intervento all’Assemblea nazionale di Essere Comunisti – 7 settembre 2013

l43-manifestazione-roma-120512184130_mediumPermettetemi di dire che questa assemblea, questa sala piena, ripaga di tante delusioni, di tante amarezze, di tanti momenti difficili passati in questi mesi e in questi anni dentro Rifondazione Comunista.

Mesi e anni in cui ci hanno raccontato che la colpa di tutto era il correntismo, le posizioni organizzate, le aree politico-culturali. Ma si diceva correntismo e si pensava solo e soltanto ad Essere Comunisti. L’assillo costante, il rovello, l’ossessione di una parte del gruppo dirigente eravamo noi. Lo siamo tuttora. Si è arrivati a dire che la colpa del fallimento della Federazione della Sinistra prima e di Rivoluzione civile poi in fondo era nostra, e che senza di noi si sarebbe stati liberi di fare scelte più radicali, senza freni e ambiguità. Ve lo ricordate? Il mantra del “piombo nelle ali”, sempre quello.

Sì, è vero: noi siamo piombo perché abbiamo un pensiero forte, una cultura politica pesante, che ci unisce e che ci consente di rimanere uniti, per scelta di fondo e non per convenienza o contingenza. Abbiamo un pensiero forte, una cultura politica; non siamo una cordata di interessi particolari.

Siamo qui, in campo, pronti ad affrontare il congresso.

Ma dobbiamo sapere che sarà un congresso ricco di insidie. La prima non proviene dalla commissione politica, ma dalle commissioni regolamento e Statuto. Impedire la rappresentanza proporzionale degli emendamenti nelle platee congressuali e nei nuovi organismi dirigenti significa imporre un modello di partito iper-maggioritario, autoritario. Significa imporre un cesarismo senza Cesare, un autoritarismo senza autorevolezza.

Questa è la premessa che è bene chiarire, con serenità e fermezza: non siamo disponibili ad accettare che si giochi una partita in cui corriamo per 90 minuti, segniamo, stiamo per vincere e poi la vittoria viene assegnata a tavolino all’altra squadra. Sarebbe una violazione delle regole democratiche semplicemente inaccettabile.

Ma cosa diremo in questa partita?

Tre cose semplicissime.

La prima riguarda la collocazione politica internazionale dei comunisti, che non può essere più affidata a comunicati stampa che sembrano spesso poco più che uno sfogo. Serve una mobilitazione vera, qui ed ora, contro l’ennesima guerra imperialista che si prepara e – dato che torna di moda la disobbedienza – diciamo disobbedienza alle basi Nato, alla rapina di territorio e sovranità, sapendo che se la guerra partirà le basi italiani saranno utilizzate e allora i ministri del governo Letta-Berlusconi al posto che digiunare ipocritamente dovranno essere spinti da una vasta mobilitazione a prendere posizione formale e concreta contro questa guerra. Ma la collocazione internazionale significa anche l’Europa. Lo hanno detto in molti e quindi non mi dilungo: la nostra collocazione è dentro la Sinistra Europea, per un grande progetto di Europa progressista, che rompa con i trattati e le politiche dell’austerità. Non è, non può essere, il rinculo nazionalista, il ritorno alle piccole patrie e alla lira. Dalla crisi si esce insieme, non con un ritorno al passato.

La seconda cosa è ancora più semplice: bisogna battere il minoritarismo autistico che ci fa dialogare soltanto con noi stessi e che più ci vede nell’angolo e più ci fa abbaiare alla luna. Battere il minoritarismo significa mettere Rifondazione Comunista al servizio di un processo costituente di uno spazio politico nuovo della sinistra, tutto da costruire, che occupi un campo che oggi è quasi deserto, abbandonato. Unità con il Pdci, perché è folle e inconcepibile rimanere divisi. Unità con Sel, con ciò che si muove intorno alla Fiom e al suo segretario Landini proprio in queste ore. Unità con il nostro popolo, con i movimenti reali, con le lotte di chi non si arrende e mantiene un contatto con la realtà, con la società, con i suoi corpi intermedi.

Questo vuol dire sciogliere? Vuol dire liquidare? No, cari compagni: noi siamo comunisti. E proprio perché siamo comunisti scegliamo di prendere in mano le nostre bandiere e di provare a piantarle nella società, per cambiare le cose, incidere, con una ambizione egemonica di trasformazione. I riflessi condizionati della pura testimonianza non ci interessano, non ci appartengono. Siamo comunisti e vogliamo cambiare la realtà, qui ed ora, e non abbiamo paura di parlare di potere, di governo, di blocco sociale, di alleanze, di cambiamento.

Ma per farlo – ed è questa l’ultima cosa che voglio dire – non è pensabile continuare con questo Segretario, con questo gruppo dirigente. Lo voglio dire chiaramente: non si può mettere nelle mani di chi ha fallito sistematicamente ogni appuntamento politico ed elettorale negli ultimi cinque anni le chiavi del nostro futuro. E men che meno di chi, una intera classe dirigente, aveva in mano il più grande partito comunista dell’Occidente e ci ha consegnato in vent’anni questa miseria.

Non è rottamazione, è buon senso.

Non è una lotta di qualcuno contro qualcun altro, ma un cambio di passo che dobbiamo fare tutti insieme, per il bene del partito e della sinistra italiana.

Vedendo questa sala, questo gruppo dirigente, sono ancora più fiducioso di ieri. So che possiamo farcela.

Del resto non è difficile. Machiavelli – ricorre proprio quest’anno il cinquecentesimo anniversario del Principe – ci insegna che bisogna guardare l’alto delle istituzioni e delle forme del potere dal basso e il basso della società e delle sue contraddizioni dall’alto. Questo incontro di sguardi è la politica.

Che intuizione meravigliosa!

Qualcosa mi dice, l’assemblea di oggi innanzitutto, che la politica non solo ci appassiona, ma siamo anche in grado di farla.