CatturatyAmmetto la tentazione di rispondere in questo mio intervento a tante cose, tanti argomenti, tanti interventi che non mi hanno persuaso, a partire dalla relazione introduttiva del Segretario, che ho trovato – lo dico con molta chiarezza – insufficiente, persino reticente su alcune grandi questioni che riguardano noi, le nostre difficoltà, e che corriamo il rischio di rimuovere, anche qui, ancora adesso.

E tuttavia evito questa tentazione e intervengo in positivo, provando a guardare negli occhi questo partito, questo gruppo dirigente, per confessare quale idea di partito ho in testa, quale idea di Rifondazione Comunista in tanti proviamo a immaginare, qual è il nostro progetto. Che cosa ci muove, che cosa ci orienta. E ci orienta con tanta passione, perché, caro Segretario, anche noi vogliamo bene a Rifondazione Comunista.

La passione è un sentimento importante che va rispettato, a prescindere dalle posizioni politiche che i compagni e le compagne esprimono.

È la passione di quei Giovani comunisti che nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia stanno in trincea, lottando ogni giorno contro la mafia, la camorra, la ndrangheta. Una passione spericolata. È la stessa dei Giovani comunisti di Roma che qualche giorno fa hanno combattuto e vinto contro una lista di estrema destra, neofascista, e hanno vinto con un’alleanza larga della Sinistra le elezioni per la Consulta provinciale degli studenti. E oggi il Presidente della Consulta provinciale di Roma è un giovane comunista. Io questi compagni li voglio ringraziare, perché sono compagni che si sentono abbandonati, a volte sono addirittura derisi, ma devono sapere che noi siamo con loro, ogni giorno.

Dicevo: vogliamo bene a Rifondazione comunista. Per questo siamo preoccupati, perché vediamo che non ce la facciamo, che fatichiamo, che non siamo più nel cuore e nella testa della nostra gente, del popolo di sinistra che nel nostro Paese oggi è orfano, solo, disorientato, stanco, sfiduciato. Anche per colpa nostra. Ma a questa solitudine e a questa stanchezza abbiamo l’obbligo di reagire, indicando – noi, nel rinnovamento – una strada alternativa.

Per questo abbiamo detto e diciamo che serve discontinuità, un cambio di passo, un atto di coraggio, come quel giovane gambero di cui parla Gianni Rodari in una sua favola, che testardamente, caparbiamente decide di fermarsi e di iniziare a camminare in avanti, contro la sua tradizione, contro la direzione della corrente.

Per questo abbiamo detto: rinnovamento, ricambio del gruppo dirigente. Altro che rottamazione, compagni! Altro che capri espiatori, altro che lotta personalistica e di potere! Ma cosa deve succedere ancora – e di peggio – per vederlo questo cambiamento, per esserne protagonisti, per vedere un gruppo dirigente che non confligge con i suoi giovani, ma li incoraggia, li cresce, li forma, li coinvolge, li responsabilizza alla lotta e alla direzione del partito?

Cosa aspettiamo? Cosa deve accadere ancora? Questo logorio lento va interrotto, va ribaltato, cambiando verso al nostro futuro, al nostro destino.

Il destino: parola difficile, impegnativa: qual è la nostra prospettiva, il nostro orizzonte?

Qui sta l’altra Rifondazione, un’idea diversa. Qui sta l’idea di un partito che si fa strumento di un percorso inclusivo, nuovo, grande, che non si chiude nel recinto, che chiama intorno a sé tutte le forze dell’alternativa, senza paure, senza preclusioni, senza pregiudizi, senza rancori, senza l’arroganza di chi pensa di avere pulpiti per forza di cose più alti e più belli da cui parlare.

Una Rifondazione che cerca l’unità e che non fischia gli interlocutori politici che invita al proprio congresso! Una Rifondazione che non ironizza sul proprio passato, sulle proprie radici, ma che si riappropria con orgoglio della sua storia, che è una pagina del libro della storia dei comunisti di questo Paese, che va difesa dagli attacchi di chi vuole ogni giorno liquidare, condannare, abiurare. Lo voglio dire chiaramente, compagni, perché i congressi discutono della linea politica ma servono anche a definire l’identità. E noi diciamo che la storia dei comunisti nel nostro Paese, anche la nostra, non si processa.

E allora serve una Rifondazione che fa tesoro degli insegnamenti dei giganti sulle cui spalle proviamo a salire, che è capace di egemonia, che è capace di costruire consenso, che è capace di una grande ambizione, nemica giurata del settarismo, del minoritarismo, della retorica delle frasi scarlatte.

Un partito che costruisce un’idea di Europa diversa, che parla la lingua dei nuovi soggetti precari e meticci che popolano il nostro Continente e che non reagisce all’austerità dell’Ue con il ritorno alle monete nazionali, alle sovranità nazionali, alle piccole patrie nemiche – da sempre – dei lavoratori. Un partito che chiude gli occhi e pensa a Syriza, alla sinistra francese, a quella tedesca, spagnola, a quella latinoamericana, che stanno disegnando nuovi Continenti in trasformazione e non si rifugiano nei piccoli populismi, nei nazionalismi.

Un partito di classe, che torna a parlare di salario, di 35 ore, di patrimoniale, di scala mobile.

Un partito internazionalista, senza ambiguità amico dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo, che non ha modelli ma che impara da chi ci indica con grande umiltà una strada.

Sono tornato da pochi giorni da Cuba, Cuba è un esempio, e guardate che la nostra debolezza fa male anche a loro, perché sono i primi a dirci che serve una sinistra italiana più forte.

Insomma, una Rifondazione della sinistra che torni a essere utile ai lavoratori, ai giovani, alle donne di questo Paese.

Che inverta la tendenza, perché avanti così non serve a nessuno, avanti così la strada è chiusa, senza uscita.

Questo è il nodo del congresso e dobbiamo esserne tutti consapevoli.

Concludo. Un passo indietro a volte è la condizione necessaria per farne due avanti, tutti insieme.

Per ripartire senza vincitori e senza vinti. Responsabilmente, per amore – come ho provato a dire – di questo partito.

Ma questo, caro Segretario, non è più, non è più soltanto nelle nostre mani.

Grazie