Intervento Direzione Nazionale Prc – 13 dicembre 2012

Ho apprezzato l’onestà della discussione e in primo luogo della relazione del Segretario sulle difficoltà e le criticità del processo che abbiamo avviato. Per questo, con l’obiettivo di lavorare per superarle, voglio indicare quelle che a me paiono le più significative.

In primo luogo c’è un problema che riguarda i tempi: siamo in ritardo clamoroso e nel giro di tre settimane, vacanze di fine anno incluse, dobbiamo decidere nome, simbolo e liste. Un’impresa.

Secondo: c’è un problema di visibilità e riconoscibilità. Non siamo ancora entrati nell’immaginario collettivo, nel sentire comune della nostra gente, nel discorso pubblico.

In terzo luogo c’è un profilo programmatico ancora molto fragile e una grande eterogeneità tra di noi. Alcuni interventi ascoltati per esempio ieri all’assemblea del movimento arancione (a cui dobbiamo guardare con grande attenzione e interesse) sono davvero distanti da noi, dalla nostra cultura politica. Per noi il grado di civiltà di un Paese si misura dalla condizione delle carceri e dal grado di investimento nelle pene alternative. Una cosa molto diversa da chi propone un orizzonte simbolico composto da galera e manette.

Infine è problematico il nodo di come le decisioni vengono assunte, non tanto dentro il gruppo dirigente centrale ma nel rapporto tra centro e territori, i quali devono essere coinvolti, resi protagonisti e non trattati come soggetti passivi di decisioni altrui.

Detto questo, il processo che abbiamo avviato ha una risorsa incredibile, un valore aggiunto su cui mi concentrerei radicalmente: l’ampiezza del fronte che si sta attivando. Cambiare si può, movimento arancione, Idv, Rifondazione comunista, soggetti di movimento e parti di società civile progressista e democratica. Un fronte ampio che ha potenzialità ancora maggiori, potendo intercettare per il profilo che ha scelto gli scontenti di Sel e pure tutti quei compagni della Fds che fino ad oggi hanno fatto scelte diverse.

Proprio per questo non capisco perché tra noi ci sia chi vuole chiudere la porta e non aprirla. E ancora meno capisco lo sport, anche di questi giorni, della caccia all’untore, del tiro al bersaglio contro De Magistris, che è diventato per qualcuno il primo dei nemici e dei traditori semplicemente perché ha un profilo non ambiguo ma più dialogante, più dialettico e che pone – pur con molti limiti – il tema di una proposta radicale ma maggioritaria, potenzialmente di governo, esattamente come in tutta Europa fanno Syriza, Izquierda Unida, il Front de Gauche, Die Linke.

Chiudo sull’innovazione, a cui giustamente Ferrero ha dedicato molto spazio nella sua relazione. Noi siamo dentro una crisi di credibilità e di autorevolezza della politica e delle sue forme tradizionali, in primis i partiti, di portata storica. Dentro questa crisi noi siamo considerati parte del problema e non della soluzione.

Per questo noi dobbiamo difendere, argomentando, il ruolo dei partiti e delle strutture organizzate, dei corpi intermedi e dei soggetti collettivi e su questo facciamo benissimo a respingere la spocchia di qualche professore: spesso facce più vecchie e più impresentabili di quelle che vorrebbero rottamare.

Ma attenzione: non possiamo arroccarci nella difesa acritica delle classi politiche dirigenti, dei tanti ceti politici che costituiscono un tappo alla vera democrazia e alla vera partecipazione, frenando od ostacolando un rinnovamento che è necessario. Serve un coraggio straordinario e aprirci in tutto alle donne, ai giovani, ai movimenti e ai territori e alle loro lotte. Senza fare crociate, ma con un po’ di intelligenza e di connessione con la realtà e i bisogni reali del Paese.