Trascrizione dell’intervento all’assemblea “Ricostruzione”, 17 febbraio 2019, relazione dei lavori del Forum “Europa”

Ieri abbiamo fatto un grande lavoro. Più di 20 interventi, quasi tre ore di discussione, ordinata, di qualità, appassionata, prendendoci per il futuro l’impegno di consolidare il lavoro del forum, di stabilizzarlo, di trasformare la discussione in una elaborazione politica permanente. Dobbiamo restituire alla politica, innanzitutto, la sua dimensione storica e geografica, la sua dimensione internazionale. Siamo quelli che siamo perché abbiamo alle spalle una storia e perché siamo collocati in un contesto, cioè abbiamo delle coordinate di tempo e spazio. 

Questo è il grande insegnamento della politica insegnata e praticata nei grandi partiti di massa e popolari di cui vogliamo essere eredi. Non vai lontano se non capisci il mondo intorno a te, dove si colloca la tua battaglia.

E la nostra battaglia si colloca in questo mondo grande e terribile che noi vogliamo affrontare a partire dalla dimensione europea. Una pentola a pressione: basta guardare la mappa politica dell’Europa, segnata dall’esplosione di consenso dei movimenti nazional-populisti e di estrema destra, dall’Austria alla Repubblica Ceca, dalla Germania alla Francia, dall’Olanda alla Slovacchia, dalla Polonia alla Finlandia, dal Belgio all’Ungheria che già in molti di questi paesi governano e che da maggio intendono prendere in mano anche il Parlamento europeo. Questo è il tema: il rischio di un’alleanza tra Partito popolare e destre che punta a fare saltare il processo di integrazione europea. E lo dico tra parentesi, sommessamente, il governo italiano è parte integrante di questo schema, con tutto il suo carico di paradossi e di contraddizioni. Un governo sovranista in Europa e secessionista nel nostro Paese, che usa in Europa la sovranità nazionale come una clava contro i migranti, giocando con la vita di centinaia di disperati in mare, e che in Italia ammaina la bandiera tricolore e soffia sul vento della secessione fiscale delle regioni ricche contro le regioni del Sud.

Per  capire che polveriera è potenzialmente l’Europa è sufficiente persino guardare i giornali di questa mattina: in queste ore è in corso in Albania l’assedio al palazzo del governo e in Francia un filosofo allievo di Levinas, Finkielkraut, viene insultato e aggredito nel corso di una manifestazione dei gilet gialli al grillo di “sporco ebreo”.

Ma più l’Europa è questa, più l’Europa è in crisi e più noi ribadiamo che l’Europa è casa nostra, l’Europa è il nostro destino. Non è teologia, è una scelta di campo. Siamo europeisti: è la premessa fondamentale che noi affermiamo senza ambiguità o reticenze. E permettetemi di scegliere tra i tanti punti di riferimento quello a cui siamo più legati: Enrico Berlinguer, che nel gennaio 1984 rilascia un’intervista a Critica Marxista e dice poche cose, ma chiarissime. La prima: «non è pensabile che la via d’uscita dalla crisi della Comunità europea possa consistere nel ripiegamento di ogni singolo Stato sulla sua peculiare identità, nel rinchiudersi nelle particolarità dei propri interessi [e aggiunge] non ha senso per chi abbia un minimo di lungimiranza e sappia guardare non solo ai tempi brevi ma anche a quelli medi e lunghi». La seconda: perché questo obiettivo non rimanga una petizione di principio occorrono tre presupposti: l’unità politica, l’indipendenza sul piano internazionale e l’autonomia di iniziativa. In un mondo segnato da diseguaglianze, squilibri tra nord e sud del mondo, conflitti, ritardi nello sviluppo democratico, questo è il compito dell’Europa: completare un processo di unificazione politica, rendersi indipendente dalla tenaglia dei blocchi, assumere un’iniziativa autonoma nel campo di un multipolarismo garanzia di pace, di sviluppo e di benessere. 

Siamo ancora oggi a questo punto: l’essenziale di questo ragionamento (unità politica, indipendenza e autonomia di iniziativa) è incredibilmente attuale. L’europeismo è un valore irrinunciabile che noi contrapponiamo a quel nazionalismo che nella storia – sempre – ha portato disastri e guerre, a destra come — ce lo ricorda Mitterand — a sinistra. 

Però questa analisi descrittiva, questa fotografia della realtà non è sufficiente. Occorrono due cose: capire innanzitutto perché si è arrivati a questo punto. E lasciatemelo dire: senza le grandi coalizioni, le politiche d’austerità, il neoliberismo usato come piede di porco per scardinare diritti sociali, tutele, potere d’acquisto, occupazione il nazional-populismo non sarebbe forte come è. Senza il cedimento della socialdemocrazia europea in questi vent’anni oggi Salvini, Le Pen, Orban sarebbero meno forti, tenuti ai margini della dialettica democratica. Perché il brodo di coltura del nazional-populismo è la sofferenza sociale, il disagio, il rancore che è esploso a causa delle politiche di rigore neo-liberiste. Questa è la realtà. Un europeo su quattro è in condizione di povertà, uno su dieci in grave deprivazione sociale. La disoccupazione giovanile nei Paesi del Sud Europa è al 50%, quasi al 60% nel Sud Italia. La produzione industriale è calata del 10% negli anni della crisi: ma basta frequentare le nostre periferie industriali, del sud come del nord Italia, per rendersi conto che chiudono i capannoni e aprono le sezioni della Lega. Con questo dobbiamo fare i conti, fino in fondo. E il nostro europeismo, pere essere credibile, deve innanzitutto fare i conti con il fallimento dell’europeismo delle élite, di un europeismo liberista che è il primo nemico dell’Europa e del suo futuro.

In secondo luogo occorrono risposte concrete, programmi radicali di cambiamento che superino la dimensione della retorica e affrontino la carne viva della sofferenza di decine di milioni di europei. Diseguaglianza, precarietà del lavoro, esclusione, compressione degli spazi democratici, erosione del diritto di cittadinanza: per affrontare questi temi occorre una grande piattaforma socialista del XXI secolo. Non bastano piccoli correttivi, occorre la radicalità e l’orgoglio di proposte forti. Correggere, disciplinare il capitalismo, mettere la mordacchia a questo sistema economico, rivendicando il ruolo del pubblico, l’obiettivo della piena occupazione, l’idea di una economia mista, grandi politiche redistributive. E attenzione: il socialismo non è il titolo di un capitolo di un libro di storia del Novecento, deve essere il nome delle lotte, delle speranze, delle passioni delle generazioni del presente e del futuro. Deve avere i volti di Alexandria Ocasio-Cortes e di quelle decine di migliaia di militanti democratici e socialisti che negli Stati Uniti stanno tenendo testa a Trump. Deve avere i volti dei ministri dei governi della Grecia, del Portogallo e della Spagna che provano a invertire la rotta, pur dentro una tempesta. Deve avere i volti di Corbyn e di un partito laburista inglese che richiama al voto e alla militanza pezzi importanti di classe lavoratrice inglese. The Economist nella copertina che ieri Arturo Scotto ricordava titolava: la crescita del “Millennial Socialism”, the rise of millennial socialism. Socialismo del futuro, non del passato. 

Con questo spirito abbiamo detto europeismo socialista e anche costituzionale. Attenzione: non perché vogliamo usare la Costituzione contro l’Europa, la sovranità italiana contro quella europea, ma perché per noi la Costituzione repubblicana è una guida, lo è il suo impianto avanzato, e dobbiamo riconciliare l’Europa con lo spirito e la lettera della Costituzione.

Ieri abbiamo iniziato a dire alcune proposte, a concretizzare il nostro punto di vista:

  • riforma della governance dell’euro-zona, rendendo autonomo l’eurogruppo e  facendolo diventare la sede di gestione degli affari economici dei Paesi della zona euro; 
  • riforma dell’architettura istituzionale dell’UE: quella del Parlamento Europeo, a cui vanno attribuiti poteri pienamente legislativi, innanzitutto su materie strategiche come la programmazione e la realizzazione dei progetti d’infrastrutturazione a rete, di corridoi produttivi e di viabilità. La riforma dei trattati, a partire dal Fiscal compact e dagli attuali meccanismi di sorveglianza macroeconomica, per interrompere la politica del rigore e favorire gli investimenti (in primis l’introduzione della golden rule per gli investimenti ad alto moltiplicatore). La riforma dello statuto della Bce, che non può limitarsi al solo controllo della inflazione. Un bilancio federale robusto, per garantire una copertura maggiore di spesa per finanziare politiche di welfare e di investimento comuni;
  • dentro questa riforma dell’architettura occorrono cambiamenti radicali sul finanziario e tributario: fermare e invertire il processo di balcanizzazione finanziaria che si è realizzato in Europa dopo la crisi. Lotta senza quartiere ai paradisi fiscali esterni e al segreto bancario;
  • una politica industriale coordinata;
  • una legge sul salario minimo e sui diritti europei;
  • riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, che è l’unica risposta sensata alla grande questione della rivoluzione tecnologica in corso e dei suoi effetti sul lavoro (e la vita) di miliardi di persone;
  • e ancora: il grande tema della rivoluzione ecologica. 

Ma un’Europa riformata nella sua architettura istituzionale, equa e giusta socialmente, con una economia ecosostenibile può – tornando a Berlinguer – svolgere un ruolo autonomo nel mondo. È fondamentale! Non possiamo rimanere silenti rispetto a una escalation degli Stati Uniti che rischia di diventare devastante. Dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria, gli Stati Uniti vogliono destabilizzare e mettere le mani anche sull’Iran. E la loro scelta unilaterale di ritirarsi dall’accordo firmato con i russi nel dicembre 1987 sulla distruzione delle testate missilistiche nucleari in Europa è pericolosa e indicativa, al pari della vicenda ucraina, del fatto che tutto questo riguarda anche l’Europa, come possibile terreno di scontro muscolare con la Rususia. 

E poi impariamo a guardare anche vicino a casa nostra, alla vergogna della Turchia, le cui carceri sono piene di intellettuali, oppositori politici, magistrati, giornalisti. E contro cui esiste una resistenza popolare e democratica, che è quella dei kurdi, a cui dobbiamo dare tutto il nostro sostegno, anche perché è una resistenza, quella del confederalismo democratico, anti-fascista, laica, femminista, socialista.

Dobbiamo poi guardare al Mediterraneo, che deve riconquistare una centralità assoluta. Occorre dialogare con la Cina. Cooperare con i Paesi costieri, che non vuol dire stringere patti con la polizia libica per creare e gestire nascosti alla comunità internazionale i campi di detenzione per profughi, migranti provenienti dal centro e dal Sud dell’Africa. Ma vuol dire creare corridoi umanitari e allo stesso tempo lavorare per facilitare condizioni di stabilità e di benessere per tutti. 

Ieri nel forum sul tema dell’immigrazione ci è stato chiesto più coraggio, io sono d’accordo. Noi siamo per riformare il trattato di Dublino, creare un sistema d’asilo europeo, e siamo — deve essere chiaro — per il diritto di movimento e circolazione che non è una fisima di qualche intellettuale, ma è un diritto umano sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani e dall’art. 12 del Patto sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite. 

Ed è sancito dalla legge più importante che è il diritto alla libertà e alla dignità umana!Quella che l’Europa ha deciso di calpestare uccidendo in mare quel ragazzino di 14 anni del Mali affogato nel Mediterraneo con la pagella cucita nella tasca della giacca e ogni anno centinaia di esseri umani come lui. 

Allora ci vuole più coraggio, più radicalità, tornare alla radice dei valori che hanno fatto grande e diversa la sinistra. Eguaglianza, la libertà, la fraternità, appunto.

Difendere i nostri valori, mettere un argine al razzismo, al nazionalismo, allo schiavismo nei confronti di centinaia di migliaia di donne e uomini che dobbiamo conoscere, integrare nella lotta per un’Europa nuova, diversa, più giusta, socialista.

Concludo. Nelle prossime settimane dovremo decidere cosa fare alle prossime elezioni europee. Io ho la mia opinione: occorre fermare le destre nazional-populiste con un programma di discontinuità e di cambiamento. Tenere insieme l’unità e la discontinuità: questo è il nostro compito. Ma iniziare a porre concretamente i temi, le questioni, come abbiamo fatto ieri e oggi, ci aiuta, ci permette di uscire dai politicismi, di alzare lo sguardo e di provare a tornare a guardare lontano.