Capita a tutti di fermarsi a riflettere sul senso delle cose, al di fuori della routine faticosa alla quale siamo appiccicati. Capita, anche, di ragionare sul senso della politica, sulle ragioni che spiegano quell’urgenza che spinge all’impegno, a cercare nella dimensione collettiva, nel noi, lo spazio e lo strumento di un riscatto possibile, di una trasformazione.

Anche se non lo vuoi, anche se pensi di essere vaccinato contro la retorica, affiora la più antica delle similitudini, quella che confronta la politica e la vita.

Perché è sempre, in entrambi i casi, una questione di testa, di intelligenza, di analisi e calcolo.

Ma anche di intuito, di pelle.

E certamente di cuore, nel senso che devi mettere in circolo tutta la passione e la sincerità di cui sei capace.

Nei momenti più drammatici, piccoli o grandi che siano, si moltiplica tutto. Emergono le intelligenze, le capacità di leggere e capire i dettagli del quadro, anche i più sfuocati. Emerge l’intuito, che ti difende dagli errori più grossolani e ti indica la direzione da seguire. Ed emerge infine il cuore, l’idea che in fondo solo se si è coerenti con se stessi tutta questa immensa fatica ha un senso.

Il momento delle scelte è, in politica, il topos drammatico per eccellenza. Tutto si condensa nella decisione: l’accumulo lento e progressivo di processi, la comprensione dei rapporti di forza, la tattica, l’essenza della strategia, persino l’allusione alla dimensione del destino, di un disegno più grande.

In questi momenti c’è la dimensione umana più nuda, c’è la solitudine e il coraggio e la fragilità di essere soli. Quando si sceglie, si decide di spezzare un equilibrio, di determinarne uno nuovo, di sfidare il quadro esistente scommettendo ereticamente su di un altrove che non si conosce ancora. Anche se la decisione è collettiva ognuno fa i conti con sé, con la propria storia, con la propria vita.

In quel momento si è soli, anche perché, spesso, si viene meno a un patto con la comunità che ti ha riconosciuto, alla quale hai contributo. Lì – in quella sospensione che caratterizza il momento della scelta – si è il viandante sul mare di nebbia di Friedrich.

Si è nella condizione che Jean-Paul Sartre descrive magistralmente parlando dell’amore. Sì, l’amore, ché «mettersi ad amare qualcuno è un’impresa» al punto che «c’è un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio» e «se si riflette non lo si fa». E Sartre dice che l’antidoto alla paura e ancora di più alla solitudine è in tre medicine: l’energia, la generosità, l’accecamento.

Parla dell’amore ma noi parliamo della politica, delle scelte dolorose, laceranti ma catartiche e rigenerative che molti di noi hanno compiuto e che altri tra noi compiranno.

Perché la solitudine, combattuta con la grande passione, l’energia e la generosità, si trasforma in un nuovo senso, in una nuova comunità, in un nuovo campo, più simili a quel che ciascuno di noi è per davvero. Si trasforma in qualcosa che è molto simile, anche, a ciò che sarà la Sinistra italiana a partire dalle prossime settimane.

Auguri a Pippo, Elly e a coloro che li stanno seguendo, alle compagne e ai compagni di Sel, ai nostri giovani, che hanno deciso di amare e saltare il precipizio e a tutti noi, perché il viaggio è appena cominciato.