intervento all’Assemblea nazionale di Essere Comunisti – 16 settembre 2012

In queste settimane ci arrovelliamo molto tra noi intorno alla tattica, al tema delle alleanze e quindi discutiamo con grande animosità sugli appelli, i documenti, le dichiarazioni senza cogliere fino in fondo, forse, che questa discussione nasconde o allude ad una questione profondissima, che va affrontata con molta laicità ma anche con molta nettezza. Questa questione è il nodo delle culture politiche. La realtà è che stanno affiorando culture differenti.

Qual è la nostra?

È quella che fa perno su di un’idea della politica come ambizione maggioritaria, come strumento teorico e pratico dell’egemonia, come luogo della dialettica, del dialogo, come studio aperto e problematico dei dettagli, come spazio fisico nel quale agiscono soggetti di massa, ciascuno dei quali rappresenta interessi sociali precisi e interloquisce con i corpi intermedi. È l’idea, per noi, del partito come moderno Principe che si fa strada dentro l’Occidente (per utilizzare categorie gramsciane) e la sua complessità, le sue innumerevoli articolazioni.

Naturalmente, lo stile di questa cultura politica è lo stile del convincimento, della persuasione, della sobrietà.

Non è e non può essere lo stile dell’insulto, dell’invettiva, delle frasi scarlatte che non sono nient’altro che la messa in scena di una cultura minoritaria, che concepisce il partito come strumento della protesta sterile e disperata, della testimonianza residuale di un’idea statica sconnessa dalle masse e dalla vita quotidiana.

Parto da qui, dalla nostra cultura politica e dal nostro stile, perché penso che dobbiamo innanzitutto ritrovare l’orgoglio della nostra identità. E sulla base di questa dobbiamo pensare strategicamente al nostro destino, al nostro orizzonte, che è l’orizzonte di chi vuole preservare dentro la temperie del nuovo millennio la cultura politica e la forza organizzata dei comunisti. E che al contempo decide di fare vivere questa sfida non nel cantuccio dell’autoreferenzialità ma nella carne viva del Paese, della sua classe lavoratrice, nelle sue sofferenze e nei luoghi del riscatto e cioè dentro un processo di trasformazione e di costruzione di un più ampio e plurale soggetto politico della sinistra italiana.

Con un cuore preciso: il lavoro, giacché la sua solitudine, il silenzio e l’agonia della classe operaia negli ultimi trent’anni è la ferita aperta del Paese che noi dobbiamo rimarginare.

Comunisti, quindi, ma innovatori, senza paura di cambiare, di rinnovare e di navigare in mare aperto.

Quella è Itaca, quella è la meta. Ma il mare, il viaggio dove ci conducono? Fuor di metafora, cosa dobbiamo fare, qui ed ora, mentre lavoriamo per raggiungere l’obiettivo?

Ci deve aiutare l’analisi concreta della realtà concreta.

Innanzitutto del governo Monti: un governo di destra che fa politiche di destra, spingendosi laddove neppure Berlusconi aveva osato: le pensioni, il fiscal compact, il pareggio di bilancio in Costituzione, la manomissione dell’articolo 18.

Questo governo vive non con il sostegno di poteri intangibili ma grazie ai reiterati voti di fiducia dei partiti della maggioranza parlamentare, tra i quali c’è anche il Partito democratico. Questo sostegno – va detto con estrema chiarezza – rende politicamente non percorribile la strada di un accordo programmatico di governo con il Partito democratico.

A questo si aggiunge la Carta d’Intenti recentemente varata, che contiene spunti condivisibili ma anche tre elementi che mettono una ipoteca pesantissima sul segno prevalente dei prossimi cinque anni di governo: le decisioni verranno assunte a maggioranza dei gruppi parlamentari in seduta congiunta; gli impegni internazionali già pattuiti andranno confermati, a partire da quelli economici con l’Unione Europea e quelli militari con gli Stati Uniti; la prossima legislatura vedrà un patto di governo tra le forze progressiste e quelle moderate, cioè essenzialmente con l’Udc di Casini.

Allo stesso tempo, l’analisi oggettiva del quadro politico indica che esiste una convergenza reale sul piano dei contenuti tra Fds, Sel e Idv. La Sicilia e i referendum insieme dicono quindi che bene abbiamo fatto ad indicare al partito la linea della lista unitaria della sinistra alle prossime elezioni politiche e che su questa direttrice dobbiamo continuare, insistere, spingere per fare emergere tutte le contraddizioni che esistono. Appunto: lavorare sulle contraddizioni, non insultare. Credere fino in fondo all’unità, non bombardare i ponti tra noi.

Questa è con chiarezza la nostra linea politica, senza fughe in avanti.

Con una nota a margine e un impegno.

La nota a margine è questa: Essere comunisti non è culturalmente, politicamente compatibile con una opzione minoritaria e farà sentire forte la sua voce, a maggior ragione se oltre al danno del minoritarismo dovessimo assistere alla beffa di un veto sul simbolo della falce e martello posto da qualche compagno di strada. L’Arcobaleno è fallito tragicamente una volta, siamo e saremo contrari alla farsa di un Arcobaleno bonsai.

L’impegno, invece, era già contenuto nella relazione di Claudio Grassi: appena le variabili oggi in campo si definiranno, riconvocheremo una riunione e decideremo con grande senso di responsabilità cosa fare. Con grande senso di responsabilità, come sempre abbiamo fatto in questi anni e questi ultimi mesi.