11 e il 13).

Infine le facce, che sono anch’essi simboli. Non capire che esiste un problema di credibilità e di rinnovamento è miopia pura. Chi lo sta facendo notare anche in questi giorni ha ragione. Per questo il tema non può essere il rapporto tra il Pd e Mdp, tra il Pd e quelli che vengono chiamati ancora oggi gli scissionisti. Se la impostiamo su questo terreno abbiamo già perso. Noi vogliamo e dobbiamo costruire la sinistra dei prossimi trent’anni, non ricostruire quella degli ultimi venti. Per me, per noi, lo si deve fare ascoltando l’intelligenza delle figure autorevoli che hanno guidato in questi anni e la loro – più volte ribadita – disponibilità nel facilitare un ricambio. Occorre passare il testimone: questa è stata una delle ultime indicazioni di Alfredo Reichlin. Non farlo, non dare il la a una operazione nuova, radicale e credibile, sarebbe davvero un errore mortale, un errore che non ci possiamo permettere.

Intervista a El Mon: “Pericolo anni Trenta per l’Europa. Soluzione politica per la Catalogna”

Simone Oggionni (Treviglio, 1984) per 5 anni portavoce nazionale dei Giovani Comunisti italiani (la giovanile del Partito della Rifondazione Comunista) attualmente membro del Coordinamento Nazionale di “Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista (MDP)” autore di svariati libri sul mondo della sinistra in questi ultimi mesi ha partecipato con vivo interesse a diversi incontri sulla questione catalana. 

Simone sei stato uno dei pochi politici italiani a dare concretamente solidarietà al popolo catalano dopo gli eventi del 1°ottobre 2017. Che impressioni ti sei fatto di quel che sta accadendo a Barcelona e dintorni?

Mi pare evidente che sia in atto un tentativo molto pericoloso da parte di un pezzo dello Stato spagnolo di risolvere la vicenda catalana per via giudiziaria. Con la repressione, il carcere, condanne severissime per i leader del movimento popolare indipendentista e per una parte importante del governo catalano. In questi giorni Jordi Sanchez, Jordi Turull, Joaquim Forn e Josep Rull – che rischiano fino a 17 anni per sedizione – hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il Tribunale Costituzionale che ha sin qui nei fatti impedito loro di ricorrere presso il Tribunale Europeo dei Diritti dell’Uomo. A loro va la mia e la nostra solidarietà.

L’obiettivo di questa offensiva giudiziaria non è soltanto l’umiliazione del gruppo dirigente catalano. E’ soprattutto bloccare il tentativo di dialogo che il governo socialista di Sanchez ha mostrato di volere avviare per giungere a una soluzione condivisa della crisi. Qui misureremo la forza e la volontà di ciascuno: proprio per sfiancare il progetto repressivo occorre che Sanchez metta in campo, nelle forme e nei tempi giusti, una iniziativa di amnistia per dare un segnale concretissimo. Si chiuda la pagina della repressione giudiziaria, si apra la pagina della politica, del dialogo e del confronto.

Segui le vicende catalane da un po’ di tempo. C’è un Partito o un Movimento nel quale ti identifichi o al quale ti senti particolarmente vicino?

Il nostro movimento, Mdp, ha la sua rete di rapporti internazionali interni alla famiglia socialista e ciascuno di noi ha la propria storia. La mia è quella di chi ha frequentato e stretto nel corso degli anni legami di solidarietà e amicizia con la sinistra spagnola e catalana, da Izquierda Unida ad Esquerra Repubblicana. Io sto oggi al merito della questione e mi sento in sintonia con chi propone la convocazione di un nuovo referendum per uno Statuto di maggiore autonomia e che lavora nella direzione di una riforma in senso federale della Costituzione del 1978. Questo mi pare il punto decisivo: la Costituzione del 1978 non rende possibile alcuna soluzione politica concordata. Soltanto una riforma della Spagna in senso repubblicano e federale, soltanto uno Stato pluri-nazionale  che garantisca e valorizzi le differenze può consentire la sicurezza, la pace e la convivenza pacifica.

Come giudichi il silenzio di molti settori della sinistra italiana su una questione così delicata ed importante per il futuro dell’Europa?

Questo è il tasto dolente. La verità è che la sinistra italiana ha un problema enorme di comprensione e di orientamento sulla vicenda catalana perché ha un problema enorme di comprensione e di orientamento sull’Europa. La vicenda catalana è una grande questione europea. E la sinistra sull’Europa non sa cosa dire, dividendosi tra un anti-europeismo antistorico (un nazionalismo di sinistra che reputo insopportabile) e un atteggiamento acritico nei confronti di questa Unione Europea e della sua ignavia. Non vorrei fare considerazioni inattuali ma occorrerebbe alzare lo sguardo. Un grande intellettuale polacco, Kristof Pomian, definiva l’Europa nella storia come un “campo di due forze contrastanti”. Una definizione bellissima, perché riconosce questa ambivalenza e questa doppia polarità: la tendenza all’universalismo da un lato e la difesa delle particolarità dall’altro. L’Europa oggi non è né garante dei valori universali della democrazia, della pace e della libertà né garante delle particolarità che compongono l’insieme. 

Siamo allora a un bivio. O ci arrendiamo al nazional-populismo montante – faccio notare sommessamente che nel prossimo maggio le elezioni europee potrebbero sancire uno scenario da anni Trenta, con un’alleanza politica tra popolari europei e destre neo-fasciste e neo-nazionaliste – oppure proviamo a iniziare a coltivare ambizioni diverse, provando a difendere lo spazio europeo (l’Europa come destino e futuro dei popoli europei) ma all’interno di una grande proposta di riforma dell’intera architettura costituzionale dell’Unione. Ciò che serve all’Europa, alla Spagna, alla Catalogna, a tutti noi è una nuova Europa federale e democratica che  – dentro una solidarietà comune vincolante, ridistributiva, cooperativa – rimetta in discussione, coinvolgendo i popoli, le storie e le aspirazioni di ciascuno, il proprio impianto, le proprie regole, i propri confini.

Per la prossima primavera è in arrivo la sentenza per i politici attualmente in carcere. L’accusa chiede condanne pesantissime: pene comprese fra i 16 ed i 25 anni. Sono stati chiesti anche 11 anni per l’ex capo dei Mossos e 7 anni per altri ex Ministri ora a piede libero. Cosa ti aspetti?

Ne parlavo prima. Occorre una risposta politica alla repressione. Gli oltre 200 anni di carcere per ribellione e sedizione ai diciassette leader che hanno preso parte alla dichiarazione d’indipendenza dell’ottobre 2017 sono uno schiaffo alla democrazia e allo stato di diritto. Ma in carcere, idealmente, c’è tutto il popolo catalano: ordinato, fiero e consapevole, che nei mesi scorsi ha messo in pratica una resistenza pacifica e democratica che merita tutto il nostro rispetto.

Nel frattempo sono aumentate violenze ed intimidazioni da parte dell’estrema destra. Credi che la situazione possa in qualche modo degenerare? Le recenti elezioni tenutesi in Andalusia (storica roccaforte “rossa”) sono state una caporetto per le forze della sinistra. L’ultra destra di VOX entra per la prima volta in un parlamento regionale e lo fa piazzando ben 12 deputati superando il 10% dei voti. I socialisti perdono il controllo della regione dopo oltre 36 anni di governo ininterrotto. Tornerà a breve la destra anche alla Moncloa?

Io temo che la situazione possa degenerare. Mi preoccupa e mi spaventa questo clima pesante che si vive in Spagna, segnato dal riemergere di un nazionalismo spagnolo aggressivo, nel fondo ancora franchista, che è diffuso nella pancia della società spagnola. Questo elemento di fondo non può mai essere rimosso, perché è un sentimento che va collocato dentro la storia di una democrazia fragile, giovanissima, che fatica a uscire definitivamente dalla transizione. Non dimentichiamo che la Spagna non ha vissuto il cambio di regime nella misura traumatica e tragica dell’Italia o della Germania, per esempio. Il Partito popolare – grande partito della destra di governo spagnola – è l’erede diretto del franchismo. Il sistema di potere, le famiglie del potere, la rete di relazioni è quella. E ciò è stato possibile anche per il persistere di un sentimento nazionalista, monarchico, conservatore, anti-comunista molto profondo e che oggi alza la testa esplicitamente e con orgoglio. La notizia di questi giorni è l’ingresso per la prima volta nel Parlamento regionale dell’Andalusia di Vox, partito dell’estrema destra. Questo è possibile anche perché il nazionalismo ottuso di questo pezzo di Stato in guerra contro il popolo catalano rompe gli argini del nazionalismo neo-fascista, del franchismo di ritorno. 

Per questo occorre il massimo dell’intelligenza politica da parte dei gruppi dirigenti dei partiti indipendentisti e, in primo luogo, della sinistra catalana. Cadere nelle provocazioni sarebbe esiziale. Non cogliere le aperture da parte del governo spagnolo e isolarsi sarebbe un errore ancora più grave. 

I due partiti indipendentisti presenti nel parlamento spagnolo (ERC e PdeCAT) sembrano intenzionati a non votare la Legge di Bilancio. Credi che il governo Sanchez riesca a superare tale scoglio?

Esattamente a questo mi riferivo. Io penso che sarebbe un grave errore decretare la fine dell’esperienza del governo Sanchez. Rajoy e Sanchez non sono la stessa cosa. Occorre valutare con il massimo dell’intelligenza tattica e del realismo i segnali di apertura dati da Sanchez: il fatto che abbia riattivato le commissioni bilaterali Stato-governo sospese nel 2011 è un elemento importante. Il fatto che nella Legge di Bilancio ci sia un significativo contributo economico per la Catalogna (che tra l’altro  anche nei primi due trimestri del 2018 è cresciuta a ritmi superiori a quelli dell’intera Spagna) e la conferma che il corridoio mediterraneo che collega il sud della Spagna all’Europa vedrà la Catalogna al centro del progetto sono altrettanti segnali da cogliere. Così come il fatto che il leader di Podemos, Pablo Iglesias, abbia voluto discutere nella prigione di Lledoners dei presupposti della finanziaria, tra le proteste scandalizzate della destra, è da valorizzare fino in fondo. Certo, ci sono anche problemi enormi, ma l’obiettivo è impedire che si ritorni indietro, che la politica spagnola ritorni a destra. 

Anche perché l’accordo programmatico di governo tra socialisti e Podemos contiene elementi di novità e di giustizia sociale importanti: l’aumento del salario minimo, un piano per l’edilizia popolare, l’innalzamento delle spese per la ricerca, l’abbassamento delle tasse universitarie, una patrimoniale seria. Elementi di redistribuzione e di equità che vanno valutati – e sostenuti – per quello che sono. 

A maggio oltre che per il Parlamento Europeo si voterà anche per il Comune di Barcelona. Sarà Ernest Maragall il prossimo sindaco? Cosa ti aspetti da queste importanti elezioni amministrative?

Mi aspetto che la sinistra si possa unire e possa vincere e sono convinto che la figura di Maragall abbia le caratteristiche giuste per farlo. Certo anche Ada Colau e il suo movimento dovranno essere parte di questa nuova pagina. Sarebbe un segnale incoraggiante per tutta la politica europea.

Rinascere dal basso o perire (da Infinitimondi, bimestrale, 06/18)

Per individuare la cura giusta occorre innanzitutto che la diagnosi sia giusta. Insieme alla diagnosi, ci insegnano i medici, occorre l’anamnesi, cioè la storia clinica del paziente.

La sinistra italiana, nelle sue diverse articolazioni, è malata, al punto più basso della propria storia, in termini di forza organizzativa, di capacità di consenso, di capacità di egemonia sul terreno della cultura e dei valori. Lo è per un incrocio preciso di fattori.

Il primo, il più importante: la sconfitta storica del movimento operaio e del socialismo che in tutta Europa ha accompagnato il ciclo lungo del neo-liberalismo. Accompagnato, non subìto. Il sistema di valori e l’apparato ideologico che hanno segnato la modifica profonda del sistema capitalistico occidentale a partire dalla seconda metà degli anni Settanta non ha semplicemente battuto il movimento operaio e le sue organizzazioni politiche e sindacali. Ha vinto trasformando le parole d’ordine, il senso, la carta d’identità delle culture politiche socialiste, socialdemocratiche, riformiste. 

Abbiamo perso perché la sinistra ha perduto progressivamente la propria autonomia culturale. Abbiamo assunto, in un processo lento ma inesorabile, il punto di vista dell’avversario. La sconfitta nasce lì. Nel non avere saputo contrastare l’affermazione nel senso comune di un principio di presunta razionalità che associava alla modernità e all’innovazione quelle politiche invece così ferocemente connotate dal punto di vista di classe: la frammentazione del ciclo produttivo, la flessibilizzazione del mercato del lavoro, la individualizzazione del rapporto di lavoro, la privatizzazione degli asset strategici dello Stato e dei servizi essenziali. In trent’anni – con in mezzo, certo, il crollo del sistema sovietico – la sinistra ha cambiato natura: forma, ragione sociale, riferimenti, valori. Ci tengo ad esplicitarlo: il problema non è Renzi perché Renzi non è un meteorite giunto dal nulla a distruggere un ecosistema integro. Renzi è il frutto, certamente il più avvelenato, di una storia lunga, che passo dopo passo ha ceduto, perso, interiorizzato il punto di vista dell’avversario. Vero: in tutti questi anni ha resistito di fianco a questo smottamento una sinistra coerente e inflessibile ma anch’essa malata. Infettata dall’antico virus dell’isolazionismo, dell’estremismo inutile, fine a se stesso, disancorata da veri rapporti di massa, disinteressata al consenso e alla trasformazione attraverso il governo. Per questo oggi la sinistra italiana è al punto in cui è ed è apparentemente priva di qualsiasi elemento fecondo di potenziale ripartenza. Perché hanno perso i moderati e i radicali, insieme, specularmente. 

Il secondo fattore ha a che fare con la qualità del personale politico della sinistra, che è deperita di pari passo con l’impoverimento culturale della proposta complessiva. Non vorrei cedere all’amarcord (tra l’altro parziale, per ragioni biografiche) ma è del tutto evidente che si è progressivamente perso il senso di una politica come destino, intesa come grande storia di donne e uomini collocati dentro una tradizione, un’identità, un progetto collettivo di riscatto, emancipazione, liberazione. Tutto questo si è avvizzito e ha sempre più lasciato il campo a un politicismo asfittico, retorico, iper-tattico dal quale emerge una visione e una pratica plastificata e anestetizzata della politica e del conflitto, finalizzate prevalentemente alla salvaguardia del piccolo recinto dei gruppi dirigenti. La “piccola ambizione” che Gramsci analizzava nei termini del “piccolo cabotaggio” dilaga in tempi in cui l’iper-comunicazione incentiva la banalizzazione, la retorica, la demagogia. I gruppi dirigenti della sinistra italiana rispecchiano questa mediocrità. Una mediocrità tra l’altro esercitata nell’alto e non nel basso. Dumenil e Levy parlano di “classi alte” per indicare quel mix di ricchezza e di privilegio che connota il punto di riferimento polemico dei populismi e il blocco sociale che oggi  ancora vota le sinistre nel Vecchio Continente. I due sociologi hanno ragione. Aggiungo che i gruppi dirigenti della sinistra sono detestati o ignorati anche per questo, perché sono parte – dal punto di vista sociale, antropologico, biografico – di quelle classi alte. Con un corollario decisivo: gruppi dirigenti mediocri, vivi solo nella virtualità e consapevoli soltanto degli slogan e delle banalizzazioni, sono destinati inesorabilmente ad evaporare anche dalla vita reale delle grandi masse che vorrebbero rappresentare. I piccoli protagonisti delle baruffe chiozzotte della politique politicienne non possono che sparire dai cuori, dalle teste, dalle vite reali di milioni di cittadini alla ricerca disperata di orizzonti, di riferimenti, di soluzioni.  

Infine c’è il terzo fattore: gli errori contingenti compiuti da queste classi dirigenti dentro questo contesto storico di riflusso e di sconfitta. 

Si potrebbe scrivere un libro, mi limito all’elenco essenziale. Da una parte l’esperienza del Pd, che condensa efficacemente la summa degli errori che non ci si poteva permettere di compiere: avere fuso a freddo culture distanti, in nome di una vocazione maggioritaria sbagliata, figlia dell’ubriacatura maggioritaria e presidenzialistica del sistema politico italiano successivo a Tangentopoli. E avere tentato, di conseguenza, di attraversare la contemporaneità privando l’Italia di una forza autenticamente socialista, trasformativa, popolare, occupando quel vuoto con un soggetto leggero (il partito de-strutturato, stretto intorno al leader) di impianto liberal-democratico sempre più fragile.

Dall’altra parte la coazione a ripetere delle sinistre radicali: la dimensione del cartello elettorale tra i frammenti impazziti di ciò che rimane della eredità di Rifondazione Comunista. A ogni tornata elettorale un esperimento diverso, con un simbolo diverso, un leader diverso ma gli stessi, identici errori (e, inesorabilmente, lo stesso fallimentare destino elettorale). Basti pensare a Leu, frutto di due scissioni (quella interna al Pd, con Bersani, D’Alema, Speranza, Rossi e buona parte dell’allora componente socialdemocratica, e la nostra da Sinistra italiana) e di ulteriori ricomposizioni, dell’affannosa ricerca di un papa straniero come capo salvifico e di equilibri (equilibrismi) tra correnti e sotto-correnti. Il risultato è stato il 3,4% (meno della Federazione della Sinistra, meno dell’Altra Europa con Tsipras, più o meno i voti di Sel) e, soprattutto, l’incapacità di promuovere all’interno alcun tipo di processo democratico e partecipativo all’indomani del disastro elettorale.

E’ evidente che così non si va da nessuna parte. Che con queste formazioni politiche e questi gruppi dirigenti non c’è alcuna possibilità di ripresa. Occorre guardare fuori e lontano, con coraggio e capacità creativa.

Abbiamo bisogno di mettere in atto una vera rivoluzione persino nelle forme dell’organizzazione e della partecipazione politica. Non si tratta di unire le sigle, i gruppi dirigenti, di sommare i pezzi di ciò che rimane della storia che abbiamo alle spalle. Occorre federare, mettere in rete, al contrario, tutto quello che si muove nella società e che reclama a tutti i livelli la necessità di uno spazio di alternativa, di un soggetto popolare e radicale, con cultura di governo. Occorre un partito Momentum, porta a porta, quartiere per quartiere. Radicato nel territorio, presente sulla rete e che consenta a nuove energie, nuove forze, persino nuove generazioni di prendere in mano il loro e il nostro destino.

Federare forze, energie, associazioni, movimenti, buone pratiche che abbiano in comune la volontà di capire il nostro Paese, l’Europa e di indicare una prospettiva. 

Dove si muove, in potenza, un soggetto dell’alternativa? Tra le masse di sfruttati che sbarcano nel nostro Paese, tra i giovani ricercatori costretti a fuggire per vedere riconosciuta la propria professionalità, tra i giovani del Sud che emigrano a nord. Dentro la classe operaia tradizionale, tra i riders in lotta, tra gli insegnanti, tra i liberi professionisti onesti e laboriosi, tra le imprese responsabili del proprio ruolo sociale, interessate alla produzione e non alla finanza, alla ricerca e non alla ricerca di sotterfugi per pagare meno tasse, all’innovazione e non all’assistenzialismo di Stato. 

Ma per dialogare con e dentro questi soggetti occorre, appunto, una prospettiva. E riflettere su di una prospettiva vuol dire fare i conti sia con la propria cultura politica sia con il proprio passato, sia con gli errori compiuti, sia con l’analisi precisa della situazione presente. Quindi due postille finali, a mio avviso decisive.

La prima: occorre assumere l’Europa come spazio politico fondamentale e come conquista irreversibile per la nostra proposta politica. Ma se è vero che gli errori compiuti negli ultimi anni (la terza via, le grandi coalizioni, le politiche d’austerità) hanno sancito la scissione della sinistra con il popolo e hanno determinato quella sofferenza e quel disagio dai quali attinge il racconto nazional-populista, allora è necessario riempire di contenuto il progetto europeo che dobbiamo difendere. Contro l’internazionale sovranista che pone all’ordine del giorno il crollo dell’Europa e la rivincita dei valori nazionalistici degli anni Trenta (e di cui fa parte a pieno titolo il governo italiano e cioè le due forze che lo compongono, perché al netto dell’analisi differenziata, è necessario ammettere l’esistenza di una convergenza oggettiva tra Lega e Movimento Cinque Stelle che poggia sulla rappresentanza di interessi sociali complementari e che allude persino alla costruzione di un nuovo blocco storico), occorre un progetto di New Deal fondato sulla crescita, sull’occupazione, sulla redistribuzione e sull’eguaglianza. Che poggi sulla necessità di una riforma dell’architettura costituzionale, così da dare finalmente ai popoli, e non agli organismi tecnocratici, sovranità e potere. E che poggi sul terreno di una legislazione sociale del lavoro unitaria che impedisca il dumping e di un piano per l’occupazione e gli investimenti che limiti gli squilibri all’interno dell’Unione.

Alle prossime elezioni europee, per scendere a nostra volta sul terreno della tattica, occorrerebbe allora avanzare una proposta europeista e laburista in grado di connettersi con le migliori esperienze che oggi, pur dentro la crisi epocale che abbiamo descritto, vivono nella sinistra del Continente. Dai giovani della SPD che criticano la grande coalizione al governo greco di Alexis Tsipras, dalla straordinaria esperienza di Jeremy Corbin nel Regno Unito al governo portoghese che, rispettando le regole europee, aumenta i salari minimi e le pensioni, aumenta la tassazione sui redditi alti, aumenta le esportazioni, diminuisce il debito, aumenta il prodotto interno lordo. Crescita, equità, solidarietà dentro una riflessione per una volta non retorica sul socialismo nell’Europa del XXI secolo.

La seconda e ultima postilla ha a che fare appunto con le sedi di questa discussione. Servono i centri di ricerca, le sedi territoriali dei partiti e dei sindacati. Ma serve anche altro. Occorrono, scrivevo, creatività e coraggio. Avanzo una proposta: facilitiamo la convocazione in una sede pubblica e collettiva, una vera e propria agorà, di una parte (la più disponibile e combattiva) di quelle migliaia di giovani ricercatori e intellettuali che vivono una condizione di straordinaria precarietà ma anche di straordinario attivismo intellettuale in tutti campi del sapere. Giovani scienziati, giovani ricercatori e studiosi umanisti che in ogni ambito e in ogni campo studiano i problemi del presente, pensano e vogliono dare un contributo  di innovazione e di idee al nostro Paese. Sull’asse dell’equità, dell’efficienza, dello sviluppo compatibile, della democrazia: convochiamo una sorta di Stati generali nei quali non tanto le sigle e le organizzazioni, i vecchi cattedratici e i professionisti del commento politico, ma le nuove risorse e le nuove energie attive nel Paese possano dire per una volta cosa vorrebbero, cosa proporrebbero. Non a questo o a quel partito, ma a loro stessi, alla loro generazione, nell’interesse di un Paese che ha bisogno di rifondarsi. Cui, per farlo, serve una sinistra rifondata. Per guardare oltre questo governo nazional-populista e immaginare un futuro diverso. Soltanto così è possibile fare politica nel presente, sperare di battere le paure e chi le propaga. 

Milano, ottobre 2018

L’Europa che vogliamo – Socialismo, lavoro, democrazia

Relazione introduttiva al seminario di Ostia, 8-9 settembre 2018

Non so se vi ricordate il giorno di Pasqua del 1997. Al governo c’è Prodi, il ministro della Difesa è Beniamino Andreatta e al largo della costa di Brindisi un’imbarcazione albanese, carica di disperati, in fuga dalla guerra civile, da quella che i libri di storia chiamano la anarchia albanese, con quel Paese in mano alla criminalità organizzata e alle bande armate, viene speronata e affondata da una manovra sbagliata di una corvetta della nostra Marina militare che stava tentando di bloccarne il passaggio. E’ una tragedia involontaria, ovviamente, ma è una tragedia. Muoiono 81 migranti, ci sono 27 dispersi. Il governo parla di pattugliamento, le opposizioni di blocco navale. Non voglio rientrare in quella polemica, è passato molto tempo.

Ricordo quei giorni perché Silvio Berlusconi, che allora è il capo dell’opposizione e della destra italiana, corre a Brindisi e si mostra alle telecamere in lacrime.

Dice: “dobbiamo essere generosi, non possiamo buttare a mare chi fugge da un Paese vicino temendo per la propria vita, cercando salvezza e scampo. Il nostro dovere è dare accoglimento a queste persone”. E aggiunge: “io li ho visti, i superstiti del naufragio. Erano disperati. Capite? Erano uomini disperati”.

Il capo della destra italiana – certo per un calcolo di puro cinismo politico, per una polemica politica intrisa di ipocrisia – ma pur sempre il capo della destra italiana piange in diretta televisiva e chiede umanità, compassione, giustizia per quei migranti.

Ve lo ricordo per confrontare questa immagine con quelle di questi giorni, con le parole del nuovo capo della destra italiana. Sono passati vent’anni e con la nave Aquarius in balia da giorni delle onde e della tempesta al largo della Sardegna, con le scorte alimentari al minimo, Salvini rilascia alle agenzie due comunicazioni. La prima: “Non è che possano anche decidere dove far cominciare e finire la crociera. Se il mare è mosso sono problemi loro“. La seconda: “I porti italiani li vedranno soltanto in cartolina”. E due mesi dopo, con la nave Diciotti, la scena è ancora più raccapricciante. Salvini – con l’avallo dei 5 Stelle – decide per giorni il sequestro di decine di persone, prendendo a schiaffi il diritto internazionale e marittimo, la Costituzione e le leggi dello Stato italiano, la Procura di Agrigento, il Presidente della Repubblica.

Questa è la nuova destra. La mia impressione è che Salvini si possa permettere questo cinismo sciagurato, disumano, criminale perché si è rotto nella società italiana il tabù del razzismo; e perché sa di potere interpretare un sentimento comune che ha rotto gli argini nella società, nella sub-cultura media, nella pancia del Paese.

E’ una destra capace di egemonia, e più alza il tiro e più ha consenso. Cresce. E  cavalca un vento europeo che da Orban all’Austria, dall’Alternative fur Deutschland (che nei sondaggi ieri nei sei land dell’Est è il primo partito con il 27%) a Marine Le Pen, dall’Olanda alla Slovacchia, dalla Polonia alla Svezia, dalla fondazione di Bannon a Seehofer, capo della CSU bavarese, cresce impetuosamente. Il loro obiettivo è chiaro: prendere la maggioranza del PPE alle prossime elezioni europee e, facendo asse con le destre radicali e neofasciste, prendere in mano l’Europa. Non si tratta di fatti tra loro irrelati: c’è un progetto, un’internazionale bruna, sovranista che vuole prendere in mano l’Europa e riportarla agli anni Trenta.

In nome del nazionalismo, del protezionismo, delle sacre frontiere, della lotta contro la società aperta, il multiculturalismo, le differenze, persino le basi della società liberale. 

Se noi non capiamo che siamo dentro un punto di svolta della storia europea e mondiale non capiamo nulla.

Marc Bloch utilizzava la categoria della civilizzazione (per indicare l’insieme delle strutture materiali e antropologiche di una società): noi dobbiamo mettere a fuoco la crisi della civilizzazione europea perché siamo di fronte a un fenomeno di lunga durata.

Gramsci parlava di blocco storico, indicando l’unità sostanziale tra struttura e sovrastruttura, l’unione – in un campo politico di potere – di interessi economici e di idee: una unione che resiste anni, in potenza decenni, non un fenomeno che dura il tempo di una campagna elettorale. Noi dobbiamo mettere a fuoco i contorni di questo nuovo blocco storico che si sta consolidando.

E se è così, se ci servono Bloch e Gramsci, allora occorre per davvero una risposta politica, culturale, morale, intellettuale all’altezza.

Penso che debba seguire tre assi.

Il primo: l’Europa per noi è una scelta di campo irreversibile. Lo diciamo senza alcuna ambiguità. L’Europa è la nostra storia, il nostro presente e il nostro futuro. Certo, deve cambiare: la sua architettura costituzionale, il segno di fondo delle sue politiche economiche, persino il suo ruolo nella politica internazionale. Ma non può esistere un nazional-sovranismo di sinistra, non può esistere una sinistra italiana chiusa nei confini nazionali, disinteressata a governare e trasformare l’Europa.

Dobbiamo avere sempre presente la lezione di Mitterand: il nazionalismo è sempre guerra, conduce sempre lì. E di conseguenza dobbiamo tenere bene in testa la lezione della storia, a partire da quando i socialisti di tutta Europa alla vigilia della prima guerra mondiale votarono i crediti di guerra, anteponendo gli interessi delle rispettive borghesie nazionali alle prospettive di pace e benessere del proletariato europeo e mondiale.

A chi oggi a sinistra propone patria, nazione dico che non hanno imparato né dalla storia né dalla Costituzione, il cui messaggio universalista è tutto fuorché piegato a difendere gli autoctoni, i puri, i confini.

E mi si consenta di dire pure che il patriottismo costituzionale è un’altra cosa: per Habermas Stato e democrazia sono due concetti inscindibili. Senza democrazia non c’è patriottismo costituzionale possibile.

Il secondo asse è la discontinuità.

Il nostro europeismo deve fare i conti – per non essere astratto e retorico – con il fallimento delle politiche che in questi anni hanno aperto la strada alla rabbia e alla sofferenza cui attinge oggi il nazional-populismo. Persino la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale nelle ultime settimane lo hanno dovuto ammettere, la prima riconoscendo che non esistono conferme empiriche della tesi per cui la flessibilità nel mercato del lavoro produce automaticamente sviluppo e occupazione; e il secondo confermando che i mercati finanziari lasciati a loro stessi (al gioco della mano invisibile) possono generare gravi squilibri ed episodi di instabilità macroeconomica.

E allora ci vuole coraggio nel dire che il centrosinistra in Europa e in Italia negli ultimi anni ha sbagliato molto, moltissimo: a compiere privatizzazioni selvagge; a imporre politiche di austerità (dal fiscal compact al pareggio di bilancio in Costituzione); a introdurre il virus della precarietà del mercato del lavoro; a seguire spesso un approccio subalterno alle potenze colonialiste in politica estera (a partire dalla Libia e dai conflitti in Africa cui ogni anno continuiamo a fornire miliardi di euro di armamenti); a impoverire e dequalificare la scuola, l’Università e la ricerca; ad abbandonare ogni idea di pianificazione della nostra politica industriale; e, complessivamente, a produrre politiche economiche che hanno allargato la forbice delle diseguaglianze invece che ridurla.

Il terzo asse, infine, è quello dell’unità. Non voglio fare paragoni impropri ma oggi è l’8 settembre e la suggestione viene naturale. Di fronte al fascismo, all’indomani della diserzione delle classi dirigenti dalla propria responsabilità e della possibilità di restituire finalmente pace e libertà al popolo italiano, le forze democratiche si uniscono e il 9 settembre formano il CLN. Al nord le formazioni partigiane organizzano la Resistenza. Pavone nel suo bellissimo libro scrive: è il momento delle scelte. E il segretario del partito comunista, Palmiro Togliatti, di lì a breve dirà due cose con la svolta di Salerno: l’obiettivo della sconfitta del fascismo viene prima della discussione tra monarchia e Repubblica e delle differenze tra di noi; e per attrezzare un’alternativa occorre il coinvolgimento popolare, di massa, occorre un fronte ampio e occorrono partiti organizzati, intellettualmente dinamici, operosi, in rapporto con le masse contadine, con gli operai, con i ceti intellettuali, con i giovani, con i lavoratori. E dà l’esempio trasformando il Pci in un partito nuovo, non settario, aperto al rapporto con i ceti medi, con i cattolici.

Unità, fronte democratico e partito di massa.

Noi ovviamente dobbiamo copiare formule, ma imparare dalla nostra storia, dai fondamentali. Come allora occorre genio, intelligenza, spirito di sacrificio. E analisi concreta della realtà concreta.

Arriviamo a noi, allora. Quello che oggi esiste nel campo democratico e progressista non solo non è sufficiente ma è un ostacolo che preclude ogni possibilità di battere seriamente il nazional-populismo.

Il partito democratico è un ostacolo. Apprezzo il tentativo di quanti nel Pd si sono accorti dello smottamento. Ma non è sufficiente. I fischi di Genova dicono chiaramente qual è il giudizio dell’elettorato italiano su quel partito.

E sono ostacoli tutte le altre formazioni esistenti della sinistra riformista o radicale italiana: nessuna oggi può pensare che, partendo da sé, dal proprio 2%, si mette in campo qualcosa di utile, di serio, di attrattivo. A partire da Leu, un cartello elettorale che è nato male e che rischia di finire ancora peggio, ucciso dal politicismo, dall’inadeguatezza dei suoi gruppi dirigenti, dalla mancanza di passione e di strategia.

Qui occorre fantasia e grande buon senso. Quindi occorre mettere in campo – questa è la proposta politica che le nostre associazioni avanzano in questa sede – una nuova soggettività politica della sinistra a partire dalle prossime elezioni europee.

E badate: il tema non è sommare i pezzi che oggi ci sono. Ma travolgerli tutti, superarli tutti, costringerli a fare i conti con la necessità non per noi ma per il Paese di un salto di qualità, di un passo in avanti. Occorre non mettere insieme i cocci ma creare un soggetto nuovo.

Ha ragione Cacciari a chiedere un cambio di paradigma, dice cose ragionevoli che noi diciamo da diverso tempo. Però insisto: la soluzione non è la lista “da Macron a Tsipras” banalmente perché in Italia non c’è né Macron né Tsipras. Il tema in Italia è una lista nuova e unitaria che superi il Partito democratico, che superi Liberi e Uguali e che metta in campo una proposta convincente, discontinua e credibile.

Concludo con due appunti.

Il primo: la politica ha bisogno di identità. E averlo negato per tutti questi anni giocando sul post-moderno, sulla fine della storia, sulla società liquida è parte degli errori che dobbiamo rimuovere. Questa esperienza che deve nascere ha bisogno di una identità forte e precisa, che dica da dove veniamo e indichi dove vogliamo andare. Per me questa identità è quella di un nuovo socialismo del XXI secolo, di un nuovo laburismo che valorizzi l’umanesimo della tradizione socialista e cristiana insieme alle lotte per i diritti, per il lavoro, per l’eguaglianza della tradizione socialista e comunista. Non vi sto parlando con il torcicollo. Vi parlo di Corbyn, del governo greco, del governo portoghese, che nell’ultimo anno è cresciuto come mai negli ultimi 17, che ha riportato il deficit al 2%, il più basso dal 1974, ha fatto crescere le esportazioni del 7% e, contemporaneamente, ha aumentato le pensioni minime e i salari pubblici, ha aumentato la pressione fiscale sui redditi più alti, ha riportato l’orario di lavoro a 35 ore e tanto altro. A queste esperienze dobbiamo collegarci, con grande orgoglio e radicalità.

Infine, il secondo appunto.

Abbiamo bisogno di una vera rivoluzione nelle forme dell’organizzazione, della partecipazione politica. Vedo Livia Turco tra di noi: impariamo dal movimento femminile e femminista. Proviamo a federare, mettere in rete tutto quello che si muove nel basso e nell’alto, nelle istituzioni e nella società: occorre un partito Momentum, porta a porta, quartiere per quartiere. Radicato nel territorio, presente sulla rete e che consenta a nuove energie, nuove forze, persino nuove generazioni di prendere in mano il loro e il nostro destino.

Noi iniziamo a fare la nostra parte. Animiamo questa discussione, ne animeremo molte altre nelle prossime settimane. Iniziamo dalle nostre associazioni e da chiunque vorrà aderire, federandosi paritariamente. Esperienze locali e nazionali, sociali e culturali, artistiche e politiche.

Parleremo al Paese. A chi ci vorrà ascoltare.

Il coraggio di cambiare, il dovere di andare oltre

Di seguito il testo del mio intervento all’Assemblea nazionale di Articolo UNO – Mdp del 22 luglio 2018.

 

Avere coinvolto e mobilitato qualche migliaio di militanti in poche settimane, in pieno luglio, è il segno di una vitalità di cui dobbiamo essere orgogliosi.

Ma non basta, serve una scossa, per la nostra organizzazione e tutta la sinistra italiana.

Non basta perché la sconfitta del 4 marzo non è nata il 4 marzo, ma tanti anni prima. Lo abbiamo detto in tanti e tante volte: la sconfitta della sinistra, la vittoria di Salvini sono la fine di una corsa che comincia da lontano.

Perché, certo, hanno pesato il progetto incompiuto di Liberi e Uguali, una leadership oggettivamente inadeguata, l’idea di una lista percepita dagli elettori come una scialuppa di salvataggio per sbarcare in parlamento e non, invece, la promessa di un partito. 

Ma la sconfitta appunto nasce prima, in due approcci, in due prospettive, paralleli e sbagliati, di cui siamo fino in fondo responsabili.

Da una parte quella sinistra, quel centro-sinistra che non ha capito la globalizzazione, che ha puntato tutto sulla terza via rimuovendo il grande scandalo delle diseguaglianze e il riscatto della sofferenza viva del lavoro come propria ragione sociale; e dall’altra parte la sinistra radicale che ha scelto in questi anni la strada comoda ma senza uscita della testimonianza, tra velleitarismo e marginalità. 

Ecco, noi: noi che abbiamo questa storia alle spalle e che siamo consapevoli degli errori compiuti abbiamo il dovere di agire, di provare a cambiare tutto. 

Perché non c’è tempo. Si consolida nel Paese un governo di razzisti e incompetenti, nel quale i razzisti prevalgono sugli incompetenti. Il governo Salvini, non il governo Conte. 

Un governo che ai disperati che vengono in nave dalla Libia dice che “i porti italiani li possono vedere soltanto in cartolina”. Che vuole schedare i rom, come nel 1938. Che denuncia su carta intestata del ministero degli Interni un intellettuale impegnato nelle battaglie antimafia come Saviano. Che lavora per la flat tax e per i condoni, e si rimangia nel decreto dignità tutte le promesse di dignità che il Movimento Cinque Stelle aveva sbandierato in campagna elettorale.

Un governo che va combattuto e contrastato con il massimo dell’unità possibile, in Parlamento e nel Paese. Il massimo dell’unità e il minimo del settarismo. Basta parlare del Pd, siamo in una fase nuova, diversa. Noi dobbiamo uscire dalla dimensione del commento, del controcanto a quelli che ci sono vicini. Altrimenti diventa un’ossessione. E le ossessioni sono sempre sintomo di subalternità, anche quando sono presentate come rivendicazione di purezza e di autonomia. 

Ho letto persino critiche alla rivista Rolling Stone, perché non è troppo di sinistra. O critiche a qualche maglietta rossa perché era firmata Lacoste.

Contro questo governo viva Rolling Stone, viva le magliette rosse: occorre una linea unitaria nel senso togliattiano del termine. Un fronte largo, ampio, popolare, democratico.

Che noi dobbiamo spingere affinché si consolidi anche sul terreno della politica e della sua organizzazione. Provando ad andare oltre. Oltre i nostri recinti che sono con ogni evidenza del tutto insufficienti.

Perdonatemi se nel dirlo parlo di noi, faccio appello a un pizzico di orgoglio di partito, di comunità: ormai un anno e mezzo fa abbiamo fondato Articolo Uno con lo scopo di dare vita a un nuovo grande soggetto democratico e progressista al servizio del Paese. Non una ridotta minoritaria che alle elezioni europee prepara l’ennesima lista sommatoria di tutte le schegge della sinistra radicale, ma un grande soggetto democratico, progressista, popolare, con cultura di governo.

Io rimango di quell’avviso. 

Dato che quell’obiettivo non lo abbiamo ancora raggiunto dico: teniamo la barra dritta, continuiamo a veleggiare controvento. Provando a dire cose semplici ma vere anche rispetto a quello che vogliamo essere.

1. Un partito popolare, innanzitutto. E badate che popolare è una cosa molto diversa da populista! Popolare vuol dire che ti riconosci nel popolo, che gli appartieni, che ne conosci i problemi, le passioni, le pulsioni. Mentre sei populista – come Salvini, come il movimento cinque stelle e persino come qualche pezzo qua e là della sinistra in Europa – quando per recuperare consenso costruisci un feticcio in cui il popolo possa riconoscersi e rincorri gli istinti peggiori. 

Noi dobbiamo essere popolari e non populisti!

2. Seconda parola d’ordine: la discontinuità. Occorre avere coraggio, proporre un nuovo terreno di ricerca e di proposta. Discontinuità radicale rispetto al centrosinistra degli ultimi vent’anni. Lo ha detto bene Bersani: di idee e di facce. Perché non puoi togliere tutele al mercato del lavoro, rinunciare a ogni politica industriale, privatizzare, impoverire una parte consistente del Paese e poi chiederti perché crolli nei consensi. E aggiungo: occorre un rinnovamento nei gruppi dirigenti, a tutti i livelli. Ben intesi: al netto di quei capitani che proprio perché sono disponibili a fare i mozzi dimostrano di essere veri capitani! 

3. Occorre poi una identità chiara. A volte mi pare che noi abbiamo paura delle parole. E invece le parole dicono chi sei, qual è la tua storia, quali sono le tue radici e qual è il tuo orizzonte. Sono strumenti di lotta politica e di battaglia culturale. Io vorrei un partito laburista, vorrei un grande partito del lavoro e socialista. Che per questo sta dalla parte di una generazione di precari sfruttati e sottopagati, frustrati e depressi. Sta con i riders, con i lavoratori della scuola, con i disoccupati. E che per questo ha una visione internazionalista, alza lo sguardo dalle nostre miserie e si interroga sul mondo insieme a Sanders e Corbyn, alle esperienze di governo in Grecia, in Portogallo, in Spagna. E che per questo sa che l’Europa è la nostra storia, il nostro presente e il nostro futuro. Certo, deve cambiare: la sua architettura costituzionale, il segno di fondo delle sue politiche economiche, persino il suo ruolo nella politica internazionale. Ma non esiste un nazional-sovranismo di sinistra, non esiste una sinistra italiana chiusa nei confini nazionali, disinteressata a governare e trasformare l’Europa.

Infine serve un ultimo ingrediente, il più importante: è il protagonismo del nostro popolo, della nostra gente. Ogni processo politico fatto a tavolino, in maniera verticistica e burocratica, è destinato a fallire: è una legge ferrea della politica. 

Non possiamo andare avanti con assemblee o convention in cui applaudiamo e deleghiamo in bianco, o con commissioni e comitati promotori che sono lo specchio di accordi pattizi tra pochi, di patti tra componenti. C’è in questo persino una questione morale, di dignità, di rispetto nei confronti di noi stessi.

Costruire i gruppi dirigenti è un lavoro faticoso che vive solo di democrazia, in un processo nel quale si deve riconsegnare per davvero lo scettro della sovranità a chi milita, a chi ha passione, a chi è la vera anima della sinistra italiana.

Ed è un processo che ha a che fare non con le circolari emesse da Roma ma con la cura del territorio, con l’inchiesta sociale, con la conoscenza metro per metro delle nostre città. E’ un processo che ha a che fare non con le piattaforme digitali, che sono lo specchio di una visione distorta e virtuale della politica, ma con le sezioni fisiche, piantate come presidi di democrazia in ogni quartiere. 

Dal protagonismo della nostra gente – da una democrazia vera, a tutti i livelli – potrà nascere quello che noi vogliamo. 

Questa conferenza è l’ennesimo atto di amore e responsabilità nei confronti di quel che siamo e abbiamo organizzato. Abbiamo già deluso e sbagliato troppe volte. Siamo già stati delusi troppe volte. Ora dobbiamo cambiare musica e non sbagliare più. E se sbaglieremo ancora, perché nella vita si sbaglia, vorrei che si potesse dire che lo abbiamo fatto in prima persona. Liberi, protagonisti delle nostre scelte. 

Dagli errori si deve imparare: ora la campagna elettorale ma dopo il 4 marzo serietà e democrazia

Non è semplice non farsi condizionare dall’amarezza, dalla delusione e persino dall’indignazione che sentiamo intorno a noi per il metodo con cui sono state scelte le candidature per la lista di Liberi e Uguali.

Si è trattato complessivamente di uno spettacolo non degno. Non degno delle premesse, delle promesse, delle grandi ambizioni collettive. Chi scrive, forse, ne sa qualcosa.

Ci serve però tutta intera la nostra lucidità, le nostre lenti migliori per guardare lontano e persino una dose di cura dei rapporti umani e politici tra noi, soprattutto in queste ore di difficoltà e di smarrimento.

In primo luogo va detto – qualunque sia il nostro giudizio personale su ciò che è accaduto – che saremo tutti impegnati in una campagna elettorale spietata e ciascuno di noi farà la propria parte.

Ma questo impegno, che ci sarà, non può fare velo alla verità, quella che va detta oggi e praticata dopo il 4 marzo. Anche soltanto (ma non è soltanto) per onestà intellettuale e rispetto verso noi stessi.

Ai quattro compagni che si sono assunti l’onere di fondare Liberi e Uguali e di compilarne le liste bisogna dirlo chiaro: non potete pensare di imporre il centralismo democratico in un partito che non esiste.

Il centralismo democratico, lo ha ricordato bene in questi giorni Celeste Ingrao, implica l’esistenza di un soggetto politico (e non di un cartello elettorale, come invece anche questa volta ci siamo ridotti a fare a poche settimane dalle elezioni) che al suo interno discute ed elabora in forma democratica una linea, un orientamento ideale, un programma. E che su queste basi costruisce le liste, ancora meglio con successivi elementi di verifica del consenso sul territorio.

Di più: la presenza di una dialettica democratica riconosciuta e legittimata è l’unico strumento per provare a superare in avanti le divisioni tattiche che emergono e che rendono oggi plasticamente l’idea di un potpourri di spunti irrelati, insieme al vuoto di proposta politico-programmatica cui assistiamo, senza pregiudicare un’unità così faticosamente raggiunta.

In questi anni hanno raccontato a reti unificate la favola del partito del Novecento che non serviva più e abbiamo finito per crederci anche noi. Abbiamo abbandonato il partito, abbiamo deciso di non farlo preferendogli strutture liquide. Però ci siamo tenuti il centralismo democratico. Il quale, in assenza di processi seri di legittimazione dei gruppi dirigenti, si trasforma in “centralismo burocratico”. Una cosa che assomiglia di più ai cerchi magici che non ai mitici meccanismi di partecipazione e protagonismo dal basso invocati a ogni piè sospinto.

E’ una questione di sostanza e anche di forma, che è essa stessa sostanza soprattutto all’interno della crisi di credibilità della politica e della percezione della sua efficacia rispetto alla vita reale delle persone che stanno uccidendo ogni residuo di sinistra nel nostro Paese.

La scena è questa: generali senza popolo asserragliati nel bunker con i loro staff, un popolo senza generali disperso e confuso, pronto all’esilio o alla fuga o alla resa.

Vi è solo un modo per evitare che questa scena si cristallizzi per sempre, per non fare scappare di nuovo nel bosco i molti che siamo andati a cercare con la torcia nei mesi scorsi: affrontare subito dopo il voto un appuntamento democratico di tipo congressuale in cui fare un bilancio, scegliere una linea politica che ci consenta di stare in campo in maniera non improvvisata, votare finalmente, a tutti i livelli, i gruppi dirigenti. Votare gruppi dirigenti, non  rinnovare deleghe in bianco. Votare gruppi dirigenti, non incoronare l’uomo solo al comando, il nuovo o vecchio leader cui affidare nella buona e nella cattiva sorte le fortune del processo collettivo.

Proseguire anche dopo il voto la già lunga sequenza di assemblee senza potere decisionale, convention o happening mediatici all’americana sarebbe mortale per le possibilità di ricostruire nel nostro Paese una forza di sinistra seria, radicata nel territorio, legata al mondo del lavoro, dotata di una visione autonoma, di un’idea della storia e del futuro. Che è invece precisamente quel che ci serve. Il gruppo parlamentare, il momento istituzionale, segue, viene dopo: non comanda il partito. E’ per questo che suggerisco di guardare la luna e non il dito. I processi politici sono più importanti delle persone, dei candidati di oggi e degli eletti di domani. Se costruiremo un partito serio, quegli eletti risponderanno alla volontà generale. Se non lo costruiremo, continuando a legittimare anche involontariamente questa insopportabile logica oligarchica, gli eletti continueranno a comandare, imponendo la somma di volontà particolari, spesso in conflitto tra loro.

Siamo già al bivio decisivo. Occorre mettersi in cammino.

Sì alla lista della sinistra e dei civici, ma con la testa al partito, a un progetto di società che vada oltre il marzo 2018

Anche mettere in ordine dalla più grande alla più piccola le questioni che ci consegna il voto siciliano mi pare una pratica corretta che non dobbiamo disimparare. Il primo tema, il più macroscopico, è l’astensione: 46% di affluenza in Sicilia, 37% al X Municipio di Roma. Un’astensione cronica che dimostra tutto lo scollamento e il distacco che esiste oggi tra società e politica, tra una società in sofferenza e una politica che non parla più a nessuno. Proporre l’idea di una forza democratica della sinistra significa anche questo: mettere all’ordine del giorno la necessità dell’autoriforma, non come postilla di secondaria importanza, ma come cuore della questione democratica oggi.

Secondo tema, altrettanto macroscopico: vince la destra unita, e dietro ci sono i Cinque Stelle. Come a Ostia, dove destra e Cinque Stelle vanno al ballottaggio (con il partito neo-fascista di Casapound al 9%). La sinistra, il centro-sinistra, non toccano palla. Sono a distanza di sicurezza, corrono per la medaglia di bronzo, per essere il terzo o il quarto polo. Si tratta di un problema gigantesco, perché rischia di consegnare in prospettiva il Paese a uno scenario cupo, con la sinistra ai margini, fuori dalla contesa per il governo. Uno scenario al quale non dobbiamo rassegnarci, tornando a svolgere un ruolo di ricostruzione di un campo più largo, non marginale né minoritario.

Il terzo dato è invece una novità interessante, anche in chiave nazionale: il richiamo al voto utile contro di noi in Sicilia non ha più funzionato o ha comunque funzionato molto meno. Micari prende meno voti della coalizione che lo sostiene. Fava prende più voti della lista. La somma dei voti di Micari e di quelli di Fava non raggiunge né i voti della destra né quelli dei Cinque Stelle. Bisognerebbe dirlo al Pd, ricordandogli anche che Crocetta nel 2012 aveva vinto anche da solo, senza i voti di Giovanna Marano e di Fava.

Il quarto dato (il quarto, non il primo) è che noi abbiamo confermato i voti di Marano e abbiamo una lista che da sola supera il 5%. Quindi un buon risultato, una buona base di partenza, che ci pare insufficiente solo perché nelle settimane scorse abbiamo collocato troppo in alto l’asticella delle aspettative. La listarella del 2-3% su cui in tanti hanno ironizzato qui non c’è. Entriamo dopo undici anni nell’Assemblea siciliana grazie a un serbatoio di idee, a un candidato, Claudio Fava, e un esercito di militanti che in Italia non ha nessuno e che noi dobbiamo ringraziare.

Però mi pare ci sia un però, che va pesato, soppesato, dentro questa discussione. E non mi riferisco soltanto all’analisi del voto siciliano, ma alla discussione generale sulla fase e sulle prospettive che dobbiamo fare.
Noi non ce la caveremmo se facessimo soltanto il partito contro Renzi; misurando i metri che ci distanziano da loro, soprattutto ora che iniziamo una campagna elettorale lunghissima. Perché l’esito – al più – sarebbe un risultato dignitoso, ma non la svolta che intendiamo imprimere alla storia politica di questo Paese. Se rimaniamo così siamo più Ps francese che Labour, più KKE (o Pasok) che Syriza.
E per essere più Labour che Psf, più Syriza che Pasok, a noi serve molto di più: serve fare quello che hanno fatto loro, cioè mettere testa sullo sforzo di pensiero, epocale, che dobbiamo compiere. Di fronte a grandi sconvolgimenti, alla crisi della socialdemocrazia europea. Di fronte a un’Europa che va a destra, dall’Austria alla Repubblica Ceca, alla Germania. Che si chiude in se stessa, stretta nella morsa tra tecnocrazia e populismo reazionario. Noi non possiamo cavarcela facendo il verso a Renzi, commentando le sue defaillance. Serve un pensiero più profondo, più serio, più rigoroso. Che si interroghi sulle grandi questioni che furono già al centro dell’Ottocento e del Novecento e che oggi tornano a presentare il conto: la sovranità, la democrazia, l’identità nazionale. La vicenda della Catalogna, persino i referendum in Lombardia e soprattutto in Veneto, dicono che serve una nuova Europa, più Europa, più politica. Non possiamo cavarcela con una riflessione avvizzita sulle alleanze, sul Pd, su Renzi, su Franceschini.
Dobbiamo – dico una cosa sapendo di rischiare di risultare del tutto eccentrico – avere un pensiero forte e complesso sulla Cina, sul significato dell’ultimo congresso del Partito comunista cinese, sul senso della direzione che  Xi Jinping ha impresso alla politica economica cinese, con lo Stato come guida dell’economia, con il potenziamento, e non la riduzione, della centralità delle imprese di Stato. Dobbiamo avere un pensiero forte su questo per capire gli equilibri del mondo, commerciali e non solo. Il ruolo della guerra nel nuovo ordine mondiale. Dobbiamo mettere la testa qui dentro.
Sapendo che questo è il compito di una sinistra con cultura di governo e con un’ambizione radicale.
Ecco, io penso che questa ambizione sia troppo importante per limitarci a un processo elettorale con Sinistra italiana e Possibile che pure è necessario e improrogabile.

Serve un partito. Ho concluso. Un partito, come ci ha insegnato Gramsci, in cui l’elaborazione politico-intellettuale salga dal basso verso l’alto e la responsabilità della direzione venga condivisa, anche come antidoto ai movimenti dei capi carismatici, sotto i quali si addormentano masse di manovra, eserciti passivi. Serve un partito che sia in grado di un’analisi della storia, di svolgere una funzione nazionale, di accumulare forze, massa critica, consenso. Che torni a porre il tema della rivoluzione in Occidente, nella conquista di un apparato ideologico formidabile, che va appunto smontato, decostruito, ricostruito pezzo dopo pezzo.

Continuo a pensare che noi si debba essere il nucleo di questa opera di studio, di inchiesta, di radicamento territoriale. Vorrei che nei prossimi mesi non smarrissimo questa strada.

[intervento alla Direzione di Articolo Uno – Mdp, 7 novembre 2o17]

 

Lombardia: primarie, programmi, sinistra e centrosinistra, discontinuità

È un balletto noioso quello che tutti noi abbiamo messo in scena in questi mesi in Lombardia nel centro-sinistra e nella sinistra. Non penso che i cittadini lombardi lo meritino.

La realtà è che rischiamo di rimanere al punto in cui eravamo prima dell’estate. Con la differenza che nel frattempo il centro-destra, anche attraverso il referendum farsa del 22 ottobre, ha già messo in moto la macchina elettorale e batte la Regione in lungo e in largo per consolidare il vantaggio di cui gode. Allora, forse, serve uno scatto, servono parole chiare e semplici, e serve un’assunzione di responsabilità da parte di tutti e di ciascuno di noi.

La diciamo nel modo più netto possibile: il nostro obiettivo è ricostruire una coalizione larga di centro-sinistra in grado di battere Maroni e la destra dopo quasi venticinque anni di malgoverno. Il Partito democratico lombardo e Gori non sono allora nostri avversari ma potenziali alleati. A tre condizioni: che il programma che ci unisce sia segnato dal coraggio e dalla discontinuità; che la sinistra sia forte dentro la coalizione e che non vi sia spazio per gli amici di Lupi e di Alfano; e che il candidato alla Presidenza sia scelto attraverso una consultazione democratica.
Al Partito democratico chiediamo il coraggio di scegliere una strada diversa rispetto a quella imboccata nazionalmente da Renzi e dal governo Gentiloni. Una nuova visione della Regione, un nuovo modello sociale improntato alla solidarietà e alla redistribuzione della ricchezza. Una politica economica di intervento pubblico nell’orientamento delle nuove politiche industriali; la volontà di intervenire nelle crisi industriali con l’obiettivo di tutelare e difendere l’occupazione; un intervento strutturale contro le delocalizzazioni e l’impresa irresponsabile; una nuova legge sugli appalti; una legge regionale innovativa e inclusiva per il reddito minimo garantito; un piano casa vero e proprio, che svuoti le liste d’attesa e ristrutturi il patrimonio immobiliare pubblico; un potenziamento ferroviario compatibile con l’ambiente e a misura di pendolari; la ridefinizione rigorosa dei criteri di accreditamento delle strutture sanitarie private; nuove risorse per il diritto allo studio e per l’edilizia scolastica mettendo al centro la scuola pubblica e non la scuola privata. Se questi obiettivi avranno cittadinanza nel campo del centro-sinistra, noi ci saremo. Abbiamo perso sin troppo tempo a parlare di formule e non di contenuti: nei prossimi giorni incontriamoci e vincoliamoci a un patto programmatico chiaro, che rimetta in moto una speranza e una possibilità.
Ma noi parliamo di una coalizione democratica e progressista, di centro-sinistra, non di centro-destra. Alfano, Lupi e simili sono di destra, con noi non c’entrano nulla. Se quest’argine tiene, e il Pd lombardo non si presta a operazioni trasformistiche come in Sicilia e come, purtroppo, nel governo nazionale e nella prossima competizione elettorale, una coalizione larga è possibile, che tenga aperta la porta a tutta la sinistra lombarda, nessuno escluso.
Infine, le primarie. Come si fa a non capire che una coalizione che nasce ha bisogno di un bagno di democrazia, di un candidato scelto attraverso la consultazione di un popolo che torna a partecipare, che torna a essere protagonista? E come si fa a non capire che Gori non rappresenta – per formazione, profilo politico, persino per legittimi interessi sociali – l’intero arco del centrosinistra lombardo? È persona stimabile, autorevole e ovviamente ci impegneremmo a sostenerlo lealmente qualora dovesse vincere le primarie. Ma non funziona l’uomo solo al comando, lanciato e prescelto dal solo Partito democratico. Non rappresenta tutti, da solo. Non è in grado, da solo, di convincere, di vincere, di richiamare alla partecipazione quelle decine e centinaia di migliaia di cittadini lombardi che da anni stanno a casa e non votano più.
Ci rivolgiamo allora a Campo Progressista, a Sinistra Italiana, a Possibile, ai Verdi e ai socialisti, alle forze civiche, a ciò che nazionalmente si riconosce nell’esperienza costituente del Teatro Brancaccio e – soprattutto – alle tante e ai tanti che non credono più in noi e che hanno purtroppo troppo spesso ragione.
Ognuno faccia un passo nella direzione giusta, valutando innanzitutto la possibilità di Roberto Cornelli, che giustamente ci chiede un processo solido e non improvvisato. Ognuno faccia un passo nella direzione giusta, prima che si compia l’ennesimo errore e che la sinistra lombarda si trovi divisa. Tra coloro i quali, a quel punto, troverebbero riparo sotto l’ala di un candidato sicuro perdente in una coalizione monca e coloro i quali inizierebbero una campagna elettorale altrettanto inutile, se non a riscaldare la coscienza e la vocazione alla testimonianza di poche migliaia di militanti.
Ma dev’essere chiaro che non c’è più tempo. Chi dovesse tergiversare, non rispondere, proseguire in questo insopportabile politicismo si farebbe carico di una responsabilità pesantissima. Il nostro passo in avanti è questo.