di Adriano Sofri da La Repubblica del 19 maggio 2013

La manifestazione cui la Fiom ha chiamato ieri a Roma in nome del lavoro e dei diritti era la benvenuta. Le persone di sinistra – scriviamolo senza preoccuparci di definirlo, “come se” lo sapessimo – sono state raramente così tristi. La manifestazione è andata coraggiosamente contro questo stato d’animo. E ha fatto incontrare militanti e cittadini decisi a reagire. Il bravo Maurizio Landini ha ceduto alla frase da comizio – «Siamo la parte migliore dell’Italia» – troppo sentita e sfortunata: ma che fosse convenuta lì una parte buona dell’Italia è certo, e non è poco. I commenti hanno riguardato di preferenza chi non c’era. Si capisce, soprattutto rispetto al Pd: «Un Pd che non sta in strada con la Fiom mentre sta al governo con Berlusconi». C’era uno slogan antico, dell’estrema sinistra: «II piccì, non è qui, lecca il c… alla diccì». Il Pd, epigono mai abbastanza rimescolato di ambedue, è al governo con un’altra cosa, e non ha creduto che l’invito della Fiom fosse un’occasione per testimoniarsi di governo e di lotta. Alla manifestazionesiguardavaancheper misurare l’amalgama possibile di una nuova sinistra politica, cui il merito della Fiom nella difesa dei diritti del lavoro offrisse un’occasione. L’adesione di Sel, oltre che dei partiti e gruppi “comunisti”, e di 5 Stelle, indica un percorso affine a quello, in verità rocambolesco, che ha portato in Grecia un’alleanza di incompatibili gruppettari (stalinisti e trozkisti compresi!) a formare in un giro brevissimo di tempo, un partito, Syriza, capace di competere per la maggioranza. Questo percorso non si è fatto riconoscere nella manifestazione di ieri, né per il numero né per il modo della partecipazione. Attorno al nerbo dei militanti Fiom, gli altri reparti di aderenti hanno tenuto la propria fisionomia in un modo tradizionale, e cittadini e studenti non davano nell’occhio. (In piccolo, un disegno del genere era rovinato buffamente con la “Rivoluzione civica” di Ingroia). Assente era anche la costellazione di iniziative e sensibilità che pensa sì a una casa comune nuova per la sinistra ma punta su una crescita per azioni concrete e locali, e diffida di partiti e partitini esistenti, apparati e concorrenze. Una nuova sinistra organizzata a partire dal ripudio irreversibile del Pd, è l’idea della maggior parte dei movimenti cui abbiamo accennato – col suo corollario, che l’elettorato del Pd sia l’acqua in cui gettare le reti. Se no, occorre ancora interrogarsi sul Pd. Con pochissime eccezioni personali, il Pd dei nomi noti si è tenuto alla larga dalla manifestazione di ieri ma anche la gente del Pd non si è fatta vedere. La ferita è troppo recente, e poi a Roma c’è la campagna per il Comune: ma è probabile che amarezza e sconforto prevalgano di gran lunga sulla decisione di trasferire altrove fiducia e impegno, e forse perfino voti. I 5 stelle, in particolare, hanno avuto una parte troppo vistosa nel favorire la conclusione di governo, per allettare la sinistra amareggiata. Sicché, in un tal brulicare di offerte politiche più o meno improvvisate e demagogiche, un ennesimo pretendente che prendesse la scena rivolgendosi, piuttosto che ai serbatoi elettorali tradizionali e ora mobili, all’enorme bacino astensionista, che facesse appello al voto dei non votanti, potrebbe trovare ghiotto mercato. Il contesto è cambiato, almeno formalmente. I muezzin dell’austerità non sono più in auge. Se il governo cade presto, Letta e Alfano torneranno alle case madri (matrigne). Se dura, può darsi che si ritrovino alla fine nello stesso partito – come all’inizio. Si disse che il Pd avrebbe tenuto, all’indomani delle elezioni, un interposto congresso. Si è arrivati forse a una scissione per interposto governo. Che il governo duri o no non si tornerà a quel Pd. È uno scherzo la spiegazione dei rispettivi alleati: c’era un’emergenza, siamo qui per fare le cose indispensabili, poi torneremo ad affrontarci davanti agli elettori. Non saranno più gli stessi. Il centrismo del Pd si è separato dalla sinistra, di cui era fino a un’ora prima “vice”, divenendone la guida. Enrico Letta era – sul serio – il miglior dirigente dell’udc. C’è un governo Pdl-(U)dc col sostegno quasi unanime del Pd, esterno, salvi alcuni personaggi “prestati”. Non si tornerà, come dopo il Congresso di Vienna, allo status quo ante e alle vecchie parrucche. Si sarà confuso tutto. Compresa la separazione fra renziani e no, che era già stata confusa, giustapponendo nuovi e vecchi a destra e sinistra. In questa deriva dilazionata, una eventualità è la moltiplicazione di aspiranti ad accaparrarsi un pezzetto del giocattolo rotto. Il grosso si barcamenerà. Le ali si incontreranno qua e là, con Rodotà, con Barca, con Vendola, con Cofferati e Landini, con Civati, coi giovani di Occupy Pd renziani, bersaniani, grillini, e Veltroni e D’Alema. Nel frattempo si farà il presidenzialismo o il semipresidenzialismo, cioè la stessa cosa, in modo da assicurare a uno dei populismi in gara anche i pieni poteri presidenziali. Può andare diversamente? Speriamo, certo. Le denunce dell’inciucio, nel caso migliore acchiappano la coda della questione. Prendete il malinteso della responsabilità: il Pd è squartato fra il compromesso scadente e il senso di responsabilità. Il senso di responsabilità ne può uccidere più che l’amore per il compromesso scadente. È successo con Monti. Pd e Pdl gli si consegnarono, poi il Pdl ruppe il giocattolo e la gabbia, e impostò spudoratamente tutta la sua campagna sull’attacco a Monti, l’Imu ecc.; il Pd non potè farlo, non tanto perché preferisse l’accordo con Monti – mentre si alleava con Sel – quanto perché si voleva responsabile, e perfino rispettoso del galateo: era maleducato attaccare a testa bassa, benché Monti si stesse immergendo nelle peggiori scelte personali. La lotta all’austerità, che era la cifra della sinistra, diventò quella di Berlusconi, il quale era a suo modo coerente, perché dell’austerità se ne era fregato prima per irresponsabilità (i ristoranti erano pieni) e poi ne sventolò la bandiera contro la Merkel e la speculazione finanziaria – cioè contro se stesso. Allo stesso modo, ora nel governo introvabile, il Pd si vuole responsabile, vuole il bene del paese, ha il suo vicesegretario a capo del governo, mentre Berlusconi ha il vice al posto di vice, è irresponsabile, dà ultimatum, tira la corda nell’attacco ai magistrati, difende il soldo di oggi fregandosene del bilancio di domani, monta nei sondaggi: se la corda si spezza, il Pd va col culo per terra, se resta tesa, il Pd paga il pegno e Berlusconi fa la ruota. Chissà, si può, si poteva liberarsi dal (falso) senso di responsabilità? Si poteva constatare che il governo che si voleva fare non si poteva fare e tirarsi indietro e dire: Prego signori, fatelo voi, voi Pdl, voi 5 stelle, voi due partiti di un uomo solo, è vostra, la responsabilità? – e poi vediamo i sondaggi? E ora, una costituente della sinistra del lavoro fondato sul rispetto della salute, della dignità e dell’ambiente, si può ?