A differenza di Morte di un matematico napoletano, il film di Mario Martone, Vita di un matematico napoletano. Renato Caccioppoli, la regola e il disordine, di Roberto Gramiccia (EIR, 208 pp., euro 16,50), è un libro che non si occupa solo degli ultimi giorni del grande napoletano ma dell’intero corso della sua vita esaltante e tormentata. Si tratta di un’edizione completamente rivisitata di un’opera di dieci anni fa, la cui uscita ebbe la sfortuna di coincidere con la fine della storica “Editori Riuniti”. Ad arricchirla, oggi, è un bel contributo del sindaco di Napoli Luigi De Magistris.

Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco: quello che avrete tra le mani non è un libro per matematici, né un saggio per cultori della materia (per questi lettori il libro propone una corposa appendice). È piuttosto una biografia romanzata che, come un giallo, si divora tutta di un fiato. Scelgo tre ragioni, tra le tante, che ne suggeriscono la lettura.

La prima è che la grandezza di Caccioppoli è inversamente proporzionale alla sua notorietà. Si conosce poco di un uomo forse troppo grande. Curiosamente, al netto di una letteratura scientifica che ha reso omaggio ai meriti della sua attività accademica, il grande pubblico ha conosciuto Caccioppoli solo grazie al film. Un film vivido e struggente ma inevitabilmente (e senza colpa) insufficiente per chi voglia conoscere l’intero arco della straordinaria parabola esistenziale dell’eretico e libertario personaggio. L’epilogo della sua vita, infatti, per quanto significativo e paradigmatico, lascia in ombra la storia umana, il prisma di una personalità straordinaria.

Il libro di Gramiccia, invece, proprio di questo si occupa, decidendo di non consegnare il geniale matematico napoletano alla dimensione esclusiva di un atto suicidiario sia pure gravido di simboli e allusioni. La luce narrativa cade così su ognuna delle facce del poliedro complesso che è Renato Caccioppoli, restituendo l’immagine unitaria di un intellettuale originalissimo, ribelle, curioso, incoercibile. Nei suoi rapporti con l’insegnamento, con la politica, con la musica, con le donne – straordinariamente – libero.

L’episodio di quella manifestazione per la pace a Bari, durante la quale ‘O genio (come lo chiamavano a Napoli) sostituisce il comizio programmato con un concerto di Debussy, è semplicemente memorabile. Testimonia l’estro di un intellettuale puro, capace di sorprendere, rovesciare i ruoli e adeguarsi mimeticamente all’obiettivo di usare – sempre – un linguaggio universale. Sia esso la musica, la trattazione filosofico-matematica, la politica. Caccioppoli è uno scienziato e insieme un poeta (scienziato proprio in quanto poeta, secondo la sua personale teoria), capace di cogliere per via di intuizione l’essenza astratta dei problemi, abile nel maneggiare con disinvoltura codici narrativi potentissimi.

La seconda ragione che consiglia la lettura di questo libro è che più ci si immerge nella narrazione, più appare chiaro che le qualità che compongono la cifra morale, politica e culturale di Caccioppoli – in primo luogo la libertà, la passione, l’ironia corrosiva, l’ostilità verso l’arbitrio dell’artificiosa frammentazione dei saperi intuitivi e logico-deduttivi – ci forniscono, nel loro insieme, il vero antidoto alla banalità e alla volgarità dell’oggi.

Sembra quasi che, in tempi di frammentazione e di crisi (della società, della cultura, della vita), Gramiccia ci consenta di intravedere l’idea di un sapere e di un vivere complesso ma unitario, riattualizzando la questione di una visione del mondo (e dell’intellettuale) rivoluzionaria, ambiziosa e attenta all’intero («il vero è l’intero» diceva Hegel). L’espressione più felice e insieme tormentata di un pensiero forte in un tempo di estenuata debolezza postmoderna.

Caccioppoli ci dimostra che questo pensiero è tanto più forte quanto più intercetta la dimensione del gioco, dell’avventura, dell’imprevisto. L’Autore riesce nell’intento di fare immedesimare il lettore in questo milieu, perché in fondo ne è egli stesso affraternato. E allora ciascuno è indotto a raccogliere la sfida che il sistema di opposti irriducibili lancia. Un sistema colmo di dualità apparentemente inconciliabili eppure conciliate: la passione e il calcolo, l’anarchia e l’ordine, la libertà e la regola.

Persino nella scelta che pone fine alla sua vita, Caccioppoli non si smentisce, gioca fino in fondo sul crinale tra disordine e regola e, all’ultima curva, sceglie la libertà. Ma non come fuga. Semmai come affermazione di un calcolo radicale, come assunzione di una responsabilità tramite la quale fare i conti con se stesso e con il proprio tempo. Caccioppoli accetta la sconfitta, realizza la sua propria drammatica inattualità e afferma la propria libertà al termine di una vita tormentata e ribelle. Per inciso, se vi è un tratto dell’Autore che, più di ogni altro, merita il plauso è la sua sensibilità gentile, che non fissa morbosamente questo episodio, non lo indaga con pedanteria ma vi allude soltanto, preferendo il silenzio alla retorica.

Conviene però tematizzare ulteriormente questa libertà. Essa è – insieme – liberazione dell’uomo, della coscienza, della conoscenza, dell’arte. È una libertà organica, estetica e politica allo stesso tempo. È l’istintiva propensione a fuggire dalla prigione del già visto, del già raccontato. È la tensione a eccedere il limite, a rompere la sfera delle verità consolidate per costruire un universo nuovo, più complesso e più fecondo.

Anche in omaggio a questo auspicio vorrei dissentire da una semplificazione molto in voga che riguarda la lettura prevalente della vita di Renato Caccioppoli. Qui si colloca la terza ragione di interesse nei confronti di un libro che aiuta – lo dico in maniera tranchant – a evitare semplificazioni e banalizzazioni storiografiche. Il moto di libertà è troppo spesso confuso con la posa individualista dell’intellettuale ottocentesco, come se il rapporto di Caccioppoli con la politica (anzi, con la sinistra italiana e, segnatamente, con il Partito comunista italiano) non fosse un rapporto di profonda immedesimazione. Su questo terreno suggerisco una chiave di lettura diversa da quella proposta nella prefazione Luigi De Magistris, per altro molto efficace: Caccioppoli fu un intellettuale organico, proprio nel senso gramsciano del termine. Egli fu interno alla classe dei subalterni, alla sua lotta, ai suoi interessi.

Certo, non era la classe operaia strictu sensu dell’ortodossia comunista. Ma siamo poi così convinti che il partito di Togliatti non fosse già, anche alla fine degli anni Quaranta, qualcosa di ben più articolato e reticolare del partito d’impianto bolscevico? Certo, Caccioppoli non prese mai la tessera del Pci. Ma siamo poi così convinti che per quel partito che con bulimica curiosità costruiva ovunque casematte culturali, moltiplicando relazioni, inchieste, riviste, cenacoli, centri studi, l’adesione al partito e alla sua causa equivalesse strettamente all’iscrizione?

Siamo così convinti, per stare a Caccioppoli, che la sua grandezza (meglio: la grandezza del suo essere libero) coincidesse con la sua eterodossia anti-stalinista? E che il suo genio e la sua sregolatezza fossero tali nella misura in cui si sovrapponevano all’anticonformismo nei confronti di un Pci ottuso e burocratico? Ermanno Rea nel suo Mistero napoletano descrive un partito incupito dalle sue ossessioni, dai suoi sospetti, incorreggibilmente nemico di ciò che è dissenso e atipia. Fino al punto da spingere al suicidio – è questa, al fondo, la tesi di Rea – prima Renato Caccioppoli e poi Francesca Spada. A me pare che l’affresco di Roberto Gramiccia aiuti a leggere quel contesto e quella storia (quelle storie) con un approccio più adeguato alla sua complessità e quindi più in sintonia con la sensibilità dello stesso Caccioppoli. Perché è il Pci napoletano ad affidare i comizi al genio dissidente di Renato Caccioppoli. E’ nel Pci napoletano che Caccioppoli vede la parte più coerentemente combattiva contro il fascismo prima e contro il regime consociativo di Achille Lauro poi. E’ al Pci napoletano che Caccioppoli si avvicina, frequentando Emilio Sereni e Mario Palermo, Giorgio Amendola e Felice Cacciapuoti, Francesca Spada e Renzo Lappiccirella. E’ la federazione napoletana del Pci a essere difesa nel 1946 da Caccioppoli, insieme a tanti altri, mentre è sotto assedio dei monarchici; e del Partito comunista italiano la campagna contro l’atomica cui Caccioppoli aderisce, trasformandosi in un infaticabile “partigiano della pace”. Perché è la federazione napoletana del Pci che, in quegli anni, cresce in un fermento intellettuale straordinario, da cui Caccioppoli è attratto (dalla Voce di Alicata, Vittorini e Pratolini al settimanale Sud di Prunas e del grande Luigi Compagnone) e di cui diviene allo stesso tempo protagonista. Ed è addirittura nel nome del comunismo sovietico che nel 1939 (attenzione ai tempi: è l’anno del patto Molotov-Ribbentrop) Renato Caccioppoli rompe l’amicizia con André Gide, colpevole di avere condannato senza appello il sistema staliniano.

Insisto: Caccioppoli fu un intellettuale organico. Ancora più intenso, ancora più forte proprio in ragione della sua irregolarità, del suo amore per la disobbedienza. Aspetti, questi, che sono in grado di offrirci ulteriori spunti di riflessione sulla storia del Pci, sul suo rapporto con gli intellettuali (a partire dalla querelle inaugurata da Elio Vittorini nel 1945) e persino sul rapporto che noi oggi abbiamo con il nostro passato. Ma ancora, per concludere con un’immagine: il Caccioppoli di Gramiccia è come il dipinto di un’astrattista che allude per una volta a una figura. Fa venire in mente l’Angelus Novus di Paul Klee così amato da Walter Benjamin, l’angelo che «spinge nel futuro» e fa vivere in forma di profezia le ragioni dei vinti che furono. O è forse anche la sceneggiatura già pronta di un nuovo film, il prequel dell’opera di Martone? Varrebbe la pena ragionarne sul serio. Sarebbe un gran bel film.