di Arcangelo Munciguerra
Il conflitto generazionale è indiscutibilmente il nodo presente e futuro del nostro Paese

31 May 2013
Se si dovesse interpretare letteralmente il titolo, il risultato delle prossime elezioni sarebbe scontato. Non vi sarebbe bisogno di alcun governo tecnico e forse neanche di ministri di colore per nascondere il pallore di certe scelte. Fortunatamente per i puri di cuore così non è, infatti, il punto G maliziosamente posto nel titolo, non rappresenta altro che la questione Giovanile.

Il conflitto generazionale è indiscutibilmente il nodo centrale del nostro Paese e mentre i diciottenni di domani vanno alle feste della Lega a sentirsi Fedez (meritandosi tra le altre cose un breve commento futuristico: panico + silenzio + panico), quelli di ieri stanno subendo la caduta dei loro miti uno dopo l’altro, da Cossiga ad Andreotti, passando per Mike Bongiorno, padre televisivo del sindaco di Firenze. Renzi, esatto, proprio lui, il “giovane” della politica italiana, (che poi volendo, a 38 anni mio padre aveva già tre figli e quando gli dicevano “ragazzo” quasi si offendeva…), è il candidato perfetto (e per perfetto leggasi “l’unico” che il Pd può spendersi) per vincere le elezioni. Lo sa lui, lo sa il suo partito, ora tocca convincere i giovani indecisi, magari con una sfrontatissima guida sprint in sella ad una bici senza mani, magari con una comparsata dalla De Filippi e un machissimo chiodo alla Fonzie, come se l’Happy day style potesse davvero convincere tutti che il nostro non sia un Paese per vecchi…

Basterebbe, per questo, spulciare le ultime statistiche licenziate dall’Istat: nel primo trimestre del 2012 la fascia dei giovani attivi, che va dai 15 ai 24 anni, è rimasta per il 41,9% senza lavoro, il massimo storico assoluto dal 1977. Come se non bastasse, a calare sono anche i precari, i miracolati per i quali il posto fisso è noioso: registrano un calo del 3,1% i dipendenti a termine e del 10,4% i collaboratori, segno evidente che in Italia non basta non essere choosy. A definire, giustamente, questi dati “tragici” non sono i soliti giovani “fuoricorso”, icona farsesca utilizzata da tutti i ministri che hanno avuto il compito di distruggere l’Università pubblica; né il masaniello grillino, troppo impegnato ad infilarsi in quel cul de sac della polemica con Rodotà. Stavolta l’intervento, taciuto dai più, appartiene a Squinzi, presidente di Confindustria. Parole che fanno eco con le dichiarazioni di Visco, governatore della Banca d’Italia, «il Paese è indietro di 25 anni».

Venticinque anni! Venticinque anni in cui gli argomenti più importanti, per le penne illuminate del nostro Paese, sono stati, nell’ordine: Berlusconi, i soldi di Berlusconi, le tv di Berlusconi, i calciatori di Berlusconi, la bandana di Berlusconi, le canzoni di Berlusconi, i processi di Berlusconi, le donne di Berlusconi, Balotelli, Cogne, Sara Scazzi e Sara Tommasi. Venticinque anni in cui abbiamo mangiato cibi sempre più degradati, abbiamo viaggiato su mezzi di trasporto sempre più degradati, abbiamo vissuto in territori sempre più degradati.

Venticinque anni in cui abbiamo visto degradarsi pezzetto dopo pezzetto la materia con cui costruivamo i nostri sogni (complici di genitori che si svenavano per farci studiare), il tutto mentre Veronica Lario rompeva la sua storia d’amore con Silvio Berlusconi. Venticinque anni vissuti da spettatori tristi di un dinamico (ma neanche tanto) talk show, mentre anche i classici “le faremo sapere” venivano a poco a poco sostituiti dal suono delle saracinesche di imprenditori che chiudevano bottega.

Venticinque anni in cui è scomparso il termine proletariato, non perchè qualcuno sia riuscito a dipingere un nuovo immaginario riformulando un lessico alternativo (con o senza scappellamento a destra), ma semplicemente perchè non sono più i figli le uniche risorse/speranze della classe medio-bassa (oramai sempre più bassa che media), bensì sono i padri ad essere l’unica risorsa dei figli, ai quali per ora è affidato il mero controllo del telecomando di casa. L’avanzata di Grillo ha lanciato il primo segno, ma non basta, non basta lasciare il telecomando, né formulare nuovi circuiti di comunicazione pensando che questo basti a generare la resa di chi fino ad ora ha avuto il controllo. E’ necessario, ora più che mai, prendere coscienza che il futuro passa per le loro mani, che fino a quando saranno in tasca, fino a quando si fermeranno alla mera pars destruens rottamatoria o resteranno tese a cambiare canale, il teatrino a cui dovranno assistere sarà sempre lo stesso. Tanto lo sanno tutti che il punto G non esiste…