Di seguito trovate il testo di quattro emendamenti che, insieme ad altri compagni e compagne del Comitato promotore, ho deciso di presentare alle tesi nazionali. Si tratta di un contributo di merito, che tocca il profilo, l’anima, il senso complessivo del progetto nazionale che stiamo animando. Prima di discutere di alleanze c’è molto altro: il cuore del progetto autonomo che vogliamo mettere in campo. Un partito territoriale, plurale, con basi di massa. Che viva della fatica e dell’entusiasmo dei militanti, non un partito virtuale e neppure un comitato elettorale. Che metta al centro la cultura, la scuola, l’istruzione, l’Università e quindi in primo luogo il diritto allo studio. Che rimetta al centro il lavoro e cioè l’intervento pubblico di uno Stato che innova e interviene, grazie a politiche industriali finalmente efficaci ed espansive. E che torni ad alzare lo sguardo rispetto alla provincia italiana, guardando il mondo, i suoi equilibri, la necessità di un multipolarismo che ridia pace e benessere all’umanità. Qui siamo, questo è il nostro contributo.

Simone Oggionni

ps: potete sottoscriverli anche singolarmente scrivendo a [email protected]

Emendamento integrativo della tesi n. 6

(aggiunta al testo elaborato dalla Commissione della parte che segue)

Un partito territoriale, plurale, con basi di massa

Un’ambizione, un progetto hanno in politica sempre bisogno di una forza che li organizzi e li indirizzi. Non si dà politica e neppure uno sbocco ai conflitti senza l’organizzazione. Più precisamente: senza l’organizzazione di un soggetto che nasca per perdurare, per segnare non la cronaca dei prossimi mesi ma la storia dei prossimi decenni.

Se ci interessa la dimensione della storia, dobbiamo guardare negli occhi quella che abbiamo alle spalle ed essere rigorosi nell’autocritica e nell’analisi degli errori, in primo luogo di quelli cronici, che hanno segnato le culture politiche prevalenti della sinistra italiana degli ultimi trent’anni. In nome di un malinteso concetto di modernizzazione delle forme della politica, la sinistra italiana ha infatti, nel corso degli anni, perso gran parte della propria capacità organizzativa. Si è progressivamente guardato al partito come a un contenitore di istanze e pulsioni eterogenei e contraddittori. Persa la capacità di esprimere un disegno, di mobilitare di conseguenza impegno e passioni di una comunità socialmente e politicamente connotata, i partiti sono diventati sempre più comitati elettorali. Alla strategia si è sostituito il tatticismo esasperato, frutto della scelta di limitarsi a registrare, constatare, prendere atto degli umori diffusi e delle convenienze particolari.

Persa qualsivoglia forma di ancoraggio e di radicamento popolare, smarrita ogni funzione di rappresentanza politica nelle contraddizioni sociali ed economiche del nostro tempo, i partiti hanno cambiato pelle, anche morfologicamente.

Si è affermata l’idea del partito leggero, in cerca essenzialmente di un voto di opinione. Le ramificazioni territoriali, mutualistiche ed associative sono state via via smantellate.

Parallelamente, la militanza è stata svuotata di senso. I congressi sono stati sostituiti da plebisciti, i gruppi dirigenti dai leader e dai loro staff. Come i corpi intermedi nella società sono stati dimenticati, così le strutture territoriali dei partiti della sinistra sono diventate periferiche, masse di manovra cui chiedere una delega in bianco a ogni congresso o a ogni elezione. Le analisi di Enrico Berlinguer sul sistema politico e partitico italiano sono ancora oggi attualissime.

Occorrerebbe rileggerle per capire la sfiducia e la disaffezione nei confronti della politica e dei partiti, che appaiono corresponsabili dell’involgarimento del dibattito pubblico.

Battersi oggi per la ricostruzione di uno strumento radicato di partecipazione popolare è l’unico modo serio di reagire al deperimento della qualità della nostra democrazia.

Abbiamo bisogno però di uno strumento che abbia consapevolezza del forte bisogno di innovazione e di autoriforma. Non sarebbe sufficiente riesumare modelli del passato.

Indichiamo allora alcuni assi, da calibrare e adeguare a tempi in cui cambiano necessariamente i linguaggi, le modalità di intervento, gli stessi strumenti politici.

  1. Pensiamo innanzitutto al partito come intellettuale collettivo, come centro di elaborazione politica e intellettuale. Per ricostruire in primo luogo un punto di vista autonomo sul mondo e nel mondo. Ma, anche, per rispondere alla necessità politica impellente di scrivere il programma di governo che presenteremo al Paese. Centrale, da questo punto di vita, deve tornare a essere il lavoro di inchiesta e di ascolto del territorio, delle sue istanze e dei suoi problemi. Solo così il partito può diventare megafono di difficoltà che altrimenti rimarrebbero inascoltate.
  2. Abbiamo bisogno di un partito radicato, dinamico, che vive in presenza, in ogni città e paese. Dotato di organismi dirigenti rappresentativi, non pletorici, in grado di renderlo nel territorio uno strumento di democrazia radicale, non certo l’emanazione burocratica della volontà del comitato centrale. Un partito in grado di rappresentare il principale strumento per battaglie politiche e sociali, capace di incastonare istanze, battaglie e progetti nell’idea di Paese che ha in testa, e che vive nella pluralità di uomini e donne che lo compongono. Capace, inoltre, di muoversi sul doppio livello della società e delle istituzioni.
  3. A quest’altezza si colloca l’esigenza di fare del partito, nelle sue strutture territoriali, anche uno strumento concreto di solidarietà e auto-organizzazione. Il mutualismo, lungi dall’essere pratica sostitutiva del lacunoso sistema pubblico di welfare, deve essere una delle chiavi attraverso cui recuperare consenso e, prima ancora, credibilità, perché la liquefazione dei rapporti sociali e la sfiducia nella politica non si contrasta soltanto con analisi ferrate, ma con una presenza attiva nei luoghi in cui esse si manifestano con maggiore pervasività.

E anche, infine, con il coraggio che sin qui è mancato nel produrre un forte rinnovamento nei gruppi dirigenti. Le idee hanno bisogno dell’organizzazione e anche di biografie e profili che riescano a incarnarle. Non è certo il tema della rottamazione (concetto intollerabile e politicamente truffaldino) e neppure quello del ricambio generazionale. La politica, per esempio, non può essere appannaggio esclusivo del maschile. Si tratta di prendere lucidamente atto degli errori, delle sconfitte e dei fallimenti di questi anni promuovendo un rinnovamento vero, a tutti i livelli, valorizzando risorse, energie, forze più in sintonia con il mondo, con i suoi cambiamenti, le sue contraddizioni.

 

Simone Oggionni

Elena Baredi

Silvia Cannizzo

Paola Cianci

Alfredo d’Attorre

Tommaso di Febo

Alessandro Fatigati

Marco Furfaro

Giovanna Martelli

Gianni Melilla

Stefano Quaranta

Tommaso Sasso

Lanfranco Turci

 

Emendamento sostitutivo della tesi n. 8

(riformulazione del titolo delle tesi e aggiunta al testo elaborato dalla Commissione della parte che segue)

Diritto allo studio, conoscenza, sapere: questioni decisive per il nostro progetto e per le sorti della democrazia.

La costante dell’ultimo ventennio è stata una sola: tagli all’istruzione, tagli all’Università e tagli alla ricerca pubblica, portando l’intero sistema formativo al collasso e in fondo alle classifiche dell’area Ocse.

Il fatto che le poche risorse investite siano state destinate in ragione di un malinteso principio meritocratico, anziché per conquistare un’uniformità qualitativa dell’offerta, ha consolidato le diseguaglianze nell’accesso.

L’ideologia meritocratica, in un sistema in cui l’accesso ai saperi è bloccato per via sociale e di classe, a maggior ragione dentro la crisi economica di questi ultimi anni, non ha infatti prodotto altro risultato che quello di aumentare la forbice tra chi ce la fa e chi rimane indietro.

 

Il mancato diritto allo studio è il problema principale del nostro Paese. La dispersione scolastica, ben lontana dagli obiettivi del patto di Lisbona, trova corrispondenza nella costante diminuzione di iscrizioni all’Università, a dimostrazione di come frequentare la scuola fino a raggiungere i gradi più alti dell’istruzione sia proibitivo per una parte importante del nostro Paese.

 

La Buona Scuola è in perfetta continuità con i provvedimenti delle precedenti legislature, affidando agli investimenti privati la soluzione delle carenze dei servizi pubblici e reiterando una visione manageriale della gestione degli istituti scolastici basata sull’efficienza e non sulla partecipazione.

La stessa alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutti gli indirizzi, è stata del tutto slegata dalla didattica, traducendosi spesso in uno strumento di impiego di manodopera giovanile a basso costo per le aziende.

Tutt’altro si sarebbe dovuto fare: investire nella conoscenza, innovare i luoghi dell’apprendimento a partire dagli edifici scolastici, ridare dignità agli insegnanti, molti dei quali sono ancora in attesa di stabilizzazione, ricostruire un sistema dell’istruzione con investimenti pubblici volti a connettere politiche europee, nazionali e territoriali e a sostenere la formazione (scolastica, continua, permanente, professionale e superiore) quale strumento per ridurre le diseguaglianze, rispondere alle inclinazioni e valorizzare i talenti.

 

L’Università versa in analoghe condizioni. Aumentano per insufficienza di fondi gli studenti idonei non beneficiari di borse di studio, le carenze di posti letto pubblici, le agevolazioni per gli studenti relative ai mezzi di trasporto pubblici.

 

Negli ultimi anni, infine, sono aumentati i corsi a numero programmato che di fatto costituiscono un’insopportabile limitazione – in nome delle esigenze del mercato privato – alla libertà degli studenti di scegliere il proprio percorso di studi.

Dobbiamo invece riaffermare la necessità di riformare il sistema universitario in maniera strutturale: con l’aumento dei fondi, con la revisione delle regole di tassazione, con l’abolizione dei corsi a numero chiuso.

 

Anche il sistema della Ricerca è fortemente provato da anni di disinvestimenti e assenza di programmazione. Negli ultimi due anni, in particolare, sono state proposte solamente soluzioni verticistiche, sia per il reclutamento dei docenti, ignorando il principio della libertà di Ricerca, sia per il finanziamento degli enti di Ricerca, dove la sola Fondazione Human Technopole a regime riceverà più di tutti gli enti statali messi insieme.

 

Contro quest’idea classista dell’istruzione e della formazione dobbiamo ripartire da quanto dispone la nostra Costituzione agli articoli 3 e 34, ritornando a collocare la conoscenza al centro della nostra democrazia.

 

A fianco del sistema dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca c’è il patrimonio culturale del nostro Paese nel suo complesso. L’arte, così come i tesori paesaggistici, rappresentano testimonianze di inestimabile valore in sé, ma anche motori straordinari di benessere collettivo. La necessità di conservare, valorizzare e promuovere questi tesori va posta al centro del nostro programma.

Senza sottovalutare la difesa attiva di quelle arti visive che ci hanno posto al centro della storia estetica dell’umanità. Sia detto solo a titolo di esempio: il nostro paese è uno fra i pochissimi che non agevola fiscalmente il mercato dell’arte contemporanea, certificando di fatto la resa a un “sistema dell’arte” completamente ostaggio delle grandi lobbies del settore.

Non diversamente da ciò che accade nel mondo delle arti visive, il sistema editoriale, il cinema, il teatro, le istituzioni musicali sono entrate in grande sofferenza. Una conseguenza non secondaria di questo complesso di cose è drammaticamente rappresentata dal verticale peggioramento qualitativo della nostra produzione artistica e culturale. La logica pervasiva del mercato ha invaso la sfera culturale: la cultura è sempre più mercificata, la merce stessa è diventata cultura.

 

Le istituzioni dei saperi sono sempre più investite da modelli aziendali, riorganizzate su processi e protocolli che ne trasfigurano il senso. In un mondo in cui il livello di istruzione e di ricerca scientifica e tecnologica segneranno sempre più qualità e forza, anche economica, dei Paesi e dei territori, si tratta di voltare pagina, affermando:

 

  1. il valore non negoziabile del sapere e della cultura, strumento principe della cittadinanza e del processo di maturazione, consapevolezza, espressione ed elevazione dell’essere umano, non riducibile a valori di mercato;
  2. il carattere pubblico e universalistico della scuola, dell’Università e dell’insieme delle istituzioni culturali, rispettando l’articolo 33 della Costituzione;
  3. la libertà di accesso alle fonti della conoscenza, che deve essere garantita a tutte e a tutti, lungo il corso dell’intera vita;
  4. la libertà di insegnamento e di ricerca, che non può essere subordinata a logiche economicistiche;
  5. e) una vera e profonda riforma della scuola e dell’intero sistema di istruzione e formazione, in direzione contraria alle controriforme dell’ultimo decennio, con un impianto fondato sulla formazione a una cittadinanza attiva e consapevole, con metodi didattici e di valutazione innovativi e inclusivi, anche elevando l’obbligo scolastico.

 

È necessario, a tal fine, un coordinamento con i movimenti studenteschi, a partire dai sindacati studenteschi, con gli insegnanti e tutti i lavoratori della conoscenza e un dialogo con il tessuto territoriale, sociale, culturale, nel quale operano e vivono i centri di produzione e diffusione del sapere.

 

 

Elena Baredi

Silvia Cannizzo

Angelo Chiaramonte

Paola Cianci

Alfredo d’Attorre

Tommaso Di Febo

Alessandro Fatigati

Guido Margheri

Giovanna Martelli

Vincenzo Montelisciani

Simone Oggionni

Maria Pia Pizzolante

Keren Ponzo

Mauro Tosi

 

Emendamento integrativo della tesi n. 9

(riformulazione del titolo della tesi e aggiunta al testo elaborato dalla Commissione della parte che segue dopo “liberalizzazione dei voucher”)

Dare valore e rappresentare il lavoro, strumento di realizzazione e emancipazione umana. Ricostruire un piano industriale e realizzare un nuovo Welfare.

Occorre ricostruire un ruolo attivo dello Stato come diretto e principale operatore dell’economia nazionale, a partire da una radicale inversione di rotta rispetto alla lunga teoria di privatizzazioni e svendita delle industrie pubbliche (da Telecom ad Alitalia, da Enel ad Ansaldo, da Eni ad Autostrade, per non parlare della distruzione del gruppo Iri e dei continui attacchi al settore dei servizi pubblici locali a rilevanza industriale) e di cessioni di quote significative di controllo di gruppi industriali a società o holding straniere che hanno desertificato il patrimonio industriale italiano. Si è trattato quasi sempre di operazioni vantaggiose per il capitale italiano che ha venduto (spesso senza reinvestire) e che si sono concluse con un ridimensionamento non solo quantitativo della forza lavoro: esuberi, licenziamenti, delocalizzazioni e conseguenti chiusure di stabilimenti e punti vendita.

Basterebbe frequentare le nostre province del Nord, contare le attività produttive chiuse e delocalizzate, ascoltare i lavoratori in mobilità e in cassaintegrazione. Per poi recarsi nel Mezzogiorno: regioni da cui si emigra, nelle quali si è sempre più indigenti e senza lavoro, nelle quali gli investimenti si dimezzano in cinque anni e i consumi delle famiglie crollano di quasi il 15% nel medesimo arco di tempo.

Da qui si deve ripartire. Dall’urgenza di dotare il nostro Paese, dopo oltre trent’anni di assenza, di una politica industriale seria, di una strategia nazionale in tema industriale, che individui le priorità e determini, anche per settori, gli orientamenti, incidendo direttamente nella dinamica dell’occupazione, a partire da quei settori che costituiscono i pilastri del sistema industriale italiano: industria di base (siderurgica e chimica), energia, telecomunicazioni e loro apparati, trasporti e mobilità, macchinari e nuove tecnologie. Oltre a questo va posta al centro della nostra politica industriale l’attenzione per i settori ad alto coefficiente di innovazione: dall’efficientamento energetico alle nuove opportunità di sfruttamento di fonti rinnovabili, dalla gestione dei big data al loro vasto utilizzo, avendo cura altresì di valorizzare in misura compatibile con l’ambiente il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del Paese. Analoga attenzione va posta ai settori tradizionali del cosiddetto Made in Italy, alla valorizzazione della piccola e media impresa e alla capacità di creare reti e connessioni tra queste, al contrasto del fenomeno delle delocalizzazione a tutti i livelli.

È necessario al contempo organizzare e realizzare su tutto il territorio un piano di riconversione ecologica e di messa in sicurezza, a partire dal patrimonio edilizio pubblico. Questi obiettivi si inseriscono nella più complessiva necessità di uno Stato programmatore, in grado di assumere controllo e responsabilità delle risorse disponibili, delle opportunità di sviluppo, della qualità e della creazione di nuovi posti di lavoro. Solo attraverso tale intervento (mirante ad una rinnovata e più incisiva domanda di lavoro e a un più elevato livello dei salari nominali) sarà possibile intervenire sulle conseguenze mortifere generate dalla spirale deflattiva.

Se la sopracitata necessità riguarda l’industria nel suo complesso, non può essere eluso il tema del comparto finanziario, che nel Paese vive una crisi strutturale per nulla slegata dallo scenario macroeconomico e dalla crisi dell’industria. E’ compito dello Stato perseguire i comportamenti illeciti operati a danno dei piccoli e medi risparmiatori, con precipuo riferimento a correntisti e obbligazionisti; garantire la stabilità del sistema economico e assicurare una governance solida e finalmente salubre agli istituti in questione e al sistema bancario nel suo complesso.

È chiaro poi come il rilancio di una politica economica volta a valorizzare il lavoro come soggettività sociale non possa non affrontare la tematica del modo di essere dell’impresa e delle logiche che presiedono al suo governo. Anche nel campo del processo decisionale interno all’impresa va quindi prodotto uno slittamento dall’idea di governance, oligarchica, tecnocratica e incentrata sul duopolio azionisti-top management, a quella di governo, democratizzabile e capace di incorporare e comprendere gli interessi dell’insieme dei soggetti coinvolti nel processo produttivo. Alla visione oggi dominante, tesa al profitto immediato e alla massimizzazione del valore per gli azionisti, va contrapposta cioè una filosofia della funzione imprenditoriale non solo volta a competere sulla qualità del prodotto invece che sulla riduzione dei costi, ma più complessivamente capace di tenere conto delle ricadute sociali e ambientali del processo produttivo. La Sinistra deve dunque tornare ad assumere come centrale la lotta per l’instaurazione di forme di democrazia industriale tali da permettere la partecipazione dei lavoratori alla definizione delle strategie aziendali e dei piani di investimento. In modo, tra l’altro, da fornire una dimensione sociale e non burocratica a quel governo democratico dello sviluppo sotteso alla ripresa di un’organica politica industriale.

 

Elena Baredi

Maurizio Brotini

Silvia Cannizzo

Paola Cianci

Sergio Cofferati

Alessandro Fatigati

Giorgio Marasà

Guido Margheri

Simone Oggionni

Lanfranco Turci

 

Emendamento integrativo della tesi n. 2

(riformulazione del titolo delle tesi e aggiunta al testo elaborato dalla Commissione della parte che segue)

Il disastro politico planetario della globalizzazione neoliberista. L’obiettivo di un mondo multipolare.

Viviamo in un mondo in guerra. Esattamente il contrario delle magnifiche sorti e progressive che i vincitori della guerra fredda avevano preconizzato. Dall’attacco in Iraq del 1991 all’intervento militare in Siria, cominciato nel 2013, la storia di questi venticinque anni è una lunga teoria di guerre e interventi militari svolti in nome di obiettivi, principi e valori (“esportare la democrazia”, innanzitutto) del tutto opposti a quelli realmente praticati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la cartina geografica del mondo è cambiata, è persino nato uno Stato islamico che è al contempo prodotto oggettivo, frutto maturo, della “strategia del caos”e paradigma della recrudescenza di un terrorismo islamista che ha ormai conquistato una sua tragica autonomia.

La Siria è la vera cartina di tornasole di questa realtà, fatta oggetto da parte degli Usa e delle forze Nato di un possente tentativo di destabilizzazione e di divisione territoriale anche attraverso l’utilizzo del terrorismo islamista in funzione di truppe ausiliarie. Ma è soltanto una delle clamorose contraddizioni che la declamata lotta al terrorismo porta con sé. Basti pensare al fatto che nella coalizione anti-Isis vi sono finanziatori diretti e indiretti del terrorismo come l’Arabia Saudita, il Qatar, la stessa Turchia di Erdogan che, a poche centinaia di chilometri da noi, si sta rapidamente trasformando in un’autocrazia parafascista.

E tuttavia, allo stesso tempo, il terrorismo islamista esiste, dà luogo insieme alla guerra a una spirale incontrollata, ed è una realtà autonoma con cui fare i conti, anche a livello culturale. Il modello di società cui i tagliagole alludono è incompatibile con l’umanità, con le radici stesse di una civiltà europea che ha fatto della laicità, dell’illuminismo e del pluralismo elementi irrinunciabili del rapporto triangolare tra sovranità, individui, religione. Non è un caso che esso attacchi in Europa alcuni dei luoghi simbolo della nostra quotidianità, a partire dal Bataclan. Noi tutti siamo quei giovani parigini, noi tutti siamo coinvolti: guai a noi se lasciassimo alle destre il sentimento di empatia e compassione per un mondo (anche minuto: di abitudini, tradizioni e speranze) che è, invece, anche il nostro.

Bisognerebbe semmai dare risposte radicalmente alternative a quelle delle destre, segnando un punto di discontinuità forte con le decisioni assunte sin qui dai governi europei: vietare, per esempio, l’esportazione di armi ai Paesi che supportano il terrorismo; oppure sanzionare i Paesi che direttamente o indirettamente forniscono armi e risorse economiche all’Isis – a partire dalla Turchia – e i Paesi che dall’Isis comprano petrolio.

Ma è evidente che il soggetto che dovrebbe farsi carico di queste scelte è l’Europa. Una nuova Europa che scegliesse di giocare nello scacchiere geopolitica del mondo un ruolo finalmente libero, autonomo e sovrano.

Anche perché l’espansionismo Nato non si è prodotto soltanto verso il Medio Oriente, ma anche verso Est. Tra il 1999 e il 2009 la Nato ha inglobato Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia, Slovenia, Romania, le repubbliche baltiche, Albania e Croazia. Recentemente, ha avuto un ruolo non secondario nel colpo di stato in Ucraina. Non sorprende che ciò abbia portato a un incremento abnorme della spesa militare globale, che in questi anni è tornata ai livelli della guerra fredda: 5 miliardi di dollari al giorno, cui l’Italia partecipa con la cifra di 85 milioni di dollari al giorno. Sono maturi i tempi per una politica di disarmo, progressivo e bilanciato, che accolga fino in fondo il monito di papa Francesco contro la “terza guerra mondiale in corso, seppure a pezzi”.

Sono maturi i tempi per un’Europa che sia fulcro di un nuovo mondo multipolare, che non concepisca la Russia come un nemico ma come un partner strategico, non soltanto dal punto di vista commerciale. Del resto, la storia ci spinge in questa direzione. Gli studi di tutte le più grandi banche d’investimento riconoscono che il Pil dei paesi del Brics è destinato a superare nel volgere di pochi anni quello degli Usa, dell’Unione Europea e del Giappone. Già oggi la Cina contende agli Stati Uniti il primato economico mondiale, consentendo (anche grazie alla creazione di un Fondo bancario alternativo al FMI e alla Banca Mondiale) lo spostamento nell’area asiatica del baricentro economico del pianeta. Spostamento di baricentro che, non a caso, gli Stati Uniti in questi anni hanno tentato di arginare da un lato con un rafforzamento della loro presenza militare verso il Pacifico e verso la Cina e, dall’altro lato, con la creazione di due aree di libero scambio che, a regime, dovrebbero unire gli Stati Uniti all’Europa (TTIP) e a dodici Paesi dell’area pacifica e asiatica tra cui Canada, Giappone, Australia, Vietnam (TPP).

Infine, servirebbe un’Europa che non dimenticasse l’America Latina e la straordinaria stagione di governi progressisti nata all’interno della riflessione teorica dei Forum Sociali promossi da Lula alla fine degli anni Novanta e che oggi, pur vivendo una pesante e difficile battuta d’arresto, non si è arresa. A questo servirebbe l’Europa. A questo servirebbe una Sinistra in grado di riconquistare uno sguardo più lungo sul mondo, sulle sue contraddizioni, le sue paure e le sue speranze. Dotata, di nuovo, di uno spirito internazionalista in grado di solidarizzare con le lotte che nel mondo ancora esistono, a partire da quella del popolo curdo che, dal Rojava alla Turchia, dall’Iran all’Iraq, ci sta insegnando, con il confederalismo democratico, che un’alternativa, anche nella notte più cupa, c’è sempre.

 

Elena Baredi

Maurizio Brotini

Silvia Cannizzo

Paola Cianci

Alessandro Fatigati

Rosa Fioravante

Giovanna Martelli

Simone Oggionni

Tommaso Sasso

Aurora Trotta