Simone Oggionni (Treviglio, 1984) per 5 anni portavoce nazionale dei Giovani Comunisti italiani (la giovanile del Partito della Rifondazione Comunista) attualmente membro del Coordinamento Nazionale di “Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista (MDP)” autore di svariati libri sul mondo della sinistra in questi ultimi mesi ha partecipato con vivo interesse a diversi incontri sulla questione catalana. 

Simone sei stato uno dei pochi politici italiani a dare concretamente solidarietà al popolo catalano dopo gli eventi del 1°ottobre 2017. Che impressioni ti sei fatto di quel che sta accadendo a Barcelona e dintorni?

Mi pare evidente che sia in atto un tentativo molto pericoloso da parte di un pezzo dello Stato spagnolo di risolvere la vicenda catalana per via giudiziaria. Con la repressione, il carcere, condanne severissime per i leader del movimento popolare indipendentista e per una parte importante del governo catalano. In questi giorni Jordi Sanchez, Jordi Turull, Joaquim Forn e Josep Rull – che rischiano fino a 17 anni per sedizione – hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il Tribunale Costituzionale che ha sin qui nei fatti impedito loro di ricorrere presso il Tribunale Europeo dei Diritti dell’Uomo. A loro va la mia e la nostra solidarietà.

L’obiettivo di questa offensiva giudiziaria non è soltanto l’umiliazione del gruppo dirigente catalano. E’ soprattutto bloccare il tentativo di dialogo che il governo socialista di Sanchez ha mostrato di volere avviare per giungere a una soluzione condivisa della crisi. Qui misureremo la forza e la volontà di ciascuno: proprio per sfiancare il progetto repressivo occorre che Sanchez metta in campo, nelle forme e nei tempi giusti, una iniziativa di amnistia per dare un segnale concretissimo. Si chiuda la pagina della repressione giudiziaria, si apra la pagina della politica, del dialogo e del confronto.

Segui le vicende catalane da un po’ di tempo. C’è un Partito o un Movimento nel quale ti identifichi o al quale ti senti particolarmente vicino?

Il nostro movimento, Mdp, ha la sua rete di rapporti internazionali interni alla famiglia socialista e ciascuno di noi ha la propria storia. La mia è quella di chi ha frequentato e stretto nel corso degli anni legami di solidarietà e amicizia con la sinistra spagnola e catalana, da Izquierda Unida ad Esquerra Repubblicana. Io sto oggi al merito della questione e mi sento in sintonia con chi propone la convocazione di un nuovo referendum per uno Statuto di maggiore autonomia e che lavora nella direzione di una riforma in senso federale della Costituzione del 1978. Questo mi pare il punto decisivo: la Costituzione del 1978 non rende possibile alcuna soluzione politica concordata. Soltanto una riforma della Spagna in senso repubblicano e federale, soltanto uno Stato pluri-nazionale  che garantisca e valorizzi le differenze può consentire la sicurezza, la pace e la convivenza pacifica.

Come giudichi il silenzio di molti settori della sinistra italiana su una questione così delicata ed importante per il futuro dell’Europa?

Questo è il tasto dolente. La verità è che la sinistra italiana ha un problema enorme di comprensione e di orientamento sulla vicenda catalana perché ha un problema enorme di comprensione e di orientamento sull’Europa. La vicenda catalana è una grande questione europea. E la sinistra sull’Europa non sa cosa dire, dividendosi tra un anti-europeismo antistorico (un nazionalismo di sinistra che reputo insopportabile) e un atteggiamento acritico nei confronti di questa Unione Europea e della sua ignavia. Non vorrei fare considerazioni inattuali ma occorrerebbe alzare lo sguardo. Un grande intellettuale polacco, Kristof Pomian, definiva l’Europa nella storia come un “campo di due forze contrastanti”. Una definizione bellissima, perché riconosce questa ambivalenza e questa doppia polarità: la tendenza all’universalismo da un lato e la difesa delle particolarità dall’altro. L’Europa oggi non è né garante dei valori universali della democrazia, della pace e della libertà né garante delle particolarità che compongono l’insieme. 

Siamo allora a un bivio. O ci arrendiamo al nazional-populismo montante – faccio notare sommessamente che nel prossimo maggio le elezioni europee potrebbero sancire uno scenario da anni Trenta, con un’alleanza politica tra popolari europei e destre neo-fasciste e neo-nazionaliste – oppure proviamo a iniziare a coltivare ambizioni diverse, provando a difendere lo spazio europeo (l’Europa come destino e futuro dei popoli europei) ma all’interno di una grande proposta di riforma dell’intera architettura costituzionale dell’Unione. Ciò che serve all’Europa, alla Spagna, alla Catalogna, a tutti noi è una nuova Europa federale e democratica che  – dentro una solidarietà comune vincolante, ridistributiva, cooperativa – rimetta in discussione, coinvolgendo i popoli, le storie e le aspirazioni di ciascuno, il proprio impianto, le proprie regole, i propri confini.

Per la prossima primavera è in arrivo la sentenza per i politici attualmente in carcere. L’accusa chiede condanne pesantissime: pene comprese fra i 16 ed i 25 anni. Sono stati chiesti anche 11 anni per l’ex capo dei Mossos e 7 anni per altri ex Ministri ora a piede libero. Cosa ti aspetti?

Ne parlavo prima. Occorre una risposta politica alla repressione. Gli oltre 200 anni di carcere per ribellione e sedizione ai diciassette leader che hanno preso parte alla dichiarazione d’indipendenza dell’ottobre 2017 sono uno schiaffo alla democrazia e allo stato di diritto. Ma in carcere, idealmente, c’è tutto il popolo catalano: ordinato, fiero e consapevole, che nei mesi scorsi ha messo in pratica una resistenza pacifica e democratica che merita tutto il nostro rispetto.

Nel frattempo sono aumentate violenze ed intimidazioni da parte dell’estrema destra. Credi che la situazione possa in qualche modo degenerare? Le recenti elezioni tenutesi in Andalusia (storica roccaforte “rossa”) sono state una caporetto per le forze della sinistra. L’ultra destra di VOX entra per la prima volta in un parlamento regionale e lo fa piazzando ben 12 deputati superando il 10% dei voti. I socialisti perdono il controllo della regione dopo oltre 36 anni di governo ininterrotto. Tornerà a breve la destra anche alla Moncloa?

Io temo che la situazione possa degenerare. Mi preoccupa e mi spaventa questo clima pesante che si vive in Spagna, segnato dal riemergere di un nazionalismo spagnolo aggressivo, nel fondo ancora franchista, che è diffuso nella pancia della società spagnola. Questo elemento di fondo non può mai essere rimosso, perché è un sentimento che va collocato dentro la storia di una democrazia fragile, giovanissima, che fatica a uscire definitivamente dalla transizione. Non dimentichiamo che la Spagna non ha vissuto il cambio di regime nella misura traumatica e tragica dell’Italia o della Germania, per esempio. Il Partito popolare – grande partito della destra di governo spagnola – è l’erede diretto del franchismo. Il sistema di potere, le famiglie del potere, la rete di relazioni è quella. E ciò è stato possibile anche per il persistere di un sentimento nazionalista, monarchico, conservatore, anti-comunista molto profondo e che oggi alza la testa esplicitamente e con orgoglio. La notizia di questi giorni è l’ingresso per la prima volta nel Parlamento regionale dell’Andalusia di Vox, partito dell’estrema destra. Questo è possibile anche perché il nazionalismo ottuso di questo pezzo di Stato in guerra contro il popolo catalano rompe gli argini del nazionalismo neo-fascista, del franchismo di ritorno. 

Per questo occorre il massimo dell’intelligenza politica da parte dei gruppi dirigenti dei partiti indipendentisti e, in primo luogo, della sinistra catalana. Cadere nelle provocazioni sarebbe esiziale. Non cogliere le aperture da parte del governo spagnolo e isolarsi sarebbe un errore ancora più grave. 

I due partiti indipendentisti presenti nel parlamento spagnolo (ERC e PdeCAT) sembrano intenzionati a non votare la Legge di Bilancio. Credi che il governo Sanchez riesca a superare tale scoglio?

Esattamente a questo mi riferivo. Io penso che sarebbe un grave errore decretare la fine dell’esperienza del governo Sanchez. Rajoy e Sanchez non sono la stessa cosa. Occorre valutare con il massimo dell’intelligenza tattica e del realismo i segnali di apertura dati da Sanchez: il fatto che abbia riattivato le commissioni bilaterali Stato-governo sospese nel 2011 è un elemento importante. Il fatto che nella Legge di Bilancio ci sia un significativo contributo economico per la Catalogna (che tra l’altro  anche nei primi due trimestri del 2018 è cresciuta a ritmi superiori a quelli dell’intera Spagna) e la conferma che il corridoio mediterraneo che collega il sud della Spagna all’Europa vedrà la Catalogna al centro del progetto sono altrettanti segnali da cogliere. Così come il fatto che il leader di Podemos, Pablo Iglesias, abbia voluto discutere nella prigione di Lledoners dei presupposti della finanziaria, tra le proteste scandalizzate della destra, è da valorizzare fino in fondo. Certo, ci sono anche problemi enormi, ma l’obiettivo è impedire che si ritorni indietro, che la politica spagnola ritorni a destra. 

Anche perché l’accordo programmatico di governo tra socialisti e Podemos contiene elementi di novità e di giustizia sociale importanti: l’aumento del salario minimo, un piano per l’edilizia popolare, l’innalzamento delle spese per la ricerca, l’abbassamento delle tasse universitarie, una patrimoniale seria. Elementi di redistribuzione e di equità che vanno valutati – e sostenuti – per quello che sono. 

A maggio oltre che per il Parlamento Europeo si voterà anche per il Comune di Barcelona. Sarà Ernest Maragall il prossimo sindaco? Cosa ti aspetti da queste importanti elezioni amministrative?

Mi aspetto che la sinistra si possa unire e possa vincere e sono convinto che la figura di Maragall abbia le caratteristiche giuste per farlo. Certo anche Ada Colau e il suo movimento dovranno essere parte di questa nuova pagina. Sarebbe un segnale incoraggiante per tutta la politica europea.