Intervento all’Assemblea nazionale di Essere Comunisti di Alberto Burgio

Care compagne, cari compagni,

vorrei anche io, prima di entrare nel merito, ringraziare vivamente i nostri ospiti: sia i compagni e le compagne di Livorno che ci hanno permesso di vivere insieme queste intense giornate di studio e di riflessione, sia coloro che, non essendo più (ma vorrei dire: non essendo ancora) nella nostra area, hanno portato il proprio contributo alla nostra discussione, arricchendola di idee e di spunti critici che ci aiutano a condurre un’analisi più significativa. Il che poi è, o dovrebbe essere, naturale, visto che questa nostra discussione riguarda un oggetto comune: le sorti della sinistra comunista e di classe nel nostro paese.

Il merito, dicevo: esso riguarda le nostre difficoltà, che Claudio ha definito il “cuore” della sua bella relazione introduttiva. Vorrei cominciare a discuterne ponendo una premessa per dir così metodologica. Forse banale, ma ai miei occhi nondimeno essenziale.

Spesso ci diciamo quel che dobbiamo dire e fare e volere e pensare. E parliamo di programmi fondamentali e di obiettivi da perseguire. Tutto molto importante, non c’è dubbio. Ma spesso, concentrandoci su questi aspetti, rischiamo di eludere un tema non meno cruciale, anzi preliminare e quindi determinante: le condizioni necessarie a far sì che quanto diciamo e pensiamo e facciamo e vogliamo possa avere efficacia, possa effettivamente entrare nello spazio della politica.

Il punto è che, al di sotto di una determinata soglia di forza (la quale si compone a sua volta di diversi elementi: dimensioni, autorevolezza, relazioni, visibilità, risorse), dallo spazio della politica si è, volenti o nolenti, esclusi. Dunque di questo problema non è possibile disinteressarsi. Dovrebbe essere chiaro a tutti noi che, se la scelta della parte in cui schierarsi precede l’analisi politica della situazione data, questa analisi decide le forme dell’agire politico, e quindi dovrebbe a sua volta precedere o accompagnare qualsiasi discussione ideale su idee e obiettivi da perseguire. In una importante nota dei Quaderni del carcere Gramsci dice che il vero politico non si limita a prospettare “grandi idee”, ma si preoccupa sempre anche del “regolamento di esecuzione”, cioè dei mezzi e dei modi indispensabili a far sì che quelle idee possano realizzarsi. Lasciatemi dire che troppo spesso di questo “regolamento” noi stessi rischiamo di dimenticarci.

Ora, farsi carico della questione dell’efficacia dell’azione politica implica concentrarsi con grande attenzione sull’analisi della situazione politica, in un’ottica non puramente contingente, in una prospettiva che non esiterei a definire storica, o (sempre con Gramsci) “politico-storica”.

In questa prospettiva dobbiamo porci una domanda che, oggi, suona molto simile a quella che, se ho ben capito, si è posto nel suo intervento Sandro Valentini. Anche io mi pongo questa domanda, anche se do una risposta non coincidente con la sua. La domanda è: “Dove passa oggi il confine che decide dalla costituzione di un campo di forze di classe, del lavoro, della democrazia sociale, della pace, in grado di agire in modo autonomo ed efficace? Come dobbiamo definire un campo di forze che abbia queste caratteristiche? Quali forze lo compongono oggi, in questa situazione determinata? ”

Ebbene, io credo che – per rispondere – dobbiamo andare col pensiero al 2008, poiché in quell’anno la situazione si è trasformata in profondità. La risposta che dobbiamo dare oggi e dal 2008 alla domanda sul campo di forze al quale fare riferimento è diversa da quella che abbiamo dato precedentemente, poiché col disastro dell’Arcobaleno si è compiuto un passo decisivo (e non possiamo dire se reversibile) in direzione della relativa uniformazione dell’Italia alla situazione politica generale dell’Europa.

Col 2008 il confine di cui stiamo parlando si è spostato. Se per tutta la “prima Repubblica” questo confine separava i comunisti dai non-comunisti; se questo è stato vero – fatte le debite distinzioni – sino al 2008; se, cioè, sino al 2008 il campo delle forze comuniste era ancora, almeno potenzialmente, in grado di operare in autonomia e con efficacia, dopo il 2008 la situazione è cambiata. E questo stesso riferimento temporale basta a chiarire che parlare oggi di unità della sinistra di alternativa è cosa del tutto diversa (per non dire contrapposta) rispetto all’Arcobaleno. Dal 2008, e in conseguenza della rovinosa sconfitta allora subita (rovinosa per proporzioni e rovinosa per modalità e carico simbolico), lo spartiacque non coincide più con l’essere (o dirsi) o meno comunisti, ma concerne il giudizio sul capitalismo e persino sul neoliberismo. Oggi, come tra il 1943 e il ’45, i comunisti in Italia possono influire sulla scena politica soltanto dentro un campo di forze critiche più vasto, che includa anche forze sociali, politiche e intellettuali non comuniste. Per questo il tema delle alleanze e dell’unità della sinistra di alternativa non è meramente tattico e men che meno strumentale, elettoralistico. È invece un tema strategico, di respiro. Ne va, oltre che della nostra sopravvivenza, della nostra stessa ragion d’essere politica e – appunto – storica.

Di qui – ma non voglio soffermarmi su questo – la portata delle responsabilità che gravano su quei gruppi dirigenti che non fanno dell’iniziativa unitaria l’asse della propria azione politica. Le vicende della Federazione della sinistra parlano da sé. E anche lo stato dei rapporti tra Rifondazione e Sinistra Ecologia e Libertà. Non voglio indugiare in analisi specifiche, del resto ognuno di noi, che vive questa esperienza, è in grado di assegnare a ciascuno meriti e demeriti. Dico soltanto che, nella misura in cui si sono privilegiate rendite di posizione rispetto all’obiettivo dell’unificazione delle forze della sinistra di alternativa, ci si è caricati di una colpa politica di prima grandezza: una colpa che non è certo compensata dal fatto di continuare a definirsi “comunisti”.

Se questo è vero, chiediamoci: come siamo messi oggi?

Concludendo la sua relazione, Claudio si è detto ottimista. Io mi associo a questo suo stato d’animo, che condivido. Non soltanto perché col pessimismo non si fa politica. Ma anche perché vedo una ragione reale, connessa alla crisi in atto e alle sue premesse strutturali. Il capitalismo non è in grado di rispondere ai bisogni primari delle classi lavoratrici. Non solo: questa incapacità comincia a trapelare alla coscienza di massa, nonostante quella massiccia disinformazione alla quale abbiamo voluto intitolare il nostro seminario. C’è una domanda forte e diffusa di rappresentanza di bisogni materiali e morali che soltanto la sinistra di classe è in grado di rappresentare. Ci sono le condizioni potenziali per lo sviluppo forte della lotta di classe, oggi ancor più che nel recente passato.

Detto questo, non dobbiamo tuttavia scambiare potenzialità e realtà, prendere le possibilità per condizioni già date. Ottimismo, sì. Ma non sottovalutazione delle difficoltà. Anche perché questa situazione sociale esplosiva potrebbe anche evolvere a destra, con effetti dirompenti per la stessa tenuta democratica del paese. E allora vorrei, chiudendo, tornare al tema delle nostre difficoltà, nominato in apertura.

Io sono del tutto d’accordo con il punto centrale dell’analisi di Claudio: la situazione politica è aperta, indeterminata, fluida. Le contraddizioni che stanno emergendo, giorno dopo giorno, in seno alle singole forze e nelle loro relazioni reciproche, la rendono complessa, confusa, fortemente instabile. Non ci sarebbe quindi errore più grave che imprimere oggi un’accelerazione nelle scelte. Precipitare decisioni per prendere le quali non abbiamo tutti gli elementi necessari. In politica il tempo è un elemento decisivo. Non è tutto, ma è molto, e sbagliare il momento della decisione può compromettere le imprese meglio concepite.

Ma se questo non è il tempo delle decisioni, è tuttavia il tempo dell’attenzione: quello che oggi dobbiamo cominciare a fare, è prendere sempre maggiore coscienza che la situazione della sinistra italiana, e quindi anche della Federazione e del nostro partito, sta per entrare in una fase di grande e decisiva importanza. E che le scelte che oggi non possiamo ancora assumere, presto potrebbero rendersi ineluttabili. Quel che oggi dobbiamo fare è, insomma, acuire al massimo grado la nostra sensibilità, alzare le antenne, sviluppare la massima capacità di ascolto, di lettura della realtà e di interlocuzione. E dobbiamo anche essere sempre più consapevoli della gravità di questa situazione: non nascondercene i pericoli, che oggi mettono in discussione la nostra stessa esistenza come forza politica autonoma.

Questo volevo dire oggi. Non senza aggiungere, da ultimo, che anche io, come Claudio, sono sicuro che ce la faremo a superare questa difficoltà: come ce l’abbiamo fatta in altri frangenti, altrettanto difficili. E sono sicuro che torneremo a vivere insieme altri momenti lieti e ricchi, nei quali la politica non sarà soltanto lotta di resistenza ma anche conquista, remunerazione delle fatiche e premio per le lotte. Credo di potere dire questo senza indulgere a intenti consolatori anche soltanto guardando questa sala piena e intercettando lo sguardo di tante compagne e di tanti compagni insieme ai quali ho vissuto, in questi vent’anni, alcuni momenti indimenticabili della mia vita politica.