C’è una lettera di Antonio Gramsci a cui penso spesso. È del 1928 ed è indirizzata a Giulia. In quella lettera Gramsci ricorda un operaio che diversi anni prima, dopo l’uscita dal lavoro, passava ogni sera nel suo ufficio. Spesso gli diceva: “Non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero: cosa farà il Giappone?”. Era ossessionato dal Giappone, di cui – continua Gramsci – “nei giornali italiani si parla solo quando muore il Mikado o un terremoto uccide almeno 10.000 persone”. Il Giappone di Gramsci, la sua ossessione, era il mondo, “il quadro sistematico delle forze del mondo” ma anche e allo stesso tempo la vita reale e quotidiana dei suoi figli, che ovviamente la reclusione in carcere gli impediva di vedere crescere.

Ma non soltanto quella dei suoi figli. Anche quella di chiunque altro, nell’insieme. Perché tutto si teneva, tutto si doveva tenere: “i libri e le riviste danno solo idee generali […] ma non possono dare l’impressione immediata, diretta, viva, della vita di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di singole persone reali, senza capire i quali non si può neanche capire ciò che è universalizzato e generalizzato”.

Perché ricordo queste righe?

Perché o la Sinistra italiana torna a sentire come un assillo il proprio Giappone – dalla vita di Pietro al mondo – oppure è defunta, cacciata dalla realtà, dal consenso.

Abbiamo bisogno di studiare di più, di alzare lo sguardo e guardare lontano, per non ridurre la politica alla gestione dell’ordinario, del contingente.

E allo stesso tempo abbiamo bisogno di meno proclami e di più capacità di ascolto, di immergerci per davvero tra le pieghe della vita della nostra gente. Dobbiamo spogliarci della presunzione con cui abbiamo pensato di capire tutto del mondo in questi ultimi anni (decenni?) mentre invece non capivamo nulla, assistendo passivamente, qualcuno partecipando attivamente, alla distruzione della sinistra italiana.

A me pare che in queste ultime settimane qualcosa stia cambiando, qualcuno stia riscoprendo – finalmente – la curiosità del Giappone.

Tanto si può dire delle timidezze delle diverse sinistre interne al Partito democratico ma non si può non riconoscere che sabato a Bologna si è tenuto un appuntamento importante e si sono sentite parole convincenti. C’erano molti lavoratori, moltissimi giovani e poco apparato. Si è discusso delle vertenze degli addetti alle pulizie e dei metalmeccanici, degli inceneritori e della legge delega sul lavoro, della rappresentanza che non c’è, delle pratiche di buon governo nei territori. Si è discusso della opposizione al governo e soprattutto alla sua cultura: quella un po’ peronista e un po’ bonapartista dell’uomo solo al comando, dell’ennesimo uomo della Provvidenza.

Poi Pippo Civati e gli altri lo sanno, che se non fanno in fretta – perché è già tardi – noi quel processo che serve lo cominciamo ugualmente.

Con la consapevolezza che c’è uno spazio, enorme, per quella parte del Paese che non ha firmato il patto del Nazareno con Berlusconi e che riesce ancora a indignarsi di fronte a ciò che emerge dalle inchieste su Mafia Capitale.

Quello spazio però bisogna organizzarlo, senza paura. Senza farci sfuggire più il Giappone di ciascuno di noi: le nostre grandi ambizioni, una visione del mondo, la nostra vita quotidiana.

A proposito: ieri il partito comunista ha triplicato i seggi, passando da otto a ventuno. Sì, proprio in Giappone, addirittura in Giappone.