La questione tedesca in Europa, la necessità di una svolta

La crisi della Germania – la contrazione della sua produzione industriale, il crollo delle esportazioni – dà all’Europa una straordinaria possibilità. Non si tratta di approfittare della debolezza tedesca per chiedere, per il prossimo anno, un po’ di flessibilità in più su deficit e debito.

Si tratta di mettere in discussione alla radice i parametri di Maastricht, il Patto di stabilità e il Fiscal Compact, riconoscendo che un’Europa fondata sull’ossessione della stabilità dei prezzi e sulla compressione della spesa pubblica (quindi sulla impossibilità di promuovere politiche espansive) è un’Europa inevitabilmente destinata alla crisi. E che essa – nella misura in cui oggi si configura secondo un paradigma autoritario-repressivo (gli Stati come soggetti da disciplinare) e affida all’economia tedesca, come accade, la funzione di perno e controllore – non può che aprire le porte alla sua disgregazione sotto la spinta di pulsioni nazionalistiche inevitabili.

La questione tedesca è, ancora, il cuore della questione europea.

Non si tratta, tanto, di ripensare alla storia europea che dalla guerra franco-prussiana porta alla annessione della Rdt nel 1990, passando per le responsabilità tedesche nelle due guerre mondiali.

È sufficiente concentrarsi sulla storia degli ultimi venticinque anni. Da Maastricht, appunto, fino alla crisi del 2002-2003, quando il governo tedesco sforò impunemente il disavanzo di bilancio rispetto al Pil, e fino a questi ultimi anni, nei quali ha ripetutamente barato sul computo del suo debito (Kredit für Wirtschaft, obbligazioni dei Lander); ha sistematicamente violato il Six Pack (con un surplus commerciale in vent’anni di oltre 840 miliardi di euro); e ha coperto – opponendosi alla unione bancaria di Draghi – le magagne delle banche dei Lander e delle casse di risparmio locali.

Per non parlare della vicenda greca, una vera e propria guerra economica e sociale combattuta da una delle più grandi potenze economiche del mondo contro un Paese che rappresentava il 2% della popolazione europea e il 3% del suo debito pubblico e che si è conclusa – come notava qualche tempo fa Leonardo Rapone – con una trattativa “armistiziale” in cui i vincitori dettavano al vinto le proprie condizioni, per punirlo e umiliarlo.

Insomma: occorre una svolta, come benissimo ha detto il Presidente Mattarella. Una svolta di fase, di modello di sviluppo, di impianto istituzionale, un cambio di egemonia. Tutto questo passa dalla politica interna della Germania, senz’altro. Ma anche, tutto intorno, da un’Europa più forte e più consapevole.

Nutro dubbi sul fatto che i protagonisti di questa svolta possano essere Von der Leyen e Lagarde (e i governi nati nel loro solco). Ma questo è, precisamente, il punto. Oltre l’argine ci sono Alternative für Deutschland e amici, il compimento della macabra profezia che si auto-avvera.

Per un europeismo socialista e costituzionale: la nostra proposta

Trascrizione dell’intervento all’assemblea “Ricostruzione”, 17 febbraio 2019, relazione dei lavori del Forum “Europa”

Ieri abbiamo fatto un grande lavoro. Più di 20 interventi, quasi tre ore di discussione, ordinata, di qualità, appassionata, prendendoci per il futuro l’impegno di consolidare il lavoro del forum, di stabilizzarlo, di trasformare la discussione in una elaborazione politica permanente. Dobbiamo restituire alla politica, innanzitutto, la sua dimensione storica e geografica, la sua dimensione internazionale. Siamo quelli che siamo perché abbiamo alle spalle una storia e perché siamo collocati in un contesto, cioè abbiamo delle coordinate di tempo e spazio. 

Questo è il grande insegnamento della politica insegnata e praticata nei grandi partiti di massa e popolari di cui vogliamo essere eredi. Non vai lontano se non capisci il mondo intorno a te, dove si colloca la tua battaglia.

E la nostra battaglia si colloca in questo mondo grande e terribile che noi vogliamo affrontare a partire dalla dimensione europea. Una pentola a pressione: basta guardare la mappa politica dell’Europa, segnata dall’esplosione di consenso dei movimenti nazional-populisti e di estrema destra, dall’Austria alla Repubblica Ceca, dalla Germania alla Francia, dall’Olanda alla Slovacchia, dalla Polonia alla Finlandia, dal Belgio all’Ungheria che già in molti di questi paesi governano e che da maggio intendono prendere in mano anche il Parlamento europeo. Questo è il tema: il rischio di un’alleanza tra Partito popolare e destre che punta a fare saltare il processo di integrazione europea. E lo dico tra parentesi, sommessamente, il governo italiano è parte integrante di questo schema, con tutto il suo carico di paradossi e di contraddizioni. Un governo sovranista in Europa e secessionista nel nostro Paese, che usa in Europa la sovranità nazionale come una clava contro i migranti, giocando con la vita di centinaia di disperati in mare, e che in Italia ammaina la bandiera tricolore e soffia sul vento della secessione fiscale delle regioni ricche contro le regioni del Sud.

Per  capire che polveriera è potenzialmente l’Europa è sufficiente persino guardare i giornali di questa mattina: in queste ore è in corso in Albania l’assedio al palazzo del governo e in Francia un filosofo allievo di Levinas, Finkielkraut, viene insultato e aggredito nel corso di una manifestazione dei gilet gialli al grillo di “sporco ebreo”.

Ma più l’Europa è questa, più l’Europa è in crisi e più noi ribadiamo che l’Europa è casa nostra, l’Europa è il nostro destino. Non è teologia, è una scelta di campo. Siamo europeisti: è la premessa fondamentale che noi affermiamo senza ambiguità o reticenze. E permettetemi di scegliere tra i tanti punti di riferimento quello a cui siamo più legati: Enrico Berlinguer, che nel gennaio 1984 rilascia un’intervista a Critica Marxista e dice poche cose, ma chiarissime. La prima: «non è pensabile che la via d’uscita dalla crisi della Comunità europea possa consistere nel ripiegamento di ogni singolo Stato sulla sua peculiare identità, nel rinchiudersi nelle particolarità dei propri interessi [e aggiunge] non ha senso per chi abbia un minimo di lungimiranza e sappia guardare non solo ai tempi brevi ma anche a quelli medi e lunghi». La seconda: perché questo obiettivo non rimanga una petizione di principio occorrono tre presupposti: l’unità politica, l’indipendenza sul piano internazionale e l’autonomia di iniziativa. In un mondo segnato da diseguaglianze, squilibri tra nord e sud del mondo, conflitti, ritardi nello sviluppo democratico, questo è il compito dell’Europa: completare un processo di unificazione politica, rendersi indipendente dalla tenaglia dei blocchi, assumere un’iniziativa autonoma nel campo di un multipolarismo garanzia di pace, di sviluppo e di benessere. 

Siamo ancora oggi a questo punto: l’essenziale di questo ragionamento (unità politica, indipendenza e autonomia di iniziativa) è incredibilmente attuale. L’europeismo è un valore irrinunciabile che noi contrapponiamo a quel nazionalismo che nella storia – sempre – ha portato disastri e guerre, a destra come — ce lo ricorda Mitterand — a sinistra. 

Però questa analisi descrittiva, questa fotografia della realtà non è sufficiente. Occorrono due cose: capire innanzitutto perché si è arrivati a questo punto. E lasciatemelo dire: senza le grandi coalizioni, le politiche d’austerità, il neoliberismo usato come piede di porco per scardinare diritti sociali, tutele, potere d’acquisto, occupazione il nazional-populismo non sarebbe forte come è. Senza il cedimento della socialdemocrazia europea in questi vent’anni oggi Salvini, Le Pen, Orban sarebbero meno forti, tenuti ai margini della dialettica democratica. Perché il brodo di coltura del nazional-populismo è la sofferenza sociale, il disagio, il rancore che è esploso a causa delle politiche di rigore neo-liberiste. Questa è la realtà. Un europeo su quattro è in condizione di povertà, uno su dieci in grave deprivazione sociale. La disoccupazione giovanile nei Paesi del Sud Europa è al 50%, quasi al 60% nel Sud Italia. La produzione industriale è calata del 10% negli anni della crisi: ma basta frequentare le nostre periferie industriali, del sud come del nord Italia, per rendersi conto che chiudono i capannoni e aprono le sezioni della Lega. Con questo dobbiamo fare i conti, fino in fondo. E il nostro europeismo, pere essere credibile, deve innanzitutto fare i conti con il fallimento dell’europeismo delle élite, di un europeismo liberista che è il primo nemico dell’Europa e del suo futuro.

In secondo luogo occorrono risposte concrete, programmi radicali di cambiamento che superino la dimensione della retorica e affrontino la carne viva della sofferenza di decine di milioni di europei. Diseguaglianza, precarietà del lavoro, esclusione, compressione degli spazi democratici, erosione del diritto di cittadinanza: per affrontare questi temi occorre una grande piattaforma socialista del XXI secolo. Non bastano piccoli correttivi, occorre la radicalità e l’orgoglio di proposte forti. Correggere, disciplinare il capitalismo, mettere la mordacchia a questo sistema economico, rivendicando il ruolo del pubblico, l’obiettivo della piena occupazione, l’idea di una economia mista, grandi politiche redistributive. E attenzione: il socialismo non è il titolo di un capitolo di un libro di storia del Novecento, deve essere il nome delle lotte, delle speranze, delle passioni delle generazioni del presente e del futuro. Deve avere i volti di Alexandria Ocasio-Cortes e di quelle decine di migliaia di militanti democratici e socialisti che negli Stati Uniti stanno tenendo testa a Trump. Deve avere i volti dei ministri dei governi della Grecia, del Portogallo e della Spagna che provano a invertire la rotta, pur dentro una tempesta. Deve avere i volti di Corbyn e di un partito laburista inglese che richiama al voto e alla militanza pezzi importanti di classe lavoratrice inglese. The Economist nella copertina che ieri Arturo Scotto ricordava titolava: la crescita del “Millennial Socialism”, the rise of millennial socialism. Socialismo del futuro, non del passato. 

Con questo spirito abbiamo detto europeismo socialista e anche costituzionale. Attenzione: non perché vogliamo usare la Costituzione contro l’Europa, la sovranità italiana contro quella europea, ma perché per noi la Costituzione repubblicana è una guida, lo è il suo impianto avanzato, e dobbiamo riconciliare l’Europa con lo spirito e la lettera della Costituzione.

Ieri abbiamo iniziato a dire alcune proposte, a concretizzare il nostro punto di vista:

  • riforma della governance dell’euro-zona, rendendo autonomo l’eurogruppo e  facendolo diventare la sede di gestione degli affari economici dei Paesi della zona euro; 
  • riforma dell’architettura istituzionale dell’UE: quella del Parlamento Europeo, a cui vanno attribuiti poteri pienamente legislativi, innanzitutto su materie strategiche come la programmazione e la realizzazione dei progetti d’infrastrutturazione a rete, di corridoi produttivi e di viabilità. La riforma dei trattati, a partire dal Fiscal compact e dagli attuali meccanismi di sorveglianza macroeconomica, per interrompere la politica del rigore e favorire gli investimenti (in primis l’introduzione della golden rule per gli investimenti ad alto moltiplicatore). La riforma dello statuto della Bce, che non può limitarsi al solo controllo della inflazione. Un bilancio federale robusto, per garantire una copertura maggiore di spesa per finanziare politiche di welfare e di investimento comuni;
  • dentro questa riforma dell’architettura occorrono cambiamenti radicali sul finanziario e tributario: fermare e invertire il processo di balcanizzazione finanziaria che si è realizzato in Europa dopo la crisi. Lotta senza quartiere ai paradisi fiscali esterni e al segreto bancario;
  • una politica industriale coordinata;
  • una legge sul salario minimo e sui diritti europei;
  • riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, che è l’unica risposta sensata alla grande questione della rivoluzione tecnologica in corso e dei suoi effetti sul lavoro (e la vita) di miliardi di persone;
  • e ancora: il grande tema della rivoluzione ecologica. 

Ma un’Europa riformata nella sua architettura istituzionale, equa e giusta socialmente, con una economia ecosostenibile può – tornando a Berlinguer – svolgere un ruolo autonomo nel mondo. È fondamentale! Non possiamo rimanere silenti rispetto a una escalation degli Stati Uniti che rischia di diventare devastante. Dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria, gli Stati Uniti vogliono destabilizzare e mettere le mani anche sull’Iran. E la loro scelta unilaterale di ritirarsi dall’accordo firmato con i russi nel dicembre 1987 sulla distruzione delle testate missilistiche nucleari in Europa è pericolosa e indicativa, al pari della vicenda ucraina, del fatto che tutto questo riguarda anche l’Europa, come possibile terreno di scontro muscolare con la Rususia. 

E poi impariamo a guardare anche vicino a casa nostra, alla vergogna della Turchia, le cui carceri sono piene di intellettuali, oppositori politici, magistrati, giornalisti. E contro cui esiste una resistenza popolare e democratica, che è quella dei kurdi, a cui dobbiamo dare tutto il nostro sostegno, anche perché è una resistenza, quella del confederalismo democratico, anti-fascista, laica, femminista, socialista.

Dobbiamo poi guardare al Mediterraneo, che deve riconquistare una centralità assoluta. Occorre dialogare con la Cina. Cooperare con i Paesi costieri, che non vuol dire stringere patti con la polizia libica per creare e gestire nascosti alla comunità internazionale i campi di detenzione per profughi, migranti provenienti dal centro e dal Sud dell’Africa. Ma vuol dire creare corridoi umanitari e allo stesso tempo lavorare per facilitare condizioni di stabilità e di benessere per tutti. 

Ieri nel forum sul tema dell’immigrazione ci è stato chiesto più coraggio, io sono d’accordo. Noi siamo per riformare il trattato di Dublino, creare un sistema d’asilo europeo, e siamo — deve essere chiaro — per il diritto di movimento e circolazione che non è una fisima di qualche intellettuale, ma è un diritto umano sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani e dall’art. 12 del Patto sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite. 

Ed è sancito dalla legge più importante che è il diritto alla libertà e alla dignità umana!Quella che l’Europa ha deciso di calpestare uccidendo in mare quel ragazzino di 14 anni del Mali affogato nel Mediterraneo con la pagella cucita nella tasca della giacca e ogni anno centinaia di esseri umani come lui. 

Allora ci vuole più coraggio, più radicalità, tornare alla radice dei valori che hanno fatto grande e diversa la sinistra. Eguaglianza, la libertà, la fraternità, appunto.

Difendere i nostri valori, mettere un argine al razzismo, al nazionalismo, allo schiavismo nei confronti di centinaia di migliaia di donne e uomini che dobbiamo conoscere, integrare nella lotta per un’Europa nuova, diversa, più giusta, socialista.

Concludo. Nelle prossime settimane dovremo decidere cosa fare alle prossime elezioni europee. Io ho la mia opinione: occorre fermare le destre nazional-populiste con un programma di discontinuità e di cambiamento. Tenere insieme l’unità e la discontinuità: questo è il nostro compito. Ma iniziare a porre concretamente i temi, le questioni, come abbiamo fatto ieri e oggi, ci aiuta, ci permette di uscire dai politicismi, di alzare lo sguardo e di provare a tornare a guardare lontano. 

Un discorso anticapitalista venuto dal Sud

Un discorso anticapitalista venuto dal Sud
Il papa contro lo «sterco del demonio»
In settembre il capo della Chiesa cattolica deve visitare Cuba, poi gli Stati Uniti, dopo aver lavorato per il riavvicinamento di questi due Paesi. In questi due ultimi anni Francesco, primo papa non europeo dopo tredici secoli, ha rivolto sul mondo lo sguardo della Chiesa. Promotore di un’ecologia «integrale» socialmente responsabile, questo pastore gesuita argentino andrà anche alle Nazioni Unite, a provocare le coscienze.
Jean-Michel Dumay, settembre 2015
(Traduzione dal francese di José F. Padova)

Davanti a un fitto uditorio riunito al Parco delle Esposizioni di Santa-Cruz, la capitale economica della Bolivia, un uomo vestito di bianco fustiga «l’economia che uccide», «il capitale eretto a idolo», «l’ambizione sfrenata del denaro che comanda». In quel 9 luglio il capo della Chiesa cattolica si rivolge non soltanto ai rappresentanti dei movimenti popolari e all’America latina, che l’ha visto nascere, ma al mondo intero, che egli vuole mobilitare per mettere fine a questa «dittatura sottile» dal fetore di «sterco del diavolo» (1).
«Abbiamo bisogno di un cambiamento», proclama il papa Francesco, prima di incitare i giovani, tre giorni dopo in Paraguay, a «mettersi in rivolta». Fin dal 2013, in Brasile, aveva chiesto loro di «essere rivoluzionari, di andare controcorrente». Nel corso dei suoi viaggi il vescovo di Roma diffonde un discorso sempre più incisivo sullo stato del mondo, sul suo degrado ambientale e sociale, con parole molto forti contro il neoliberismo, il tecnocentrismo, in breve, contro un sistema dagli effetti deleteri: uniformazione delle culture, «mondializzazione dell’indifferenza».

In giugno, sempre con questo spirito, Francesco indirizzava alla comunità internazionale un «invito urgente a un nuovo dialogo sul modo in cui costruiamo l’avvenire del Pianeta». Nella sua enciclica Laudato si chiama ognuno, credente o no, a una rivoluzione dei comportamenti e denuncia un «sistema di relazioni commerciali e di proprietà strutturalmente perversi». Un testo «al medesimo tempo caustico e tenero», che «dovrebbe scuotere tutti i lettori non poveri», considera il New York Rewiew of Books (2). In Francia 100.000 esemplari di questo piccolo manuale sono stati venduti in sei settimane (3).

Ecco dunque un Pontefice che assicura che un altro mondo è possibile, non al momento dell’Ultimo Giudizio, ma quaggiù e adesso. Questo papa superstar, nel solco mediatico di Giovanni Paolo II (1978-2005), tronca e divide: beatificato da personaggi ecologisti e critici della globalizzazione (Naomi Klein, Nicolas Hulot, Edgar Morin) per aver «sacralizzato la sfida ecologica» in un «deserto del pensiero» (4), demonizzato dagli ultraliberisti e i clima-scettici, capaci di fare di lui «la persona più pericolosa sul Pianeta», come ne ha fatto la caricatura un polemista della catena televisiva ultraconservatrice americana Fox News.

Le destre cristiane si inquietano nel vedere un papa dai discorsi sinistrorsi e così poco facondo sull’aborto. E gli editorialisti della sinistra laica s’interrogano sulla profondità rivoluzionaria di quest’uomo del Sud, primo papa non europeo dopo il siriano Gregorio III (731-741), che grida allo scandalo davanti al traffico di migranti, chiama in sostegno dei greci respingendo i piani di austerità, chiama «genocidio» un genocidio (quello degli armeni), firma un quasi-concordato con lo Stato della Palestina, appoggia la fronte in segno di preghiera al Muro del Pianto per la barriera di separazione che gli israeliani impongono ai palestinesi e si avvicina a Vladimir Putin sulla questione siriana, mentre in Occidente l’orientamento è per le sanzioni contro la Russia a causa del conflitto ucraino.

«Ha rimesso la Chiesa nel gioco internazionale», ritiene Pierre de Charentenay, ex redattore capo della rivista Études, attualmente specialista in relazioni internazionali presso la rivista romana La Civiltà Cattolica. «Ha anche cambiato la sua immagine. È il campione dei critici della mondializzazione! Accanto a lui Benedetto XVI fa la figura di un bravo ragazzo». Il predecessore, effettivamente, tutto introversione teologica, sempre incline a condannare, appare come un musone guastafeste vicino al misericordioso argentino, piuttosto portato a perdonare. Ma, in fondo, «la sua forza è soprattutto quella d’interrogare l’insieme di un sistema», pensa il padre de Charantenay.

Ecco che cosa dice precisamente questo primo papa gesuita e americano: l’umanità porta la responsabilità del degrado generalizzato e lascia che il sistema capitalista neoliberale distrugga il Pianeta, «la nostra casa comune», seminando le disuguaglianze. Essa deve quindi rompere con un’economia in cui, come dice l’economista – e anch’egli gesuita – Gaël Giraud, «da Adam Smith e David Ricardo in poi la questione etica è esclusa dalla fiction «della mano invisibile» che si ritiene regoli il mercato (5). Essa ha ormai bisogno di una «autorità mondiale», di norme cogenti e soprattutto dell’intelligenza dei popoli, al servizio dei quali è necessario porre d’urgenza l’economia. Perché la soluzione politica si trova nelle loro mani e non in quelle delle élite, sviate dalla «miopia delle logiche del potere».

Per il papa la crisi ambientale è innanzitutto morale, frutto di un’economia disgiunta dall’umano, nella quale si accumulano i debiti: fra ricchi e poveri, fra Nord e Sud, fra giovani e vecchi. Nella quale «tutto si collega»: povertà-esclusione e cultura dello scarto, dittatura del termine-corto e dell’alienazione-consumismo, riscaldamento climatico e glaciazione dei cuori. Così che «un vero approccio ecologico si trasforma sempre in un approccio sociale». Chiamata a reagire, l’umanità deve quindi dotarsi di una «nuova etica delle relazioni internazionali» e di una «solidarietà universale», ciò che il papa Francesco perorerà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) il 25 settembre, in occasione del lancio degli Obiettivi del millennio per lo sviluppo.

Certo, si arguirà, tutto questo non è totalmente nuovo. «Francesco s’iscrive con una assai bella continuità nella linea del Concilio Vaticano II (che si è tenuto fra il 1962 e il 1965 e il cui scopo era di aprire la Chiesa al mondo moderno)», constata a Roma, per esempio, Michel Roy, segretario generale della rete umanitaria Caritas Internationalis. Di fatto, il pontefice rimanda al Vangelo, rivisita la dottrina sociale della Chiesa elaborata nell’era industriale e, soprattutto, aggancia queste convinzioni a quelle di Paolo VI (1963-1978), nel quale il padre de Charanteney vede il suo «maestro intellettuale e spirituale».

Primo papa della globalizzazione e dei grandi viaggi intercontinentali, Paolo VI, sulla traccia del riformatore Giovanni XXIII (1958-1963), è colui che ha fatto uscire fisicamente il papato dall’Italia, ha internazionalizzato il collegio dei cardinali, moltiplicato le nunziature (ambasciate della Santa sede) e i rapporti bilaterali con gli Stati (7). È anche colui che ha condotto la Chiesa a superare le sue ristrette competenze di gendarme delle libertà religiose per renderla «solidale con le angosce e le pene dell’intera umanità (8)». Per Paolo VI lo sviluppo era il nuovo nome della pace; una pace intesa non come un dato di fatto, ma come il processo dinamico di una società più umana, aperta su una ricchezza condivisa.

Tuttavia, se anche vi è continuità e perfino, per alcuni, una sorta di realizzazione del grande sconvolgimento cattolico avviato negli anni ’60, è difficile ignorare che il pontefice argentino si distacca nettamente dai suoi predecessori. Anche se essi non erano, neppure loro, avari di discorsi antiliberisti, i pontificati del polacco Giovanni Paolo II e del tedesco Benedetto XVI, questi santi padri del rigore, sono stati segnati dal loro ancoraggio dottrinale. L’ultimo, di Benedetto XVI, inoltre, è stato infangato da qualche «affaire» che l’amministrazione vaticana ha avuto qualche difficoltà a gestire, come lo scandalo VatiLeaks: la diffusione di documenti confidenziali che accusavano l’amministrazione della Santa Sede di corruzione e di favoritismi, in particolare per certi contratti stipulati con imprese italiane.

Due tipi d cause possono essere ipotizzate per l’attuale rinnovamento: le une riguardano il contesto; le altre sono inerenti all’uomo. «Su un piano etico-politico Francesco riempie un vuoto a livello internazionale», constata François Mabille, professore di Scienze politiche al Politecnico di Lilla e specialista della diplomazia pontificia. Egli è il papa del dopo-crisi finanziaria del 2008, come Giovanni Paolo II lo era stato per la crisi del comunismo. «Procedendo a un aggiornamento della dottrina sociale, Francesco introduce un pensiero sistemico, nel quale tutto fa sistema, e occupa con successo la nicchia della sollecitudine contestataria». Vi era urgenza, aggiunge Mabille: «Il tempo della Chiesa non era più quello del mondo. Per Benedetto XVI tutto si svolgeva troppo rapidamente. Era necessario essere nell’anticipazione e non più nella reazione».

Prima di andare a scuotere il mondo, il nuovo papa ha quindi messo sottosopra la sua casa. Adepto di una sobrietà che condivide con Francesco d’Assisi, del quale ha preso il nome, ha instaurato, se così si può dire, un papato «normale», che egli vuole sia esemplare. Ha messo in soffitta gli ultimi attributi onorifici d’abbigliamento della sua funzione e ha stabilito la sua dimora in un bilocale di 70 mq, che ha preferito ai lussuosi appartamenti pontifici. Il papa ama il simbolo e spesso unisce il gesto alla parola, ciò che è ripagante in una società dell’immagine.

Così, con una bonomia che sembra fare di lui il curato del mondo, appare diretto, spontaneo, e chiama gatto un gatto – rischiando qualche deragliamento diplomatico, che poi portavoce e nunzi riescono (o no) a recuperare. Designato dai suoi pari per riformare in profondità la Curia, vale a dire l’apparato dello Stato della Santa Sede, ha elencato senza tanti riguardi i quindici mali che affliggono l’Istituzione, segnata da un clientelismo all’italiana. Fra queste calamità: l’«Alzheimer spirituale» e, al primo posto, l’abitudine a «credersi indispensabili» (9).

Teologia della liberazione non marxista
Per governare, Francesco si è circondato di una guardia ravvicinata di otto prelati radicati sul territorio. Ha avviato commissioni per riformare le finanze e la comunicazione; moltiplicato gli esperti laici per consigliare la sua amministrazione; creato un Tribunale vaticano per giudicare i vescovi che hanno coperto i preti pedofili; nominato un primo gruppo di una quindicina di nuovi cardinali, futuri elettori del suo successore; il prossimo papa sarà scelto mentre lui sarà ancora in vita, come aveva voluto Benedetto XVI per sé stesso. Francesco l’ha ripetuto prima di fare visita a Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador: egli è contro i «leader a vita».

I suoi nuovi ussari porporati il papa li sceglie fra coloro che hanno sgobbato là dove sono aperte le ferite sociali, come ad Agrigento, diocesi della quale fa parte Lampedusa, l’isola dell’emigrazione clandestina. Va a cercarli in Asia, nei profondi spazi dell’Oceano Pacifico, in Africa, in America Latina, affrancandosi così da regole non scritte: fine delle arcidiocesi che meccanicamente avviavano i loro titolari verso l’alta gerarchia romana aumentando il peso dell’Europa nel conclave e, lì dentro, quello dell’Italia (10).

«Questo papa rompe i tabù, dà calci al formicaio, senza prendere troppe precauzioni», constata un diplomatico francese, osservando l’azione pontificale. «Ha capito di essere Capo di Stato. La funzione lo afferra. È pragmatico e molto politico». Tutto questo scolora la Chiesa, perché Francesco «è» la Chiesa, come egli stesso ha ricordato, non senza una maliziosa dolcezza persuasiva di gesuita «un po’ astuto» (così definisce sé stesso), a coloro che si preoccupavano se l’istituzione lo avrebbe seguito.

«Ci si accalca per vederlo!», gongola sull’altra sponda, dal lato delle nunziature, un consigliere pontificio. In due anni più di cento Capi di Stato sono stati ricevuti in Vaticano. Alcuni cercano la sua mediazione: gli Stati Uniti e Cuba, il cui riavvicinamento egli ha reso più facile; la Bolivia e il Cile, si sussurra, per quanto riguarda l’accesso della prima all’Oceano e via via fino all’organizzazione guerrigliera delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) che gli chiedono la sua intercessione quando passerà per Cuba… Così sono i desideri del papa, che fa riaprire a Roma un ufficio di mediazione pontificia. Senza successo garantito: nel giugno 2014 fare pregare insieme, molto mediaticamente, il Presidente palestinese Mahmoud Abbas e il Presidente israeliano Shimon Peres nei giardini del Vaticano non ha impedito i sanguinosi attacchi di Israele si Ghaza, un mese dopo.

Nato in Argentina, Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, «è il primo papa che comprende veramente gli scambi Sud-Sud, in materia di beni materiali o di beni simbolici, religiosi», pensa Sébastien Fath, membro del Gruppo società, religioni, laicità. «Egli sa che predicatori africani sono in rapporti con le Chiese brasiliane, che i gesuiti indiani partono in missione in Africa». È un «latino perfetto… che non parla inglese», completa Roy della Caritas. Nipote di immigrati piemontesi, «fa pensare a un papa europeo che abbia lasciato l’Europa: un’Europa no future!», riprende il nostro diplomatico francese. «Non ha una visione geopolitica del mondo, per essere precisi», afferma Roy. Un mondo che egli d’altra parte conosce poco: Francesco non ha quasi per niente viaggiato prima del papato. «Innanzitutto egli punta il dito contro un sistema, materialista, basato sulla promozione dell’individuo, che distrugge le solidarietà tradizionali e sprofonda i più fragili nella povertà». Per il consigliere pontificio «è un lanciatore di allarmi!».

Un tempo monello dei sobborghi di Buenos Aires, Bergoglio ha tuttavia la sua propria geografia dello spazio: meno un’opposizione fra Sud e Nord che fra un centro e le «periferie», siano esse spaziali (Paesi poveri, sobborghi, bidonville) o esistenziali (popolazioni precarie, esclusi, detenuti, ecc.). In questa visione vi sono tante periferie al Nord e aspetti colonialisti nei circuiti globalizzati ed è lì che egli vuole la sua Chiesa prioritariamente al lavoro.

Bergoglio ha scelto il suo campo: quello della «opzione preferenziale per i poveri» e i «piccoli» che, nei suoi discorsi, come a Santa Cruz, egli affronta personalmente: «straccivendoli», «raccoglitori d’immondizie», «venditori ambulanti», «facchini», «lavoratori esclusi», «contadini minacciati», «indigeni oppressi»», «emigranti perseguitati», «pescatori che possono appena resistere all’asservimento operato dalle grandi corporation»… È un Pastore con slanci missionari molto forti, così si dice. Non un diplomatico. È questo un problema? Per quello vi sono… i diplomatici, pilotati dall’esperto segretario di Stato Pietro Parolin, già uomo di missioni delicate in Venezuela, in Corea del Nord, in Vietnam e in Israele.

Il sinodo sulla famiglia presto concluso
«Il papa è convinto che l’avvenire sia con quelli che stanno sul territorio», riconosce Roy. Il papa diffida delle organizzazioni (cominciando dalla sua!), le cui derive portano, secondo lui, alla sterilità dei discorsi autoreferenziali lontani dalla realtà. Questo fa di lui un dirigente dall’approccio umano e manageriale di grande ascendente, constatano i diplomatici, mentre i suoi predecessori erano totalmente proiettati dal vertice verso la base. «Vi chiedo la vostra preghiera che è la benedizione del popolo per il suo vescovo», ha detto Francesco ai fedeli in piazza San Pietro, invertendo i ruoli, il giorno della sua elezione.

Questo attaccamento alle popolazioni, che gli conferisce accenti populisti (è stato vicino a un gruppo della gioventù peronista (11)), lo ancora concettualmente nella teologia del popolo, un ramo argentino non marxista della Teologia della Liberazione (12). La teologia del popolo: «Un teologia per il popolo e non dal popolo», riassume Pierre de Charentenay per sottolineare la differenza. «Il papa opera una specie di ripresa popolare e culturale della teologia della liberazione». Detto a mezza voce, non è pur meno una riabilitazione. Derivata dall’appropriazione latino-americana del Concilio Vaticano II negli anni ’70, la teologia della liberazione era soffocata da Benedetto XVI e Giovanni Paolo II per il suo approccio marxisteggiante. Nel settembre 2013 Francesco riceveva in udienza privata, a Roma, uno dei suoi illustri fondatori, il padre peruviano Gustavo Gutierrez. Nel marzo 2015 beatificava Mons. Oscar Romero, l’arcivescovo del San Salvador assassinato nel 1980 in piena Messa da militanti di estrema destra. I suoi predecessori non avevano nemmeno avviato l’istruzione della procedura di beatificazione. Secondo Leonardo Boff, uno dei capifila brasiliani del movimento, la visione di Francesco s’iscrive «nella grande eredità della teologia della liberazione». Il suo pontificato potrebbe perfino aprire una «dinastia di papi del terzo mondo» (13).

Ma Bergoglio stona anche perché è un vero capo di chiesa, un papa manager, il primo ad aver concretamente esercitato responsabilità territoriali extra-diocesane a livello nazionale. Dal 2005 al 2011 è stato Presidente della conferenza episcopale argentina (14). Di conseguenza «le truppe [in Vaticano] sono molto meglio organizzate», constata un osservatore romano, «la sua personalità, le sue implicazioni personali, hanno ri-dinamizzato la diplomazia della Santa Sede».

Con la sua direzione Francesco ha fissato una rotta per la sua multinazionale. Abilmente ha dimensionato l’attacco in funzione del bersaglio e attribuisce al suo progetto l’aspetto noto dell’«internazionalismo cattolico» (15): partecipare alla pacificazione delle relazioni fra Stati, promuovere la democrazia, insistere sulle strutture di dialogo internazionale, sulla giustizia per i popoli, il disarmo, il bene comune internazionale, tutti temi che talora conferiscono alla Chiesa cattolica aspetti di pura organizzazione non governativa (ONG). E all’interno, ai suoi colleghi cardinali alla sua elezione, il gesuita argentino ricorda l’essenziale: evangelizzare, certamente. Ma anche fare uscire la Chiesa da sé stessa, dal suo «narcisismo teologico», per andare senza aspettare verso le «periferie» (16).

Alcuni [cardinali] sembrano non aver valutato a chi essi confidavano le Chiavi. Perché per evangelizzare Francesco non brandisce la sua croce come Giovanni Paolo II il quale, fin dal suo primo sermone, passava all’offensiva: «Non abbiate paura! Spalancate le porte al Cristo (…), aprite le frontiere degli Stati, dei sistemi politici ed economici (17)…». Il papa argentino ha un altro senso politico. Egli non esita a fare lavorare la Chiesa con movimenti popolari che sono ben lontani dal condividere la sua fede. Ha compreso che se la Chiesa restasse universale non sarebbe più il centro del mondo – ma tutt’al più una «esperta in umanità», come la presentava Paolo VI.

Queste nuove inclinazioni non nascondono le difficoltà. Nel Vicino Oriente, dove Francesco nel 2013 lanciava il ritorno della diplomazia vaticana chiedendo la pace in Siria, quando la Francia e gli Stati Uniti volevano staccarsi dal regime di Bashar al-Assad, alla fine la Santa Sede ha dovuto fare marcia indietro di fronte all’urgenza: un anno più tardi egli chiedeva alle Nazioni Unite di «fare di tutto» per contrastare le violenze dello stato Islamico (Daesh), responsabile di «una specie di genocidio in atto» che costringeva i cristiani all’esodo. I fondamentalismi non sanno che farsene del dialogo interreligioso.

Allo stesso modo in Asia, regione percepita come un giacimento per lo sviluppo, la diplomazia vaticana procede con difficoltà. Se le relazioni con il Vietnam stanno rianimandosi, in Cina un’intera corrente cattolica, controllata dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, struttura statale, continua a sfuggire al vescovo di Roma. Certamente Francesco ha fatto di tutto per ammansire il presidente Xi Jinping – evitando in particolare di incontrare il Dalai-Lama – e ha riconosciuto un’ordinazione vescovile avvenuta in luglio a Anyang (provincia dello Henan), ciò che non era accaduto da tre anni ad oggi. Ma la realtà è molto lontana dai sogni missionari: negli ultimi mesi, riferisce l’agenzia Chiese d’Asia, le autorità cinesi hanno fatto distruggere a decine le croci sulle chiese, troppo ostensibili, specialmente nella provincia dello Zhejiang. Infine, in India, l’infima minoranza cattolica (2,3% della popolazione) subisce regolarmente offese ai beni e alle persone.

Per Francesco gli ostacoli non si trovano soltanto in terre lontane non cristiane. Negli Stati Uniti, dove parlerà il 24 settembre davanti al Congresso, il suo tasso di popolarità è calato: dal 76% di opinioni favorevoli in febbraio al 59% in luglio, dopo l’enciclica e il discorso di Santa Cruz, soprattutto presso i repubblicani (45%) (18). Il tono, tanto quanto il fondo, non suona bene. Gli si rimprovera il suo tropismo, la sua scarsa considerazione per quello che il capitalismo ha potuto apportare ai Paesi poveri o per i suoi sermoni che non propongono soluzioni (19). A sinistra si sospetta un’offensiva di fascino per fare passare pillole più amare. Si nota che egli mantiene l’opposizione dottrinale alla contraccezione e non fa evolvere quella relativa all’uso del preservativo in materia di lotta contro l’AIDS. Che elude le conseguenze della demografia incalzante, tanto problematica quanto lo è il consumismo. «La crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale», assicura il papa al contrario. I conservatori, da parte loro, lo rimandano seccamente alle sue competenze teologiche e morali. «Io non mutuo la mia politica economica dai miei vescovi, dal mio cardinale o dal mio papa», ha dichiarato Jeb Bush, candidato repubblicano alla casa Bianca, convertito al cattolicesimo vent’anni fa (20). Il papa non si formalizza: «Non aspettatevi da questo papa una ricetta», «La Chiesa non ha la pretesa (…) di sostituirsi alla politica».

Più generalmente Francesco è atteso sulle questioni della società, sulle quali gli organi vaticani da due anni hanno messo la sordina. Nel 2014 egli ha aperto un vaso di pandora chiedendo ai vescovi, riuniti nel Sinodo, di lavorare sul tema famiglia. I lavori termineranno quest’anno, in ottobre. A più riprese egli è sembrato favorire un’evoluzione sulla questione, molto delicata nell’istituzione, dei divorziati risposati privati della comunione, o ancora sull’omosessualità – il suo risonante «Chi sono io per giudicare?», che tuttavia non gli ha impedito di congelare, in primavera, la procedura di nomina presso la Santa Sede di un nuovo ambasciatore di Francia, il cui orientamento sessuale era stigmatizzato specialmente dalla Curia.

All’interno più d’uno lo attende alla svolta. Egli vuole rompere con il centralismo romano, sviluppare la collegialità, rendere alle conferenze episcopali la loro parte di autorità dottrinale, promuovere l’introduzione della cultura nella liturgia. Di che scompigliare l’unità della sua Chiesa. Ora, egli ha già 78 anni… E la Curia, un universo che gli era ignoto, oppone una bella resistenza. «Vi si rompe i denti», osserva Pierre de Charantenay. «L’aratro si è bloccato in un terreno difficile». Per la famiglia Francesco si appella a «un miracolo». E d’altronde per il momento nulla dice che questo papa che dà fastidio riuscirà.

(1) Le pape reprend ici une expression de l’un des Pères de l’Eglise, Basile de Césarée, un ascétique précurseur du christianisme social.
(2) Bill McKibben, « The Pope and the planet », The New York Review of Books,13 août 2015.
(3) Pape François, Loué sois-tu. Lettre encyclique Laudato si’ sur la maison commune, disponible en France chez plusieurs éditeurs (Bayard, Cerf, Artège, Salvator, etc.), de 3 à 4,50 euros, et gratuitement sur Internet.
(4) « Naomi Klein prend fait et cause pour l’encyclique du pape », 2 juillet 2015 ; « Nicolas Hulot : “Le pape François sacralise l’enjeu écologique” », L’Obs, Paris, 28 juin 2015 ; « Edgar Morin : “L’encyclique Laudato Si’ est peut-être l’acte I d’un appel pour une nouvelle civilisation” », La Croix, Paris, 22 juin 2015.
(5) « Que penser des positions du pape sur l’économie ? », La Croix, 24 juillet 2015.
(6) Paul VI, inspirateur du pape François, Editions Salvator, Paris, à paraître le 24 septembre 2015.
(7) Le nombre des Etats avec lesquels le Saint-Siège entretient des relations est passé de 49 en 1963 à 84 en 1978. Il est actuellement de 180. L’Afghanistan, l’Arabie saoudite, la Chine, la Corée du Nord et le Vietnam comptent parmi la quinzaine de pays avec lesquels il n’en entretient pas.
(8) Philippe Chenaux, Paul VI, Editions du Cerf, Paris, 2015.
(9) « Les quinze maux de la curie, selon le pape François », Le Monde, Paris, 23 décembre 2014.
(10) Sur les 113 cardinaux-électeurs qui ont choisi François en mars 2013, 59 étaient européens dont 28italiens.
(11) Bernadette Sauvaget, Le Monde selon François. Les paradoxes d’un pontificat,Editions du Cerf, Paris, 2014.
(12) Juan Carlos Scannone, Le Pape du peuple. Bergoglio raconté par son confrère théologien, jésuite et argentin, entretiens avec Bernadette Sauvaget, Editions du Cerf, 2015.
(13) « “Mientras viva Ratzinger, no es bueno que Francisco me reciba en Roma” », El País, Madrid, 23 juillet 2013.
(14) Chez les jésuites, il avait été auparavant, entre 1973 et 1978, sous l’ère du général Jorge Rafael Videla, jeune provincial (patron) de la Compagnie de Jésus de son pays. Une polémique, non étayée, l’accuse d’un manque de fermeté vis-à-vis de la dictature.
(15) « L’internationalisme catholique », Diplomatie. Les grands dossiers, n°4, Paris, août-septembre 2011.
(16) Intervention de Jorge Mario Bergoglio devant les congrégations générales précédant le conclave l’ayant élu pape, le 13 mars 2013. Le texte, censé rester secret, a été diffusé quelques mois plus tard, avec l’accord du pape, par le cardinal Jaime Ortega, archevêque de La Havane.
(17) Lire Peter Hebblethwaite, « Le rêve polonais d’une chrétienté restaurée », Le Monde diplomatique, mai 1998.
(18) Sondage Gallup, 22 juillet 2015.
(19) « In fiery speeches, Pope renews critiques on excesses of global capitalism »,International New York Times, Paris, 13 juillet 2015.
(20) « Jeb Bush joins Republican backlash against Pope on climate change », The Guardian, Londres, 17 juin 2015.

La nuova Syriza: una nota importantissima di Yiannis Bournos

Pubblico sul mio blog questa nota dell’amico e compagno Yiannis Bournos, responsabile Esteri di Syriza. Ritengo le posizioni qui contenute un vero e proprio spartiacque, che stabilisce con chiarezza qual è il profilo e la proposta politica di Syriza dopo la scissione subita. Condivido integralmente la nota e penso – come scrivo da tempo – che le linee che traccia (in particolare rispetto al tema dell’Europa e del rapporto tra la politica, l’alternativa e il governo) debbano essere parte essenziale della prospettiva intorno a cui deve nascere la nuova Sinistra nel nostro Paese.

 

NOTA SUI RECENTI SVILUPPI POLITICI IN GRECIA
A tutti i partiti della Sinistra Europea
A tutti i partiti di sinistra e progressisti, amici e fraterni

Atene, 26 agosto 2015

Cari compagni e amici,

il 20 agosto il primo ministro greco, il compagno Alexis Tsipras, in un discorso alla nazione ha annunciato le sue dimissioni e ha chiesto al Presidente della Repubblica di avviare il processo costituzionale per le elezioni anticipate (da tenersi possibilmente il 20 settembre). Lo stesso giorno il compagno Tsipras si è recato dal Presidente della Repubblica greca Pavlopoulos e ha ufficialmente rassegnato le sue dimissioni.

Il giorno dopo, 25 membri del gruppo parlamentare di Syriza (la maggior parte dei quali appartenenti alla “Piattaforma di Sinistra di Syriza”) hanno ufficialmente dichiarato di formare un nuovo gruppo parlamentare e un nuovo partito con il nome di “Unità Popolare”, guidato da Panagiotis Lafazanis, ex ministro della Ricostruzione produttiva. Nello stesso giorno, altri quattro parlamentari di Syriza hanno dichiarato di voler essere indipendenti.

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Appello di Syriza: l’Europa al momento della verità

Appello di Syriza- l’Europa al momento della verità

Dopo quasi quattro mesi di intense trattative, abbiamo raggiunto il momento della verità per il nostro progetto comune europeo. Il governo guidato da Syriza fa del suo meglio per raggiungere un accordo onorevole con i suoi partner europei e internazionali, che rispetti sia gli obblighi della Grecia come stato-membro europeo, sia il mandato elettorale del popolo greco.
Il governo guidato da Syriza ha già avviato una serie di riforme che affrontano la corruzione e la diffusa evasione fiscale. Ha tirato le redini della spesa e il gettito fiscale riscosso supera le aspettative, raggiungen- do un avanzo primario di bilancio di 2,16 miliardi di euro (gennaio-aprile 2015), di gran lunga al di sopra della stima iniziale di un deficit 287m. Nel frattempo, la Grecia ha onorato tutti i debiti solo con le proprie risorse – un caso unico tra le nazioni europee dal momento che ogni erogazione di fondi è stata tagliata dall’agosto del 2014.
sono passati Quattro mesi di estenuanti trattative, in cui i creditori  della Grecia hanno sistematicamente insistito per costringere il governo guidato da Syriza a mantenere esattamente come era il programma di austerità, respinto dal popolo greco con le elezioni del 25 gennaio.
L’asfissia di liquidità, orchestrata dalle istituzioni, ha portato ad una situazione critica per le finanze del nostro paese, il che rende insostenibile il pagamento delle obbligazioni di debito in arrivo.
Il governo greco ha fatto del suo meglio per raggiungere un accordo, ma le linee rosse – avendo a che fare con sostenibili e non irrealistici avanzi primari, il ripristino del contratto collettivo e il salario minimo, la protezione dei lavoratori-dai licenziamenti di massa, la salvaguardi  dei salari, le pensioni e il sistema di sicurezza sociale da ulteriori tagli, l’arresto delle privatizzazioni “a prezzi stracciati” ecc- -devono essere rispettate. La sovranità popolare  e il mandato democratico devono essere rispettati.  La pazienza del popolo greco e la sua buona volontà di non devono  essere scambiate per volontà di cedere ad un ricatto senza precedenti.  La Democrazia europea sta per essere soffocata.
Il momento è cruciale; è necessaria la volontà  politica da parte dei nostri partner europei per superare la attuale situazione di stallo. Questa lettera non è solo un appello alla solidarietà, si tratta di una richiesta di rispetto soprattutto dei valori europei.
In questo quadro, SYRIZA fa appello a tutti i soggetti progressisti e democratici, sociali e politici, che comprendono che la lotta della Grecia non si limita all’interno dei propri confini nazionali, ma costituisce una lotta per la democrazia e la giustizia sociale in Europa.
In questi momenti critici, chiediamo atti di solidarietà sociali e politici, che vanno dall’organizzazione di manifestazioni e campagne di sensibilizzazione in tutta Europa, a iniziative istituzionali nei parlamenti locali, regionali e nazionali, dichiarazioni personali o collettive di sostegno agli sforzi della Grecia per una svolta del paradigma europeo da una disastrosa austerità ad un nuovo modello di crescita sostenibile.
Il vostro sostegno è di estrema importanza, non solo per il popolo greco, ma per il destino dell’idea europea. Con i nostri migliori saluti,
Tasos Koronakis
Segretario del Comitato Centrale del SYRIZA

“Cosa farà il Giappone?”

C’è una lettera di Antonio Gramsci a cui penso spesso. È del 1928 ed è indirizzata a Giulia. In quella lettera Gramsci ricorda un operaio che diversi anni prima, dopo l’uscita dal lavoro, passava ogni sera nel suo ufficio. Spesso gli diceva: “Non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero: cosa farà il Giappone?”. Era ossessionato dal Giappone, di cui – continua Gramsci – “nei giornali italiani si parla solo quando muore il Mikado o un terremoto uccide almeno 10.000 persone”. Il Giappone di Gramsci, la sua ossessione, era il mondo, “il quadro sistematico delle forze del mondo” ma anche e allo stesso tempo la vita reale e quotidiana dei suoi figli, che ovviamente la reclusione in carcere gli impediva di vedere crescere.

Ma non soltanto quella dei suoi figli. Anche quella di chiunque altro, nell’insieme. Perché tutto si teneva, tutto si doveva tenere: “i libri e le riviste danno solo idee generali […] ma non possono dare l’impressione immediata, diretta, viva, della vita di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di singole persone reali, senza capire i quali non si può neanche capire ciò che è universalizzato e generalizzato”.

Perché ricordo queste righe?

Perché o la Sinistra italiana torna a sentire come un assillo il proprio Giappone – dalla vita di Pietro al mondo – oppure è defunta, cacciata dalla realtà, dal consenso.

Abbiamo bisogno di studiare di più, di alzare lo sguardo e guardare lontano, per non ridurre la politica alla gestione dell’ordinario, del contingente.

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Europorcellum da cambiare

Europorcellum da cambiare (repubblica, 8.01.2013)
Barbara Spinelli
 
Ancora non sappiamo come reagiranno i cittadini europei e italiani, il 22-25 maggio quando si voterà per il nuovo Parlamento dell’Unione – se diserteranno le urne, se si interesseranno ai propri rappresentanti in Europa – ma sin da ora sappiamo una cosa: per la prima volta, nella crisi che ci assilla, parlano e decidono i popoli, e non più solo le troike, la Banca centrale, ancor peggio il Fondo monetario.
 
Sarà la prima occasione, per loro, di respingere oppure approvare quel che è stato fatto sinora, di mandare in Parlamento deputati in cui credere. A governare la crisi ci sono anche i cittadini.
 
Dicono i disillusi che non conta nulla, il Parlamento di Strasburgo. Che non vale la pena mettere la scheda nell’urna, visto che ogni nodo è sgrovigliato altrove: da mercati senza obblighi, dai banchieri centrali, da un rapporto di forza tra Stati che reintroduce nel continente il vecchio equilibrio di potenze, con le sue disparità e i suoi conflitti. Vale la pena invece, perché altri strumenti democratici non esistono nell’Unione, e perché i poteri dei suoi deputati sono tutt’altro che irrilevanti. 
 
Delle leggi attuate negli Stati, l’80 per cento è co-deciso dal parlamento che abbiamo in comune. È sempre lui a censurare o appoggiare la Commissione, la sua capacità o incapacità di governare in nome di tutti. È del tutto illogica la condizione in cui ci troviamo: proprio oggi che il parlamento ha più ascendente, le politiche europee si fanno contro i popoli o scavalcandoli. È quel che accade di solito nelle guerre. Votare è l’occasione per dire che la crisi non va omologata a una guerra o a una peste.
 
Tanto più essenziale è sapere come voteremo: con quale legge elettorale, dunque con quali speranze di essere ascoltati e di contare, senza discriminazioni. La questione della rappresentatività democratica fu cruciale nell’Europa liberata dal nazifascismo, dopo due guerre mondiali. Lo ridivenne dopo l’89, quando a Est caddero le dittature comuniste. La crisi vissuta come stato di eccezione e di guerra crea uno scenario analogo. Uscirne con i pareggi di bilancio è come rendere più funzionali gli eserciti, quando si tratta di ritrasformare i soldati in cittadini. 
 
Ogni ripristino della democrazia esige l’elezione di parlamenti costituenti, che riscrivano le Carte e limitino poteri divenuti esorbitanti. Ogni democrazia rifondata prescrive istituzioni che rappresentino tutti, quindi leggi elettorali sostanzialmente proporzionali. L’Italia decise questo, dopo il fascismo. Il proporzionale fu giudicato il più democratico, il più adatto a eleggere nel ’46 l’Assemblea costituente: nella ricostruzione, dovevano pesare tutte le forze estromesse dal Ventennio.
 
Non così in Europa e soprattutto non in Italia (i 28 paesi hanno leggi elettorali diverse: un’assurdità). Il pericolo, da noi specialmente acuto, è che nel parlamento comunitario siedano solo i partiti più agguerriti. Una soglia di sbarramento asfissiante, del 4%, rischia di vanificare il grande esercizio di democrazia che saranno le elezioni di maggio: escludendo partiti piccoli o movimenti nati durante la crisi, smobilitando moltissimi elettori. La barriera che smista e seleziona è un marchingegno inventato per favorire potentati o cricche di eminenti. Per estendere a Strasburgo le Unioni Sacre che nei singoli Stati gestiscono lo squasso. È proprio quel che vogliono gli oligarchi nazionali, e se si eccettua qualche voce di Green Italia, pochi protestano. La parola d’ordine è: tagliare le ali a rappresentanze alternative, continuare a ignorarle. Fingere democrazia, e intanto deturparla.
 
La propensione oligarchica ha una storia lunga in Italia. Nel ventennio berlusconiano si è accentuata, ed è la stoffa delle grandi o piccole intese. Non a caso la barriera del 4% è frutto di un surrettizio accordo al vertice, stipulato nel 2009 tra Veltroni, allora leader del Pd, e Berlusconi. Il governo Prodi era stato appena affossato e la decisione fu presa quasi di nascosto, senza consultazione alcuna con altri partiti. Nacque quel che fu chiamato europorcellum: una legge truffa simile a quella tentata nel 1953. Lo scopo: armare i forti, disarmare i piccoli (Vendola, Rifondazione, radicali, Verdi, Storace). La giustificazione: garantire l’efficienza e la governabilità a scapito della democrazia. Fassino disse, all’epoca: va evitato lo sbarco di “un’armata Brancaleone a Strasburgo”. La menzogna della stabilità – il quotidiano Wall street journal l’ha definita il 24 novembre “stabilità dei cimiteri” – cominciava a espandersi geograficamente.
 
La campagna elettorale europea era alle porte, e in poche settimane il vecchio proporzionale fu abolito. La trattativa iniziò nel gennaio 2009, e la nuova legge con la soglia fu varata il 20 febbraio dal parlamento italiano, tre mesi circa prima del voto. Questo significa che deliberazioni di tale portata possono esser prese ancora una volta, se solo si vuole. C’è tempo di abolire anche in Europa il porcellum, come imposto dalla Consulta per le elezioni italiane.
 
La cosa più sorprendente è che la battaglia contro le leggi truffa, nell’Unione, è giudicata vitale non dai paesi piccoli ma da quello più forte: la Germania. È uno dei paradossi dei tempi presenti: lo Stato che con maggiore prepotenza esige austerità è simultaneamente il più allarmato dal deficit democratico europeo, il più sensibile alle regole dello stato di diritto. In favore di una legge proporzionale, e di un Parlamento sovranazionale più rappresentativo, è addirittura scesa in campo la Corte costituzionale, con una sentenza emessa il 9 novembre 2011 che giudica incostituzionale la soglia tedesca di sbarramento (in Germania era più alta che da noi: il 5%). Due princìpi della Legge Fondamentale erano violati, secondo i giudici di Karlsruhe: l’uguaglianza fra cittadini-elettori, e l’opportunità data a tutti i partiti di concorrere alla democrazia delle istituzioni europee. Il parlamento nazionale ne ha preso atto, e pur non abolendo la barriera l’ha portata al 3%. Molte associazioni cittadine ritengono che non basti, e hanno fatto ricorso. La Corte si pronuncerà in quest’inizio 2014.
 
L’argomento dei giudici tedeschi è impeccabile, e in Italia andrebbe meditato al più presto. Nell’Unione “non c’è ancora un governo vero e proprio”, che esiga maggioranze parlamentari stabili, continuative. Non può aprirsi un divario, fra rappresentatività e governabilità. Senza la soglia del 5, sostengono i giudici tedeschi, i partiti europei aumenterebbero di poco, e il funzionamento del Parlamento non verrebbe debilitato da armate Brancaleone. 
 
Purtroppo solo la Corte di Karlsruhe si occupa della vera attualità europea: lo stravolgimento delle democrazie costituzionali ad opera della crisi economica e sociale. Lo fa spesso per difendere interessi solo nazionali: per frenare solidarietà europee troppo costose per i connazionali. Ma il dramma della democrazia amputata è pensato con costanza, e a fondo. In Italia è ignorato dai partiti dominanti. La divaricazione fra democrazia ed efficienza è voluta e comunque data per scontata. 
 
Con la soglia di sbarramento, il parlamento di Strasburgo si aprirà solo a una parte di italiani: a chi vota centrosinistra, destra, 5 Stelle, e alcuni altri. Significativamente sono esclusi coloro che vorrebbero cambiare l’Europa, e non condividono né le grandi coalizioni sinistra-destra né le disordinate risposte di 5 Stelle ai mali dell’Unione.
 
Cambiare l’europorcellum è non solo necessario, ma possibile. Si dirà che è troppo tardi. Abbiamo visto che è una fandonia: l’accordo Veltroni-Berlusconi divenne legge in un mese. Se Renzi e Grillo fanno sul serio quando reclamano più democrazia in Europa, hanno tutto il tempo per darci una legge all’altezza della strana disfatta, dal sapore bellico, in cui la crisi ci ha gettati

 

Euro al capolinea?

Euro al capolinea?

Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo

C’è una linea sottile tra l’avere torto ed essere dei visionari.
Sfortunatamente per vederla si deve essere dei visionari”
(Sheldon Cooper, The Big Bang Theory)

Il libro di Alberto Bagnai (Il tramonto dell’euro. Come e perchè la fine della moneta unica salverebbe salverebbe democrazia e benessere in Europa, Imprimatur , Roma 2012) è un libro utile sia lo si condivida nelle sue tesi di fondo sia, come nel nostro caso, pur apprezzandone i meriti, si abbiano su punti chiave opinioni diverse.

Il libro è utile in primo luogo perché rappresenta uno sforzo divulgativo di alto livello; ciò consente a molti di potere comprendere il merito di complesse questioni economiche e di potere quindi partecipare a una discussione, sulle sorti dell’Italia, che si vuole ristretta a minoranze tecnocratiche.

In secondo luogo perché è tra i primi, e altrettanto sicuramente lo fa con massima radicalità, che da noi pone la questione della dissoluzione dell’unione monetaria, e propone seccamente l’uscita dall’euro: una posizione che in varia forma ha preso il largo, e oggi molti, in un modo o nell’altro, vi aderiscono, senza avere forse il coraggio dell’estremismo della tesi di Bagnai. Tesi discussa, da almeno due – tre anni, da altri economisti non ortodossi italiani (tra gli altri, Bellofiore, 2010), e comunque ben presente nel dibattito tra gli economisti a livello internazionale. I dubbi sulla sostenibilità dell’euro risalgono per altro alla sua stessa nascita. (Gaffard, 1992; Grahl, 1997; in tempi più recenti Vianello, 2013, e per un inquadramento generale Toporowski 2010 e Wray 2012)

Non era difficile, in verità, predirlo. Durante la fase del cosiddetto SME credibile (dal 1987 agli inizi del 1992), con cambi fissi fra le valute aderenti, situazione allora vista come una sorta di antipasto della moneta unica, le contraddizioni si andarono accumulando sino all’esplosione.

Prima di passare alle nostre osservazioni critiche vanno messi nella dovuta evidenza i punti importanti che il libro mette in luce.

Dice innanzi tutto una cosa sacrosanta. Ogni economia vive di debito. Può essere il debito che l’imprenditore schumpeteriano ottiene dall’autentico banchiere che scommette su di lui, e che si vede ormai poco in giro. Anche il debito pubblico ha i suoi meriti. Basta vedere come nella crisi, benché tutti parlino male del debito pubblico, anche quando la crisi si dice provenga dalla crisi della finanza pubblica, nell’incertezza la caccia è innanzi tutto ai titoli di debito pubblico. Dopo di che giustamente Bagnai dice, attenzione che il debito privato è più rischioso e pericoloso del debito pubblico, e aggiunge, ancora a ragione, il vero problema è il debito estero.

E’ evidente che se c’è un debito c’è un credito. I bilanci dei macro-operatori – il settore privato, il settore pubblico ed il settore estero – sono connessi tra di loro, e tutti e tre insieme danno un saldo nullo. Se, per esempio, il settore estero fosse in pareggio, e se ci fosse un surplus del settore privato, ci deve essere un corrispondente deficit del settore pubblico. Se l’area dell’eurozona avesse un bilancio con l’estero pari a zero (ed è stato grosso modo così fino a un paio d’anni fa, ora il saldo è in leggero attivo), allora, perché ci sia un avanzo del settore privato, questo richiederebbe un bilancio negativo dell’operatore pubblico. Da questo punto di vista, si deve dire, i movimenti per il non pagamento del debito commettono spesso un errore elementare, si dimenticano che non pagare il debito vuol dire non pagare il creditore, ed è rilevantissimo a questo punto chi sia il creditore, e se sia possibile discriminare i creditori; tra i creditori dello stato vi sono spesso famiglie di classe media, non particolarmente ricche. La crisi dell’Europa, come altrove, non è affatto una crisi del debito pubblico ma è semmai una crisi del debito privato scaricata sulle finanze dei governi.

Il terzo punto importante – ed è questo, a noi pare, il fuoco del discorso di Alberto Bagnai – è l’attenzione prevalente, qualche volta addirittura esclusiva, al bilancio con l’estero, cioè alla bilancia dei pagamenti, ma forse più ancora alla bilancia delle partite correnti, e forse più ancora alla bilancia commerciale.

Indubbiamente, si tratta di un punto di vista importante per capire cosa sta succedendo in Europa, e nell’eurozona. Alcuni di noi – Bellofiore, assieme a Joseph Halevi – lo sostennero nel 2005 per un convegno di economisti italiani eterodossi, i quali ritenevano all’epoca che il problema cruciale fosse il Patto di Stabilità e la proposta da farsi la stabilizzazione del disavanzo dello stato. Noi lo vedevamo piuttosto come un’imposizione di natura prettamente politica, tant’è che fu infranto a ripetizione senza che ne subissero conseguenze paesi come la Germania e la Francia, e ritenevamo che i problemi strutturali richiedessero nel medio-termine di concordare, o imporre, un aumento del rapporto disavanzo/PIL in una logica di piano del lavoro. La questione dei disavanzi di partite correnti è sicuramente cruciale per comprendere come si configurano le relazioni tra nazioni e aree regionali in questo continente. Dopo un paio d’anni il tema degli squilibri commerciali interni all’eurozona è entrato nell’orizzonte degli economisti critici prendendosi la rivincita, perché quegli squilibri sono a questo punto diventati per loro il problema, attribuito per di più sic et simpliciter alla moneta unica; come più avanti argomenteremo meglio, questa tesi, che sembra condivisa da Bagnai, a noi pare una semplificazione eccessiva, come hanno ben messo in evidenza, in un loro recente saggio, Simonazzi (et al. 2013)1.

Alberto Bagnai nel suo libro disegna molto bene la situazione squilibrata dell’economia europea, per cui c’è un’area, grosso modo il Centro Nord, in attivo sistematico, difeso ferreamente, e c’è l’area dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna e Grecia), il Sud Europa più l’Irlanda, che invece è in passivo. Bagnai quasi identifica la prima area con la Germania, si tratta invece della Germania con i suoi “satelliti”, una cosa un po’ diversa ora che anche quel blocco sta disgregandosi. E’ vero comunque che ereditiamo una divisione dell’Europa in due blocchi, da un lato quelli che esportano più di quanto importano, non solo all’esterno ma anche all’interno dell’area, e dall’altro quelli che importano più di quanto esportano. Tra i satelliti vi erano, almeno fino a poco tempo fa, l’Olanda, il Belgio, cui si aggiungevano la Svizzera e la Danimarca, che però stanno fuori dall’euro, vi erano poi l’Austria, la Finlandia, e ancora la Svezia che è fuori dall’euro. Bagnai chiarisce gli effetti devastanti di questa frattura, come questa divisione in due esistesse prima della nascita dell’euro, come sia stata aggravata dalla moneta unica.

Un quarto punto, infine, è il giusto rilievo dato da Bagnai al divorzio Tesoro-Banca Centrale del 1981, come un vero e proprio spartiacque nella storia italiana recente. Tale decisione – il divieto per la Banca centrale di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro e il ricorso quindi, senza salvagenti, al mercato finanziario per finanziare lo Stato, con il conseguente aumento vertiginoso dei tassi d’interesse – è, infatti, assimilabile alla controrivoluzione reaganiana e thatcheriana. Un evento catastrofico nelle sue conseguenze, all’origine dell’esplosione del debito pubblico, un segno del cambio di regime, assieme alla sconfitta alla Fiat nel settembre-ottobre 1980, che sanzionò la svolta nei rapporti di forza tra le classi, nel senso che “chiuse” i primi conti di una strategia di normalizzazione iniziata a metà degli anni Settanta, aprendo così la nuova fase.

Le nostre osservazioni critiche riguardano in primo luogo la storia dell’esperienza dell’euro come è ricostruita da Bagnai. Prima è utile ricordare che nell’analisi e nella proposta di Bagnai un concetto cardine, assieme all’indipendenza o meno della Banca Centrale, è la sovranità monetaria ed è per lui il criterio con cui analizzare le diverse fasi della storia economica italiana recente: prima e dopo la perdita della sovranità monetaria, a causa dell’adesione all’euro, e, durante le diverse fasi della partecipazione allo SME.

La differenza di valutazione nasce da una diversa idea dell’unità d’analisi necessaria a comprendere quanto è accaduto. Il discorso di Bagnai è spesso troppo rinchiuso nel contesto dell’eurozona, per di più con una opposizione troppo secca tra la Germania e il resto dei paesi. L’Europa sta nel mondo.

La storia dell’esperienza dell’euro, che va divisa tra il periodo degli albori (1999-2002) e poi la fase di realizzazione (2003 – 2013), appare in questa prospettiva alquanto diversa. Il disegno della moneta unica è un progetto francese, non tedesco. E’ un progetto costruito nel mondo di prima, non la risposta alla caduta del muro. L’idea dietro il trattato di Maastricht la superiorità del capitalismo europeo- continentale contro quello USA, salta in aria tra il 1992 e il 1993 proprio a causa della caduta del muro. Come l’Araba Fenice, è risorta dalle sue ceneri qualche anno dopo per più motivi, tra i quali la relativa debolezza (allora) della Germania e il grande rilancio egemonico del capitalismo USA2. Ciò che bisogna capire è che gli anni Novanta sono un decennio in cui la Germania è rivolta al suo interno, e patisce una qualche debolezza verso l’esterno, e ha dovuto accettare una moneta unica “larga” e non “stretta”, come probabilmente nelle sue intenzioni, cioè comprendente soltanto i suoi satelliti, ed eventualmente la Francia. Costretta a cedere, la Germania ha agito come sempre, dal Trattato di Maastricht alla crisi più recente: “scambiando” ogni passo in avanti verso una unione monetaria più integrata, con la previa imposizione di vincoli stretti sulla finanza pubblica (allora furono, prima i parametri sulla finanza pubblica, poi il Patto di Stabilità, negli anni a noi più vicini il Fiscal Compact). Salvo essere lei stessa, sinora, a infrangerli – non si dimentichi che la stessa ripresa ormai evanescente dell’economia tedesca degli anni più recenti è dovuta in primis a (intelligenti) politiche attive di disavanzo keynesiano in risposta alla crisi del 2008.

Perché andò in questo modo? L’euro riparte perché negli anni Novanta gli Stati Uniti diventano di nuovo un traino dell’economia mondiale, nelle forme contraddittorie della new economy. Sono anni in cui i tassi di interesse, oltre che l’inflazione, declinano, mentre i tassi di crescita degli Stati Uniti forniscono sbocchi alle economie neomercantiliste, come quella tedesca e italiana. In occasione del primo decennio della moneta unica, un attimo prima che la crisi investisse l’Europa, nel 2008, si sono sprecate le iniziative e gli articoli che ne celebravano il successo. Al di là di crederci o non crederci va spiegato per quale motivo la moneta unica è parsa, fino alla crisi, un modello di successo, e per quale ragione l’area europea sia poi sprofondata nella crisi. La nostra tesi, a differenza di quella di Bagnai, è che l’elemento scatenante non sia affatto riconducibile alla bizzarra costruzione dell’euro, per le sue contraddizioni (che ci sono). Non sono stati gli squilibri commerciali, e neanche quelli della finanza pubblica. E’ stata una crisi importata dall’esterno, un rimbalzo violento della crisi globale nata negli Stati Uniti. Una grande crisi del capitalismo. Questo segna una novità enorme. Noi parliamo di una crisi dell’Europa e dell’euro dentro una crisi finale del neoliberismo, cioè dentro una crisi lunga, di quelle che segnano uno spartiacque tra una fase e l’altra del capitalismo: e noi siamo nel bel mezzo della transizione, senza poter intravedere lo sbocco. Ogni parallelo tra un’eventuale uscita dall’euro e svalutazioni precedenti, che è l’argomento centrale di Bagnai sul perché e sul come bisogna uscire dall’euro, è inficiato anche solo per questa considerazione.

La crisi europea non nasce dall’interno, nasce dal crollo del modello di capitalismo anglosassone, il cui centro sono stati gli USA, basato sul consumo a debito e su un certo tipo di finanza. E’ quel modello che ha consentito ai modelli neomercantilisti, che fanno profitti dalle esportazioni nette, di prosperare, trovando sbocchi alle proprie merci. Le due cose vanno in qualche modo legate, e qui il libro ha un buco, non lo fa, ed è un limite non da poco. Non si può replicare che è un’obiezione illegittima, un parlare d’altro. Si parla della cosa stessa.

Infatti, il progetto dell’euro e il suo concreto svolgimento, contraddizioni comprese, sono difficilmente comprensibili senza riferirsi all‘economia reale, all’obiettivo cioè, prima francese, coi campioni settoriali governati politicamente, poi tedesco, con la selezione naturale per via di mercato e di capacità innovativa, di costruzione di un unico capitalismo europeo industriale e manifatturiero che privilegiasse le esportazioni. L’assunto implicito di tale scelta era che la globalizzazione in concreto significasse l’inizio di una guerra commerciale globale per conquistare i nuovi mercati emergenti, nel mentre si doveva consolidare il mercato interno europeo come il “cortile di casa” di questo nuovo capitalismo europeo. Un cortile di casa il cui obiettivo strategico era quello di posporre ogni altra considerazione alla competitività delle sue industrie con una discriminazione interna, verificata sia dalla capacità di ciascuna impresa di occupare il mercato interno che quello globale. In questa prospettiva le bilance commerciali sono sì un indicatore chiave, ma un indicatore, appunto, di una gigantesca e continua ristrutturazione industriale e di ridefinizione del potere di mercato delle singole imprese, non solo in Europa ma a livello globale. In questa prospettiva neomercantilistica e di forzatura sulla competitività si capisce meglio come il destino dell’euro sia fortemente dipendente dall’economia globale, più specificatamente dal livello di sovrapproduzione relativa sia a livello globale sia tra le aree geopolitiche; in questa partita le scelte politiche e istituzionali delle autorità nazionali e sovranazionali hanno un peso rilevante.

Alberto Bagnai propone, con molta coerenza e con molta chiarezza, che è bene uscire dall’euro, senza se e senza ma. Il sottotitolo del suo libro recita: “come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa”. Per rispondere alle critiche a questa prospettiva, che non può non dar luogo a una subitanea svalutazione, per valutarne conseguenze e dimensioni, Bagnai ripercorre alcuni degli episodi passati di svalutazione del nostro paese. Lo fa però, di nuovo, quasi come se il quadro storico, il contesto generale e le scelte politiche e istituzionali non contassero. Non è così. La vicenda del cambio del nostro paese è più articolata, e piena di insegnamenti.

E’ utile partire da una crisi in cui la svalutazione non ci fu, la crisi del 1963-1964. Vigeva allora il sistema dei cambi fissi (benché aggiustabili) pattuito a Bretton Woods. Le lotte salariali, conseguenza del pieno impiego nel triangolo industriale seguita agli anni ruggenti del miracolo economico di fine Cinquanta-primissimi Sessanta, rovesciarono in un anno solo il rapporto salario-produttività dal 1950. Eravamo uno stato-nazione indipendente, con sovranità monetaria, e una Banca Centrale non autonoma dal Tesoro, condizioni ottimali nell’ipotesi di Bagnai. Il Governatore della Banca Centrale, malgrado ciò optò per una difesa strenua dei margini di profitto delle imprese per il tramite di una strategia inflazionistica, sostenendola con la tesi che alti profitti significavano alti investimenti, e per questo andavano ristabiliti. L’esito fu un passivo della bilancia commerciale (in verità erano andati in rosso anche i movimenti di capitale, per fughe illegali), che fu assunta come motivazione di una svolta a 180 gradi, verso una deflazione della quantità di moneta, e quindi una caduta degli investimenti, del reddito, dell’occupazione. I capitalisti italiani – questa purtroppo è una storia di lungo periodo e a nostro parere (che qui seguiamo Marcello De Cecco) all’origine delle traversie del nostro paese – hanno avuto un’incapacità di reagire a quel conflitto distributivo in un’ottica di qualche respiro.

A conferma di quanto dice De Cecco, è bene ricordare che, caduto il fascismo, la scuola liberale, sfruttando anche la scelta delle sinistre di lavorare per la ricostruzione del paese senza porre problemi di controllo statale dell’economia, attuò una politica liberista pura, unico paese del dopoguerra, senza porsi un problema di transizione, anzi “volendo consolidare i vecchi rapporti economico-finanziari, all’interno dei gruppi privati e fra tali gruppi e l’apparato statale” (Daneo 1975:155). L’Italia, infatti, spicca, tra i paesi europei destinatari del piano Marshall, per una politica economica a tal punto di rigorosa cautela da provocare le critiche dell’amministrazione americana dei fondi ERP (European Recovery Program). Insomma, nel mentre in Europa si sviluppava il piano Beveridge, in Inghilterra e il piano Monet in Francia, in Italia si attuava un riaggiustamento selvaggio secondo principi liberisti – un ritirarsi dello Stato – motivato dal fatto che la presenza dello Stato in assenza del controllo poliziesco sui lavoratori ed il sindacato era potenzialmente pericoloso. Si determina così un intreccio perverso tra liberismo, proclamato in chiave di controllo sociale, e politiche di freno alla crescita della base produttiva (nel 1946 la produzione industriale fu pari ad un terzo delle possibilità tecniche, Daneo, 1975: 155). La situazione divenne a tal punto ingovernabile – una iperinflazione fuori controllo – che nel ’46 si ebbe un parziale sblocco dei licenziamenti ed una tregua salariale la tregua salariale che aprì la strada, nel ’47, alla svolta deflattiva: la così detta stabilizzazione che si tradusse in una stagnazione produttiva rotta solo negli anni ’50 (Daneo, 1975).

Ciò che si vuole metter in luce è che l’uscita dal fascismo, riaprendo una sia pur timida, ipercentralizzata e fortemente controllata dalla convenienza politica, dinamica tra capitale e lavoro, spinge i gruppi dirigenti a respingere l’idea, affacciata da Togliatti, di un patto di solidarietà nazionale, cioè di una uscita lunga e regolata dalle distruzioni della guerra – come in Inghilterra e Francia -e dalla ingessatura fascista della società e dell’economia italiana. Liberismo significa liquidare l’ingerenza statale fascista e lasciare che il mercato si autoregoli ma, quando l’ipotesi naufraga nella iperinflazione, allora si dà inizio ad una ristrutturazione finanziata dallo Stato e dai fondi ERP (Daneo , 1975), in una ipotesi di rigorosa cautela, sfruttando la moderazione rivendicativa e salariale offerta per favorire la ripresa. L’idea che la rottura con lo stato fascista significasse introdurre i diritti sociali, in corso di affermazione in Inghilterra, veniva esplicitamente scartata; impressionante in uno scritto di Einaudi (1942), il brano riportata da Daneo (1975: 109):

anche là dove la macchina comanda, dove la concorrenza impone al massimo la divisione del lavoro, importa porre una diga, molte dighe al dilagare del livellamento (…) ponendo un limite al crescere delle città industriali.(…) Se anche ne andrà di mezzo una parte, forse grande, della moderna legislazione sociale di tutela universale e sulle assicurazioni in caso di malattie, disoccupazione, vecchiaia, invalidità, se anche ne usciranno stremate le organizzazioni coattive in cui oggi i lavoratori sono classificati [i sindacati], poco male. Anzi, molto bene, se così avremo ridato agli uomini il senso della vita morale, della indipendenza materiale e spirituale.i
Questo pensiero einaudiano ricorda niente?

Alla metà degli anni Sessanta vivemmo dunque una ristrutturazione senza investimenti. La ripresa dell’accumulazione della fine degli anni Sessanta fu dovuta in primo luogo ad un aumento selvaggio dell’intensità di lavoro, ben rappresentato in film come La classe operaia va in Paradiso. E’ da allora che si è imboccata la via della crisi della grande industria, e dello smantellamento di buona parte della nostra base industriale.

Il secondo grande episodio inflazionistico, in condizioni non poco diverse, è quello degli anni Settanta. Il sistema di Bretton Woods collassa tra il 1971 e il 1972, e l’Italia entra nel mondo dei cambi flessibili tra il 1972 e il 1973, dopo una presenza fugace nel serpente monetario. Gli aumenti di salario superiori agli aumenti di produttività furono accompagnati da una serie di svalutazioni tra il 1973 e il 1979. Quello che, con riferimento al 1974-1975, fu chiamato il processo di disinflazione dell’economia mondiale non fu un processo neutrale rispetto alle classi e non può essere letto solo in termini di economia nazionale. Si poteva scegliere tra diverse modalità e si scelse di fare precipitare ciò che in teoria (con i cambi fluttuanti, in particolare) avrebbe dovuto evitare, una prova di forza interna verso il movimento operaio e sindacale. (Biasco, 1979: 120-123)

Alberto Bagnai ne parla, ma a noi pare non ne chiarisca gli aspetti più significativi: importanti, perché il “successo” di quella manovra, se così lo si vuole chiamare, venne dal tipo particolare di svalutazione che fu praticata, e dal particolare contesto internazionale che la rendevano possibile. Il contesto internazionale era quello di un dollaro che tendeva alla svalutazione rispetto al marco. La scelta politica delle autorità di politica economica fu di agganciarci al dollaro, e dunque di svalutarci rispetto al marco, riducendo l’impatto negativo dal lato delle importazioni (dove la valuta significativa era per noi quella statunitense), massimizzando l’impatto positivo sull’esportazione (la nostra area principale di sbocco essendo al contrario l’area del marco).Ciò consentì di dare una mano alle imprese nel conflitto distributivo con i salari. Una svalutazione “differenziata” e non socialmente neutrale.

L’altra cosa di rilievo che ci pare assente nel libro di Alberto Bagnai è che le svalutazioni degli anni Settanta furono svalutazioni eccedenti quella che era stata l’inflazione passata, e la cosa non si ripeté successivamente. Per questa ragione negli anni Settanta le svalutazioni offrivano subito un vantaggio competitivo alle industrie italiane, cosa che non accadde più in seguito. Per Bagnai la possibilità di un rilancio produttivo a seguito di una inflazione guidata, come secondo lui, sarebbe possibile nel caso di un abbandono unilaterale dell’euro da parte dell’Italia, è un dato incontestabile. Non fu così allora.

Le imprese italiane, infatti, cosa fecero nella loro grande maggioranza? Fecero, mutatis mutandis, come negli anni Sessanta rispetto alla manovra prima inflazionistica e poi deflazionistica: accolsero con gratitudine l’aiuto, alzarono i prezzi, e si guardarono bene da un impiego del vantaggio competitivo che così era loro temporaneamente concesso per migliorare in modo strutturale e permanente sui mercati esteri, a differenza di ciò che fece ad esempio la Germania. E’ chiaro che una risposta di lungo periodo al conflitto distributivo sarebbe stata l’aumento della produttività attraverso una strategia di investimenti. Negli anni Settanta l’industria italiana usò invece la svalutazione non per aumentare le quote di mercato, ma per aumentare i prezzi, dissolvendone rapidamente i vantaggi senza lasciare un sedimento positivo permanente.

Nel 1976 ci fu un altro picco di svalutazione. Eravamo anche qui uno stato sovrano, con la propria Banca Centrale, non divorziata dal Tesoro. Non di meno dovemmo ricorrere all’FMI, che ci impose (a noi come alla Gran Bretagna) delle condizioni dure. La storia degli anni successivi fu dovuta anche a ciò, oltre alla circostanza che il Partito Comunista Italiano aderì alla politica di solidarietà nazionale. La svalutazione fu, da molti punti di vista, un’occasione persa. E un episodio della normalizzazione e ristrutturazione del “caso” italiano: per quello disegnata, per quello agita.

Gli anni Ottanta sono tutta un’altra storia, divisa per di più in due fasi, se non tre. Il periodo dal 1980 al 1987 è caratterizzato dal fatto che l’Italia, che è entrata nel Sistema Monetario Europeo, vive sì altre svalutazioni, ma queste ultime sono sempre inferiori all’inflazione passata, non consentono perciò alcun recupero del guadagno competitivo, e non permettono di conseguenza alle imprese di proseguire nella strategia accomodante sul terreno del salario. Secondo autori come Giavazzi e Pagano vi sarebbero dei vantaggi nel “legarsi le mani”. Si può così razionalizzare la scelta di aderire allo SME. La Banca d’Italia, in accordo con il Tesoro, era convinta che impedire svalutazioni “competitive” avrebbe imposto la ristrutturazione del sistema produttivo italiano (il che fu vero, ma in termini di puro adeguamento tecnologico, non di autentica innovazione, come sostiene a ragione Graziani, 2000). E si era per di più convinti, del tutto a torto, come Bagnai dimostra e come tutti dovremmo sapere, che in questo modo si costringeva lo Stato a spendere meno. La spesa sociale corrente iniziava a venire compressa, è vero, ma, al suo posto, cresceva la spesa per interessi, dato il forzato ricorso del governo al finanziamento sul mercato dei titoli, a causa del divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro avvenuta nel 1981, in un decennio di alto costo del denaro. L’aumento del rapporto debito pubblico/PIL è poi da attribuire in larga misura all’andamento del denominatore.

Un’altra cosa che va detta è che in questi anni la situazione del cambio marco-dollaro si è totalmente invertita nella prima metà degli anni Ottanta: è il dollaro che tende a rivalutare, mentre il marco tende corrispettivamente a svalutarsi. La politica della svalutazione differenziata non era più praticabile. C’è un interludio, 1985-87 (un interludio in cui cambia di nuovo la situazione globale sul terreno dei cambi). Dal 1980 al 1985 la lira godeva di una banda di oscillazione più larga di quella concessa agli altri aderenti all’accordo valutario, dal 1985 al 1987 rientra nella fascia ristretta. Si arriva così al periodo dello SME credibile, 1987-1992. Una cosa che va detta, e lo stesso Bagnai a un certo punto del suo libro la ricorda, è che non esiste il mercato libero dei cambi. I cambi sono sempre sporchi, la loro fluttuazione sempre manovrata. Francesco Farina, Adriano Giannola e Ugo Marani all’epoca sostennero, a ragione, che in quel periodo la lira fosse una valuta forte (tanto che premeva sulla fascia superiore, non quella inferiore della banda di oscillazione) perché la Banca Centrale manteneva il tasso d’interesse più alto di quanto sarebbe stato richiesto dalle altre condizioni dell’economia, incluso lo stato della finanza pubblica3. La ratio era, ancora una volta, quella di premere sulla ristrutturazione interna delle imprese e sulla compressione del disavanzo pubblico di parte corrente al netto degli interessi. E così dall’inizio degli anni ’90 che noi viviamo in un universo di avanzi primari del settore pubblico che si accumulano, senza sollievo alcuno della situazione.

In queste vicende ebbe un ruolo significativo l’accordo sulla scala mobile del dicembre del 1975 che tutelava il salario lordo della gran parte dei lavoratori al 100%. Ottima cosa, si dirà. Peccato che era entrato in vigore, da pochissimo, un sistema fiscale progressivo, per cui quando aumentavano i redditi monetari (per esempio i salari, causa l’inflazione elevata, a sua volta favorita dalla svalutazione), aumentava il prelievo fiscale, e dunque il salario reale al netto delle tasse cadeva anche se era tutelato al lordo. Quei soldi cosa sono andati a finanziare? Sono andati a finanziare la ristrutturazione dell’impresa privata, dentro il nuovo quadro di rapporti di forza che si andava delineando. A questo era servita la svalutazione di uno stato sovrano monetariamente.

Insomma, la storia della svalutazione, è una storia complicata: sempre segnata dal rapporto capitale-lavoro, dalle vicende dell’industria e delle banche, dalle scelte autonome di politica economica. E quando non c’era l’euro, l’imposizione si chiamava comunque vincolo esterno.

Arriva il 1992. Non fu una catastrofe, ci dice Bagnai. No, la svalutazione del 1992 non fu una catastrofe: se non per un soggetto. Non che si stesse bene prima (il declino dell’autonomia sindacale data dalla seconda metà degli anni Settanta, e aveva vissuto già gravi colpi come la Fiat o il referendum della scala mobile). Ma certo la pietra tombale sulla scala mobile, per quel poco che ne era rimasto, e l’inizio di una lunga lotta di svuotamento della contrattazione nazionale collettiva, hanno nel 1992 un anno di realizzazione e drammatica accelerazione.

Lamberto Dini, allora Direttore Generale della Banca d’Italia, al convegno dell’AIOTE (associazione degli operatori in titoli esteri) nel Giugno del 1993, invitò le imprese “a trasformare il margine offerto dal più basso valore della lira in un duraturo guadagno di competitività e di quote di mercato, piuttosto che in un effimero recupero di profitti” e definì la manovra come il raggiungimento di “una dinamica del costo unitario del lavoro che seguiti ad essere allineata a quella dei principali paesi concorrenti“, costruendo così i “capisaldi di un circolo virtuoso, che potrà coniugare aggiustamento della bilancia dei pagamenti, rientro dell’ inflazione e stimolo allo sviluppo. Ne conseguirà per l’economia la possibilità di beneficiare anche di una sostenibile tendenza al ribasso dei tassi di interesse reali e di un cambio stabile“. Se l’economia italiana “procederà lungo la strada intrapresa – disse Dini – quella del risanamento della finanza pubblica della moderazione nella dinamica dei redditi, potrà trasformare il trauma della svalutazione in una rinnovata occasione di crescita del prodotto e dell’occupazione”. Su questa base fu costruito l’accordo di concertazione del 1993, ma del circolo virtuoso non ci fu traccia e, dopo due anni, fonti sindacali4 già denunciavano la deriva di quell’accordo nella direzione di una riduzione drastica del peso del monte salari nel reddito nazionale.

Noi” riacquistammo allora la sovranità monetaria, dice Bagnai. Ma chi è quel “noi”. Il popolo italiano? Lo stato italiano? La svalutazione fece ripartire la piccola impresa (la grande impresa privata entrava in una crisi con pochi margini di respiro, quella pubblica venne di fatto svenduta), e certe regioni del paese. L’inflazione, è vero, non ripartì, perché i salari vennero compressi, complice la concertazione, e perché la torsione verso l’austerità divenne ora sistematica. Il riaggancio all’euro fu comunque dovuto alla ripresa della new economy, alla caduta esogena dei tassi d’interesse, al rallentamento dell’inflazione importata, e così via.

Non sapremmo trovare parole migliori su quella esperienza quelle che pronunciò Augusto Graziani nel 1994 ad un convegno sullo SME – parole che sono di monito a chi veda nell’uscita dall’euro e nella conseguente svalutazione una sorta di “salvezza”:

c’è un altro problema, cioè che questo ritorno a una politica della svalutazione come protezione delle esportazioni e della politica di sviluppo guidata dalle esportazioni è una politica che, da un lato, ha degli effetti diseguali dal punto di vista territoriale sullo sviluppo del nostro paese perché avvantaggia largamente le regioni della piccola e media impresa esportatrici, mentre penalizza tutte le altre regioni che non sono in grado di trarre vantaggio dalla svalutazione. E poi è, ancora una volta, una politica di sostegno all’industria, attraverso la svalutazione e non attraverso l’avanzamento tecnologico5.
Nel libro di Bagnai, non a caso, vi è un’assenza assoluta di analisi della struttura industriale ed economica europea, prima e dopo l’Unione Europea e la creazione dell’Euro, e delle ragioni geopolitiche, oltre che economiche, del modificarsi dei rapporti interni all’area dei paesi aderenti all’Unione Europea. Analisi, queste, che sono essenziali per spiegare il perché del successo della politica neomercatilista tedesca e la direzione dei processi di ristrutturazione messi in moto dalla nascita dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria Europea (Bellofiore, 2013; Simonazzi, et al, 2013, Bellofiore e Garibaldo, 2011, Garibaldo et al., 2012). In questa prospettiva analitica gli aspetti qualitativi della produzione e il posizionamento relativo dei settori chiave dei singoli paesi nella divisione del lavoro globale e interna all’Unione Europea acquistano un carattere discriminante nel giudicare i margini odierni di una classica manovra di inflazione/svalutazione; di qui i dubbi espressi da Simonazzi (et al, 2013: 670-673) sul fatto che manovrando solo le leve macroeconomiche senza mettere mano a scelte di politica industriale e di politica sociale e del lavoro si possa uscire dalla drammatica situazione attuale.

Il secondo gruppo di obiezioni che facciamo al libro di Bagnai riguarda il ruolo delle tecnocrazie sovranazionali, la BCE in Europa ad esempio, e nazionali, la FED negli USA e quello delle autorità politiche, ad esempio il governo Abe in Giappone. Queste autorità hanno un mandato manifesto, definito per legge, ma anche spesso un’agenda non manifesta, una strategia che discende non solo da una valutazione della realtà ma da un progetto d’intervento trasformativo della realtà.

Proviamo, per esempio, a prendere sul serio Mario Draghi quando dice – in un discorso a Londra del luglio dell’anno scorso – che lui farà whatever it takes per evitare la dissoluzione della moneta unica – al che fa seguire, un po’ come in un film di Scorsese, la battuta “e vi assicuro, sarà abbastanza”. Una cosa a cui nel libro non si presta adeguata attenzione è l’entità del cambiamento istituzionale nell’eurozona, a partire dalla Banca Centrale Europea, almeno dopo Lehman Brothers, cioè dopo il settembre 2008, già con Trichet e poi ancor di più con Draghi. Gli economisti e gli analisti sociali critici, come noi, sono bravissimi a rivelare la massa di contraddizioni delle istituzioni europee in un momento dato, e a dedurne (prendendo a questo punto quel contesto istituzionale come un dato) le catastrofi prossime venture. Solo che quelle contraddizioni medesime, con le crisi che esse stesse provocano, impongono, come dice Soros con la teoria della riflessività, il cambiamento, e quel cambiamento sospende per un po’ la crisi, e la catastrofe viene rimandata. Non succede per caso, o reattivamente. E’ parte della strategia di Draghi, e non solo.

Il meccanismo che Mario Draghi ha costruito tra luglio e settembre dell’anno passato la Outright Monetary Transaction – la promessa di un acquisto illimitato di titoli di stato sul mercato secondario, condizionata alla richiesta esplicita degli stati e, in buona misura, alla loro accettazione di un controllo esterno sulle loro politiche – non sta in piedi. Infatti, nessuno l’ha chiesta (anche se non crediamo che il punto di Draghi fosse allora chiedere più austerità, semmai mettere in sicurezza quanto già gli stati andavano decidendo: come sempre, un gioco sulle aspettative). Se mai venisse davvero messa in opera, se ne rivelerebbero tutte le pecche e i problemi che essa comporterebbe6, come mette in evidenza Stark, uno dei due membri tedeschi dimessisi della BCE a causa della scelta di Draghi. Fino ad adesso è bastato l’annuncio perché la situazione di drammatizzazione sulle sorti dell’euro di un anno fa rientrasse, e gli spread si sgonfiassero rispetto ai livelli di allora. La riflessività degli agenti istituzionali, ma anche privati e le scelte non ortodosse che ne conseguono cambiano la situazione e per esempio può succedere che l’euro, invece di esplodere subito, abbia la possibilità di sopravvivere.

Dal nostro punto di vista questo non rappresenta necessariamente un miglioramento della situazione; Hans-Werner Sinn7 dice che l’unica strada è “muddling through”, cioè tirare a campare, avrebbe detto Andreotti. Tirare a campare in questa situazione vuol dire condannare milioni di persone a una situazione sociale intollerabile.

Draghi utilizza un approccio che può non piacerci, quello secondo cui in Europa le cose cambiano solo grazie alla crisi, e lo gioca all’interno di un sapiente progetto politico volto a favorire la costituzione di un capitale tendenzialmente unificato su scala europea, che impone regole non soltanto ai lavoratori, ma anche alle varie frazioni della finanza e dell’industria dell’area. La Merkel si è alleata a Draghi: ha praticamente licenziato, o accettato il licenziamento (che è la stessa cosa), di due membri tedeschi della BCE provenienti dalla Bundesbank, tra cui Stark. Ci sono forze e idee che si stanno dislocando direttamente su un contesto sovranazionale, europeo. Per questo progetto l’euro è essenziale, e verrà difeso con determinazione. Tale difesa interagisce, e interagirà, con i calcoli strategici della FED, così come con la scelta aggressiva del governo Abe, in Giappone, e la scelta di riequilibrio tra mercato interno e strategia esportatrice del governo cinese, mettendo così in moto nuovi circuiti di riflessività. Questi circuiti interagenti devono fare i conti con una situazione inedita della crisi globale, una situazione nella quale ogni attore rilevante, con un ridimensionamento cinese volto al suo sistema economico, sembra volere ripartire dalla produzione manifatturiera come fattore guida di una strategia espansiva di tipo neomercantile.

La sopravvivenza dell’euro nel breve e nel medio termine, in questo quadro, non può che danneggiare il lavoro e le classi popolari. Senza peraltro che vi sia garanzia alcuna che la moneta unica sia davvero in grado di costituirsi su base stabile, fuori dalla tempesta, nel lungo termine. Per quanti siano gli sforzi, l’euro non potrà che rimandare la sua fine, se non cambia pelle e natura, o passare, più che attraverso crisi, attraverso catastrofi (basta ricordarsi come si sono costituite le unioni monetarie dollaro e lira: non ne sappiamo abbastanza, ma sospettiamo che non sia troppo diverso per l’unione monetaria marco). La tendenza deflazionistica implicita non solo nella struttura istituzionale della moneta unica come fu disegnata al suo parto, ma anche insita nel disegno di Draghi per spingere ristrutturazione del lavoro, regolazione delle frazioni del capitale, transizione da una visione sostanzialmente confederale a una autenticamente federale, non può reggere a meno che lo sviluppo capitalistico non riparta altrove. Non si vede però oggi chi sia l’acquirente finale di una strategia neomercantile, tanto più che gli Stati Uniti vorrebbero essi stessi tornare a far parte degli esportatori netti. Non si vede delinearsi la forma del nuovo capitalismo. E’ un quadro aperto, e fosco.

Ma il “tempo comprato” – qui vale più l’inglese, buying time, che il nostro tempo guadagnato – da Draghi a favore del progetto dell’euro significa due cose importanti. Ci rammenta che il problema del soggetto su una scala immediatamente europea non può non porsi anche dal lato del lavoro e dei movimenti. Davvero non si capisce perché la sinistra, sia sindacale sia politica, italiana predichi un internazionalismo astratto, parli così tanto di globalizzazione, ma stia chiusa in un recinto di analisi e proposte così strettamente nazionale. Lo stesso è vero per l’atteggiamento degli economisti e degli analisti sociali critici sull’euro: se si cancella l’unione monetaria all’inizio di un ragionamento, non è strano che alla fine un’unione monetaria non esista più nel proprio discorso, e che non si vedano neanche le forze che la perpetuano. Se la categoria chiave del discorso sulla moneta o l’industria o la banca è la nazione, se si pensa che non sia comunque possibile una transfer union, una banking union e così via, è ovvio che l’euro non può sopravvivere. Draghi tutte queste cose le sa benissimo (la sua tesi di laurea con Federico Caffè era critica del progetto di moneta unica!), tant’è che ha definito la moneta unica come un calabrone: non dovrebbe volare ma vola, ha volato. Se vogliamo che continui a volare – l’ha detto, evidentemente, dal suo lato della barricata – si deve produrre un cambiamento strutturale di portata enorme, perché il capitalismo è cambiato, vive una nuova fase, e questo cambiamento avverrà spinto dalle crisi. Una coscienza della sfida analoga latita dal lato del lavoro, dei soggetti sociali, dei movimenti sociali, come ha osservato recentemente anche Brancaccio (2013), anche se il suo ragionamento continua a restare nell’ambito di una prospettiva ancora una volta sostanzialmente nazionale. Più facile, senz’altro, sognare il mondo di ieri: il discorso della svalutazione dentro un ritorno all’economia nazionale è di questa natura, ed è sostanzialmente consolatorio.

Se dunque l’euro è difficile che alla lunga possa vivere, così com’è, per le sue contraddizioni interne e se è vero che la determinazione a farlo vivere è nondimeno potente, allora quello che ci attende – per citare una poesia famosa di T.S. Eliot – non è che questo mondo finisca con un bang, cioè con una esplosione, ma con un whimper, con un gemito.

C’era una alternativa alla moneta unica negli anni Novanta? E c’è oggi, nella crisi, qualcosa che non sia il puro semplice ritorno al passato? A metà degli anni Novanta vi era, tra gli economisti, già chi pensava che ci fosse un’alternativa alle monete nazionali, e alla forbice deflazione competitiva (tedesca) versus svalutazioni (italiane), un’alternativa che non fosse la moneta unica. Tutti i limiti dell’euro erano noti ante litteram, basta andarsi a leggere un economista non certo radicalissimo come Jean Luc Gaffard, su Le Monde Diplomatique del 1992. L’alternativa possibile alla moneta unica è quella che i francesi, che sono bravissimi nelle distinzioni, chiamano moneta comune. La differenza tra moneta unica e moneta comune un qualche interesse ce l’ha. La moneta unica è anche circolante tra i cittadini dell’area. La moneta comune è invece soltanto mezzo di pagamento tra le banche centrali aderenti all’unione. Ogni nazione mantiene la sua moneta, i vari aderenti mantengono cambi fissi ma esistono alla bisogna margini di flessibilità. Se c’è uno squilibrio grave che nel medio periodo non possa essere aggiustato dall’espansione dei paesi in avanzo, viene consentita una svalutazione, mentre intanto la Banca Centrale Europea ha il potere di far credito alle aree in crisi, come anche ai governi. Non è un’idea di un’originalità devastante, è l’applicazione all’Europa di un’idea di Keynes del 1944, è il progetto di una qualche Bretton Woods europea. In questo orizzonte aveva scritto cose di grande interesse una marxista solida come Suzanne de Brunhoff (1997).

La nostra convinzione è che una pura e semplice uscita dall’euro non sia la soluzione, che anzi gli effetti domino possono essere gravi, e la pressione per l’austerità che ne risulterebbe più e non meno elevata. Ma non crediamo che cambi il segno di questa uscita dalla moneta unica la pura difesa del lavoro su scala nazionale, o di un’area particolare d’Europa (detto tra parentesi, le contraddizioni dell’euro si ripeterebbero su una scala minore, come se per esempio si volesse costruire l’Europa del Sud). Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea, a partire dai conflitti del lavoro e dei soggetti sociali, una spinta dal basso che c’è ma non è adeguatamente organizzata e neanche pensata, nell’orizzonte o di un drastico cambio del disegno della moneta unica, o della transizione alla moneta comune. L’alternativa vera che abbiamo davanti non ci pare essere quella tra esplosione a breve dell’area dell’euro o ritorno alle valute nazionali in Europa, ma semmai quella tra stagnazione prolungata (funzionale alla ristrutturazione contro il lavoro, contro le donne, contro i soggetti sociali) o lotte transnazionali in grado di imporre un vincolo sociale e un cambio di rotta. La questione autentica non è euro sì euro no, ma come si devono configurare la lotta di classe e le lotte sociali per poter riaprire quegli spazi che oggi non possono non apparire, allo stato delle cose, inesorabilmente chiusi, come in una cappa d’acciaio.

Bibliografia

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NOTE

1 Si veda anche De Cecco 2012

2 Per uno sviluppo di queste tesi cfr. Riccardo Bellofiore 2013

3 Rimandiamo a Farina 1990, e più in generale al volume di cui quel saggio è parte Giannola-Marani 1990.

4 Si veda Sabattini (1995)

5 Il riferimento è a Graziani (1994)

6 Cfr. De Cecco (2013)

7 Cfr. Sinn (2013)

La Linke boccia Lafontaine: “No all’uscita dall’euro”

Dopo Syriza e il Front de Gauche, anche la Linke tedesca. Della serie: la Sinistra Europa con il cervello e non con la pancia.

La Linke boccia Lafontaine. «No all’uscita dall’euro»

di Jacopo Rosatelli –
«Trionfo dei riformisti», titola Neues Deutschland, il quotidiano del partito. L’enfasi forse è eccessiva, ma il significato politico del terzo congresso della Linke è colto in pieno: i delegati hanno premiato le tesi dell’ala moderata e pragmatica, bocciando Oskar Lafontaine. Dopo ore di intenso dibattito, nella notte fra sabato e domenica è stato licenziato il testo definitivo del programma elettorale con il quale la formazione social-comunista si presenterà alle urne per il rinnovo della Camera bassa tedesca (Bundestag) il prossimo 22 settembre.
L’attenzione era tutta per gli emendamenti dalle correnti affini all’ex ministro socialdemocratico: se approvati, avrebbero impegnato la Linke a sostenere la possibilità di un’uscita controllata dall’euro e di un ritorno al sistema monetario europeo in vigore fino al 1993. Ma la grande maggioranza dei partecipanti alle assisi di Dresda li ha respinti, accogliendo il testo nella formulazione proposta dalla direzione del partito: «Anche se l’edificio dell’Unione monetaria europea presenta molti errori, la Linke non è favorevole alla fine dell’euro».
Consapevole dei rapporti di forza a lui sfavorevoli, Lafontaine stesso ha deciso di non calcare la mano, evitando di drammatizzare un dibattito che avrebbe potuto diventare lacerante. A pochi mesi dal voto, per la Linke è vitale dare prova di unità interna. E così, il co-fondatore del partito, che attualmente ricopre un incarico di scarso rilievo (è capogruppo al Landtag della sua piccola regione, il Saar), ha deciso di non intervenire di fronte alla platea. Un profilo basso mantenuto anche dall’altra dirigente più in vista del settore radicale, la brillante 44enne Sahra Wagenknecht. Negli interventi dei difensori della linea pro-euro è ritornato spesso un argomento-chiave: non possiamo mettere i bastoni fra le ruote a una forza come Siryza, il partito-fratello greco che lotta per sconfiggere l’austerità ma anche per mantenere Atene nell’Ue e nella moneta unica. Contro la troika, ma non contro l’euro né tantomeno contro l’Ue: questo il messaggio del congresso di Dresda. Che si è chiuso non solo sulle note dell’Internazionale, come da tradizione, ma anche su quelle di Grândola vila morena, la canzone-icona della rivoluzione dei garofani del 1974 e oggi inno dei movimenti portoghesi (e non solo) che resistono all’austerità neoliberista imposta da Berlino e Bruxelles.
Soddisfazione e ottimismo nei commenti del giorno dopo: le polemiche fra le correnti sono (almeno fino al giorno delle elezioni) messe da parte. Tutti concordano, nella Linke, con le parole pronunciate dalla tribuna di Dresda dallo storico leader Gregor Gysi, l’uomo che dopo la caduta del muro traghettò con successo il Partito comunista della Germania est nel sistema politico della Repubblica federale e che oggi continua a essere il principale trascinatore nelle contese elettorali: «l’obiettivo è un risultato a due cifre».
Un risultato che in ogni caso, però, non potrà essere messo a disposizione di una coalizione progressista. I socialdemocratici della Spd e i Verdi hanno ribadito la loro contrarietà ad allearsi con i social-comunisti, nonostante alcune indiscutibili affinità programmatiche. Come, ad esempio: l’aumento delle aliquote fiscali più alte, l’introduzione di una tassa patrimoniale, il salario minimo per legge, investimenti pubblici per rilanciare l’economia. Ma pesano di più, purtroppo per i tedeschi e per il resto degli europei, vecchi tabù e radicate diffidenze fra le diverse sinistre. E la cancelliera Angela Merkel ringrazia.

Il Manifesto – 18.06.13

Gli auguri del Subcomandante Insurgente Marcos alla Turchia in lotta

A tutti i cittadini del mondo, fratelli, sorelle, donne, uomini, persone senza fissa dimora, persone povere,
Ci hanno chiesto quanti sono gli zapatisti, e abbiamo sempre detto loro che sono centinaia di migliaia di persone là fuori che lottano per i loro diritti e le libertà. Ora, oggi, sentiamo che sulle terre anatoliche, la terra dei turchi, curdi, circassi, armeni, Laz, e molti di più di quanto io possa contare, ci sono migliaia di persone in maschera che vogliono vivere con onore per salvare la libertà. Come i fratelli curdi, compagni che hanno combattuto una lotta onorevole. Sapevamo che non eravamo isolati, eravamo milioni di noi là fuori e oggi non siamo soli da quando abbiamo iniziato a combattere. Oggi ci stiamo moltiplicando. Sentiamo che la gente in Turchia urla “Ya Basta!” e sono in rivolta per difendere la loro dignità contro l’oppressiva sentenza del governo turco. La Grande Istanbul, capitale di grandi maestri nel corso della storia, è oggi la capitale della rivolta, ed è diventata la voce degli oppressi. Vediamo per le strade della grande Istanbul una città di donne, bambini, uomini, omosessuali, curdi, armeni, cristiani e musulmani. Quelli che sono stati umiliati, oppressi, ignorati per decenni dal loro governo ora dicono “siamo qui.” Siamo entusiasti!

Non abbiamo mai voluto un nuovo governo, un nuovo governo o un nuovo primo ministro. Abbiamo solo chiesto rispetto. Volevamo che il governo rispettasse le nostre richieste di libertà, democrazia e giustizia. Per questo in Turchia resistono da giorni: ora partendo da quello in carica, e a seguire tutti i governi che saranno al potere, noi vogliamo che tu rispetti le nostre richieste di libertà, democrazia e giustizia! E se non lo fai, noi, che siamo i proprietari dei diritti e delle libertà, staremo contro di te, ci batteremo per le strade fino a quando non impari a rispettarci. Non vogliamo troppo, vogliamo solo che siano rispettati i nostri diritti. Perché sappiamo come vogliamo vivere, sappiamo bene come vogliamo governare e essere governati. Noi vogliamo governare noi stessi e decidere di noi stessi.