Circola da qualche giorno in rete un appello, promosso da un gruppo di ragazzi, ricercatori e attivisti (alcuni dei quali impegnati nel processo di Sinistra Italiana), intitolato “Manifesto per un populismo democratico”.

La mia impressione è che non abbia ricevuto sin qui l’attenzione e la diffusione che merita. Il suo pregio è riassumere una serie di elementi concettuali tra loro organici e consequenziali che delineano, a tutto tondo, una proposta politica con la quale misurarsi.

Giacché il tema è cruciale (il profilo di fondo del nuovo soggetto politico) e il mio dissenso è profondo, vorrei esplicitare il mio punto di vista.

Premetto che il dissenso non è relativo alle intenzioni, cui invece riconosco il coraggio di introdurre una discussione e una ricerca problematiche e aperte, e neppure è relativo a tutte le articolazioni del testo, bensì si definisce in rapporto a questioni culturali che potrebbero passare inosservate a una lettura disattenta e veloce ma che invece rappresentano nodi teorici e di prassi di notevole importanza.

La descrizione del contesto è condivisibile. Siamo di fronte al fallimento di un trentennio di politiche neo-liberiste, culminato nella crisi finanziaria iniziata nel 2007 e tuttora in corso. Incubate dalla Mont Pelerin Society, sperimentate nel Cile di Pinochet, introdotte su vasta scala da Thatcher e Reagan, le politiche del neo-liberalismo sono state gestite in Europa in questi ultimi decenni senza apprezzabile soluzione di continuità da governi di centro-destra e di centro-sinistra. Quello che viene definito establishment è allora, precisamente, il blocco di queste nuove classi alte, la commistione di classe politica dirigente e grandi potentati economici e finanziari. Non vi è dubbio che queste politiche abbiano accresciuto le diseguaglianze, incrementato la povertà e le ingiustizie, aprendo un’autostrada ai movimenti populisti, determinando disaffezione verso le forme classiche della politica e verso la stessa idea di governo ordinato dei processi economici e sociali.

La vittoria di Trump in America si inquadra in questo contesto, come prodotto estremo del salto di qualità – dentro la fase neoliberale – determinatasi con la crisi del 2007. Emiliano Brancaccio descrivendo l’ultimo decennio inquadra uno dei punti cruciali: la frattura interna al ceto medio che approfondisce il solco tra quel settore della borghesia che dentro la crisi si avvantaggia verso l’alto e quel settore, largamente prevalente, che crolla verso il basso, impoverendosi.

Il successo di Trump si colloca qui, ma con alcune precisazioni: il populismo reazionario di Trump non è inedito all’interno della storia politica repubblicana (basti pensare a Henri Ford); Trump è parte dell’establishment, pure interpretando sentimenti di insofferenza nei confronti dell’establishment; ha vinto con i voti delle classi ricche, non soltanto con quelli degli operai bianchi del Sud; il sistema finanziario americano ha sin qui retto benissimo, dimostrando apprezzamento per la sua vittoria e per la sua promessa di inserire in postazioni chiave (come il Segretariato al Tesoro) uomini diretta espressione delle grandi banche d’affari Usa. Non siamo quindi affatto, come taluni sostengono, al crollo del neo-liberismo reale. Siamo a una curvatura pericolosissima interna alla fase inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.

La vittoria di Trump è quindi, con queste precisazioni, la conferma che le politiche dell’establishment possono produrre una torsione populista, una reazione di destra interna al sistema, senza sbocchi progressivi.

Una medesima tendenza – avverte l’appello – esiste anche in Europa ed è verosimile che si rafforzi nell’immediato futuro, per esempio in Francia.

La tesi di fondo che contiene l’appello allora è semplice. Per impedire questo sbocco (o altri analoghi) bisogna impugnare da sinistra questa stessa bandiera populista, per orientare in senso democratico il campo populista, “l’unico che esiste, nel quale si gioca interamente la partita”.

Ma cos’è il populismo e perché non può esistere un populismo democratico in Europa?

Dobbiamo accordarci sui termini e io non ho obiezioni da muovere alla definizione implicita che viene proposta. Posto che non stiamo discutendo né del narodnicestvo russo della seconda metà dell’Ottocento e neppure del Partito del popolo americano di fine Ottocento, il populismo è una cosa precisa. È l’idea che esista un popolo come tutto organico, un basso concepito come virtuoso e puro, in lotta contro un alto, altrettanto organico, moralmente corrotto. Basso contro alto, due entità ontologicamente rigide e compatte. Alla testa del basso in lotta contro l’alto c’è un capo carismatico, che salta le mediazioni tipiche delle forme moderne della rappresentanza. Il popolo, concepito come buono e virtuoso, è quindi nelle mani di un capo, che esercita la sua lotta contro l’alto, contro l’élite, contro l’establishment, in quanto tale coeso, granitico, corrotto. Cosa manca in questa descrizione? Mancano le differenze, le gerarchie che fratturano la società in interessi contrapposti. E mancano le intermediazioni, i corpi intermedi, la politica come relazione, alleanza e conflitto tra pezzi differenti della società.

Del resto, il superamento della società divisa in classi è uno dei pilastri teorici della narrazione populista. Siamo oltre il Novecento, non c’è più spazio per il conflitto tra interessi articolati. È curioso come lo stesso assunto sia postulato tanto dalla dottrina neo-liberale (la storia è finita, non ci sono alternative, la lotta di classe è finita, così come le strutture – partiti e sindacati – che la conducevano e la rendevano compatibile con le regole democratiche interne agli Stati) quanto dalla pratica dell’oligarchia tecnocratica che, esattamente come il populismo, manda in soffitta i conflitti e le fratture, l’esistenza di punti di vista alternativi tra loro, e riduce la politica alle leggi naturali dell’economia (neo-liberista), a ciò che è oggettivamente buono ed efficiente in quanto corrispondente alla oggettività della tecnica.

Su questo terreno occorre essere precisi: il turboliberismo che spazza via le intermediazioni non rappresenta un modello in relazione al quale ci è consentito essere mimetici. Occorre assumere con grande coraggio la coscienza del presente per sapere lo scacchiere su cui si muove la partita e dunque i linguaggi della trasmissione dei contenuti, ma provando a mettere in azione pedine alternative, di altro segno.

Perché la tendenza alla disintermediazione non è potenza ma atto, la crisi dei corpi intermedi è profondissima, la crisi delle istituzioni rappresentative pure. Così come, persino, la disintermediazione agisce all’interno dei processi produttivi (nella stessa relazione tra lavoro e capitale), mettendo in discussione le fondamenta progressive della modernità, aprendo le porte a una nuova epoca di Restaurazione.

E tuttavia questi fenomeni – pensiamo – vanno riconosciuti come tendenze, non assunti acriticamente come condizioni naturali del presente o condizioni necessarie del futuro.

Negazione dei conflitti e della complessità delle articolazioni intermedie, disintermediazione del rapporto tra capo e popolo. A questa altezza, per quanto paradossale possa apparire, si colloca persino il populismo di governo. Basti pensare alle vicende italiane, con una proposta di revisione costituzionale che intende fare saltare, per esempio, la forma parlamentare della rappresentanza, rafforzando a dismisura l’esecutivo.

Ma torniamo a noi. Si confrontano due visioni distinte, che dobbiamo sapere indagare e relazionare in maniera dialettica, per evitare che si trasformino in un futuro prossimo, per esempio all’interno del nostro processo costituente, in contraddizioni strutturali.

Da una parte l’idea che si debba articolare una proposta nel campo populista, affidandosi a un leader salvifico, a un capo carismatico e al suo potere diretto e immediato esercitato nel rapporto con il (suo) popolo.

Dall’altra l’idea che serva protagonismo collettivo, diffuso, un gruppo dirigente centrale e territoriale in grado di rappresentare efficacemente il progetto politico di trasformazione. All’interno di questo – dato che non vogliamo scindere le nostre valutazioni dal principio di realtà, confondendo l’essere con il dover essere – un leader, una figura centrale cui assegnare responsabilità apicali persino sul terreno comunicativo.

Da una parte, ancora, l’idea che i corpi intermedi siano irreversibilmente saltati, le contraddizioni di classe affogate nella liquidità del post-moderno e che quindi vada assunta la linea tendenziale imposta dal capitale in questi decenni come realtà inequivocabile e – paradossalmente – immodificabile.

Dall’altra l’idea che il compito di una forza progressista sia quello di leggere e interpretare la società contemporanea nella sua complessità, analizzando nel concreto e nelle sfumature le sue contraddizioni. E che, sulla base di questo approccio, la forza progressista debba scegliere gli interessi da difendere, a partire da quelli che svolgono una funzione generale all’interno del sistema produttivo e riproduttivo, sul piano materiale e simbolico. Producendo, muovendo da questi, un’opera di ricucitura e di alleanza tra settori sociali differenti nella direzione della costruzione di un nuovo blocco storico.

Quindi: da una parte il populismo, dall’altra la politica e la sinistra che – proprio per le ragioni sopra indicate e in questa parte del mondo, l’Europa della società civile e delle casematte, l’Occidente delle mille articolazioni, la società complessa di cui già parlava Gramsci ormai un secolo fa – sono in ultima istanza alternativi tra loro.

Il populismo democratico che viene proposto è allora un controsenso, una contraddizione in termini.

Non è un caso che le conclusioni cui l’appello giunge sul terreno della nostrana politique politicienne abbiano implicazioni precise, che riguardano non casualmente il Movimento Cinque Stelle. Esso non è – come viene scritto – semplicemente “inoperativo” o “inefficace” rispetto al governo. O ambiguo su alcune posizioni. Esso è strutturalmente portatore di un modello politico anti-democratico, oligarchico, proprietario. Esso è, inoltre, collocato strutturalmente nel campo della destra populista europea, come dimostra fisicamente l’appartenenza al gruppo di Farage in Europa e, soprattutto, le posizioni del Movimento rispetto alle due grandi questioni decisive per il nostro futuro prossimo: l’Europa e il fenomeno migratorio.

Condivido la critica che l’appello muove all’insufficienza dell’attuale quadro politico della sinistra italiana (sarebbe più corretto dire che l’appello condivide la critica che da anni muovo e muoviamo all’attuale quadro politico della sinistra italiana, totalmente da rinnovare e da rifondare), ma non condivido la proposta o meglio l’allusione al profilo politico e culturale che viene proposta.

Si sostiene l’esigenza di costruire un movimento a rete (formula ormai più antica e consunta di quella del partito novecentesco) che giochi la propria partita nel campo populista.

Noi proponiamo un partito che giochi la propria sfida nel campo progressista e democratico. Non come variante di sinistra dell’establishment o dell’élite. Ma come alternativa radicale e di governo alle politiche neo-liberali.

Radicale nei contenuti, nella proposta concreta di un governo alternativo e possibile, che faccia finalmente gli interessi popolari, che svolga una funzione progressiva per l’intero Paese e che ruoti intorno al lavoro, al diritto allo studio, alla casa, alla previdenza, alla salute (parole antiche che suonano vecchie solo perché non sono credibili le bocche che sin qui le hanno pronunciate, come dimostra in controluce il successo di Jeremy Corbyn nel Labour britannico).

E radicale (altro che il populismo!) nelle forme organizzative, che devono mirare da subito al protagonismo popolare e all’auto-governo attraverso un’organizzazione capillare e strutturata e non alla delega al capo carismatico, alle cui fortune legare la parabola politica collettiva.

Noi proponiamo, non a caso, un partito che sia alleato organico delle sinistre alternative e di governo di tutta Europa. A partire da quella Syriza che non può essere – come invece l’appello fa – ascritta al novero delle forze populiste. È sufficiente conoscere Syriza, la storia politica del suo gruppo dirigente e delle formazioni politiche da cui nasce, per smentire definitivamente confusioni ed equivoci. La stessa politica delle alleanze sociali determinata da Syriza conferma le nostre opinioni, giacché essa – dentro la frattura del ceto medio che abbiamo sopra richiamato come elemento connotativo dell’Europa post 2007 – mira a ricostruire connessioni virtuose tra i settori popolari tradizionalmente in relazione con la sinistra e parti di borghesia intellettuale, produttiva, creativa coinvolgibili nell’ottica dell’interesse nazionale.

Noi proponiamo un partito di questo natura perché ci interessa il governo e la trasformazione dell’Europa, a partire dalle sue basi materiali, politiche, dalla sua intera architettura istituzionale.

Su questo terreno l’appello sconta forse il suo punto più debole. Stato, nazione, patria, internazionalismo, europeismo e anti-europeismo tutti insieme. Noi invece vogliamo riflettere seriamente sul concetto di statualità e sovranità, ricollocandolo nella prospettiva europea. Radicalmente critici rispetto a questa Unione Europea, radicalmente convinti che lo spazio europeo sia il livello minimo nel quale condurre la nostra battaglia, in cui collocare la nostra sfida.

Ma già capire – al contrario di quanto non sia permesso di fare oggi – il perimetro politico nel quale viene avanzata la proposta di questo appello sarebbe un passo avanti, per chi legge, per chi condivide, per chi dissente.