Sono giorni strani, di emozioni pesanti. Mercoledì è stato l’anniversario della morte di Don Milani, nel 1967. Di quel grande prete che insegnava ai ragazzi della scuola di Barbiana che l’obbedienza non è l’unico modo per amare la legge. Lo è anche cercare di cambiarla, se non tutela i più deboli.

Nello stesso giorno una donna straordinaria, Carola Rackete, la capitana della nave Sea Watch, dopo 15 giorni trascorsi al largo di Lampedusa, ha deciso di entrare nelle acque territoriali italiane per salvare 42 vite. Ha disobbedito alla piccola legge del piccolo uomo (il decreto sicurezza bis) per rispettare la grande legge degli uomini e delle donne. Ci ha ricordato allora che obbedire non è sempre, per forza, una virtù. 

Si parla tanto di radici in questo obbligato, eterno dibattito sull’Europa e l’immigrazione. 

Occorre capire di quali radici stiamo parlando. Quali sono le radici che loro rivendicano (loro, l’Internazionale sovranista di cui Salvini è il punto di riferimento italiano) e quali sono le radici che noi dobbiamo rivendicare. La loro identità e la nostra. 

Innanzitutto la loro, che ruota intorno a due assi. Il primo è il nazionalismo. Anche in questi giorni Salvini lo ha ripetuto chiaramente: difenderà i sacri confini italiani. Non dice nulla di nuovo: è una costante della storia politica europea da almeno due secoli. Ha prodotto due secoli di caos, di conflitti, due guerre mondiali, la tragedia immane della Shoah. Il nazionalismo – diceva Mitterand, uno che sapeva bene cosa fosse il revanscismo – porta sempre alla guerra. Uno storico britannico del Medio Oriente, Elie Kedourie, lo ricordava con semplicità e noi dobbiamo ripeterlo: il nazionalismo è una dottrina inventata dalla borghesia europea (in primo luogo tedesca) nella prima metà dell’Ottocento. Il nazionalismo non esiste in natura. È un prodotto storico del capitalismo. Non è vero che l’umanità è naturalmente divisa in nazioni; non è vero che la nazione è l’unica forma che garantisce sovranità e democrazia. Non è vero che il consesso di nazioni è l’unica possibilità per garantire benessere e pace. La storia, semmai, si è incaricata di dirci che è vero il contrario.

Il secondo asse della loro identità è il cattolicesimo usato in chiave regressiva, reazionaria, proprietaria. Nulla di nuovo: è anche questa una costante della storia della Chiesa e della destra europea, dalla lotta contro la rivoluzione francese di Pio VI alla condanna del modernismo di Pio X, fino a Pio XII e a Giovanni Paolo II. Una lunga storia di sostegno alla reazione, ai regimi autoritari e ai fascismi, che a loro volta hanno storicamente assunto quel punto di riferimento come elemento identitario fondamentale. Qual è la novità? Che il pontificato di Francesco sta altrove, schierato dalla parte dei poveri e degli sfruttati. E allora la destra impugna il rosario e la croce anche contro la Chiesa. Qualcuno ride nel vedere Salvini in piazza del Duomo a Milano baciare il rosario, fare appello ai santi patroni d’Europa, affidare il destino dell’Europa al cuore immacolato di Maria. Non c’è niente da ridere, purtroppo: è il segno che Salvini e il governo italiano stanno lì, dentro la grande alleanza sovranista e nazionalista della destra radicale europea.

Questa è la loro identità. Ma la nostra? Machiavelli consigliava agli Stati e alle religioni in crisi di “ritirarsi verso il proprio principio”. Tornare ai principi, alla radici. Anche la nostra Europa ne ha molti di principi, anche la nostra idea di Europa è feconda, illuminante, potenzialmente mobilitante. 

Krizysztof Pomian, grande intellettuale polacco, definiva l’Europa come un campo di forze contrastanti: una forza centripeta, il progetto universale che fonda se stesso sul superamento dei confini e delle piccole patrie. E al contempo una forza centrifuga, la spinta del particolare, delle identità locali. Noi dobbiamo fare in modo che questa idea di locale, di territorio, non cancelli ma anzi valorizzi appieno il sogno universale. L’Europa come grande disegno federale ma anche come casa della democrazia, del basso, dei cittadini, delle comunità.

E poi c’è il Mediterraneo, la nostra casa. Quanto sono simili l’epica greca e le teogonie orientali? Noi siamo quella dimensione: il viaggio, l’incontro, lo scambio. Commercio, accoglienza, cultura della mediazione tra simboli, lingue, sguardi. La civiltà europea non è la barriera dell’ospitalità contro il disagio dell’indifferenza? Quanti sono i miti greci in cui gli dei assumono le sembianze dello straniero in viaggio? Cosa ci insegna Ulisse se non l’ospitalità (la maga Circe, Nausicaa) e lo scandalo della sua negazione (Antinoo, Polifemo)? Il viandante viene accolto, sfamato, lavato, vestito. Poi gli si chiede il nome. 

E l’ebraismo e il cristianesimo, di cui si riempiono la bocca gli aedi del nazionalismo, cos’altro sono se non un inno all’accoglienza? Il primo peccato di Sodoma fu rinnegare l’ospitalità a due ospiti di Abramo e Sara alle Querce di Mamre (Genesi, 18-19). E Cristo dice: «Ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25,35). Ha fatto benissimo padre Spadaro a ricordare a Salvini che Cristo è la lavanda dei piedi, non il rosario esibito. E la Chiesa di Cristo è di chi scaccia i mercanti dal tempio. Non dei mercanti del tempio. 

Queste sono le nostre radici giudaiche e cristiane. Le nostre terre e il nostro mare sono la culla greco-romana di una civiltà che da qualche tempo ha perduto la via.

Per recuperarla occorre però anche la politica, fuori dall’emergenza. E allora poche proposte, ma precise.

  1. Il tema dell’immigrazione è tema dell’Europa. Si tratta di fare quel che il Parlamento europeo ha già votato: riformare Dublino (voluto dall’allora governo Berlusconi – Lega), creare un sistema di asilo europeo, che redistribuisca automaticamente i richiedenti asilo. Il peso della storia non può essere addossato soltanto ai Paesi di primo approdo. 
  2. Altro che sanzioni – allora – per chi sfora il deficit di qualche decimale, magari per fare investimenti pubblici. Sanzioni europee, invece, per chi attua politiche contrarie al diritto internazionale e ai diritti umani.
  3. Ius soli, immediatamente: perché crescere cittadini di serie A e cittadini di serie B vuol dire fare male alla società, spingere nell’emarginazione e nel risentimento migliaia di giovani. Non solo è giusto, ma è anche pericoloso fare il contrario.
  4. Basta traffico di armi, basta guerre dell’Occidente, anche se per procura. Non si può devastare la Libia, lo Yemen, la Siria e mezza Africa e poi piangere lacrime di coccodrillo per gli effetti che queste guerre producono sull’immigrazione.
  5. Stracciare gli accordi con la Libia: non ci sono mezze misure. Occorre riconoscere che pagare la Libia per stuprare e torturare nei campi di prigionia non solo è immondo, ma non risolve gli effetti perversi del fenomeno migratorio, non aggredisce la causa. Viola soltanto dignità, umanità, vite.
  6. Consentire permessi di soggiorno per ricerca di lavoro: facilitare e governare i flussi e gli ingressi regolari è l’unico modo per diminuire la clandestinità.
  7. Infine: fare quello che propone da tempo Romano Prodi, cioè un grande piano di cooperazione e di sviluppo con l’Africa, d’intesa con la Cina per costruire in maniera non predatoria, non coloniale, infrastrutture e strutture produttive di base. Non si tratta di esportare la democrazia (come se, tra l’altro, ne avessimo da esportare) ma di cooperare per la crescita sociale, produttiva, industriale, infrastrutturale di un Continente che oggi esplode e che invece ha bisogno di pace, crescita e benessere.

Il futuro è di chi sa preferire l’umanità alla barbarie. Ma anche di una sinistra europea che abbia proposte politiche precise, concrete, realizzabili, giuste. Forse occorre, di fondo, una nuova passione civile, nuove idee, antichi valori e una nuova classe dirigente capace di interpretarli.