Un discorso anticapitalista venuto dal Sud
Il papa contro lo «sterco del demonio»
In settembre il capo della Chiesa cattolica deve visitare Cuba, poi gli Stati Uniti, dopo aver lavorato per il riavvicinamento di questi due Paesi. In questi due ultimi anni Francesco, primo papa non europeo dopo tredici secoli, ha rivolto sul mondo lo sguardo della Chiesa. Promotore di un’ecologia «integrale» socialmente responsabile, questo pastore gesuita argentino andrà anche alle Nazioni Unite, a provocare le coscienze.
Jean-Michel Dumay, settembre 2015
(Traduzione dal francese di José F. Padova)

Davanti a un fitto uditorio riunito al Parco delle Esposizioni di Santa-Cruz, la capitale economica della Bolivia, un uomo vestito di bianco fustiga «l’economia che uccide», «il capitale eretto a idolo», «l’ambizione sfrenata del denaro che comanda». In quel 9 luglio il capo della Chiesa cattolica si rivolge non soltanto ai rappresentanti dei movimenti popolari e all’America latina, che l’ha visto nascere, ma al mondo intero, che egli vuole mobilitare per mettere fine a questa «dittatura sottile» dal fetore di «sterco del diavolo» (1).
«Abbiamo bisogno di un cambiamento», proclama il papa Francesco, prima di incitare i giovani, tre giorni dopo in Paraguay, a «mettersi in rivolta». Fin dal 2013, in Brasile, aveva chiesto loro di «essere rivoluzionari, di andare controcorrente». Nel corso dei suoi viaggi il vescovo di Roma diffonde un discorso sempre più incisivo sullo stato del mondo, sul suo degrado ambientale e sociale, con parole molto forti contro il neoliberismo, il tecnocentrismo, in breve, contro un sistema dagli effetti deleteri: uniformazione delle culture, «mondializzazione dell’indifferenza».

In giugno, sempre con questo spirito, Francesco indirizzava alla comunità internazionale un «invito urgente a un nuovo dialogo sul modo in cui costruiamo l’avvenire del Pianeta». Nella sua enciclica Laudato si chiama ognuno, credente o no, a una rivoluzione dei comportamenti e denuncia un «sistema di relazioni commerciali e di proprietà strutturalmente perversi». Un testo «al medesimo tempo caustico e tenero», che «dovrebbe scuotere tutti i lettori non poveri», considera il New York Rewiew of Books (2). In Francia 100.000 esemplari di questo piccolo manuale sono stati venduti in sei settimane (3).

Ecco dunque un Pontefice che assicura che un altro mondo è possibile, non al momento dell’Ultimo Giudizio, ma quaggiù e adesso. Questo papa superstar, nel solco mediatico di Giovanni Paolo II (1978-2005), tronca e divide: beatificato da personaggi ecologisti e critici della globalizzazione (Naomi Klein, Nicolas Hulot, Edgar Morin) per aver «sacralizzato la sfida ecologica» in un «deserto del pensiero» (4), demonizzato dagli ultraliberisti e i clima-scettici, capaci di fare di lui «la persona più pericolosa sul Pianeta», come ne ha fatto la caricatura un polemista della catena televisiva ultraconservatrice americana Fox News.

Le destre cristiane si inquietano nel vedere un papa dai discorsi sinistrorsi e così poco facondo sull’aborto. E gli editorialisti della sinistra laica s’interrogano sulla profondità rivoluzionaria di quest’uomo del Sud, primo papa non europeo dopo il siriano Gregorio III (731-741), che grida allo scandalo davanti al traffico di migranti, chiama in sostegno dei greci respingendo i piani di austerità, chiama «genocidio» un genocidio (quello degli armeni), firma un quasi-concordato con lo Stato della Palestina, appoggia la fronte in segno di preghiera al Muro del Pianto per la barriera di separazione che gli israeliani impongono ai palestinesi e si avvicina a Vladimir Putin sulla questione siriana, mentre in Occidente l’orientamento è per le sanzioni contro la Russia a causa del conflitto ucraino.

«Ha rimesso la Chiesa nel gioco internazionale», ritiene Pierre de Charentenay, ex redattore capo della rivista Études, attualmente specialista in relazioni internazionali presso la rivista romana La Civiltà Cattolica. «Ha anche cambiato la sua immagine. È il campione dei critici della mondializzazione! Accanto a lui Benedetto XVI fa la figura di un bravo ragazzo». Il predecessore, effettivamente, tutto introversione teologica, sempre incline a condannare, appare come un musone guastafeste vicino al misericordioso argentino, piuttosto portato a perdonare. Ma, in fondo, «la sua forza è soprattutto quella d’interrogare l’insieme di un sistema», pensa il padre de Charantenay.

Ecco che cosa dice precisamente questo primo papa gesuita e americano: l’umanità porta la responsabilità del degrado generalizzato e lascia che il sistema capitalista neoliberale distrugga il Pianeta, «la nostra casa comune», seminando le disuguaglianze. Essa deve quindi rompere con un’economia in cui, come dice l’economista – e anch’egli gesuita – Gaël Giraud, «da Adam Smith e David Ricardo in poi la questione etica è esclusa dalla fiction «della mano invisibile» che si ritiene regoli il mercato (5). Essa ha ormai bisogno di una «autorità mondiale», di norme cogenti e soprattutto dell’intelligenza dei popoli, al servizio dei quali è necessario porre d’urgenza l’economia. Perché la soluzione politica si trova nelle loro mani e non in quelle delle élite, sviate dalla «miopia delle logiche del potere».

Per il papa la crisi ambientale è innanzitutto morale, frutto di un’economia disgiunta dall’umano, nella quale si accumulano i debiti: fra ricchi e poveri, fra Nord e Sud, fra giovani e vecchi. Nella quale «tutto si collega»: povertà-esclusione e cultura dello scarto, dittatura del termine-corto e dell’alienazione-consumismo, riscaldamento climatico e glaciazione dei cuori. Così che «un vero approccio ecologico si trasforma sempre in un approccio sociale». Chiamata a reagire, l’umanità deve quindi dotarsi di una «nuova etica delle relazioni internazionali» e di una «solidarietà universale», ciò che il papa Francesco perorerà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) il 25 settembre, in occasione del lancio degli Obiettivi del millennio per lo sviluppo.

Certo, si arguirà, tutto questo non è totalmente nuovo. «Francesco s’iscrive con una assai bella continuità nella linea del Concilio Vaticano II (che si è tenuto fra il 1962 e il 1965 e il cui scopo era di aprire la Chiesa al mondo moderno)», constata a Roma, per esempio, Michel Roy, segretario generale della rete umanitaria Caritas Internationalis. Di fatto, il pontefice rimanda al Vangelo, rivisita la dottrina sociale della Chiesa elaborata nell’era industriale e, soprattutto, aggancia queste convinzioni a quelle di Paolo VI (1963-1978), nel quale il padre de Charanteney vede il suo «maestro intellettuale e spirituale».

Primo papa della globalizzazione e dei grandi viaggi intercontinentali, Paolo VI, sulla traccia del riformatore Giovanni XXIII (1958-1963), è colui che ha fatto uscire fisicamente il papato dall’Italia, ha internazionalizzato il collegio dei cardinali, moltiplicato le nunziature (ambasciate della Santa sede) e i rapporti bilaterali con gli Stati (7). È anche colui che ha condotto la Chiesa a superare le sue ristrette competenze di gendarme delle libertà religiose per renderla «solidale con le angosce e le pene dell’intera umanità (8)». Per Paolo VI lo sviluppo era il nuovo nome della pace; una pace intesa non come un dato di fatto, ma come il processo dinamico di una società più umana, aperta su una ricchezza condivisa.

Tuttavia, se anche vi è continuità e perfino, per alcuni, una sorta di realizzazione del grande sconvolgimento cattolico avviato negli anni ’60, è difficile ignorare che il pontefice argentino si distacca nettamente dai suoi predecessori. Anche se essi non erano, neppure loro, avari di discorsi antiliberisti, i pontificati del polacco Giovanni Paolo II e del tedesco Benedetto XVI, questi santi padri del rigore, sono stati segnati dal loro ancoraggio dottrinale. L’ultimo, di Benedetto XVI, inoltre, è stato infangato da qualche «affaire» che l’amministrazione vaticana ha avuto qualche difficoltà a gestire, come lo scandalo VatiLeaks: la diffusione di documenti confidenziali che accusavano l’amministrazione della Santa Sede di corruzione e di favoritismi, in particolare per certi contratti stipulati con imprese italiane.

Due tipi d cause possono essere ipotizzate per l’attuale rinnovamento: le une riguardano il contesto; le altre sono inerenti all’uomo. «Su un piano etico-politico Francesco riempie un vuoto a livello internazionale», constata François Mabille, professore di Scienze politiche al Politecnico di Lilla e specialista della diplomazia pontificia. Egli è il papa del dopo-crisi finanziaria del 2008, come Giovanni Paolo II lo era stato per la crisi del comunismo. «Procedendo a un aggiornamento della dottrina sociale, Francesco introduce un pensiero sistemico, nel quale tutto fa sistema, e occupa con successo la nicchia della sollecitudine contestataria». Vi era urgenza, aggiunge Mabille: «Il tempo della Chiesa non era più quello del mondo. Per Benedetto XVI tutto si svolgeva troppo rapidamente. Era necessario essere nell’anticipazione e non più nella reazione».

Prima di andare a scuotere il mondo, il nuovo papa ha quindi messo sottosopra la sua casa. Adepto di una sobrietà che condivide con Francesco d’Assisi, del quale ha preso il nome, ha instaurato, se così si può dire, un papato «normale», che egli vuole sia esemplare. Ha messo in soffitta gli ultimi attributi onorifici d’abbigliamento della sua funzione e ha stabilito la sua dimora in un bilocale di 70 mq, che ha preferito ai lussuosi appartamenti pontifici. Il papa ama il simbolo e spesso unisce il gesto alla parola, ciò che è ripagante in una società dell’immagine.

Così, con una bonomia che sembra fare di lui il curato del mondo, appare diretto, spontaneo, e chiama gatto un gatto – rischiando qualche deragliamento diplomatico, che poi portavoce e nunzi riescono (o no) a recuperare. Designato dai suoi pari per riformare in profondità la Curia, vale a dire l’apparato dello Stato della Santa Sede, ha elencato senza tanti riguardi i quindici mali che affliggono l’Istituzione, segnata da un clientelismo all’italiana. Fra queste calamità: l’«Alzheimer spirituale» e, al primo posto, l’abitudine a «credersi indispensabili» (9).

Teologia della liberazione non marxista
Per governare, Francesco si è circondato di una guardia ravvicinata di otto prelati radicati sul territorio. Ha avviato commissioni per riformare le finanze e la comunicazione; moltiplicato gli esperti laici per consigliare la sua amministrazione; creato un Tribunale vaticano per giudicare i vescovi che hanno coperto i preti pedofili; nominato un primo gruppo di una quindicina di nuovi cardinali, futuri elettori del suo successore; il prossimo papa sarà scelto mentre lui sarà ancora in vita, come aveva voluto Benedetto XVI per sé stesso. Francesco l’ha ripetuto prima di fare visita a Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador: egli è contro i «leader a vita».

I suoi nuovi ussari porporati il papa li sceglie fra coloro che hanno sgobbato là dove sono aperte le ferite sociali, come ad Agrigento, diocesi della quale fa parte Lampedusa, l’isola dell’emigrazione clandestina. Va a cercarli in Asia, nei profondi spazi dell’Oceano Pacifico, in Africa, in America Latina, affrancandosi così da regole non scritte: fine delle arcidiocesi che meccanicamente avviavano i loro titolari verso l’alta gerarchia romana aumentando il peso dell’Europa nel conclave e, lì dentro, quello dell’Italia (10).

«Questo papa rompe i tabù, dà calci al formicaio, senza prendere troppe precauzioni», constata un diplomatico francese, osservando l’azione pontificale. «Ha capito di essere Capo di Stato. La funzione lo afferra. È pragmatico e molto politico». Tutto questo scolora la Chiesa, perché Francesco «è» la Chiesa, come egli stesso ha ricordato, non senza una maliziosa dolcezza persuasiva di gesuita «un po’ astuto» (così definisce sé stesso), a coloro che si preoccupavano se l’istituzione lo avrebbe seguito.

«Ci si accalca per vederlo!», gongola sull’altra sponda, dal lato delle nunziature, un consigliere pontificio. In due anni più di cento Capi di Stato sono stati ricevuti in Vaticano. Alcuni cercano la sua mediazione: gli Stati Uniti e Cuba, il cui riavvicinamento egli ha reso più facile; la Bolivia e il Cile, si sussurra, per quanto riguarda l’accesso della prima all’Oceano e via via fino all’organizzazione guerrigliera delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) che gli chiedono la sua intercessione quando passerà per Cuba… Così sono i desideri del papa, che fa riaprire a Roma un ufficio di mediazione pontificia. Senza successo garantito: nel giugno 2014 fare pregare insieme, molto mediaticamente, il Presidente palestinese Mahmoud Abbas e il Presidente israeliano Shimon Peres nei giardini del Vaticano non ha impedito i sanguinosi attacchi di Israele si Ghaza, un mese dopo.

Nato in Argentina, Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, «è il primo papa che comprende veramente gli scambi Sud-Sud, in materia di beni materiali o di beni simbolici, religiosi», pensa Sébastien Fath, membro del Gruppo società, religioni, laicità. «Egli sa che predicatori africani sono in rapporti con le Chiese brasiliane, che i gesuiti indiani partono in missione in Africa». È un «latino perfetto… che non parla inglese», completa Roy della Caritas. Nipote di immigrati piemontesi, «fa pensare a un papa europeo che abbia lasciato l’Europa: un’Europa no future!», riprende il nostro diplomatico francese. «Non ha una visione geopolitica del mondo, per essere precisi», afferma Roy. Un mondo che egli d’altra parte conosce poco: Francesco non ha quasi per niente viaggiato prima del papato. «Innanzitutto egli punta il dito contro un sistema, materialista, basato sulla promozione dell’individuo, che distrugge le solidarietà tradizionali e sprofonda i più fragili nella povertà». Per il consigliere pontificio «è un lanciatore di allarmi!».

Un tempo monello dei sobborghi di Buenos Aires, Bergoglio ha tuttavia la sua propria geografia dello spazio: meno un’opposizione fra Sud e Nord che fra un centro e le «periferie», siano esse spaziali (Paesi poveri, sobborghi, bidonville) o esistenziali (popolazioni precarie, esclusi, detenuti, ecc.). In questa visione vi sono tante periferie al Nord e aspetti colonialisti nei circuiti globalizzati ed è lì che egli vuole la sua Chiesa prioritariamente al lavoro.

Bergoglio ha scelto il suo campo: quello della «opzione preferenziale per i poveri» e i «piccoli» che, nei suoi discorsi, come a Santa Cruz, egli affronta personalmente: «straccivendoli», «raccoglitori d’immondizie», «venditori ambulanti», «facchini», «lavoratori esclusi», «contadini minacciati», «indigeni oppressi»», «emigranti perseguitati», «pescatori che possono appena resistere all’asservimento operato dalle grandi corporation»… È un Pastore con slanci missionari molto forti, così si dice. Non un diplomatico. È questo un problema? Per quello vi sono… i diplomatici, pilotati dall’esperto segretario di Stato Pietro Parolin, già uomo di missioni delicate in Venezuela, in Corea del Nord, in Vietnam e in Israele.

Il sinodo sulla famiglia presto concluso
«Il papa è convinto che l’avvenire sia con quelli che stanno sul territorio», riconosce Roy. Il papa diffida delle organizzazioni (cominciando dalla sua!), le cui derive portano, secondo lui, alla sterilità dei discorsi autoreferenziali lontani dalla realtà. Questo fa di lui un dirigente dall’approccio umano e manageriale di grande ascendente, constatano i diplomatici, mentre i suoi predecessori erano totalmente proiettati dal vertice verso la base. «Vi chiedo la vostra preghiera che è la benedizione del popolo per il suo vescovo», ha detto Francesco ai fedeli in piazza San Pietro, invertendo i ruoli, il giorno della sua elezione.

Questo attaccamento alle popolazioni, che gli conferisce accenti populisti (è stato vicino a un gruppo della gioventù peronista (11)), lo ancora concettualmente nella teologia del popolo, un ramo argentino non marxista della Teologia della Liberazione (12). La teologia del popolo: «Un teologia per il popolo e non dal popolo», riassume Pierre de Charentenay per sottolineare la differenza. «Il papa opera una specie di ripresa popolare e culturale della teologia della liberazione». Detto a mezza voce, non è pur meno una riabilitazione. Derivata dall’appropriazione latino-americana del Concilio Vaticano II negli anni ’70, la teologia della liberazione era soffocata da Benedetto XVI e Giovanni Paolo II per il suo approccio marxisteggiante. Nel settembre 2013 Francesco riceveva in udienza privata, a Roma, uno dei suoi illustri fondatori, il padre peruviano Gustavo Gutierrez. Nel marzo 2015 beatificava Mons. Oscar Romero, l’arcivescovo del San Salvador assassinato nel 1980 in piena Messa da militanti di estrema destra. I suoi predecessori non avevano nemmeno avviato l’istruzione della procedura di beatificazione. Secondo Leonardo Boff, uno dei capifila brasiliani del movimento, la visione di Francesco s’iscrive «nella grande eredità della teologia della liberazione». Il suo pontificato potrebbe perfino aprire una «dinastia di papi del terzo mondo» (13).

Ma Bergoglio stona anche perché è un vero capo di chiesa, un papa manager, il primo ad aver concretamente esercitato responsabilità territoriali extra-diocesane a livello nazionale. Dal 2005 al 2011 è stato Presidente della conferenza episcopale argentina (14). Di conseguenza «le truppe [in Vaticano] sono molto meglio organizzate», constata un osservatore romano, «la sua personalità, le sue implicazioni personali, hanno ri-dinamizzato la diplomazia della Santa Sede».

Con la sua direzione Francesco ha fissato una rotta per la sua multinazionale. Abilmente ha dimensionato l’attacco in funzione del bersaglio e attribuisce al suo progetto l’aspetto noto dell’«internazionalismo cattolico» (15): partecipare alla pacificazione delle relazioni fra Stati, promuovere la democrazia, insistere sulle strutture di dialogo internazionale, sulla giustizia per i popoli, il disarmo, il bene comune internazionale, tutti temi che talora conferiscono alla Chiesa cattolica aspetti di pura organizzazione non governativa (ONG). E all’interno, ai suoi colleghi cardinali alla sua elezione, il gesuita argentino ricorda l’essenziale: evangelizzare, certamente. Ma anche fare uscire la Chiesa da sé stessa, dal suo «narcisismo teologico», per andare senza aspettare verso le «periferie» (16).

Alcuni [cardinali] sembrano non aver valutato a chi essi confidavano le Chiavi. Perché per evangelizzare Francesco non brandisce la sua croce come Giovanni Paolo II il quale, fin dal suo primo sermone, passava all’offensiva: «Non abbiate paura! Spalancate le porte al Cristo (…), aprite le frontiere degli Stati, dei sistemi politici ed economici (17)…». Il papa argentino ha un altro senso politico. Egli non esita a fare lavorare la Chiesa con movimenti popolari che sono ben lontani dal condividere la sua fede. Ha compreso che se la Chiesa restasse universale non sarebbe più il centro del mondo – ma tutt’al più una «esperta in umanità», come la presentava Paolo VI.

Queste nuove inclinazioni non nascondono le difficoltà. Nel Vicino Oriente, dove Francesco nel 2013 lanciava il ritorno della diplomazia vaticana chiedendo la pace in Siria, quando la Francia e gli Stati Uniti volevano staccarsi dal regime di Bashar al-Assad, alla fine la Santa Sede ha dovuto fare marcia indietro di fronte all’urgenza: un anno più tardi egli chiedeva alle Nazioni Unite di «fare di tutto» per contrastare le violenze dello stato Islamico (Daesh), responsabile di «una specie di genocidio in atto» che costringeva i cristiani all’esodo. I fondamentalismi non sanno che farsene del dialogo interreligioso.

Allo stesso modo in Asia, regione percepita come un giacimento per lo sviluppo, la diplomazia vaticana procede con difficoltà. Se le relazioni con il Vietnam stanno rianimandosi, in Cina un’intera corrente cattolica, controllata dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, struttura statale, continua a sfuggire al vescovo di Roma. Certamente Francesco ha fatto di tutto per ammansire il presidente Xi Jinping – evitando in particolare di incontrare il Dalai-Lama – e ha riconosciuto un’ordinazione vescovile avvenuta in luglio a Anyang (provincia dello Henan), ciò che non era accaduto da tre anni ad oggi. Ma la realtà è molto lontana dai sogni missionari: negli ultimi mesi, riferisce l’agenzia Chiese d’Asia, le autorità cinesi hanno fatto distruggere a decine le croci sulle chiese, troppo ostensibili, specialmente nella provincia dello Zhejiang. Infine, in India, l’infima minoranza cattolica (2,3% della popolazione) subisce regolarmente offese ai beni e alle persone.

Per Francesco gli ostacoli non si trovano soltanto in terre lontane non cristiane. Negli Stati Uniti, dove parlerà il 24 settembre davanti al Congresso, il suo tasso di popolarità è calato: dal 76% di opinioni favorevoli in febbraio al 59% in luglio, dopo l’enciclica e il discorso di Santa Cruz, soprattutto presso i repubblicani (45%) (18). Il tono, tanto quanto il fondo, non suona bene. Gli si rimprovera il suo tropismo, la sua scarsa considerazione per quello che il capitalismo ha potuto apportare ai Paesi poveri o per i suoi sermoni che non propongono soluzioni (19). A sinistra si sospetta un’offensiva di fascino per fare passare pillole più amare. Si nota che egli mantiene l’opposizione dottrinale alla contraccezione e non fa evolvere quella relativa all’uso del preservativo in materia di lotta contro l’AIDS. Che elude le conseguenze della demografia incalzante, tanto problematica quanto lo è il consumismo. «La crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale», assicura il papa al contrario. I conservatori, da parte loro, lo rimandano seccamente alle sue competenze teologiche e morali. «Io non mutuo la mia politica economica dai miei vescovi, dal mio cardinale o dal mio papa», ha dichiarato Jeb Bush, candidato repubblicano alla casa Bianca, convertito al cattolicesimo vent’anni fa (20). Il papa non si formalizza: «Non aspettatevi da questo papa una ricetta», «La Chiesa non ha la pretesa (…) di sostituirsi alla politica».

Più generalmente Francesco è atteso sulle questioni della società, sulle quali gli organi vaticani da due anni hanno messo la sordina. Nel 2014 egli ha aperto un vaso di pandora chiedendo ai vescovi, riuniti nel Sinodo, di lavorare sul tema famiglia. I lavori termineranno quest’anno, in ottobre. A più riprese egli è sembrato favorire un’evoluzione sulla questione, molto delicata nell’istituzione, dei divorziati risposati privati della comunione, o ancora sull’omosessualità – il suo risonante «Chi sono io per giudicare?», che tuttavia non gli ha impedito di congelare, in primavera, la procedura di nomina presso la Santa Sede di un nuovo ambasciatore di Francia, il cui orientamento sessuale era stigmatizzato specialmente dalla Curia.

All’interno più d’uno lo attende alla svolta. Egli vuole rompere con il centralismo romano, sviluppare la collegialità, rendere alle conferenze episcopali la loro parte di autorità dottrinale, promuovere l’introduzione della cultura nella liturgia. Di che scompigliare l’unità della sua Chiesa. Ora, egli ha già 78 anni… E la Curia, un universo che gli era ignoto, oppone una bella resistenza. «Vi si rompe i denti», osserva Pierre de Charantenay. «L’aratro si è bloccato in un terreno difficile». Per la famiglia Francesco si appella a «un miracolo». E d’altronde per il momento nulla dice che questo papa che dà fastidio riuscirà.

(1) Le pape reprend ici une expression de l’un des Pères de l’Eglise, Basile de Césarée, un ascétique précurseur du christianisme social.
(2) Bill McKibben, « The Pope and the planet », The New York Review of Books,13 août 2015.
(3) Pape François, Loué sois-tu. Lettre encyclique Laudato si’ sur la maison commune, disponible en France chez plusieurs éditeurs (Bayard, Cerf, Artège, Salvator, etc.), de 3 à 4,50 euros, et gratuitement sur Internet.
(4) « Naomi Klein prend fait et cause pour l’encyclique du pape », 2 juillet 2015 ; « Nicolas Hulot : “Le pape François sacralise l’enjeu écologique” », L’Obs, Paris, 28 juin 2015 ; « Edgar Morin : “L’encyclique Laudato Si’ est peut-être l’acte I d’un appel pour une nouvelle civilisation” », La Croix, Paris, 22 juin 2015.
(5) « Que penser des positions du pape sur l’économie ? », La Croix, 24 juillet 2015.
(6) Paul VI, inspirateur du pape François, Editions Salvator, Paris, à paraître le 24 septembre 2015.
(7) Le nombre des Etats avec lesquels le Saint-Siège entretient des relations est passé de 49 en 1963 à 84 en 1978. Il est actuellement de 180. L’Afghanistan, l’Arabie saoudite, la Chine, la Corée du Nord et le Vietnam comptent parmi la quinzaine de pays avec lesquels il n’en entretient pas.
(8) Philippe Chenaux, Paul VI, Editions du Cerf, Paris, 2015.
(9) « Les quinze maux de la curie, selon le pape François », Le Monde, Paris, 23 décembre 2014.
(10) Sur les 113 cardinaux-électeurs qui ont choisi François en mars 2013, 59 étaient européens dont 28italiens.
(11) Bernadette Sauvaget, Le Monde selon François. Les paradoxes d’un pontificat,Editions du Cerf, Paris, 2014.
(12) Juan Carlos Scannone, Le Pape du peuple. Bergoglio raconté par son confrère théologien, jésuite et argentin, entretiens avec Bernadette Sauvaget, Editions du Cerf, 2015.
(13) « “Mientras viva Ratzinger, no es bueno que Francisco me reciba en Roma” », El País, Madrid, 23 juillet 2013.
(14) Chez les jésuites, il avait été auparavant, entre 1973 et 1978, sous l’ère du général Jorge Rafael Videla, jeune provincial (patron) de la Compagnie de Jésus de son pays. Une polémique, non étayée, l’accuse d’un manque de fermeté vis-à-vis de la dictature.
(15) « L’internationalisme catholique », Diplomatie. Les grands dossiers, n°4, Paris, août-septembre 2011.
(16) Intervention de Jorge Mario Bergoglio devant les congrégations générales précédant le conclave l’ayant élu pape, le 13 mars 2013. Le texte, censé rester secret, a été diffusé quelques mois plus tard, avec l’accord du pape, par le cardinal Jaime Ortega, archevêque de La Havane.
(17) Lire Peter Hebblethwaite, « Le rêve polonais d’une chrétienté restaurée », Le Monde diplomatique, mai 1998.
(18) Sondage Gallup, 22 juillet 2015.
(19) « In fiery speeches, Pope renews critiques on excesses of global capitalism »,International New York Times, Paris, 13 juillet 2015.
(20) « Jeb Bush joins Republican backlash against Pope on climate change », The Guardian, Londres, 17 juin 2015.