imagesLa nostra è una sconfitta netta e senza appello. Proponiamo alcuni spunti, un contributo per capire e ripartire.

  1. Le dimensioni del terremoto a cui assistiamo sono tali da impedirci di leggere la nostra sconfitta in termini vittimistici od autoassolutori. Non è sempre colpa degli altri. Non è colpa del popolo che non ci ha capito o della legge elettorale.
  2. Abbiamo dimostrato di non riuscire a capire la società italiana: non prevedere neppure lontanamente il risultato di Berlusconi né la portata della vittoria di Grillo significa non avere il polso del Paese. Per chi fa politica non si tratta di un dettaglio.
  3. Il voto del nostro elettorato si è polarizzato tra una sinistra con ambizioni di governo (con un profilo e contenuti moderati) e una critica radicale al sistema politico (con venature populistiche). Lo spazio politico tra centro-sinistra e Grillo si è ridotto con queste elezioni al punto che ogni opzione intermedia è risultata – agli occhi della nostra stessa gente – inutile e velleitaria. Anche nella mancata comprensione di questa tendenza vive una nostra specifica responsabilità.
  4. Tuttavia, nelle condizioni a cui eravamo giunti, lo sbocco di Rivoluzione Civile con Ingroia candidato presidente del Consiglio era non soltanto lo sbocco obbligato ma anche quello realisticamente più avanzato. Sono stati fatti certamente errori nella campagna elettorale e nella compilazione delle liste, ma non è certo questo il punto di fondo. Non c’erano, nelle condizioni date, alternative realistiche alla scelta compiuta.
  5. La forza di Sel è uscita dalle urne altrettanto ridimensionata. Il risultato complessivo è molto deludente. Soltanto la sua scelta di coalizzarsi con il Pd e questa legge elettorale le hanno consentito di eleggere parlamentari.
  6. La nostra sconfitta non è la prima. È quella più clamorosa, ma è soltanto l’ultima di una serie non interrotta di sconfitte e arretramenti, a partire dal risultato dell’Arcobaleno del 2008.
  7. La responsabilità di questi errori e di queste sconfitte è nostra, di tutti noi. Ma i gruppi dirigenti dei partiti della Sinistra italiana, a partire da quelli più ristretti, portano sulle spalle le responsabilità maggiori. Per questo è segno di maturità e di intelligenza politica che lo riconoscano facendo un passo indietro. Non servono rese dei conti, ma il coraggio di cambiare e avviare un processo di radicale rinnovamento. Dei gruppi dirigenti e delle forme e delle modalità dell’iniziativa politica.
  8. Questo è un punto determinante: il Movimento 5 Stelle vince anche perché è percepito come un luogo diretto di protagonismo e democrazia delle persone in carne ed ossa. I partiti sono (e sono percepiti) come luoghi inaccessibili e incartapecoriti, vittime di burocrazie e liturgie stantie. La piramide, come si diceva un tempo, va rovesciata e i soggetti reali devono essere finalmente coinvolti e resi protagonisti dei processi decisionali.
  9. La linea politica va decisa e riorientata nei passaggi clamorosamente complessi che abbiamo di fronte. Non servono svolte a destra né svolte a sinistra. È invece necessario rilanciare il ruolo dei comunisti dentro un processo di aggregazione nuovo di tutta la sinistra italiana: Stati generali o Costituente. Ma certo non è  possibile stare fermi.
  10. Per farlo serve la massima unità e compattezza tra noi, a partire da quel popolo che in questi mesi di campagna elettorale ha dimostrato nei territori, in ogni città e in ogni piazza, di sapere fare politica e di saperla fare con il cuore e con la testa. Un patrimonio che non va disperso. Non lo disperderemo soltanto se saremo capaci di individuare, indicare e costruire un progetto politico. Radicalmente nuovo, unitario, di sinistra, non minoritario, in connessione finalmente con la società, le sue tensioni, le sue contraddizioni.

Simone Oggionni, Francesco D’Agresta