La crisi della Germania – la contrazione della sua produzione industriale, il crollo delle esportazioni – dà all’Europa una straordinaria possibilità. Non si tratta di approfittare della debolezza tedesca per chiedere, per il prossimo anno, un po’ di flessibilità in più su deficit e debito.

Si tratta di mettere in discussione alla radice i parametri di Maastricht, il Patto di stabilità e il Fiscal Compact, riconoscendo che un’Europa fondata sull’ossessione della stabilità dei prezzi e sulla compressione della spesa pubblica (quindi sulla impossibilità di promuovere politiche espansive) è un’Europa inevitabilmente destinata alla crisi. E che essa – nella misura in cui oggi si configura secondo un paradigma autoritario-repressivo (gli Stati come soggetti da disciplinare) e affida all’economia tedesca, come accade, la funzione di perno e controllore – non può che aprire le porte alla sua disgregazione sotto la spinta di pulsioni nazionalistiche inevitabili.

La questione tedesca è, ancora, il cuore della questione europea.

Non si tratta, tanto, di ripensare alla storia europea che dalla guerra franco-prussiana porta alla annessione della Rdt nel 1990, passando per le responsabilità tedesche nelle due guerre mondiali.

È sufficiente concentrarsi sulla storia degli ultimi venticinque anni. Da Maastricht, appunto, fino alla crisi del 2002-2003, quando il governo tedesco sforò impunemente il disavanzo di bilancio rispetto al Pil, e fino a questi ultimi anni, nei quali ha ripetutamente barato sul computo del suo debito (Kredit für Wirtschaft, obbligazioni dei Lander); ha sistematicamente violato il Six Pack (con un surplus commerciale in vent’anni di oltre 840 miliardi di euro); e ha coperto – opponendosi alla unione bancaria di Draghi – le magagne delle banche dei Lander e delle casse di risparmio locali.

Per non parlare della vicenda greca, una vera e propria guerra economica e sociale combattuta da una delle più grandi potenze economiche del mondo contro un Paese che rappresentava il 2% della popolazione europea e il 3% del suo debito pubblico e che si è conclusa – come notava qualche tempo fa Leonardo Rapone – con una trattativa “armistiziale” in cui i vincitori dettavano al vinto le proprie condizioni, per punirlo e umiliarlo.

Insomma: occorre una svolta, come benissimo ha detto il Presidente Mattarella. Una svolta di fase, di modello di sviluppo, di impianto istituzionale, un cambio di egemonia. Tutto questo passa dalla politica interna della Germania, senz’altro. Ma anche, tutto intorno, da un’Europa più forte e più consapevole.

Nutro dubbi sul fatto che i protagonisti di questa svolta possano essere Von der Leyen e Lagarde (e i governi nati nel loro solco). Ma questo è, precisamente, il punto. Oltre l’argine ci sono Alternative für Deutschland e amici, il compimento della macabra profezia che si auto-avvera.