Frutto del peccato, di tentazione, di perfezione affettiva, di conoscenza e salute. Ma quando 556 mele compongono il testo della lettera inviata da Antonio Gramsci a Lev Trotsky nel 1922 riguardante informazioni sul futurismo italiano, allora l’arte diventa un mezzo politico e la politica una forma d’arte. Per ogni parola un frutto collocato sul pavimento in maniera ordinata e predefinita quasi a comporre le fila di un esercito schierato. E per ogni frutto una minuziosa incisione che ne individua il ruolo. Colin Darke, artista inglese che vive nell’Irlanda del Nord, ha lavorato al suo nuovo progetto per un’intera settimana con i ritmi di un operaio in fabbrica dedicando all’opera 8 ore al giorno più qualche turno di straordinario. Ed è questo il punto di forza e innovazione del nuovo spazio espositivo inaugurato a Livorno con la mostra di arte contemporanea “Gli dei partono” di Colin Darke. L’area è un capannone di un cantiere collocato in via della Cinta Esterna, un laboratorio creativo strappato alla sfera del sacro propria dell’arte per vivere un pragmatico contesto sociale. Car.ma, Carico massimo, è “un luogo mentale e reale – come spiegano i tre fondatori Fabrizio Paperini, il presidente ed i due artisti Gabriele Morleo e Federico Cavallini – un contenitore di idee e produzione”. I promotori hanno creato una sorte di “filiera corta” dell’arte abolendo costi di trasporto e istallazione e catturando la parte migliore delle classiche gallerie e dei circuiti non ufficiali; ogni lavoro, l’artista dovrà pensarlo per quel luogo e in quel luogo dovrà realizzarlo interamente. Per la presentazione ufficiale di Car.ma è stato scelto un maestro di indiscussa fama che potesse dare un respiro internazionale allo spazio. E Colin Darke si inserisce alla perfezione nel solco della rossa Livorno poiché basa il suo lavoro sullo studio critico di testi storici, soprattutto legati al marxismo e al comunismo in generale, attraverso la loro trascrizione. Il lavoro con i frutti è un richiamo alla “natura morta con mele in decomposizione” dipinta da Gustave Courbet durante la prigionia, metafora dei trentamila comunardi massacrati durante la settimana di sangue dalle truppe governative. L’opera non viene terminata dall’autore e l’esposizione si conclude quando il frutto marcisce. Sì perché le mele sono elementi organici che si trasformano ed ogni giorno la mostra cambia aspetto pur conservando il suo significato. La lettera di Gramsci è importante non per il contenuto schematico sulla situazione e gli interpreti del futurismo italiano ma per il pugno di chi l’ha prodotta. E’ il simbolo del messaggio storico che attraversa le epoche. Le mele sono i veicoli, formano una mappa che riporta in scala le trasformazioni della società; ogni giorno è un’età, mutano i contorni della mela mutano i contesti sociali ma quel messaggio riesce sempre a trovare il suo spazio e la sua validità.

Chiara Calcagno – Pubblico, 10 novembre 2012