intervento al Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista – 18 novembre 2012

Non mi sottraggo all’esercizio, in cui tutti ci stiamo cimentando, dell’interpretazione e dell’esegesi della relazione del Segretario.

Allora io dico che condivido la linea politica proposta da Ferrero, e cioè la costruzione di una lista di sinistra autonoma dal Pd e contraria alle politiche del governo Monti; e la condivido nella misura in cui l’aggregazione a cui lavoriamo ha il peso, la massa critica, la dimensione per risultare autorevole, credibile, attrattiva agli occhi dei lavoratori e della nostra gente.

Noi diciamo da tempo che questa aggregazione deve avere una vocazione di tipo maggioritario, l’ambizione di essere egemonica, di essere un soggetto con legami di massa, che vive nella testa delle persone, nel sentire comune di pezzi consistenti di società. Questo argomento non va banalizzato, non ne va fatta la caricatura: se volessimo dire che vogliamo un accordo di governo con il Pd non ci gireremmo intorno: diremmo che vogliamo un accordo con il Pd.

Invece chiediamo semplicemente di evitare l’isolamento, il settarismo. E questo progetto dei non allineati, per dirla con De Magistris, può avere queste caratteristiche. Dobbiamo lavorare affinché le abbia, perché questa è la condizione necessaria perché il progetto riesca nel suo intento.

E perché noi si riesca nell’impresa di tenere aperta, anche dopo il passaggio elettorale, la “questione comunista” nel nostro Paese. Una “questione comunista” che deve essere collocata – questa è la mia opinione – dentro la costruzione di una sinistra di massa, popolare, una sinistra reticolare e molecolare, diffusa ma forte, presente, pesante.

Detto questo, io vorrei riflettere con voi su tre ulteriori questioni.

La prima è connessa con – diciamo – la mia interpretazione della linea del partito. Ha fatto ieri un ottimo intervento il compagno Rappa, che ci ha ripetuto con grande lucidità quel che il gruppo dirigente della Fiom (cioè il gruppo dirigente della più grande e combattiva organizzazione di massa dei lavoratori metalmeccanici italiani) ci dice da un bel po’ di tempo.

Attenzione: il capitalismo italiano (a partire dalla Fiat, che come spesso accade detta la linea nelle relazioni industriali) ha imposto negli ultimi mesi un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro, nuovi rapporti tra le classi. E il volto materiale e immateriale di questo nuovo equilibrio tra le classi è la solitudine dei lavoratori, la loro frammentazione, la sfiducia drammatica nei confronti della grandi organizzazioni, politiche e sociali. È urgente allora costruire un soggetto politico che possa difendere e riorganizzare i lavoratori e non soltanto quando sono costretti dalla disperazione a gesti estremi.

Rifondazione comunista non è più sufficiente, non è – da sola – più in grado di farlo. La sinistra di massa che va costruita è allora la sinistra del lavoro, del conflitto tra capitale e lavoro.

Seconda questione: ieri mi sono perso qualche intervento perché ho partecipato insieme a Guglielmo Epifani ad un’assemblea promossa dagli studenti del Liceo Tasso di Roma, all’interno di una occupazione (lo voglio dire a questo organismo e in primo luogo al Segretario: non l’unica in tutta Italia) in cui i Giovani Comunisti hanno un ruolo, diciamo così, non irrilevante. Vedendo quelle facce, parlando con loro mi sono fatto un’idea precisissima sul nostro futuro. Sbaglia chi parla di rivoluzione alle porte e anche chi vive della mistica della rivolta, intravedendo “insorgenze” ad ogni manifestazione o ad ogni corteo. Ma – lo dico chiaramente – o noi ci facciamo travolgere e rigenerare da questi movimenti e da questa generazione, che è la nostra e quella dei nostri fratelli minori, oppure siamo morti. La sfida è costruire un’alleanza permanente tra i movimenti e le forze organizzate – unite, insieme – della sinistra politica e sociale. Ma come a loro ho detto che non devono abbandonare il movimento, il conflitto e devono provare ad evitare il riflusso invertendo la rotta tradizionale dei movimenti (i suoi andamenti carsici) perché devono avere finalmente la forza di travolgere il recinto, rompere la gabbia della politica e inondare il grigiore delle nostre stanze, delle nostre sedi; così dico a noi che saremmo dei folli se continuassimo a respingere una discussione vera e profonda sulla necessità del rinnovamento, tappandoci le orecchie quando qualcuno di noi mette in guardia, ammonisce, prova a discuterne. Perché non può esistere che noi esaltiamo la carica innovativa e modernizzatrice dei movimenti giovanili e poi chiudiamo porte e finestre ai nostri partiti, al nostro partito, scegliendo la strada della continuità e della conservazione.

 

Anche perché – e questo è il terzo e ultimo punto che voglio affrontare – noi spesso quando abbiamo un problema semplicemente lo rimuoviamo.

È successo con il governo Prodi (non abbiamo ancora affrontato e tematizzato seriamente la questione del governo e del nostro rapporto con il governo), è successo con l’Arcobaleno (non abbiamo ancora capito quanto sia importante preparare i terreni, preparare anche le collocazioni elettorali con una visione a medio termine, con attenzione strategica), sta succedendo di nuovo con l’agonia della Federazione della Sinistra e con le difficoltà gravi che sta vivendo il nostro partito.

Ma attenzione: la rimozione determina in massima parte la formazione dell’inconscio. E nell’inconscio (nel nostro inconscio) rischiano di sedimentare e di agire senza che noi se ne abbia contezza vita natural durante tutti gli errori commessi. Al punto tale da creare un inconscio abnorme, non più controllabile e che con questi errori ci sovrasta, ci fagocita, ci travolge.

Dobbiamo vincere le resistenze (che si chiamano così in psicoanalisi e anche in politica), tornare in possesso di questo materiale rimosso, affrontare i problemi in maniera cosciente prima che sia troppo tardi. È questo il compito, gigantesco ma decisivo, che abbiamo di fronte.