MA TSIPRAS SVOLTA A DESTRA?

Fra i diversi limiti, oggettivi e soggettivi, della ventennale storia del Prc, uno in particolare è potenzialmente distruttivo per un’organizzazione comunista, che dovrebbe fare della capacità di analisi e di lettura della realtà la precondizione fondamentale per la propria azione politica. Sto parlando della strumentalità con la quale, nel nostro dibattito interno e nei congressi, nodi politici di grande rilievo e questioni di alto profilo strategico sono spesso usati come clave al fine di conquistare uno sterile consenso interno, tutelare gli assetti o scremare, di volta in volta, i “fedeli” dagli “eretici”.

Questa modalità – un vero e proprio malcostume – ha un duplice effetto negativo: da un lato disabitua i compagni e le compagne a riflettere sul merito dei problemi, dall’altro contribuisce a ossificare dinamiche correntizie (proprio quelle che si proclama di voler contrastare…), facendo prevalere il binomio appartenenza/tradimento sul confronto di merito che sempre “rischia” di produrre scomposizioni e ricomposizioni.

Anche il IX congresso sembra, purtroppo, non fare eccezione. Recentemente il segretario nazionale è intervenuto nel dibattito con un documento intitolato perentoriamente: Congresso di Rifondazione: sono contrario ad una svolta a destra. In quella nota Ferrero contesta ai sostenitori degli emendamenti a prima firma Veronica Albertini, la malcelata volontà di spostare a destra la linea politica del partito, e addirittura di covare il recondito obiettivo di allearsi nazionalmente con il centrosinistra. Quali gli “indizi” dai quali il segretario ritiene di trarre tali conclusioni? Sostanzialmente tre: 1) nell’emendamento non si fa riferimento al centrosinistra (presunta prova inconfutabile di volontà alleantista); 2) non si indicano le modalità attraverso le quali costruire l’unità a sinistra e dei comunisti (pretesa prova inoppugnabile di volontà liquidazionista); 3) si tenta di nascondere, dietro il paravento del rinnovamento del gruppo dirigente, l’obiettivo di cambiare linea politica (supposta prova incontrovertibile della volontà di imprimere al partito una svolta a destra).

Si potrebbe obiettare facilmente che – intendendo l’emendamento sostituire due tesi (la 15 e la 16) intitolate: Una proposta per l’unità della sinistra e L’unità dei comunisti – oggetto dell’emendamento è, appunto, tutt’altro rispetto al giudizio sul centrosinistra e sul Pd, di cui si parla abbondantemente nel resto di un documento che tutti insieme abbiamo sottoscritto, condividendone i contenuti. Non voglio però sfuggire al nodo politico. La vera differenza fra le tesi non emendate e gli emendamenti è – a mio giudizio – un’altra, e non investe tanto la collocazione del Prc (svolta a destra o a sinistra), quanto il modello di partito che abbiamo in mente.

Ferrero e i sostenitori del documento non emendato ritengono che le divergenze politiche e programmatiche a sinistra, siano di per sé elementi pregiudiziali rispetto all’avvio di un percorso unitario (paradigmatico è il passaggio nella tesi 16, nel quale si afferma che un rapporto unitario col Pdci sarà possibile solo dopo che quel partito avrà riconosciuto il fallimento della propria prospettiva politica). Con il nostro emendamento noi proponiamo un modello alternativo: un partito che, consapevole dei propri limiti e, al contempo, forte delle proprie ragioni, non chieda abiure o atti di contrizione a nessuno, ma proponga un percorso e un confronto aperto con tutta la sinistra ed i comunisti, nella convinzione che, dalla vicinanza e dalla prossimità, le nostre idee possano risultare egemoni. In sintesi: anziché testimoniare, dall’interno di un fortino sempre più piccolo, la nostra purezza e la nostra radicalità, proponiamo di far vivere i nostri contenuti in mare aperto, consapevoli del fatto che, se risulta insopportabile l’arroganza di un’organizzazione che, forte del 25% dei consensi, si erge a censore dei limiti altrui, la medesima pretesa appare semplicemente ridicola quando ad avanzarla è un partito dell’1%.

L’urgenza di un ricambio del gruppo dirigente discende da questa consapevolezza e dalla percezione della necessità che una generazione (ovviamente non anagrafica ma politica) faccia, per dir così, un passo di lato – favorendo l’emersione di gruppi dirigenti meno compromessi e segnati dalle vicende degli ultimi vent’anni – per ridare credibilità e forza alla prospettiva politica della rigenerazione di una sinistra unita e di un’organizzazione comunista degni di questo nome.

 

Questa volontà di apertura e dialogo rappresenterebbe una svolta a destra?

Alcune settimane fa Alexis Tsipras, presidente di Syriza e candidato da Ferrero alla presidenza della Commissione Europea, ha partecipato a un incontro organizzato dai socialdemocratici austriaci in ricordo del loro leader, ed ex-cancelliere, Bruno Kreisky. Il suo intervento è a mio parere molto indicativo su due punti sostanziali: nel merito, Tsipras afferma che vincerà le elezioni in Grecia e che proporrà, al suo paese e all’Europa, un programma per fare uscire il continente dalla palude nella quale speculatori e burocrazie politico-finanziarie hanno condotto i nostri popoli. Il contenuto della sua proposta è semplice. Cito testualmente:

 

chiederemo a tutti di aderire a un progetto comune: il progetto di stabilizzare l’Europa, il primo passo per raggiungere un’Europa aperta, democratica e coesa. Per farlo, dovremo negoziare tenacemente con le principali leve del neoliberalismo a Francoforte, Berlino, Bruxelles e Parigi…Un governo di Syriza metterà sul tavolo un piano Marshall per l’Europa che includerà un’unione bancaria propriamente detta, un debito gestito centralmente dalla BCE e un programma di investimenti pubblici. Siamo particolarmente determinati a convocare una conferenza speciale sull’Europa che abbia al centro il debito della periferia…come pure una moratoria sui pagamenti di interessi e una clausola per la crescita. Questi sono i gli obiettivi minimi del futuro governo di Syriza:

• Possono essere realizzati senza alterare uno qualsiasi dei trattati attualmente in vigore.

• Non ci sarà alcuna necessità, per i contribuenti tedeschi o austriaci, di dover pagare un centesimo per la periferia.

• Si potrà realizzare senza che i nostri parlamenti cedano un briciolo della propria sovranità.

 

Ma Tsipras come intende sviluppare questo programma? Ponendo condizioni? Chiedendo abiure? Costruendo steccati? Aizzando i propri iscritti contro i traditori socialisti o socialdemocratici? Tutt’altro. Forte dei propri argomenti (come si vede, non certo eversivi) e partendo da una considerazione che nel nostro partito farebbe drizzare i capelli a molti (“Se i socialdemocratici avessero raccolto l’eredità di statisti come Bruno Kreisky, Willy Brandt o Olof Palme, l’Europa non si sarebbe trasformata nel deserto neoliberale che è diventata oggi”), così si esprime:

 

Un governo di sinistra in Grecia tenderà la mano ai socialdemocratici, ai liberali autenticamente liberi pensatori, e a tutti gli europei che non vogliono vedere l’Europa scivolare nell’incubo. E chiederemo a tutti di aderire a un progetto comune: il progetto di stabilizzare l’Europa, il primo passo per raggiungere un’Europa aperta, democratica e coesa…Per fare questo, occorre il vostro sostegno. Non solo per ottenere i migliori risultati per la Grecia. Ma per costruire un’Europa migliore, un’Europa più umana”.

 

Ebbene alla luce di questo intervento mi chiedo che cosa sarebbe accaduto se qualcuno, nel Prc, avesse presentato un emendamento, sulla falsariga degli argomenti prospettati da Tsipras, proponendo il rispetto dei trattati europei da rinegoziare (nodo su cui giustamente il PRC propone la strada della disobbedienza unilaterale) o l’apertura ai “sinceri liberali”. E mi domando se anche il presidente di Syriza non sia a questo punto da annoverare tra i fautori di quella svolta a destra contro la quale si erge il nostro segretario.

In realtà, a mio avviso, il Prc è oggi di fronte a un bivio ben diverso da quello evocato dal compagno Ferrero. Da un lato, il rischio di ridursi, definitivamente, a un piccolo partitino residuale e settario che trasforma idee e identità in uno scudo a difesa di una purezza fine a se stessa. Dall’altro, l’opportunità di percorrere, come fa Tsipras, la strada più complessa, meno rassicurante ma tanto più appassionante e nobile della politica, al fine di fare di quelle idee e di quella identità uno strumento per l’egemonia e la ricostruzione della sinistra in questo paese.

 

 

Stefano Cristiano