Ecco cosa ho detto all’iniziativa “Il grano di sale e il grano di senape”, che abbiamo convocato con questo appello.

Mi hanno insegnato che la storia collettiva degli esseri umani, come quella dei singoli individui, è fatta di appuntamenti, di incontri, di episodi che diventano destino.

Talvolta si tratta di occasioni mancate, altre volte di bivi, di porte che si aprono, di opportunità.

L’assedio di Vienna, la sconfitta di Napoleone a Lipsia, la rivolta del ghetto di Varsavia, il crollo del Muro di Berlino. Dentro o fuori, prima e dopo.

In questi giorni drammatici la storia passa da Aleppo. Vedete: i volti di quei bambini (sono diverse migliaia) coperti di polvere, di fango e di sangue, di quei bambini in silenzio, talmente spaventati da non riuscire a piangere, sono l’immagine di una Siria inerme, contesa. E sono lo specchio di un’Europa e di un mondo che può imboccare oggi due strade diverse: la resa alla barbarie oppure la pace, la costruzione di un mondo multipolare, plurale, democratico. O dentro o fuori.

Allora diciamo a Gentiloni, al governo italiano: scelga, si impegni da subito perché le decine di migliaia di civili, di donne e uomini intrappolati ad Aleppo, vengano fatti evacuare e messi in sicurezza. A quei bambini venga concesso il diritto di piangere, per liberarsi dalla paura, e poi di giocare, di tornare a ridere, di tornare a scuola.

Questa è la priorità assoluta. Poi viene la legge elettorale, la polemica quotidiana. Ma questa è la priorità.

 

Perdonatemi se la prendo da qui, da lontano, ma quella tragedia parla anche a noi, a una sinistra che non scende più in piazza, a un movimento per la pace che sembra non esserci più. E che invece dovrebbe ripartire da qui: dal sentire su di noi la sofferenza di quel popolo, così vicino e così lontano; la sofferenza e la lotta dei kurdi. E altro che muri, altro che confini, altro che piccole patrie da difendere dalla globalizzazione: la sinistra per me è sapere guardare lontano, scrutare l’orizzonte!

 

E poi dobbiamo prendere uno schiaffo e tornare da noi. Alle file davanti alle mense Caritas, ai 17 milioni di nostri concittadini (17 milioni, a me paiono un’enormità) che vivono in povertà o sono a rischio povertà; a quel terzo di bambini italiani che vive sotto la soglia di povertà o a rischio povertà, cifre da Italia dell’immediato dopoguerra!

Torniamo, subito, a guardare in faccia la materalità di un processo di impoverimento del lavoro (impoverimento dei salari, di tutele e di diritti) che è la vera cifra dell’ultimo trentennio e ancora più precisamente dell’ultimo decennio italiano.

 

Come fa a esistere una sinistra che non parte da qui? Dalla Fincantieri di Monfalcone, dai distretti industriali desertificati, simboli di un’Italia che sembra non avere un futuro perché ha scelto di non avere più una politica industriale, perché ha fatto a pezzi in pochi anni e venduto il patrimonio di saperi, valori, conoscenze che era riuscito a dare prospettive e stabilità a tre generazioni di italiani.

 

Torniamo lì, ma non in maniera retorica. Le periferie non sono un feticcio da agitare per propaganda, uno slogan da campagna elettorale di chi le periferie non le conosce e non le frequenta, ma sono la casa naturale di una forza popolare che le periferie le abita, le vive, le ascolta, le riscatta. E ricostruisce un progetto di alternativa indagando fino in fondo le linee di frattura, le complessità, le articolazioni che segnano la società.

 

Questa è la vera differenza tra noi e i populisti. Per noi non esiste un popolo indistinto, le cui frustrazioni vanno scaricate con rabbia contro l’alto, consegnandosi magari nelle mani di un capo carismatico che bypassa la società, cammina sulle macerie delle disintermediazioni prodotte dal neo-liberalismo.

Per noi esiste una società complessa, composta da pezzi, da settori, da interessi e pulsioni differenti. Esiste un mondo del lavoro da coalizzare con i settori più creativi, dinamici, innovativi e produttivi del sistema delle imprese. Da coalizzare, da mettere in dialogo, da unire. Da alleare.

Alleanze: una parola che è diventata tabù nel nostro dibattito interno, parola impronunciabile, ma che è invece l’abc della politica. Le alleanze sociali, nella profondità di una società complessa e disarticolata, come premessa e valore di fondo di alleanze politiche.

Mi fa sorridere confrontare la nostra discussione con ciò che accade in Europa. Proprio ieri si è svolto il congresso della Sinistra Europea. Il titolo del congresso è stato: Building alliances, costruendo alleanze. La Sinistra Europea, non il Partito socialista! Lo fanno loro, non possiamo farlo noi?

 

Questo è il cuore della nostra proposta: ricostruire un campo progressista che torni a governare il nostro Paese. Con chiarezza, con nettezza. Questo è il nostro obiettivo. Che metta insieme forze democratiche, associazioni di volontariato, la Cgil, la più grande organizzazione di massa del nostro Paese, l’Arci, l’Anpi. Alcuni hanno ironizzato sul campo progressista, dicendoci addirittura che sarebbe pieno di erbacce. Non me ne voglia nessuno: il campo progressista e democratico è la storia migliore di questo Paese, di donne e uomini che hanno fatto l’Italia, lottato e governato, ovunque, con questo approccio, con un rapporto con il Paese e con la nostra gente che non si è mai interrotto.

 

Questo è il nostro obiettivo. Non è il nostro obiettivo, invece, la costruzione dell’ennesimo cartello elettorale della sinistra radicale. Abbiamo già dato, abbiamo già sbagliato!

 

E di questo mondo, di questo campo progressista penso faccia parte anche la sinistra Pd, che ieri ha tenuto la sua assemblea nazionale.

La dico così: noi sappiamo che quei compagni stanno facendo dentro il Pd una battaglia giusta per chiudere la stagione del renzismo e riportare il Pd a sinistra.

Noi dobbiamo fare la nostra battaglia, fuori dal Pd, per impedire che la nostra esperienza finisca nell’angolo dell’irrilevanza e dell’autosufficienza.

Sono due battaglie convergenti, mi pare. Utili non a noi, ma al Paese. Utili a mettere in campo una sinistra che vuole governare, cambiare la vita, cambiare il mondo. Dobbiamo raccogliere la sfida.

 

Però lo dico a tutti noi con la franchezza che serve in momenti come questo: diamoci una mossa, siamo già in ritardo.

Ci vuole più coraggio, perché la politica è dura, ma è bella se si fa a viso aperto, senza nascondersi.

Più coordinamento e più generosità, perché stiamo costruendo un punto di vista, un orientamento, insieme, collettivamente. Non siamo la claque di nessuno, non siamo il comitato elettorale di nessuno. Siamo un collettivo, una testa e un cuore.

Più organizzazione, perché senza organizzazione non c’è nulla. Senza gambe la testa non funziona, il cuore non pulsa.

 

Da qui, da questa assemblea, dichiamo che ci siamo, che siamo pronti.

Ora viene la domanda più difficile: ma chi siamo, noi chi siamo?

Noi siamo quelli che vogliono tornare a correre, a mettere in moto le lancette della nostra piccola grande storia. E lo fanno – questo devo essere il nostro tratto distintivo – con uno stile di sobrietà e di serietà.

Sono giorni in cui ci si vergogna a fare politica. Vedo le lacrime di Debora Serracchiani e non mi piacciono. Gli insulti a Valeria Fedeli e non mi piacciono. La politica si sta imbarbarendo: tutto è insulto, tutto è dileggio, rancore, urla, volgarità.

E allora la dico così, pensando anche a noi: meno Di Battista, più Enrico Berlinguer. Meno arroganza, più umiltà!

 

Noi siamo quelli che riconoscono l’impurezza, come nella bellissima frase di Primo Levi che abbiamo ricordato nell’apertura del nostro incontro; la riconoscono nella vita come nella politica. E che proprio per questo sanno essere gentili, sanno sorridere.

Lottano duramente ma sanno sorridere, persino ridere. Prendono per mano il Paese, la nostra gente, ciascuno di noi, nei territori (dove esistiamo, resistiamo, teniamo accesa la speranza di una sinistra vera, grande, popolare) e sorridono, avendo cura di ciascuno. Senza lasciare indietro nessuno.