Quella che segue è la trascrizione dell’intervento all’assemblea nazionale di Articolo Uno di ieri, 13 luglio.

 

Antonio Scurati ha dedicato la vittoria del premio Strega ai nonni e ai padri che hanno liberato l’Italia dal fascismo e ai figli, perché non debbano più vivere tempi così cupi. Una dedica bellissima per un romanzo storico che, per quanto possa apparire paradossale, ci consegna una delle analisi più lucide dell’Italia di oggi.

C’è molto di quell’Italia in quest’Italia. Il Paese a pezzi del primo dopoguerra, a terra ma in fermento, attraversata da rancori, paure, vigliaccherie, pulsioni contraddittorie, da un bisogno montante di una catarsi, di una rigenerazione. A cui un maestro di provincia diede forma, senso, alimentando giorno dopo giorno una tragica mitopoiesi capace di trasformare il consenso in un regime.

La storia non si ripete mai uguale a se stessa, siamo d’accordo. Però quando vedo che il vicepresidente Salvini pubblica un libro intervista con la casa editrice di Casa Pound, qualche dubbio mi viene. O quando – è una notizia di oggi – un deputato leghista, tale Zoffoli, propone una mozione per l’intitolazione di una via nella città di Erba, a Como, al podestà Airoldi, uno che nel 1939 scrisse un opuscolo dal titolo “Elenco dei cognomi ebraici”, e che segnalò ai nazisti per i rastrellamenti gli indirizzi di tutte le famiglie ebraiche della zona, qualche dubbio mi viene. 

Ripeto, la storia non si ripete. Ma forse ci aiuta guardare all’oggi con le lenti di Umberto Eco, che anni fa ci aiutava a capire che cos’è il fascismo al di là dell’esperienza storica del fascismo italiano: culto del capo, militarismo, disciplina, semplificazione/banalizzazione del discorso politico, odio dei corpi intermedi, corporativismo, protezionismo (a proposito di dazi, che qui oggi sono stati evocati nell’intervento che mi ha preceduto), maschilismo, razzismo ovviamente.

E, al cuore, due elementi basilari: il nazionalismo e l’uso in chiave reazionaria della cattolicità. 

Per questo quando Salvini fa il bullo con Carola dicendo che “i sacri confini nazionali sono inviolabili” fa venire i brividi.

E ancora mette i brividi vederlo in piazza del Duomo a Milano baciare il rosario e invocare i santi patroni d’Europa e il cuore immacolato di Maria. Non sta facendo folkore. Sta ricordando all’Internazionale nera, quella che punta a scardinare l’Europa: “io sono parte di voi, potete contare su di me”.

E non sorprenda che ai vertici della Commissione e della Bce la Lega voti per Lagarde e von der Leyen, due icone dell’austerità, del liberismo, della destra economica. In Europa vince la Troika grazie a Visegrad: non è un paradosso, ma è nelle corde della destra radicale di sempre: solleticare il consenso e gli interessi dei ceti popolari (quota 100) per servire il grande capitale, i grandi poteri economici. 

Allora ha ragione Gramsci: nel chiaroscuro tra vecchio e nuovo mondo nascono i mostri.

E questo – non mi stancherò mai di dirlo – è il nostro primo compito, essenziale. Studiare il presente, studiare l’avversario, più in profondità. Capire dove vince, perché vince, con quali linguaggi, con quale sistema di pensiero. Con quale alleanze.

E però – l’ho scritto pochi giorni fa sull’Espresso insieme a Nadia Urbinati – la forza del nostro avversario risiede anche nella nostra debolezza.

Manca l’opposizione. Il che è un problema per la democrazia, per il sistema di regole, di pesi e contrappesi del gioco democratico, ma è soprattutto un gigantesco problema politico.

Lo si è visto anche nel voto delle europee: prendiamo voti nei centri storici e non nelle periferie, nei comuni capoluogo e non in provincia. Non recuperiamo quasi niente dall’astensione e dai Cinque Stelle.

Del resto, come si può pensare che l’opposizione cresca, che il centrosinistra riprenda quota se rimane silente? E se quando apre bocca dice cose sbagliate? Mi sono appuntato un po’ di titoli delle scorse settimane.

  • Zingaretti rimprovera Salvini: meno tweet e più rimpatri;
  • Zingaretti solidarizza con la GF;
  • Zingaretti sulla flat tax: non ci sono soldi;
  • Zingaretti sulla patrimoniale: sono contrario;
  • Gentiloni a Sanchez: apri a Ciudadanos;
  • Gentiloni sull’Arabia Saudita e sullo Yemen (ricordo: la più grande emergenza umanitaria in corso): contrario a rivedere le commesse di armi italiane per i sauditi.

Non sto parlando di Calenda, non sto parlando di Renzi, il quale oggi sui giornali dà la colpa del fallimento della sua segreteria alle fake news! Sto parlando del Pd nato dal congresso e dalle primarie.

E dall’altra parte, c’è una sinistra radicale definitivamente evaporata, finita. Con quella illusione minoritaria del quarto polo che anche noi nel recente passato abbiamo accarezzato, per esempio in Lombardia, sbagliando, pensando che quello spazio esistesse.

Carofiglio nel suo bellissimo intervento poco fa ci ha ricordato la differenza tra lo sdegno e l’indignazione, sottolineando il valore etico, morale altissimo di quest’ultima. Mi è tornato in mente il libretto che Stephane Hessel scrisse nel 2010, rivolto ai giovani. Il suo titolo era: “Indignatevi!”. Pochi mesi dopo Pietro Ingrao, un maestro per me e per molti di noi, ne scrisse un altro, rispondendo a Hessel. Il titolo era: “Indignarsi non basta”. Il sottotitolo implicito era: “Occorre la politica!”. E allora qual è la politica che serve?

Occorre rifondare il centrosinistra, la sinistra, un campo democratico e progressista all’altezza di questa destra aggressiva e pericolosa. E bisogna farlo abbandonando per sempre, innanzitutto, un approccio elettoralistico, l’eterna coazione a ripetere l’errore del cartello elettorale, della scorciatoia elettoralistica. 

All’Italia serve un partito della sinistra, un soggetto stabile, organizzato, chiamato a radicarsi nel territorio e nell’immaginario del nostro Paese. Non l’ennesima sommatoria di sigle che passa da accordi di vertice per garantire una (sempre più esigua) rappresentanza parlamentare.

Il tema è costruire un soggetto politico a pieno titolo. Le strade di fronte a noi sono due, non mille, e dipendono da noi quanto dai nostri interlocutori.

La prima è quella che porta al superamento del Partito democratico e di Articolo Uno e all’avvio di una fase costituente all’insegna di una nuova identità, di un nuovo profilo e di nuovi gruppi dirigenti che si sintonizzino sulle frequenze dell’unità e della discontinuità. Zingaretti oggi ha detto che occorre cambiare tutto. Sono d’accordo, ma allora dico: è tempo di superare il Pd, non solo di mettere mano allo statuto! 

La seconda, che va percorsa subito e in ogni caso (perché non possiamo correre il rischio di essere percepiti come una corrente esterna del Pd, in eterna attesa delle mosse altrui), è la strutturazione di una forza autonoma della sinistra che, a partire dai nostri Stati Generali dell’autunno, si collochi a sinistra del Pd dentro una nuova coalizione per l’alternativa alle destre. 

Ho concluso. Questa, cari compagni, è da sempre, e con ancora più forza dal congresso di Bologna, la linea di Articolo Uno.

Però noi siamo in difficoltà, non rilevati neppure più dai sondaggi. La linea è giusta ma noi non ci siamo. Cosa vuol dire questo? Che anche noi abbiamo fatto errori e possiamo fare di più e meglio.

E io, concludendo, vi dico tre cose che dobbiamo fare da oggi.

  1. Ricostruire una identità forte. La politica è passione, orizzonte ideale, strategia. Occorre una identità forte, che sia all’altezza della crisi storica dell’Europa e del campo delle forze progressiste europee. Occorre un nuovo progetto eco-socialista, Socialismo del nuovo millennio, come ci dicono le coraggiose esperienze della Spagna e del Portogallo e come ci suggeriscono le forze più dinamiche della sinistra mondiale, a partire da Sanders e Ocasio Cortez nel rinnovamento e nella radicalizzazione impressi al partito democratico americano. Dalla riunione dell’altro pomeriggio tra Pedro Sanchez e Iglesias è nato un documento per un governo di cooperazione: sociale, femminista, ecologista, europeista, progressista. Aggettivi che sottoscrivo e che sostanziano un’ipotesi di programma di governo avanzato.
  2. Anche per noi, allora, occorrono parole d’ordine chiare, coerenti con l’identità che evochiamo. Parole d’ordine immediatamente comprensibili ed efficaci, bandiere da piantare nel dibattito pubblico. Salario minimo garantito, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, patrimoniale, aumento dei fondi per la scuola, l’Università e la ricerca, no al regionalismo differenziato.
  3. Infine: una nuova classe dirigente da sperimentare, che provenga innanzitutto dai territori, che in questi anni hanno tenuto in vita con passione e spirito di servizio la nostra esperienza organizzata e che hanno ricevuto molto meno di quello che hanno dato. Non si tratta di un discorso meramente generazionale: le competenze e le esperienze servono quanto le nuove idee, i nuovi sguardi, i nuovi linguaggi. Decisiva è la credibilità: vale quanto l’orizzonte strategico e quanto i programmi. Nella storia più nobile della sinistra italiana ci sono le radici e ci sono le ali, c’è la tradizione e c’è il rinnovamento. Non possiamo più rimandare questo nodo, auto-imponendoci una condizione di marginalità e di ghettizzazione che rischia di essere la nostra condanna. Non siamo, a più di due anni dalla nostra nascita, un piccolo pezzo residuale di una scissione. Siamo una parte fondamentale della sinistra popolare e di governo che ricostruirà il nostro Paese dalle macerie. Dobbiamo iniziare a dimostrarlo, con più coraggio, più determinazione e una vera predisposizione al cambiamento – anche di noi stessi – che sin qui è stata insufficiente.