Tre proposte per il futuro della Sinistra

di Simone Oggionni e Anna Belligero, portavoce nazionali Giovani Comuniste/i

La riflessione che ci propongono Lorenzo Zamponi e Claudio Riccio (1) è convincente e soprattutto ha il merito di guardare in avanti. Muove da un punto di partenza oggettivo: ad un anno di distanza dalle elezioni amministrative e, soprattutto, dalla grande vittoria referendaria, dobbiamo registrare un drammatico passo indietro.
Allora la sinistra sociale e quella politica erano state in grado di assestare due colpi fortissimi al governo Berlusconi.
Oggi la stessa sinistra sociale e quella politica (sia pure con diversi gradi di responsabilità, dato il dinamismo e la combattività su questo terreno del partito e della Federazione della Sinistra) sono inerti e senza voce di fronte al governo Monti e alle sue politiche di destra. Oltre a ciò, sembriamo incapaci di rappresentare un’alternativa credibile all’astensionismo e al movimento di Grillo, la cui presa egemonica è impressionante, in primo luogo nella capacità di rideterminare la scala di priorità con cui si confronta il Paese, spostando l’attenzione dalla macroscopica questione economica di un sistema capitalistico squilibrato, ingiusto e che non funziona, alla questione morale di un sistema politico-partitico-istituzionale che si autoalimenta e riproduce senza soluzione di continuità i propri vizi.
Questo è un dato cruciale, a cui ne vanno aggiunti altri due.
Il primo è che – come ha detto Mario Tronti all’iniziativa promossa dalla Fiom settimana scorsa – esiste una classe lavoratrice privata della parola, sola, costretta al silenzio e al ricatto. In questa misura, esiste una classe lavoratrice difesa e organizzata sindacalmente (questo spiega l’attacco senza precedenti ai sindacati conflittuali dentro le fabbriche) ma abbandonata sul piano politico, priva sostanzialmente di rappresentanza politica.
Il secondo elemento è che dentro le maglie di questa classe ma anche fuori da essa esiste una generazione – la nostra – totalmente privata di diritti, salario e cittadinanza. È la generazione rappresentata dalle cifre che ormai conosciamo a memoria: quattro milioni di precari, due milioni senza lavoro né formazione, quasi il 40% di giovani disoccupati. Quella dell’affitto e del mutuo impossibili, della famiglia di provenienza sul lastrico ma unico ammortizzatore sociale rimasto, e della famiglia da formare come un sogno impossibile, perché abitare, spostarsi, addirittura mangiare, ha dei costi insostenibili.
Questa realtà oggi chiede il conto. Perché la sinistra in Italia ha perso la capacità di raccontare un messaggio di trasformazione e cambiamento e, quel che è peggio, ha perso negli anni due alleati determinanti: il lavoro dipendente (nella sostanza dipendente) e le nuove generazioni.
Allora il tema è trasformare questo dramma in opportunità, rompendo l’immobilità e costruendo una prospettiva. In questo senso il titolo del contributo di Zamponi e Riccio (Sinistra: cronaca di un suicidio imminente) è intelligentemente provocatorio, perché ci invita a non attestarci alla cronaca di un disastro inevitabile ma a mettere in campo tutto ciò che è possibile per modificare l’esito, agendo da soggetto attivo.
Determinante, allora, è comprendere il terreno su cui crescono il grillismo e l’astensione, per evitare di entrare in cortocircuito. Il terreno, la sfiducia nei partiti, poggia sulla inadeguatezza, sulla scarsa coerenza e sui ritardi (tattici e di cultura politica) di una parte rilevante dei gruppi dirigenti delle attuali formazioni politiche. Se Grillo è al 20%, l’astensione quasi al 40% e noi siamo al palo forse è anche colpa nostra e, in particolare, di chi non ha voluto o saputo ascoltare i segnali d’allarme lanciati ripetutamente dal Paese reale.
Serve un salto di qualità vero, che si potrebbe costruire intorno a tre punti: innanzitutto un programma alternativo di governo netto e radicale, a partire dalle piattaforme proposte in Italia dalla Fiom e in Grecia dalla coalizione di sinistra di Syriza (che ottiene un risultato storico e non diviene il primo partito per una campagna politica e mediatica internazionale di terrore orchestrata in maniera efficace dall’insieme dei poteri forti che hanno generato la crisi). Un programma radicale che torni a dare risposte concrete a problemi concreti: la scala mobile, un piano pubblico per l’occupazione, un salario minimo garantito e forme di reddito garantito anche per i disoccupati e gli studenti, una tassa patrimoniale seria.
In secondo luogo il superamento responsabile delle divisioni e delle fratture che in questi anni ci hanno costretto in una condizione di minorità e di inconsistenza, dando vita nel più breve tempo possibile ad un’alleanza permanente tra tutte le reti, le organizzazioni politiche, sociali e associative che sono all’opposizione del governo Monti, e che condividono un programma anti-liberista (a sinistra del Pd, quindi), come accade nella gran parte dei Paesi europei.
In terzo luogo, infine, il rinnovamento. Lo ripetiamo: parte della nostra debolezza è imputabile ad un teatrino stucchevole in cui ciò che sembra contare di più è da un lato la sopravvivenza utile solo a sé di soggetti politici logorati e pieni di contraddizioni e dall’altro lato la visibilità di leaders che spesso occupano la scena da venti, trenta o quarant’anni. Come scrivono Zamponi e Riccio: assistiamo ad un dibattito che parla solo di primarie, liste civiche, fotografia di Vasto, sconnesso dalla realtà economica e sociale di un Paese piegato dalla crisi e dalle politiche del governo Monti. Un dibattito a cui purtroppo Partito democratico e Sinistra Ecologia Libertà contribuiscono non poco.
Delegare ad altri non è più né possibile né sensato. Ci vuole un po’ di coraggio. Rispondendo a Lorenzo e Claudio ci rivolgiamo a tutti coloro i quali con noi lottano ogni giorno in ogni città, e con l’immensa fatica delle nostre tante solitudini, per lo stesso obiettivo. Alle reti di precari del comitato “Il nostro tempo è adesso”, al movimento studentesco e sindacale, alle organizzazioni giovanili politiche della sinistra: prendiamo la parola, moltiplichiamo i momenti di confronto e di azione. Procedendo senza incoscienza ma anche con la fretta che serve in questa fase di crisi costituente, a partire da noi.
Dopo l’appuntamento del 12 maggio, entusiasmante ma purtroppo non raccolto a sufficienza dalle forze esterne alla Federazione della Sinistra, troviamoci in piazza, subito dopo l’estate, in una grande manifestazione di massa finalmente unitaria contro le politiche di un governo che ci sta rovinando il presente e togliendo il futuro. Questo Paese ha bisogno del nostro impegno.

(1) Lorenzo Zamponi e Claudio Riccio sono stati in questi anni tra gli animatori del movimento universitario dell’Onda e tante altre cose, impegnati a diverso titolo in Link – Rete della Conoscenza.

23 risposte a “Tre proposte per il futuro della Sinistra”

  1. Grazie per l’informativa, personalmente sto seguendo il percorso del soggetto politico nuovo ALBA (Alleanza Lavoro, Beni Comuni e Ambiente), qui a Genova abbiamo creato un nodo territoriale.
    Ciao, Elena

    1. Ciao YURI, il pezzo è bello, e quasi tutto condivisibile, ma io ho qualche anno di più (di quelli che anno scritto il pezzo) e vedo le smagliature ei difetti, nelle persone che lo hanno scritto, nella finale, dicono: vediamoci dopo l’estate, e facciamo casino, ora, io mi ricordo i fricchettoni post sessantottini e tanti figli di papà, che la rivoluzione, la mandavano in vacanza, a giugno, insieme alle scuole, si chiudevano le lotte, le rivoluzioni, ed aprivano a ottobre,questo ci dice una cosa solo o siamo già tutti zombi, o c’è ancora del grasso che cola ci sono sempre i risparmi della famiglia, se no l’articolo finiva con : stasera al massimo domani scendiamo in piazza, e ci rprendiamo la vita.

      1. Bravo, non avevo notato questa sfumatura.

        Quest’estate credo ci siano delle iniziative, inoltre organizzare una manifestazione d’estate credo non l’abbiano fatto nemmeno in Grecia…

        Credo solo che dobbiamo aumentare la pressione, scrivi ad Oggionni e chiedigli spiegazioni 🙂

  2. Dai, questo articolo di Oggionni e dei Giovani Comunisti indica che una speranza c’è, e mi pare che anche un pezzo consistente del partito sia su questa posizione molto chiara e molto concreta! Programma di lotta – quello che avete scritto va benissimo – unità della sinistra e rinnovamento (tradotto: a casa un po’ di dirigenti “usurati” dagli anni e dagli errori dentro un po’ di giovani e 40enni da sperimentare sul campo)!

    1. Ciao a tutte/i Compagni.Posso condividere tutti gli sforzi d’analisi o proposte avanzate.Ma non accetto che si ritengano obsoleti compagne e compagni,COMUNISTE E COMUNISTI,aldisopra dei ‘quarantanni’.Dimenticando quanto hanno contribuito a RIFONDARE un PARTITO[COMUNISTA]che altri avevano tentato di seppellirlo.Errori ne sono si’stati commessi,ma cio’ che rende semplici e’:RICONOSCERE I PROPRI ERRORI!Cio’ che il Compagno Segretario,P.Ferrero,ben ha evidenziato in ogni e risposto a coloro che ‘la verita’ vo’cercando! “Quel che il futuro dira’ di noi”,e’ la testimonianza della ONESTA’INTELLETTUALE che un COMUNISTA ama raccontare e…FARE!
      Sono della classe 1945!NON SONO ‘OBSOLETO’! Riconosco che un ‘ricambio generazionale’sia nella natura!Ma non ho trovato in nessuna proposta la considerazione che ESITONO milioni di persone [pensionati],con redditi,al limite della sopravvivenza.Sono UOMINI e DONNE,con nipote e nipoti…
      Non ho la VOSTRA intelligenza! Non ho la VOSTRA ‘sensibilita’!…Non ho tante cose che potete avere VOI…Ma una cosa so’:”CHE DA SOLI NON SI COSTRUISCE UNA SOCIETA’COMUNISTA…”! NOI!VOI!e con ALTRI…ANTICAPITALISI/ANTILIBERISTI…ANTIFASCISTI e con la LOTTA DI CLASSE,SI PUO’ VINCERE,SI DEVE VINCERE!Per il BENE DELL’UMANITA’.

  3. Come non essere d’accordo yurj?
    Ma si sveglierà dal torpore, qualche dirigente o dobbiamo attendere l’uomo della provvidenza?
    E daiiiii …… siamo comunisti o no?

  4. 30. Chiudere i centri di detenzione per migranti

    31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.

    32. Depenalizzare il consumo di droghe, combattendo solo il traffico. Aumentare i fondi per i centri di disintossicazione.

    33. Creare un servizio nazionale di volontariato sul modello svizzero, dove tutti i cittadini contribuiscono almeno una volta l’anno per un certo periodo.

    34. Aumentare i servizi della sanità pubblica.

    35. Eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.

    36. Tagliare il cordone tra sanità privata e pubblica, eliminazione dell’intramoenia.

    37. Ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere dell’Italia.

    38. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.

    39. Chiudere tutte le basi straniere in Italia e uscire dalla Nato.
    5Giovedì, 21 Giugno 2012 11:58yurj
    20. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.

    21. Parità salariale tra uomini e donne.

    22. Limitare il susseguirsi di contratti precari e spingere per contratti a tempo indeterminato.

    23. Estendere la protezione del lavoro e dei salari per i lavoratori a tempo parziale.

    24. Recuperare i contratti collettivi.

    25. Aumentare le ispezioni del lavoro e i requisiti per le imprese che accedano a gare pubbliche.

    26. Proteggere il diritto all’ istruzione, garantendo un’alfabetizzazione di massa sulle nuove conoscenze (Internet, economia e finanza, amministrazione del patrimonio pubblico)

    27. Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei.

    28. Abolizione di tutti i privilegi dei deputati, dimezzare il loro stipendio.

    29. Proibire la presenza di poliziotti con il volto coperti nelle manifestazioni o creare un metodo di identificazione anonimo a disposizione della giustizia. Cambiare i corsi per poliziotti in modo da mettere in primo piano i temi sociali come l’immigrazione, le droghe o l’inclusione sociale.

  5. Sul modello del programma di Syriza, ne ho creato uno per l’Italia. Non ho dovuto modificare molto.

    1. Realizzare un audit del debito pubblico.

    2. Esigere dalla Ue un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico.

    3. Alzare l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi al di sopra di mezzo milione di euro l’anno.

    4. Cambiare la legge elettorale perché la rappresentanza parlamentare sia veramente proporzionale.

    5. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.

    6. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso.

    7. Proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds.

    8. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e i grandi gruppi industriali

    9. Combattere il segreto bancario

    10. Tagliare drasticamente la spesa militare.

    11. Istituire un salario minimo

    12. Incentivare gli affitti e l’acquisto della prima casa

    13. Aumentare i nidi, gli asili e tutti i servizi per le famiglie

    14. Fornire gratuitamente la sanità pubblica a tutti, eliminando gli ostacoli burocratici

    15. Sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui.

    16. Aumentare i sussidi per i disoccupati. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito.

    17. Sgravi fiscali per i beni di prima necessità.

    18. Nazionalizzazione delle banche.

    19. Nazionalizzare le imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua …).

  6. Basta programmi
    Basta perdere tempo
    Basta filosofeggiare e discutere.
    AGIRE!!!

    Perché è così difficile?
    Perché si pensa al proprio orticello e non alla globalità.
    Perché io scendo in Piazza per difendere il MIO posto di lavoro, mica il tuo, mica quello di Carlo del Nord o Giuseppe del Sud.
    Bisogna agire per l’ideale di una vita socialmente migliore per TUTTI.

    Programma?
    Ecco qualche punto che non necessita di spiegazione:
    – salario sociale
    – patrimoniale SERIA sopra i 100mila euro e crescente
    – ripristino sistema sanitario e scolastico
    – lotta all’evasione (si sa bene chi e come si evade) e riutilizzo dei fondi recuperati per ripristino zone terremotate, paesi, strade, …
    ecc….

    Ma che si agisca!!!!
    Basta divisioni
    Basta proclami e slogan
    Basta comunisti che sono più comunisti degli altri …

  7. Per un’alternativa programmatica. di Alessandro Tedde, Antonino Martino
    L’intervento dei portavoce dei Giovani Comunisti Oggionni e Belligero (“Tre proposte per il futuro della sinistra”), in risposta all’articolo di Zamponi e Riccio (“Sinistra: cronaca di un suicidio imminente” pubblicati entrambi sotto) ci sollecita a contribuire al dibattito sul “Che fare” nell’immediato futuro della sinistra italiana.

    In estrema sintesi, la tesi di Zamponi e Riccio ci pare affermi che i dirigenti del centrosinistra stiano lavorando all’obbiettivo delle elezioni del 2013 con gli occhi puntati più sulla tenuta interna e sul terremoto del centrodestra berlusconiano, che sul messaggio di cambiamento delle forze sociali colpite dalla crisi economica.

    Mettere insieme il minimo di forze indispensabile per una coalizione “dei meno perdenti alle scorse amministrative” e che non allarmi i mercati e le tecnoburocrazie è idea comune a molti leaders del centrosinistra, che nelle elezioni greche hanno potuto saggiare l’attivismo di Merkel e soci nell’alimentare la paura per la vittoria di opzioni radicali come quella di Syriza. La linea Maginot è stata posta proprio sul versante della riacquisizione della sovranità popolare sulla politica e l’economia come sotteso al No al memorandum di Tsipras.

    Le figure apicali della sinistra italiana patiscono inoltre una visione della crisi economica nella sua specifica variante italiana (che incide su un tessuto economico, industriale e sociale strutturalmente debole) che non si rapporta col tema dei rapporti di forza internazionali (è un po’ tardivo il parziale dietrofront del segretario del PRC sulla necessità di rivedere l’affrettato abbandono della categoria dell’imperialismo, di cui all’ultimo comitato nazionale).

    Questo si riverbera nell’altra specificità attuale del caso italiano evidenziata da Belligero e Oggioni: l’incapacità della sinistra “di rappresentare un’alternativa credibile all’astensionismo e al grillismo” e di “rideterminare la scala di priorità” del Paese oggi spostatasi dalla macroscopica questione economica alla questione morale e istituzionale.

    Ecco che allora si rischiano due derive:

    la prima è credere di risolvere tutto importando un modello straniero vincente, salvo poi sostituirlo alla prima sconfitta con un altro (prima Linke, poi IU, poi Front de Gauche, poi Syriza). Un vizio comune a quella sinistra che più gridava contro il mito del “Paese guida”;

    la seconda è confondere “il vuoto per il pieno”: convocare le primarie senza avere la coalizione, determinare le alleanze senza analizzare i programmi e giungere ad una mediazione soddisfacente. Modalità che accomunano sinistre di governo e di opposizione.

    “Può la domanda di partecipazione e la disillusione nei confronti dei partiti vedere solo una risposta tattica ed elettorale? Basta una “lista civica” per mascherare una risposta gerarchica e propagandistica alla richiesta di costruire dal basso una nuova sinistra?” – si chiedono Zamponi e Riccio. I GC rispondono che non basta e affermano la necessità di un “salto di qualità vero” da costruire intorno a tre punti:

    un programma alternativo di governo netto e radicale che, partendo dalle piattaforme della Fiom e di Syriza, torni a dare risposte concrete a problemi concreti;

    il superamento responsabile delle divisioni e delle fratture che hanno portato ad una condizione di minorità e di inconsistenza, dando vita a breve ad un’alleanza permanente tra le reti, le organizzazioni politiche, sociali e associative all’opposizione del governo Monti che condividono un programma antiliberista (a sinistra del Pd);

    il rinnovamento contro la debolezza dovuta alla sopravvivenza di soggetti politici logorati e contraddittori e di leader che si autoriproducono. Partendo dalle reti di precari, dal movimento studentesco e sindacale, dalle organizzazioni giovanili politiche della sinistra si propone di “prendere la parola, moltiplicare i momenti di confronto e di azione […] senza incoscienza ma con la fretta data dalla fase di crisi costituente.” La proposta si dovrebbe concretizzare in una grande manifestazione di massa unitaria dopo l’estate.

    Qui ci preme fare una nota di metodo: per unire simili (e non uguali) è necessaria una proposta unificante e non escludente. Alla richiesta di minore elettoralismo e tatticità, non si può rispondere indicando vagamente un programma alternativo di governo netto e radicale, di cui si ignorano i soggetti deputati a realizzarlo. La piattaforma della FIOM è condivisibile (ma non è generale visto che la FIOM fa il sindacato e non il partito, con sommo dispiacere di alcuni), ma, ad esempio, non è quella di Syriza. Ed è chiaro che ambedue non siano, oggi, maggioritarie (si veda chi ha risposto all’appello della FIOM e in che termini). Ma un’alternativa di governo deve ambire ad essere percepita come potenzialmente maggioritaria: è inutile porsi il tema del programma di governo se si parte dal presupposto di rifiutare la mediazione programmatica, così votandosi automaticamente all’opposizione. A quel punto è meglio che si scelga la linea di un’opposizione dura e antisistemica, senza promettere “mari e monti” per poi chiudersi in una prospettiva di mediazione a tutti i costi (come nel 2006) o di convinta autosufficienza (come nel 2008).

    Per una sinistra (politica) che non ambisca alla marginalità, la costruzione del programma di governo deve essere il frutto della condivisione con la sinistra (sociale) che esiste: la CGIL (come soggetto di rappresentanza categoriale e generale dei lavoratori), l’ARCI, l’ANPI ed altri soggetti e reti associative, comprese quelle studentesche, di cittadinanza e del mondo cristiano radicale, la cui partecipazione al movimento dei movimenti creò un forte scompiglio nelle gerarchie ecclesiastiche. Con questi soggetti e con il loro corpo militante deve essere intrattenuto un proficuo rapporto di condivisione programmatica, rifuggendo da operazioni organizzativistiche (come proporre un frontismo “sudamericano” che per la rivendicazione di autonomia della sinistra sociale italiana e per le condizioni date è oggi improbabile) e elettoralistiche (come le candidature-spot di esponenti della “società civile” sradicati dalle realtà di crisi). Forti di un tale programma si potrebbe verificare l’agibilità delle forze che lo sostengono nel centrosinistra (la cui esistenza e composizione sono ancora incerti), garantendosi la possibilità di scegliere di porsi in completa alternativa, ove la mediazione raggiunta fosse insoddisfacente.

    La programmaticità è anche il valore e il metodo su cui costruire il “superamento responsabile delle divisioni” della sinistra per dar vita ad un’alleanza – qui di tipo frontista – delle opposizioni antiliberiste. Programmaticità che eviterebbe l’inconveniente di dover descrivere come antiliberista quanto sia “a sinistra del PD”, salvo poi magari collocare in tale area anche l’IDV (con buona pace di Di Pietro che rivendica essere “né di destra, né di sinistra”), benché il suo profilo in Europa la collochi alla destra delle socialdemocrazie e del PD. Verifichiamo sul campo se nell’IDV, nello stesso PD e – perché no? – nei Cinque Stelle vi siano sensibilità antiliberiste, magari tra gli iscritti insofferenti, che possano contribuire e riconoscersi in una piattaforma antiliberista.

    Per finire. Il rinnovamento – tema a noi caro perché fondante del progetto di Sinistra XXI – merita un approfondimento su come ultimamente sia stata affrontata la questione della rappresentanza generazionale. Pensavamo che i compagni dei GC avessero trovato in RibAlta-Alternativa Ribelle il “soggetto unitario delle lotte della nostra generazione”. Il silenzio con cui pare essere stato accantonato quel progetto, salvo smentite ufficiali, è l’esempio più recente di un errore ricorrente della sinistra: voler rappresentare il tutto (una generazione) con una parte (la federazione GC-FGCI). Per rinnovare le classi dirigenti e rappresentare istanze e bisogni generazionali non si possono ripercorrere le stesse modalità con cui hanno fallito quei gruppi dirigenti che critichiamo (ciò vale sia nella versione dell’“unità tra strutture” di RibAlta che in quella “liquida e carismatica” di TILT). Programmaticità, democrazia sostanziale e rispetto dei differenti ruoli e obbiettivi devono guidarci durante un processo unitario che porti ad un forum sociale dei soggetti generazionali e dei giovani antiliberisti che costruisca percorsi di mobilitazione e di alternativa che superino indenni la risacca che segue all’autunno di lotta e si lancino nella sfida di progettare il futuro.

    da http://joomla.sinistra21.it/politica/20-per-un-alternativa-programmatica

  8. Rinnovamento, sono completamente d’accordo. Io ho fatto un fioretto: non voterò mai più in vita mia Ferrero e Diliberto, non li voglio più vedere sulla scheda perché non si possono vedere!

  9. Il CCN de PDCI. Un organismo ormai addomesticato indica la strada per mandare i suoi dirigenti in parlamento.
    pubblicata da Giovanni Bacciardi il giorno martedì 19 giugno 2012 alle ore 19.20 ·

    L’opportunismo dilagante di questo gruppo dirigente, senza nemmeno piu’ il pudore di nasconderlo, si esprime ‘o con la Francia o con la Spagna l’importanza e’ che si magna’. Anzi portando l’esempio di Parma dove l’alleanza era anche con ex fascisti alla Francia e alla Spagna hanno aggiunto anche la Germania.
    “Tali risultati sono positivi però quando siamo nelle alleanze……..quindi o in accordo con SEL e Idv, o con il PD, o con liste di centro sinistra, o con Idv e altri, etc…… non è solo giusto sul piano politico, ma anche necessario e conveniente rispetto alle leggi elettorali attuali.”

    Dopo aaver dato un piccolo sbuffeto al PD “Tenendo conto che il PD è succube dei processi di cambiamento che abbiamo evidenziato e quindi succube della politica di Monti e non promotore di quella linea” (sic!) (infatti e’ stato il dottore ad ordinargli di essere succube)
    Si arriva al nocciolo della questione: l’attacco a Rifondazione (omettendo sempre l’aggettivo comunista)
    Si accuasa Rifondazione Comunista di proporre un fronte anticapitalistico. Magari! Purtroppo RC lo propone antiliberista. Poi lo si accusa di non voler tornare in Parlamento e di puntare ad avere con le elezioni qualche spicciolo con l’1%. Nella conclusione l’affondo: Rifondazione e’ uguale a DP.
    L’obbiettivo esplicito e’ liquidare la Federazione Della Sinistra sperando in una reazione scomposta di RC alla provocazione del PDCI. Il PDCI vuole rompere la FDS ma cerca il modo di farlo fare a RC. Per essere accettati dal PD Bersani e anche Vendola gli hanno ordinato di sganciarsi da Rifondazione Comunista in quanto e’ considerata inaffidabile per un centrosinistra che dovra’ continuare a portare avanti politiche governative atlantiste e neoliberiste.
    “in quel partito (Rifondazione) infatti prevale l’idea di fare un fronte radicale anticapitalista alternativa a tutti ed anche contro il PD e le eventuali forze che con lui si alleeranno……il gruppo dirigente di Rifondazione che non ritiene necessario tornare in parlamento e nelle istituzioni, ma che ritiene sufficiente presentarsi alle elezioni e superare 1%, quota che ad oggi da accesso al finanziamento pubblico. Questa linea scaturisce dalla stessa composizione di Rifondazione che per la maggior parte proviene da formazioni politiche che si ponevano a sinistra del PCI e che non operavano per entrare nelle istituzioni, ma si presentavano solo per ottenere il finanziamento pubblico (es. DP).”

    Il documento del CCN chiude dichiarando esplicitamente il motivo per cui non vogliono essere loro indicati come i responsabili del fallimento della FDS. Vogliono date la responsabilita’ a RC che non vuole stare in una alleanza di centro sinistra mentre e’ cio’ che chiedono a gran voce i nostri elettori.
    “nessuno a sinistra capirebbe perché noi dopo 20 anni di divisioni a sinistra romperemmo l’unico esperimento unitario che si è riusciti a costruire …..La FDS non va compromessa, bisogna semmai operare al suo interno …….. per evitare che la crescita nei sondaggi generi false illusioni, le dichiarazioni di chi sostiene di votarci sono di cittadini che ci percepiscono in un’alleanza di centro sinistra.”

    Permettete anche a me una battuta visto che in questo documento ce ne sono in abbondanza: vedendo alla TV uno smunto come Diliberto (che tra l’atro non lo fila piu’ nessuno) e un combattivo come Ferrero (che ormai e’ piu’ invitato di Vendola nei media) secondo voi chi aiuta a far alzare di un pochino l’asticella nei sondaggi?

  10. Non è più il tempo di tracciare una nuova forza politica, ma di modernizzare le forze politiche attualmente esistenti. Il movimento 5 stelle non va deriso, ma va preso d’esempio per capire che la forma originaria dei partiti è antiquata, superata dagli eventi, dalla storia e dalla tecnologia. Ora la FDS avrebbe bisogno di liberarsi di due cose: il gruppo dirigente, vecchio, obsoleto, statico per cedere il passo ai giovani; l’ossessiva idea che si può cambiare entrando nelle stanze dei bottoni (e delle poltrone). No, non è così e Grillo lo insegna. Sconosciuti conquistano i municipi e, domani, conquisteranno seggi in Parlamento. La FDS vuol mandare a sedere a Monte Citorio e palazzo Madama ancora Ferrero, Grassi, Bertinotti e Diliberto? No, è la Belligerio, Oggionni e altri combattenti, quella base fatta di semplicità e passione, intelletto e coraggio, amore e solidarietà che dovrà affrontare le prossime sfide, altrimenti la FDS rimarrà sotto la soglia del 4%, senza poter condividere al meglio le proprie aspirazioni. Aspettiamo un altro suicidio della Sinistra? Giovani, datevi da fare sul web, utilizzate il passaparola e convincete il gruppo dirigente, ormai mummificato, che si vince con facce e idee nuove. Un partito dei giovani per i giovani (e non solo), con uno spirito giovane.

  11. IL LAVORO IN PIAZZA
    La riforma Fornero del lavoro, la disaffezione dalla politica, le politiche economiche di destra non eque e senza opposizione, hanno tutti una medesima radice comune: l’errore neoliberista.

    In questi giorni una serie di grandi mobilitazioni del mondo del lavoro sta attraversando il Paese. Fiom, Sindacati Confederali, Sindacati autonomi e di base, fino al variegato mondo del lavoro precario scendono in piazza per manifestare le preoccupazioni per una crisi senza fine e l’insofferenza verso le politiche economiche dell’Unione europea e del governo Monti.

    L’ideologia neoliberista che permea anche questo governo mira infatti ad un rilancio economico dal lato dell’offerta (flessibilità del mercato, stimolo alla competitività, risanamento delle finanze pubbliche), esigendo un mercato del lavoro fortemente deregolamentato con ulteriore peggioramento delle condizioni dell’occupazione, del lavoro e delle retribuzioni, innescando una suicida spirale deflattiva. La ripresa invece dovrebbe avvenire non dal lato dell’offerta bensì della domanda, quella delle famiglie e delle pubbliche amministrazioni, sostenuta grazie all’impegno pubblico, perchè così si e’ fatto nel mondo durante le altre grandi crisi, a cominciare dalla Grande Depressione fra le 2 guerre, nel 1934, dopo la crisi del 1929, quando per es. in Italia si decise di porre fine alle politiche di contenimento dei costi che avevano portato a risultati disastrosi e si promosse una politica espansiva di reflazione, cosicché il Pil riprese una crescita duratura e sostenuta. La medesima cosa avvenne anche in America, con il successo del New deal roosveltiano, e con analoghe misure accadde anche in altri Paesi. Lo stesso piano Marshall, nel dopoguerra (1947), legò riduzione dei debiti e rimborsi dei prestiti alla crescita ritrovata. Questo perché, quando si attraversano momenti difficili, è sbagliato contrarre la spesa dello Stato e si dovrebbe invece aumentarla: il deficit di bilancio non si espanderà necessariamente se al tempo stesso si introducono per es. la tassazione sulle transazioni finanziarie, sulle grandi rendite e patrimoni. E comunque l’innalzamento del deficit in valore assoluto verrebbe compensato dall’ampliamento del PIL Solo dopo che, grazie al sostegno pubblico, la domanda privata sarà ripartita, si potrà pensare a risanare le finanze pubbliche.

    1) LA “RIFORMA” FORNERO DEL LAVORO IN SINTESI

    Da un Parlamento di nominati, condannati, indagati per reati gravi – con i rispettivi avvocati -, di rinviati a giudizio, di inquisiti, di inseguiti da ordini d’arresto, non ci si poteva aspettare di meglio che a pagare fossero i lavoratori onesti e i poveri cristi. Fra poche settimane verrà infatti approvato definitivamente il Ddl Fornero, un provvedimento di legge che non crea posti di lavoro ma anzi li toglie dando la possibilità di licenziare senza giusta causa; non interviene sufficientemente nel contrasto alla precarietà, riduce le tutele economiche e temporali per chi si ritrova disoccupato, non serve allo sviluppo né agli investimenti.

    a) MODIFICHE ALL’ARTICOLO 18 DELL STATUTO DEI LAVORATORI

    Il significato dell’art. 18 consisteva nel diritto della lavoratrice e del lavoratore di essere reintegrati nel posto di lavoro da parte del Giudice quando veniva accertata l’illegittimità del licenziamento ordinato dal datore di lavoro. Ora invece sparisce il reintegro automatico in caso di licenziamento individuale illegittimo per motivi economici. È una barbarie giuridica, che provocherà, secondo i dati diffusi dalla CGIA di Mestre – il Centro studi della Confederazione generale degli artigiani veneti- la perdita di 600.000 posti di lavoro nei primi 10 mesi di applicazione della legge. Diventeremo così tutti precari, e si potrà mascherare con ragioni economiche un licenziamento per cacciare, al prezzo di qualche mensilità, chi si batte per la difesa della salute, per le misure di sicurezza o contro le violazioni ai diritti più elementari.

    NON CI SONO GIUSTIFICAZIONI ALLA MODIFICA DELL’ART. 18:

    – Non si sentiva la necessità di porre mano all’art. 18 dato che il nostro ordinamento prevede già espressamente la possibilità di licenziare per motivi economici fino a 5 dipendenti (legge 604 del 1966), o oltre i 5 dipendenti (legge 223/91). Inoltre la stragrande maggioranza dei nuovi assunti ha un contratto a termine, ed è quindi licenziabile appena questo scade; e infine le imprese con meno di 16 dipendenti, che sono il 95% delle aziende in Italia, possono liberamente licenziare senza altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso.

    – Non è assolutamente vero che l’art.18 riguardi pochi lavoratori. Secondo la CGIA di Mestre, nelle aziende interessate dall’art. 18 lavora circa il 65,5% dei lavoratori dipendenti, cioè circa 7.790.429 lavoratori.

    – Le ricerche effettuate dall’Ocse e perfino dal Fondo monetario internazionale (Olivier Blanchard) ci dicono da anni che la riduzione delle tutele NON accresce l’occupazione e non riduce la disoccupazione. Una conclusione ribadita anche dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz nel recente incontro con Monti. L’occupazione infatti non dipende dalla maggiore o minore rigidità del cosiddetto mercato del lavoro (lo dimostra il fatto che Nord e Sud Italia condividono la stessa legislazione in materia, ma hanno tassi di disoccupazione assai differenti), bensì dal livello e dalla composizione della domanda aggregata di beni e di servizi.

    – La modifica dell’articolo 18 non serve neppure a richiamare capitale dall’estero, come sostiene Monti, perchè ben altri sono i motivi per cui gli investitori stranieri non vengono in Italia, ovvero: i diffusi fenomeni di corruzione su ogni passaggio dei processi autorizzativi per le nuove imprese, l’arretratezza di infrastrutture, la piaga della criminalità organizzata, il nostro sistema giudiziario lento, il ritardo dello Stato nel pagamento delle forniture, l’elevato costo energetico, i tempi biblici prima di poter avviare un’attività a causa di problemi burocratici; la mancanza di domanda di beni e servizi; lo scarso accesso al credito bancario per le imprese, il sistema fiscale esagerato che andrebbe diminuito come fece a suo tempo Prodi col cuneo fiscale, facendo costare meno il lavoro a tempo indeterminato e di più il lavoro precario.

    – Un eccesso di offerta di manodopera dovuta a maggiori licenziamenti determinati dall’art. 18, provocherà come conseguenza un abbassamento dei salari per tutti, a causa della legge economica della domanda e dell’offerta. Diminuendo gli stipendi, la domanda di beni e servizi diminuirà, e quindi ne risentirà anche la produzione e l’occupazione e si avrà un generale aumento della recessione e della caduta del PIL e di conseguenza una riduzione delle entrate fiscali per lo Stato (le entrate tributarie dei primi 4 mesi del 2012 sono inferiori di 3,477 miliardi di euro rispetto alle previsioni annuali contenute nel Def) e perciò ci sarà un aumento del debito pubblico, per ridurre il quale si taglierà la spesa pubblica, il che farà diminuire ancor più la domanda di merci, riproducendo il ciclo suicida attualmente in corso in Grecia, Portogallo, Irlanda, ed ora in Spagna.

    Se il licenziamento e’ illegittimo la sanzione deve essere il reintegro, e non ci possono essere sanzioni differenti: a uguale reato uguale sanzione, perché questo prevedono la Costituzione e la stessa Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, che esige (art. 30 Carta di Nizza) la tutela dei lavoratori contro ogni licenziamento ingiustificato. Al di fuori della giusta causa o del giustificato motivo, il licenziamento è nullo: lo prevede il Codice civile, la legge n. 604 del 15 luglio 1966 ma anche il diritto internazionale (Convenzione OIL n. 158/82). Il lavoro non è una concessione dell’imprenditore, ma il fondamento della Repubblica Italiana, che non può essere semplicemente lasciato all’onestà del datore di lavoro.

    Monti e Fonero non hanno voluto puntare sulla valorizzazione del lavoro proseguendo e peggiorando una tendenza sbagliata che fa leva sulla riduzione dei costi fondata su licenziamenti facili e lavoro “usa e getta”, anziché puntare su ricerca, educazione, formazione, innovazione tecnologica e di prodotto.

    Ma “Guai a quelli che promulgano decreti iniqui e nel redigere, mettono per iscritto l’oppressione” (Isaia 10:1): la Fornero si ricordi sempre di essere a capo del Ministero del Lavoro e non dei licenziamenti, e che esasperando ulteriormente la situazione occupazionale alla fine rischierà lei di essere licenziata dalla mobilitazione democratica del Paese.

    b) IL LAVORO PRECARIO.
    Il lavoro precario ormai riguarda circa 7 milioni di persone in Italia (dati Isfol), rappresentando una vera e propria emergenza nazionale, una realtà contrattuale infernale senza tutele e diritti. Ma nonostante ciò, la riduzione drastica delle 46 modalità contrattuali “atipiche” esistenti, assicurata inizialmente dal Ministro Fornero, è stata poi incredibilmente accantonata.

    La logica della riduzione dei costi che accompagna il provvedimento non dà alcuna garanzia alla stabilizzazione dei giovani nel mercato del lavoro e all’allargamento dell’occupazione femminile. Il testo approvato al Senato presenta pochi aspetti positivi e nuovi pericolosi arretramenti rispetto al documento uscito dagli incontri coi sindacati, in cui il governo era intervenuto solo su alcune specifiche tipologie contrattuali sia applicando nuove pratiche amministrative disincentivanti – anche se per molti aspetti carenti – , sia stabilendo nuovi oneri contributivi, che però rischiano di andare a detrimento anziché a vantaggio dei lavoratori temporanei.

    c) RIDUZIONE DELL’INDENNITÀ ECONOMICA E DEL PERIODO DI COPERTURA PER CHI PERDE IL LAVORO.

    Sugli ammortizzatori sociali il testo arrivato alla Camera non risulta migliorato nella sostanza. Qui si tocca con forza il tema della scarsità delle risorse pubbliche impegnate per la “riforma”, che è sostanzialmente un’operazione di tagli che non prevede neppure l’indennità di disoccupazione per tutte quelle figure che oggi non ne hanno diritto. Con la riduzione della possibilità di ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria e con la cancellazione della mobilità, chi perde il lavoro avrà degli ammortizzatori sociali che dureranno meno nel tempo (si passa da 4 anni ad 1 anno!) e con un’indennità economica inferiore. Ciò è tanto più grave in quanto avviene a fronte di un significativo allontanamento dell’età pensionabile, e avrà come conseguenza che centinaia di migliaia di lavoratori resteranno senza pensione e mobilità per lo spostamento dell’età di accesso alla pensione.

    Saranno esclusi dall’indennità di disoccupazione quelli che non abbiano due anni di anzianità assicurativa e versato almeno 52 settimane di contributi, cioè le giovani generazioni del lavoro discontinuo e i giovani disoccupati che non trovano il primo lavoro. Non è previsto nella “riforma” alcun reddito minimo garantito, e neppure alcuna tutela per co.co.pro., collaboratori occasionali, a chiamata, assegnisti di ricerca e tutte le finte partite IVA.

    Il disegno di legge Fornero è sbagliato e va bocciato. Con un Paese in ginocchio la ricetta che i nostri furbi tecnici hanno saputo trovare è stata di strumentalizzare i giovani per ridurre ulteriormente i diritti di tutti.

    MA ASPETTI IL MINISTRO FORNERO AD ESULTARE COME HA FATTO IN SENATO, PERCHÉ LA LOTTA SARÀ ANCORA LUNGA E PROSEGUIRÀ ANCHE DOPO IL VOTO PARLAMENTARE, UTILIZZANDO UN CONTENZIOSO LEGALE SENZA FINE, CHE COMPRENDERÀ ANCHE IL RICORSO ALLA CONSULTA E AL REFERENDUM, PER CANCELLARE QUESTA IGNOBILE CONTRORIFORMA.

    2) LA DISAFFEEZIONE DALLA POLITICA CAUSATA DALL’IMPOPOLARITÀ DELLE MISURE ECONOMICHE NEOLIBERISTE

    In Italia lo scollamento tra società civile e società politica è molto avanzato, come dimostrano le recenti elezioni comunali: si accentua la tendenza alla non partecipazione al voto, c’è il successo di un partito nuovo, il Movimento 5 stelle, e si assiste al forte aumento del peso delle liste civiche. Le cause della disaffezione dalla politica sono l’impopolarità delle misure economiche, i processi di ristrutturazione produttiva e di deregolamentazione del mercato del lavoro, il calo dei salari reali, l’aumento di disoccupazione e sottoccupazione e i tagli al welfare state. È una tendenza presente anche in molti altri paesi in Europa, che prescinde dal colore politico dei governi, e trova causa nel fatto che quei governi sono tutti artefici delle politiche neoliberiste di austerità di bilancio. Parliamo della sconfitta della cancelliera tedesca Angela Merkel ad Amburgo, a Brema, in Sassonia-Anhalt, in Renania-Palatinato e Baden-Wurtemberg, nello Schleswig-Holstein nel Macklemburgo-Pomerania occidentale, a Berlino e in Nord Renania-Westfalia. O dell’allontanamento dal governo di Brian Cowen (Fianna Fail) in Irlanda, di Socrates (PS) in Portogallo, di Papandreu (PASOK) in Grecia, di Zapatero (PSOE) in Spagna, di Iveta Radicova (Partito Democratico-Unione democratica e cristiana) in Slovacchia, di Mark Rutte (Partito popolare per la libertà) nei Paesi Bassi.

    La politica e’ insopportabile ai popoli perchè si e’ inginocchiata davanti ai poteri forti delle grandi lobby, perchè non si può più mettere in discussione un mondo in cui la dignità della persona che lavora vale meno di qualche percentuale di profitto.

    3) IN ITALIA POLITICHE ECONOMICHE DI DESTRA NON EQUE E SENZA OPPOSIZIONE

    I partiti del Parlamento italiano, tranne qualche eccezione (Italia Dei Valori), hanno confermato in blocco il sostegno alle politiche di austerità del governo Monti, con l’approvazione di una serie di imposte indirette non eque che si applicano a tutti con una medesima percentuale e quindi gravano maggiormente sul reddito più basso anzichè sul reddito più alto. Ne è un esempio l’Imu, che è una tassa non progressiva né equa perché applica la stessa aliquota a patrimoni di diverso valore; oppure l’aumento approvato a dicembre dal Governo Monti-Bersani-Berlusconi-Casini dell’aliquota di base dell’Irpef regionale, che grava sui più poveri; o anche l’aumento delle accise sui carburanti, deciso anch’esso nella manovra di dicembre.

    I vertici del Partito democratico hanno votato tutto ciò giustificandolo col “senso di responsabilità”. Ma se proprio si fosse voluto agire per senso di responsabilità verso i cittadini non si sarebbe dovuto dare sostegno a riforme che sviliscono la Costituzione, a misure economiche che fanno pagare la crisi a esodati, dipendenti, disoccupati e pensionati.

    Nella peggiore tradizione inciucista, i vertici del Partito democratico si sono schierati in linea con il Pdl anche sul pareggio di bilancio in Costituzione, sulla vergognosa spartizione lottizzatoria dell’Agcom (l’Autorità garante delle comunicazioni) e del Garante della Privacy; e pure sul finto decreto anti-corruzione dove tolgono il reato di concussione per induzione (il reato grazie a cui Mani Pulite fu in grado di agire!), non ripristinano il reato di falso in bilancio, restano gli arbitrati (la fonte di maggior inquinamento durante la verifica degli appalti), riducono le pene e accorciano i tempi per la prescrizione, mandando in malora tanti processi (tra cui probabilmente il Penati-Area Falck e Ruby). Il voto sulla “riforma” del lavoro e l’articolo 18 ha dimostrato che il vertice del Partito democratico fuori dai palazzi sostiene ipocritamente di voler difendere i lavoratori, ma dentro vota la fiducia a chi toglie loro i diritti. Se il PD continuerà in questo modo le alleanze elettorali finirà per farle solo con quelli che, come l’UDC, invocano da anni a gran voce “misure antipopolari”.

    Sulle alleanze per le prossime elezioni politiche, Sor Tentenna Bersani ricorda quella poesia di Giusti: “Là là per la reggia dal vento portato, tentenna, galleggia, e mai dello Stato non pesca nel fondo: che scienza di mondo! Che Re di cervello, è un Re Travicello!”

    Anche il brutale intervento sulle pensioni, avvenuto senza neppure un confronto sindacale, è stato consentito grazie al voto dei parlamentari del PD, nonostante il sistema pensionistico italiano fosse certificato dall’Unione europea in equilibrio fino al 2050 ed avesse un saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) POSITIVO fin dal 1998 (nel 2009 ad es. il saldo è stato positivo per 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil), il che significa che il sistema pensionistico pubblico finanzia per decine di miliardi di euro il bilancio dello Stato ogni anno! Nonostante ciò, sono state utilizzate le pensioni come un Bancomat ritardando all’inverosimile l’età pensionabile e provocando perciò la perdita di 800mila nuovi posti di lavoro per i giovani; si sono escluse le pensioni medio-basse dal recupero dell’inflazione, e si è prodotto il dramma sociale degli esodati rimasti senza pensione, senza stipendio e senza un ammortizzatore sociale. IL MINISTRO FORNERO ERA A CONOSCENZA DA TEMPO CHE FOSSERO 390.200 GLI ESODATI, AVENDO RICEVUTO LA RELAZIONE DALL’INPS, MA HA TACIUTO CONDANNANDOLI ALLA FAME. PER QUESTO IL MINISTRO FORNERO IN UN PAESE NORMALE DOVREBBE DIMETTERSI DOPO AVER CHIESTO SCUSA. Se la Ministra dei licenziamenti Fornero fosse una lavoratrice statale rischierebbe il licenziamento per l’articolo 28 comma 1 lettera d): “Il dipendente deve, nei rapporti con il cittadino, fornire tutte le informazioni di cui abbia titolo, nel rispetto delle disposizioni in materia di trasparenza e accesso all’attività amministrativa”.

    Anche su questa vicenda va registrato l’ipocrita comportamento dei vertici del PD che recita 2 parti in commedia: da una parte critica la Fornero, ma dall’altra non raccoglie le firme per la mozione di sfiducia presentata dall’Italia dei valori, né forse la voterà.

    CONCLUSIONE.

    Il governo Monti aveva un compito ben preciso: risollevare le sorti economiche del Paese. Tutti i dati economici indicano che non solo ha fallito questo risultato, ma con le sue politiche ragionieristiche, recessive e di rigore ha persino aggravato la crisi economica. Se per tenere in vita il governo i lavoratori devono spezzarsi la schiena e rinunciare ai propri diritti, allora meglio che Monti se ne vada a casa al più presto, prima di combinare altri danni. Al Paese serve un governo legittimato da un voto politico, che rilanci l’economia e che abbia un progetto di società in grado di fare il bene del Paese. Non servono governanti che più che pensare al bene dell’Italia, pensano ad utilizzare la vetrina degli incontri internazionali per i propri scopi di futura carriera personale.

    Il vento del cambiamento è arrivato anche in Italia e ci permetterà presto di imboccare altre strade per la soluzione della crisi perché ormai i cittadini si sono accorti che i conservatori, gli oscurantisti e i reazionari – anche quelli mascherati da “tecnici” – sono solo un grande fantoccio di cartapesta costretto a farsi da parte quando avanzano le forze socialiste e progressiste del lavoro!

    – Dobbiamo chiedere conto alla Cgil del fatto che si proclamino 16 ore di sciopero per farne solo la metà senza indire lo sciopero generale, lasciando i lavoratori indifesi e senza una proposta alternativa su cui costruire un percorso di lotta.

    – Dobbiamo seguire l’esempio degli operai della Piaggio di Pontedera che sono andati sotto la sede del PD a sturar le orecchie dei suoi dirigenti, ormai sempre più sorde alle istanze dei lavoratori.

    – Dobbiamo organizzare il presidio permanente dei Palazzi di governo, per a far sentire potente la voce di chi si oppone alla riforma Fornero e dice BASTA al governo Monti-Bersani-Berlusconi-Casini.

    Diceva Albert Einstein: “Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai mascalzoni, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.”

    Franco Pinerolo

    15 giugno 2012

  12. La prima cosa che noto e rilevo con piacere enorme è che i Giovani Comunisti tutti sono sulla linea espressa da Essere Comunisti in questi mesi e nella particolarità da Simone Oggionni. Si riconoscono interlocutori seri e non c’è, come nella dichiarazione di oggi di Ferrero, l’autoesclusione dal centro-sinistra, che è un altro modo per dire che vogliamo parlare soltanto con Cremaschi e Ferrando. L’ambito è quello di un’alternativa al Pd ma seria, ancorata al mondo del lavoro. Bene.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *