Ilva di Taranto: paghi il padrone, non ci rimettano il posto i lavoratori

La Costituzione ci insegna a rispettare i compiti e l’azione della Magistratura. Tuttavia, nella misura in cui l’applicazione del diritto ha conseguenze e implicazioni di natura sociale, l’esercizio della politica incrocia la possibilità della critica.

In questo senso, gli ultimi sviluppi della vicenda giudiziaria che riguarda gli stabilimenti Ilva di Taranto destano molte, motivate preoccupazioni.

Partiamo da un presupposto: il diritto al lavoro e il diritto alla salute non possono essere utilizzati uno contro l’altro. Farlo denuncia una strumentalità inaccettabile, allude ad un tradimento della civiltà giuridica del nostro Paese, della nostra Costituzione. Non può esistere, non deve esistere, un diritto al lavoro insalubre, dannoso e mortifero; e non può esistere, non deve esistere, un diritto alla salute in nome del quale si desertifichi sul piano sociale, industriale e produttivo un territorio e la sua comunità.

Se questo è il presupposto bisogna avere il coraggio di dire che la sentenza del Riesame aveva raggiunto un punto di equilibrio importante, da valorizzare. Perché esprimeva per la prima volta un interesse dello Stato e dei suoi organi dopo decenni di totale, criminosa irresponsabilità; e perché consentiva, nel sequestro con “facoltà d’uso” e nel contesto di un obbligo al risanamento e all’ammodernamento degli impianti, la non interruzione della produzione. L’ordinanza del gip rompe questo equilibrio e decide di scaricare sulla città di Taranto (non soltanto sui 12mila operai dell’Ilva, sugli 8mila degli appalti e dell’indotto, sugli operai degli stabilimenti del Nord dipendenti dal ciclo a caldo di Taranto) il prezzo di questa forzatura.

Con gli impianti spenti, con la produzione bloccata non ci sarebbe più alcun equilibrio, perché verrebbe meno – improvvisamente – l’oggetto stesso del diritto al lavoro. E tutto ciò che si decidesse di fare in conseguenza di questo atto sarebbe nient’altro che un tentativo imperfetto di recuperare stabilità occupazionale in un contesto già pesantemente depresso e impoverito dalle ataviche irresponsabilità e ignavia del capitalismo italiano (tanto quello clientelare di Stato, quanto quello parassitario e di rapina che si è avventato sulla carne viva dell’industria meridionale dopo la stagione delle privatizzazioni).

Allora bisogna essere chiari. In primo luogo ribadendo che diritto alla salute e diritto al lavoro devono marciare insieme, senza sconnessioni. In secondo luogo affermando con nettezza che il governo, le istituzioni pubbliche tutte, il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante (pur delegittimato pesantemente dal gip) devono imporre che sia la proprietà a farsi carico dei costi di un risanamento tanto imprescindibile quanto possibile, come dimostrano i modelli e le esperienze recenti della Germania.

E che sia la proprietà e non un altro il soggetto che deve assumersi l’onere della modernizzazione degli impianti non è un fatto puramente giuridico. Ha a che fare anche con la sfera dell’etica e con il principio della responsabilità, se è vero come è vero che la famiglia Riva negli ultimi anni ha realizzato profitti d’oro e non può esimersi dall’utilizzare questi utili per consentire finalmente – dopo anni di vergognosa indifferenza – agli operai di conservare il lavoro e agli operai e ai cittadini di vivere fuori dall’incubo della morte.

L’alternativa a questo (e cioè all’assunzione da parte dell’impresa della propria responsabilità sociale) è una e una sola, garantita dalla nostra Costituzione: l’esproprio dell’azienda e la ri-nazionalizzazione dell’Ilva con lo Stato come protagonista diretto di un grande progetto di ammodernamento e messa a norma degli impianti.

In terzo luogo, infine, bisogna affermare che non è pensabile che un Paese come l’Italia sia privo di un grande polo siderurgico. La sopravvivenza dell’Ilva è una necessità strategica dell’Italia e della sua classe operaia, perché va scongiurato – su questo i comunisti devono dire parole inequivocabili – il pericolo di una desertificazione industriale del Paese, che è, come dimostrano la politica aziendale della Fiat e la recente vicenda di Alcoa, l’obiettivo a cui lavorano ormai scopertamente i maggiori gruppi imprenditoriali italiani.

Cosa fare, allora, nell’immediato? Quello che stanno facendo le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista e dei Giovani Comunisti di Taranto. Quello che sta facendo la Fiom, che negli ultimi mesi sta lottando nell’interesse dei lavoratori e dei cittadini di Taranto, indirizzando la rabbia e la protesta non contro la Magistratura ma contro la proprietà e le pesanti responsabilità della famiglia Riva.

Salvaguardare il diritto al lavoro nell’ambito di una visione strategica del comparto industriale nazionale (che deve vedere al centro lo Stato e la sua capacità di pianificazione); esigere e ottenere il diritto alla salute dentro la fabbrica e fuori dalla fabbrica. Esigere ed ottenere la partecipazione diretta dei lavoratori al piano di risanamento, di messa in sicurezza e di rilancio dell’Ilva. Perché le competenze manuali ed intellettuali, tecniche e scientifiche dei lavoratori dell’Ilva, a partire da quelle dei nostri compagni, sono una ricchezza imprescindibile. I Giovani Comunisti  sono al loro fianco.

46 risposte a “Ilva di Taranto: paghi il padrone, non ci rimettano il posto i lavoratori”

  1. @oggionni: l’ilva deve essere confiscata, e sotto il controllo dei lavoratori va fatta la bonifica ma la produzione va fermata; dopo l’avvenuta bonifica la fabbrica potrà riaprire con il continuo controllo ambientale affinchè non ridiventi fabbrica della morte.

  2. Caro Simone, grazie per il chiarimento, anche io credo che nelle attuali condizioni non si possa continuare a produrre, così come penso che il conflitto a cui stiamo assistendo continuerà fino alla Cassazione se non oltre. Neanche io voglio entrare in una disputa esegetica sul Riesame, ma penso che quello sia uno dei nodi della questione. L’interpretazione testuale della sentenza ci dice che l’uso degli impianti è finalizzato non alla produzione ma alla realizzazione delle misure tecniche in grado di eliminare i pericoli (etc.). L’impianto non viene spento (anche perchè macchinari di quel tipo non si riaccendono in un giorno), ma rimane acceso in “stand-by” in maniera tale da consentire la realizzazione degli accorgimenti del caso. Tecnicamente si può dire che la classica fermata programmata (il giorno stop della produzione per pulire, tarare, etc.) è simile alla situazione descritta dal giudice. Un abbraccio.

  3. Buono Simone,

    nel programma elettorale della FDS (o comunque di Rifondazione) dobbiamo mettere 7-8 proposte chiare e facilmente fruibili dalla gente. Senza troppi “racconti” ed affabulazioni che poi non riesci a vendere neanche al mercato rionale o in borgata. Figuriamoci in fabbrica!

    Ma soprattutto dovremo stare molto attenti a far corrispondere alle nostre parole e proposte dei fatti conseguenti in maniera coerente e senza troppe ambiguità.

    Ambiguità che hanno deciso la “morte” di un bel pezzo della nostra credibilità durante il governo Prodi 2 e poi, nel novembre 2008, con la funesta esperienza fallimentare della Sinistra-Arcobaleno (do you remember STATI GENERALI SX?). Ed era appena 4 anni fa e la gente in questi casi, purtroppo, ha memoria e ti mette all’indice se non dimostri che cambi decisamente rotta.

    Bella, la lotta continua e buon RED AGOSTO 🙂

  4. Ciao Simone, la sentenza del Riesame indirizzava il funzionamento degli impianti su messa a norma e monitoraggio continuo, non più a campione, delle emissioni. Rispetto alla prima ordinanza la sentenza non modificava la facoltà d’uso a scopi produttivi, che era pertanto da considerarsi negata: la successiva interpretazione del Gip ha avuto il merito di sottolineare questo aspetto dopo che mediaticamente era passato il messaggio opposto. A parte questo, penso che dobbiamo fare attenzione tanto agli accenti che poniamo quanto alle condizioni a loro legate. Produrre senza danni (e che danni) alla salute è la strada indicata, da seguire. Produrre nelle condizioni attuali vuol dire, evidentemtente, continuare a far danni mettendo seriamente a rischio la salute di un’intera comunità di cittadini/lavoratori e, stando così le cose, la facoltà d’uso sarebbe tutto tranne che un punto di equilibrio. Il punto adesso è che l’ambientalizzazione degli impianti sia carico della proprietà e che tale processo avvenga sotto il monitoraggio della cittadinanza, senza dimenticare che la nazionalizzazione di un settore così strategico è una questione da porre anche come risposta al ricatto occupazionale storicamente ed efficacemente agìto nel meridione (esuberi).

    1. Caro Giuseppe, copio e incollo dalla sentenza del Riesame, dove impone che i custodi «garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti». Non vorrei entrare in una disputa esegetica, ma mi sembra che ciò indichi espressamente la concessione all’utilizzo degli impianti. Ora, gli impianti (nella fattispecie quelli che inquinano, cioè quelli a caldo) non hanno un secondo uso rispetto a quello per cui sono progettati. O li tieni accesi (e il Riesame lo consente) o li spegni (il Riesame non lo prevedeva, il gip lo prevede).
      È evidente che noi non vogliamo che si continui a produrre nelle condizioni attuali e da questo punto di vista l’intervento della Magistratura, come ho scritto, è stato decisivo. Bisogna risanare gli impianti (oltre all’ambiente contaminato) e lo si può fare o mentre sono accesi o quando sono spenti. Questo è il punto.
      Sulla nazionalizzazione sono d’accordissimo. Un abbraccio, Simone

  5. oltre 3000 in piazza a TA contro la visita dei ministri pro Riva

    E’ stata innanzitutto una grande assemblea popolare la risposta del
    ‘Comitato lavoratori cittadini liberi e pensanti’ alla visita dei ministri
    Passera e Clini a Taranto, e alla “zona rossa” con cui lo Stato ha blindato
    questa visita.
    Dal palco, con un improvvisato Apecar artigianale – a quello vero era
    vietato l’accesso – si sono susseguiti interventi di operai, lavoratori,
    cittadini, donne, che hanno denunciato la gravità degli effetti
    dell’inquinamento provocato dai padroni dell’Ilva alla salute e alla vita
    della gente, con il racconto di morti per tumori, di adulti e bambini, che
    hanno colpito famiglie del popolo e oggi alimenta la rivendicazione piena
    del diritto a non morire più, a non ammalarsi in forme così eclatanti in
    alcuni quartieri, a potersi curare; questa è l’anima effettiva del Comitato
    che ne amplia la partecipazione dopo ogni iniziativa e che si trasforma
    anche in un fenomeno di cittadini che prendono la parola per la prima volta
    in contesti così grandi. Ci sono stati poi interventi che hanno denunciato
    come l’inquinamento abbia prodotto danni ad altri settori della vita
    economica e sociale della città, vedi i miticultori.
    E’ da qui che nasce il grido di ribellione e la volontà di lotta di numerosi
    cittadini che stanno partecipando alle iniziative. L’assemblea popolare ha
    dimostrato che questo grido deve essere raccolto e non si può soffocare con
    denunce e divieti, che vi è un risveglio della popolazione di Taranto e che
    tanti cittadini si stanno prendendo il diritto di parola e devono essere
    ascoltati.
    Alcuni operai hanno denunciato il clima in fabbrica, dove l’azienda e i
    sindacati aziendalisti stanno promuovendo degli scioperi a difesa
    sostanzialmente di Riva e dell’azienda così com’è adesso. Alcuni operai
    hanno preso coscienza anche attraverso questo movimento della gravità del
    problema dell’inquinamento fuori dalla fabbrica e sono divenuti assai
    sensibili e vogliono che questa situazione venga affrontata realmente.
    Altri interventi hanno solidarizzato e invitato a solidarizzare – invito
    raccolto – con la Magistratura e il giud. Todisco che con la sua inchiesta
    ha messo realmente a nudo il problema cominciando a colpire i responsabili,
    padron Riva, Emilio e Nicola, come il dirigente Capogrosso, sono ancora ai
    domiciliari, e l’ordinanza impone perentoriamente interventi per mettere
    fine alle violazioni.
    L’assemblea si è svolta costantemente in un clima di partecipazione, di
    applausi, di slogan – molti mutuati dallo stadio vista la presenza di una
    forte componente ultras. L’assemblea ha denunciato le istituzioni, dal
    sindaco Stefano, a Florido, a Vendola, come silenti e complici delle
    violazioni in materia di sicurezza e ambiente dell’Ilva, peraltro ora al
    centro anche di un’inchiesta di corruzione che tocca politici, funzionari,
    sindacalisti, ecc.
    Dopo l’assemblea popolare la spinta dei partecipanti è stata verso un corteo
    che violasse la “zona rossa” e portasse fin sotto la prefettura la protesta,
    là dove i ministri erano intanto giunti. E un corteo è partito e ha fatto,
    ingrossandosi, il breve pezzo che va da p.zza Immacolata a p.zza Della
    Vittoria. Qui ha trovato la barriera del massiccio spiegamento della polizia
    e la scelta del Comitato, che ha messo su allo scopo anche un ‘servizio
    d’ordine’, è stata di fermare lì la protesta, scelta accettata a fatica da
    una parte dei manifestanti.

    Ma a Taranto oggi vi è stata anche un’altra manifestazione, centinaia di
    operai hanno partecipato allo sciopero e al blocco promosso da Fim e Uilm,
    ma in realtà voluto dall’azienda che ha visto i portavoci aziendali nelle
    fila operaie farla da padroni. Uno sciopero negativo che lo Slai cobas, con
    un volantinaggio di questa mattina, ha invitato a boicottare.

    Nella piazza in cui si è radunato il Comitato è stato presente lo Slai cobas
    per il sindacato di classe, con rappresentanti di operai Ilva, precari,
    disoccupati, prima di tutto per effetto di un divieto che ha negato allo
    Slai cobas la possibilità di tenere un presidio sotto la prefettura per
    esprimere direttamente la protesta contro la visita dei Ministri – la
    questura ha costretto tutti a manifestare solo in p.zza Immacolata.
    Lo Slai cobas per il sindacato di classe aveva striscioni ben chiari:
    “Contro padron Riva e lo Stato dei padroni, difendiamo con la lotta la
    salute e il lavoro”, “Per il lavoro e il salario garantito, uniti nella
    lotta operai e disoccupati” – che rappresentano la battaglia quotidiana
    fatta in Ilva e in città.
    Lo Slai cobas per il sindacato di classe non si trincea nell’anonimato e
    difende realmente lavoro e salute battendosi soprattutto in fabbrica contro
    Riva, non per la chiusura dell’Ilva ma per imporre con la lotta il suo
    effettivo, e controllato dagli stessi operai, risanamento e ponendo
    nell’unità tra operai e masse popolari la via per ottenere il massimo dei
    fondi, interventi immediati per la bonifica dei quartieri più colpiti e il
    rafforzamento delle strutture per la tutela della salute.
    Lo Slai cobas si batte perchè tutto il movimento assuma questa linea e per
    questo ha rivolto la sua iniziativa e le sue parole d’ordini anche alla
    massa di partecipanti all’iniziativa del Comitato. Questo non sta bene a chi
    invece vuole la chiusura dell’Ilva e vede in questo la soluzione e
    contrappone la lotta per la salute alla lotta per il lavoro in Ilva. Una
    posizione dannosa agli operai e alle masse popolari e controproducente
    rispetto agli obiettivi che ci si pone.

    Ma naturalmente la questione principale resta la mobilitazione autonoma da
    padroni, governo e sindacati confederali degli operai dell’Ilva e
    dell’indotto, arma indispensabile per vincere in fabbrica e in città.
    La mobilitazione deve continuare e da parte nostra noi lavoriamo per uno
    sciopero e un’assemblea autonoma degli operai Ilva, così come va raccolto,
    oltre l’attività del Comitato, l’appello a formare comitati popolari nei
    quartiere ed altri strumenti di organizzazione necessari ad una battaglia
    così grande e nello stesso tempo difficile e complessa.

    SLAI COBAS per il sindacato di classe
    17.8.12

  6. Pubblico anche questo. Vedo che in molti sfottono il presidente della Regione Puglia. Mi sembra dica in questo caso parole chiare e inequivocabili. E dal mio punto di vista del tutto condivisibili.

    Vendola: “L’Ilva non deve chiudere”
    Pubblicato Giovedì, 16 Agosto 2012 17:10 | | | Visite: 48

    di Maria Zegarelli

    «Il percorso è indicato proprio nell’ordinanza del gip. Si può garantire fin da subito la salute dei cittadini senza dover chiudere gli impianti: l’Ilva è una città e se chiudesse ci troveremmo di fronte al più impressionante cimitero industriale del mondo». Nichi Vendola insiste sulla necessità di una mediazione, quella a cui stanno lavorando governo, Regione e la stessa magistratura.

    Vendola alla fine ritiene possibile arrivare ad una soluzione che scongiuri la chiusura?
    «Non bisogna smarrirsi. Ripeto, l’ordinanza del gip descrive puntualmente quali sono gli elementi che pregiudicano la salute dei cittadini e credo che l’Ilva abbia le competenze per attuare un programma di interventi a brevissima, media e lunga scadenza.

    Deve rimuovere subito quegli elementi che compromettono l’insieme del diritto alla salute, dalle partite di acquisto di cospicue quantità di filmante che serve a ridurre al minimo lo spolverio, come la riduzione della produzione nei giorni di vento forte, l’installazione di centraline di un monitoraggio più in profondità dell’impianto, che noi abbiamo chiesto…».

    C’è chi giudica, a partire dallo stesso ministro Clini, un errore l’ordinanza del gip Todisco. Lei che ne pensa?
    «Dobbiamo fare lo sforzo di capire in profondità il punto di vista della magistratura che esercita il controllo della legalità. Se sei nella condizione di ripetere infinite volte un atto che pregiudica la salute dei lavoratori e dei cittadini, o blocchi immediatamente quell’atto, avvalendoti delle tecnologie più avanzate, o chiudi perché altrimenti reiteri un reato. Detto questo, aggiungo che vanno bene tutti gli strumenti messi in campo dalle amministrazioni centrali e locali, ma adesso spetta all’Ilva rimuovere dalla scena del siderurgico tutto ciò che nuoce».

    Il giudice Amendola, che in passato ha condotto indagini ambientali, si è chiesto dove eravate lei, Bersani e la Cgil mentre la gente a Taranto moriva.
    «Mi dispiace che un magistrato, che stimo molto, affermi queste cose. Trovo offensivo questo attacco perché noi, come Regione, abbiamo fatto la differenza in questi anni. I primi controlli all’Ilva li ho fatti io nel 2008, abbiamo avviato con loro un negoziato molto duro, non soltanto sul versante dell’ambientalizzazione ma anche su quello della sicurezza sul lavoro: vorrei ricordare che le morti all’Ilva erano molto frequenti. E siamo stati noi a mettere l’Arpa nelle mani di uno scienziato, Giorgio Assennato, e a dotarla di un macchinario per il monitoraggio delle diossine che sono passate da 786 grammi l’anno a 3,4. Oggi abbiamo una legge antidiossine e antibenzopirene».

    Eppure resta il tema: perché è dovuta arrivare la magistratura? «Attenzione, la magistratura e le assemblee legislative fanno due mestieri differenti. Che significa dire è arrivata prima la magistratura? Noi come Regione abbiamo agito da subito e ogni volta, sulla base di evidenze scientifiche, siamo intervenuti. Abbiamo fatto una terza legge, la più importante di tutte perché introduce un parametro nuovo che vale per tutte le industrie, non soltanto l’Ilva: la valutazione di danno sanitario».

    Ma sull’Ilva si è scatenata anche una battaglia politica, oltre che sociale. Lei invoca, come molti altri, la mediazione. Di Pietro chiede l’applicazione dell’ordinanza.
    «Io sono impegnato nel cercare una via d’uscita che possa essere anche una svolta storica. Non bisogna lodare la magistratura per una sorta di zelo istituzionale, bisogna farlo perché in questo caso la magistratura ha sanzionato qualcosa che è finalmente percepito come un fatto insopportabile. Abbiamo vissuto in un’epoca nella quale all’interno del ciclo produttivo la salute e la vita umana avevano sempre di più un peso e sempre meno un valore. Oggi la magistratura restituisce valore a quel diritto alla vita e alla salute che era stato confinato in uno spazio quasi privato. Mi rendo conto che è forte il tuono che rimbomba ed evoca patologie come il cancro e la morte, ma ci sono gli strumenti per spostare in avanti il conflitto tra industria e ambiente che si è aperto a Taranto».

    Quindi va fatto tutto il possibile per scongiurare lo stop alla produzione?
    «La domanda che faccio ai tanti che in questi giorni sentenziano sull’Ilva è soltanto una: ma davvero pensate che si possa chiudere il più grande polo della chimica? È progressista che l’Italia dismetta alcune sue antiche e robuste tradizioni produttive? È legittimo pensarlo ma io non sono d’accordo. È sbagliato ricondurre la questione in termini di una conflittualità irriducibile tanto più oggi che ci sono tecnologie che consentono abbattimenti importanti. Stiamo parlando di un problema generale, non è che le diossine e le polveri sottili sono specialità pugliesi».

    No agli estremismi ambientalisti o “giustizialisti”?
    «Avere una visione leggendaria e sensazionalistica non aiuta a trovare la soluzione e investire sul conflitto è molto sbagliato in una situazione come questa. C’è bisogno di ascolto reciproco e di uno sforzo mediazione. L’abbandono di una città industriale, come l’Ilva, difficilmente può tramutarsi in un evento di bonifica».

    da l’Unità.it

  7. Ricevo e pubblico, molto interessante.

    ILVA e il Ministro Clini
    a cura di Gianni Marchetto Presidente dell’Ass. Esperienza & Mappe Grezze
    “La situazione dell’Ilva riguarda tutto il sistema industriale italiano e l’affidabilità dell’Italia nei confronti degli investimenti esteri, che ci auguriamo e cerchiamo di spingere nel nostro Paese”. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, ascoltato oggi dalle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera dei Deputati.
    Quanto sopra dai giornali. Lo trovo di una inaudita gravità. E meno male che viene detto da un “tecnico”!
    Se riguarda TUTTO il sistema industriale italiano, siamo ben messi! TUTTE le aziende: ca. 4 milioni da un addetto in su?! Questo è fare demagogia! Cosa hanno da dire le centinaia di aziende estere presenti da decenni sul territorio italiano? Sono tutte nelle stesse condizioni ambientali (nonostante la Legge 277/’70, il D.Lgs. 626/’94 e la recente Legge 81/’2008)? Così come le centinaia e centinaia di aziende italiane risanate, bonificate in tutti questi anni. Perché non una parola viene da queste imprese?
    Che lo dica il sottoscritto, ora pensionato ma con un passato da sindacalista FIOM a Torino è tutto dire.
    Che vale menare scandalo per l’intervento della magistratura in casi conclamati da tempo come all’ILVA? E certamente va più che compreso l’antinomia lacerante tra la difesa della salute e la difesa del lavoro da parte dei lavoratori. Ma la “politica” e le istituzioni dove erano fin’ora? A contemplare estasiati la diminuzione dei morti per infortuni: non vera perche se si fa un rapporto tra il numero di infortuni per le ore lavorate ne viene che siamo in linea con le serie storiche precedenti. E l’INAIL questo lo sa e non lo dice, così come non ci dice che le morti per malattie professionali nel nostro “bel paese” sono 4 volte più dei morti per infortunio, così come non dice che:

    “le stime internazionali sulla percentuale dei tumori da attribuire all’attività lavorativa sono in continuo aumento: circa 10 anni fa la percentuale era stimata intorno al 4% mentre oggi è almeno del 15%: è aumentata di ben 4 volte. L’INAIL, invece, riconosce un’ incidenza di tumori come dovuti all’attività lavorativa attorno al 4%. Si tratta di più di 15.000 tumori da lavoro non riconosciuti. Altra cosa gravissima è il fatto che né i medici del lavoro né l’Inail, fanno menzione dell’opera di bonifica delle situazioni lavorative che hanno causato il danno” (vedi in allegato lo studio del Prof. Ivar Oddone).

    Nel giro degli ultimi 10 anni ho provato a chiedere a tutti coloro i quali hanno responsabilità e competenze sulla materia della difesa della salute nei luoghi di lavoro se avevano approntato un registro della “aziende risanate, bonificate”. Si tratta del Ministero della Salute, dell’ISPESL, dell’INAIL, della Regione Piemonte, ecc. Macché, tutti mi dicevano che stavano discutendo sulle “buone pratiche”, però vigliacco se mi hanno mai fornito di un nome e un indirizzo di una azienda risanata, bonificata!
    È mia profonda convinzione che se non si fanno emergere tutte quelle aziende che in questi anni hanno bonificato i loro ambienti di lavoro, facendo altresì informazione formazione ai lavoratori, nel tempo anche queste si adegueranno alle peggiori. Occorre quindi fare emergere queste realtà mettendole in contraddizione con il rimanente, premiandole (per es. diminuendo drasticamente i premi assicurativi, ecc.), facendo della campagne pubbliche di boicottaggio dei prodotti venduti da aziende non risanante, ecc. io sono convinto che così facendo si incentiverà l’ingresso nel nostro paese di capitali esteri, in caso contrario…

    In anni passati mi è capitato di collaborare con una “mutuelle” francese a Port de Boc (vicino a Marsiglia) per l’implementazione di un “Tabellone Comunale di Rischio”, di cui rimando all’allegato di Ivar Oddone. È questa una proposta che mi sento di fare anche per quanto riguarda il nostro paese, potrebbe per es. essere compresa nei PEPS (i Profili di Salute a livello territoriale), per quanto meno una prima sperimentazione in alcuni comuni.

  8. CON IL CONSENSO DELL’AUTRICE, MARIA GRAZIA MERIGGI, PUBBLICO QUESTA SUA LETTERA SULLA VICENDA ILVA. MI PARE ILLUMINANTE.

    Carissimi compagni, ero in viaggio e intervengo in ritardo sulla dolorosa questi
    one di Taranto. Dico subito che condivido parola per parola l’intervento di Ross
    ana Rossanda aggiungendo qualche osservazione. Nella contrapposizione fra lavor
    o e ambiente si dimentica che le prime vittime di un ambiente di lavoro nocivo s
    ono coloro che ci lavorano. Ma questi problemi vengono amplificati dalla stampa
    e dalla cosiddetta “opinione pubblica” solo quando coinvolgono il “mondo esterno
    ” o quando gli incidenti dovuti a violazione della sicurezza sono tragici e clam
    orosi. Ricordiamo tutti con emozione i morti della Thyssen Krupp: nessuno allora
    li ha accusati dicendo che la colpa era loro perché non erano riusciti a imporr
    e la manutenzione e la prevenzione adeguate! Operai di Taranto e FIOM sono – com
    e ha ricordato Rossanda – nella stessa posizione.
    C’è anche chi ha ironizzato sulla difesa delle pause alla FIAT non riflettendo a
    l rapporto fra i ritmi di lavoro e la sicurezza, quando questa riguarda “solo” g
    li operai.
    Ma questa contrapposizione lavoro/ambiente ci dice anche un altro paio di cose.
    Quella più evidente, che in questo modo si occulta l’illegalità delle imprese c
    he ritengono la violazione delle norme facile e impunita nel nostro paese. Ma so
    prattutto questa contrapposizione ci fa pensare quanto anche parte della sinistr
    a ritenga ormai perduta la battaglia per il “cosa e il come”produrre, una batta
    glia dentro il lavoro contro le priorità del capitale: dal lavoro operaio meglio
    fuggire che lottare per la sua trasformazione.Diamo forza alle voci e all’azio
    ne di chi – anche su questo giornale – continuano a battere su questa centralità
    , invece di dovere ogni anno trarre il tremendo bilancio dei morti e infortunati
    che calano solo “grazie” alla CIG e alla chiusura dei cantieri… Maria G. Meri
    ggi, università di Bg

  9. Nella mia azienda il sindacato non entra. A che serve? Sono tutti onesti lavoratori e il sindacato serve per proteggere soprattutto scandafatche e parassiti. Nelle aziende piccole se ne trovano pochi e non perche possono essere licenziati ma perche siamo una famiglia. Tutti si responsabilizzano e quando c’e’ da consegnare non esistono orari domeniche o ferragosto. I miei operai sono veramente forti.

  10. Io schifo tutti i sindacati. Ci sputo addosso sanno solo arrubba’ soldi.
    Quando il padrone mi paga io so contento e tuculiato. Quelli che non tengono voglia e lavora’ devono segnarsi al sindacato. Quando fai o dovere tuoio non serve. E’ un altro sfruttatore e uno m’abbasta e m’avanza

  11. masino l’ilva ti ha inquinato il cervello e dalla tua bocca fuoriesce cancrena immonda! quando la metastasi ti avrà infettato tutto il corpo cambierai idea, ma sarà troppo tardi perchè il becchino ti avrà gia scavato la fossa.

  12. Chi vuole chiudere l’ilva va sputato addosso perche’ non inquiniamo piu’ di tanti altri. Fatto sta che al padrone nostro la magistratura gliela ha giurata forse perche’ non gli ha assumto i parenti. Qui si e’ sparsa la voce che se come pm dai fastidio ti promuovono perche’ i magistrati non li puoi licenziare. Speriamo che a questa Menisco la mandano a Torino cosi chiude a mirafiori

  13. Oltre che condividere pienamente aggiungerei che la proprietà e’ tenuta a pagare salari e stipendi anche con la produzione ferma in attesa della messa a norma degli impianti. E così facendo sono convinto che magicamente non occorrano più 4 anni ma pochi mesi..

  14. premesso che i riva finanziano pdl e pd-l, che è inammissibile che lo stato finanzi un’azienda privata dal 1995, ma che debba limitare il suo intervento all’inquinamento prodotto dalla precedente gestione statale italsider, ritengo improbabile che i riva mettano in sicurezza l’impianto di tasca loro, pertanto la soluzione per mantenere salari, posti di lavoro e mettere a norma l’azienda è COMUNISTA: esproprio senza indennizzo sotto il controllo dei lavoratori (escludendo i sindacati gialli padronali) e nazionalizzazione dell’ilva.

  15. la fabbrica della morte ha anticipato di decenni il metodo marchionne: queste sono le condizioni se vuoi lavorare altrimenti vai a casa, altri dannati della terra saranno disponibili per far funzionare la macchina stritola persone, e il profitto,sarà salvo!

  16. chiudere la fabbica è doveroso, per il risanamento ambientale; e nel periodo sabbatico ai lavoratori venga assicurato il salario per vivere; ruffianarsi i lavoratori affermando che la fabbrica della morte deve operare mentre la si risana, è ingannevole opportunismo, non è da comunisti; si perderanno consensi, ma a guadagnarci saranno le vite dei lavoratori, che capiranno, dato che stupidi non sono, che la chiusura produrrà ricchezza perchè un altro modello di sviluppo è necessario.

  17. leggete sul tema la rivista on line http://WWW.contropiano.org; ed anche tu oggionni leggila; ti farà sorgere dei ragionevoli dubbi sui tuoi argomenti; la fabbrica della morte va chiusa e basta, bisogna avere il coraggio di contrastare le convinzioni assurde e reazionarie che i lavoratori a volte hanno; la fabbrica va confiscata sotto il controllo dei lavoratori, come confiscate vanno le ricchezze dei riva, che non saranno mai sufficienti per risarcire le vite rubate dei lavoratori e dei cittadini di taranto a causa dei veleni!

  18. Una posizione da condividere, quella di Oggionni, coordinatore dei giovani del PRC, ben diversa dalla posizione di Ferrero (fortunatamente).

  19. Neanche io ho capito la posizione di Ferrero; spezzo tuttavia una lancia a suo favore, nel senso che è difficile esprimere un pensiero articolato su Facebook.

    Però mi pare che la sua posizione sia che vadano spenti immediatamente gli impianti, come deciso dal giudice.
    Questa non è la posizione della FIOM, la quale vuole che gli impianti restino aperti e si proceda al risanamento dell’azienda. Eppure Ferrero neanche cita la FIOM, forse perché nel suo cieco schemino anche la FIOM, che vuole che gli impianti restino aperti (assieme al risanamento), è dalla parte del padrone…

    Se gli impianti saranno chiusi, rimarranno a casa i lavoratori, saranno nella merxa le aziende dell’indotto,e ci saranno problemi produttivi per le altre aziende del gruppo con ovvia riduzione degli orari ecc.ecc.

    Da comunista quindi la posizione ferreriana mi è incompatibile, ma forse non si è spiegato bene.

    1. No, io condivido la posizione della Fiom: risanare gli impianti senza fermare la produzione, ed evitando al contempo di alimentare lo scontro istituzionale (come stanno invece facendo Fim e Uilm, forse su pressione di Riva).

      La linea di Ferrero sembra invece opposta, e più vicina a quella di Cobas e movimenti dei cittadini qualunquisti tarantini: alimentare lo scontro istituzionale, sostenendo a prescindere le decisioni del Gip di Taranto, per stare al traino dell’ex PM molisano demagogo in declino, e magari differenziarsi a tutti i costi da Vendola e dal Pd. In questa delirante posizione ferreriana, pure la Fiom starebbe “dalla parte del padrone”.

  20. Quindi tu, Masella e il dodicenne yurj confermate che Ferrero è favorevole alla chiusura Dell’Ilva?

    Non ci sarebbe niente di male, ogni posizione è legittima. E conoscendo il modo di ragionare opportunista degli ex DP, può darsi che Ferrero abbia scelto questa linea per accodarsi al nuovo riferimento della Syriza all’italiana (l’ex PM molisano liberista e demagogo in declino), e provare a mettere in difficoltà Vendola (che, in quanto presidente della Regione Puglia, deve gestire questa complicata partita), magari accusandolo di stare “dalla parte del padrone”. Questo per la gioia di Cobas, centri sociali e movimenti di cittadini qualunquisti., che a quanto pare sono il nuovo soggetto sociale di riferimento del Prc ferreriano.

    Ripeto, tutto è legittimo. L’importante è assumersi le responsabilità delle proprie posizioni, e non accusare “la censura dei media di regime” se il nostro consenso sta a un risicato 2%.

    Mi consola il fatto che qualcuno nel Prc abbia conservato il lume della ragione, e un minimo di visione politica (vedi l’ottimo articolo sull’Ilva di Simone Oggionni).

  21. Più montiano del PD quasi. Quali sarebbero i soldi che i Riva mettono e quali lo stato italiano? L’hai capito quello che dice Ferrero?

    Tempo perso.

  22. Non ho capito. Quindi Ferrero è favorevole a spegnere gli impianti dell’ILVA, come richiesto dal GIP di Taranto, dai Verdi e dall’ex PM molisano demagogo in declino? Perché il punto è proprio questo: con una scelta interpretativa estrema, l’ordinanza del GIP chiede lo spegnimento immediato degli impianti sequestrati, e fa carta straccia degli impegni presi da Riva col governo, riguardanti proprio la bonifica e l’ammodernamento del sito. Parte dei lavori sono già iniziati, e governo e magistratura devono ovviamente vigilare affinché Riva sborsi tutti i soldi concordati. Ma se gli impianti vengono spenti (con una procedura che, da sola, richiede mesi di tempo) l’azienda non potrà produrre, non potrà rifornire gli altri impianti in Italia, ed entrerà rapidamente in una situazione economica insostenibile, che metterà a rischio gli stipendi di decine di migliaia di operai.

    Questa è anche la posizione della FIOM, che si è dissociata da FIM e UILM per i loro toni di attacco alla magistratura: deve essere l’ILVA a risolvere il problema, e gli operai non vanno strumentalizzati. Ma da qui a sposare a prescindere la posizione del GIP (come fa l’ex PM demagogo di Montenero di Bisaccia) ce ne corre. Qualcuno spieghi a Ferrero che nessuno vuole lo spegnimento degli impianti di Taranto.

  23. Meno male che c’è la magistratura.
    In molti casi presidia la Costituzione quando i politici di destra e di sinistra, i finti tecnici e gli imprenditori ne violano palesemente la lettera e lo spirito.

    Meno male che c’è la magistratura.
    In molti casi è l’unica a tenere conto che i cittadini sono fatti di carne, ossa, sangue, diritti.
    Il liberismo – ed i politici di destra e di sinistra al suo seguito – non sa che i cittadini ci sono , e come ; soprattutto non vuole saperne dei loro sacrosanti diritti.

  24. Articolo interessante, apprezzabile e condivisibile. Ma non si dimentichi che i Riva da tanti anni finanziavano troppi partiti politici ad hoc che chiudevano occhi e bocca per interesse reciproco un pochino mafioso e sporco. Che le istituzioni preposte da almeno venti anni sapevano e non sono riuscite ( o non hanno voluto ? ) a fare quasi nulla per imporre ristrutturazioni e adeguamenti di legge precisi e significativi per limitare fortemente il mortifero inquinamento. Per cui la magistraura anche se con molto ritardo ha fatto il suo dovere e da troppi viene a torto ingiustamente criminalizzata. La salute non si vende, mai.

    1. per Rebecca: d’accordissimo. Sarebbe sbagliatissimo criminalizzare la Magistratura, è un errore che non va mai compiuto.
      per la congiura degli eguali: sostieni che l’Ilva vada chiusa. poi dici che va confiscata e messa sotto il controllo dei lavoratori. allora delle due l’una: o l’Ilva la si chiude, e i lavoratori vanno a casa; oppure l’Ilva non chiude e così i lavoratori – come tu auspichi – potranno controllare qualcosa (in una fabbrica, per esempio, si controlla la produzione).

  25. Purtroppo è una dura realtà,ancora una volta i lavoratori sono come in un bicchiere in mezzo a due cocci,e i politici sono ancora li dove erano in questi anni,continuiamo a parlare di leggi per mantanere ancora in carica questi inefficenti rappresentanti Basta!!!!!!

  26. @ Martino – Caro Martino occorre misurare le parole perchè dare della opportunista e delinquente a un magistrato – donna e coraggiosa – che fa il suo dovere è scandaloso e vergognoso. A Taranto si lavora ma da decenni si muore troppo di tumori e cancri che uccidono operai, bambini,
    donne, pensionati, troppo presto e in numero troppo elevato a causa di un criminale persistente inquinamento. Il lavoro è importante ma la salute di tutti ancora di più e va tutelata. Gli insulti rivolgili casomai a chi ha chiuso gli occhi ( politici – tecnici – amministratori ) e non ha fatto i controlli sino ad ora e/o non ha preso nessun provvedimento degno di questo nome per sanare la questione. Tutto il resto è demagogia folle.

  27. Benissimo ha fatto la severino a chiedere gli atti dell’ilva e a mandare gli ispettori. Purtroppo la magistratura e’ un potere autonomo e fara’ quadrato intorno a quella opportunista delinquente della todisco. Spero la mandino in sardegna a trattare le cause tra pecorai.
    Nessuno da solo deve poter decidere del destino di milioni di persone. Si facessero eleggere deputati. La bonifica deve esserci, nessuno dice di no ma senza spegnere gli impianti e chiudere la fabbrica

    1. Caro martino

      Sei mai stato in fonderia????? prima di esprimere non dei pareri ma delle offese a chi applica le leggi di questo stato starei più attento prova a leggere tutta la storia del alvoro del n/s paese.una sola prima segnalazione Eternit,Marghera,Seveso eccc….. salutoni

  28. Ma dite la stessa cosa o due cose diverse??

    ILVA – FERRERO (PRC –FDS): VERGOGNOSA DELEGITTIMAZIONE DEI MAGISTRATI DA PARTE DI GOVERNO E AZIENDA – FALLITO LO SCIOPERO A FAVORE DELL’AZIENDA.

    Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista ha dichiarato:

    “A Taranto è in corso una sporca partita che vede governo, azienda e CISL e UIL dalla stessa parte della barricata: attaccare la magistratura per garantire a Riva di continuare a fare i suoi comodi. I lavoratori hanno capito e infatti lo sciopero proclamato oggi da FIM e UILM è fallito. E’ vergognoso che il governo invece di tutelare gli interessi generali anche in questo caso sposi la posizione padronale senza se e senza ma. Al contrario occorre applicare in modo certosino le ordinanze della magistratura: l’ILVA deve tirare fuori i soldi per abbattere la nocività dell’Impianto. IL governo dovrebbe essere garante di questo risanamento ambientale invece di spalleggiare l’azienda nei suoi attacchi alla magistratura. L’ambiente e l’occupazione vanno difesi insieme”.

  29. Sinistra (Quale?) Ecologia (Quale?) e Libertà (Liberi di morire o di cancro o di fame) ORA E SEMPRE R E S I S T E N Z A !
    – BONIFICARE LA CITTA’ DI TARANTO
    – CONFISCARE LE PROPRIETA’ DI QUADRI DIRIGENTI ED AMMINISTRATORI DELL’ILVA IN PRIMIS ALLA FAMIGLIA RIVA
    – CONVERTIRE LA PRODUZIONE INDUSTRIALE DELLA CITTA’ DI TARANTO,MAGARI NELL’INDUSTRIA DELL’ENERGIA ECO SOSTENIBILE ES.PRODUZIONE STATALE DI PANNELLI FOTOVOLTAICI
    -RILANCIARE IL TURISMO
    -ADEGUARE LA RETE INFRASTRUTTURALE
    -SMILITARIZZARE LA CITTA’
    -CREARE (DAVVERO E NON COME PER QUEL CAZZO DI SAN RAFFAELE) IL PIù GRANDE CENTRO MEDICO DI CURA E RICERCA PER LE PATOLOGIE NEOPLASTICHE,LA CITTADINANZA NE AVRA’ BISOGNO PER LE PROSSIME 10 GENERAZIONI.

    QUALE POLITICO HA PRESENTATO UN PROGETTO SIMILE PER LA CITTA’?

    QUESTI QUATTRO COGLIONI CHE CI AMMINISTRANO,STANNO ANCORA Lì,COL CAPPELLO IN MANO AD ELEMOSINARE POSTI DI LAVORO.

    IL BENESSERE DOBBIAMO RIPRENDERCELO,CON OGNI MEZZO UTILE, SE NECESSARIO

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