di Mario Tronti, 27/4 – l’Unità

È banale ripetere il proverbio «errare umano, perseverare diabolico». Ma è evidente che, per uscire da questa cosiddetta Seconda Repubblica, si stanno diabolicamente ripetendo i modi con cui si è usciti dalla cosiddetta Prima. I costituzionalisti ci bacchettano, a ragione, quando ci esprimiamo con Prima, Seconda e adesso Terza Repubblica. Parliamo dunque, più modestamente, di fasi, di cicli, passaggi, attraversamenti. È indubbio che siamo di nuovo alle prese con un problema di questo tipo. Si tratta di gestirlo con intelligenza. E l’intelligenza politica una sinistra moderna dovrebbe averlo imparato di fronte a un compito nuovo, è quella che sa tenere insieme responsabilità e radicalità. Prendere il problema alla radice e mostrare di saperlo risolvere. I modi, dunque, dell’uscita, o del passaggio: allora, primi anni Novanta, populismo e giustizialismo, politica corrotta nazione infetta, un “tutti a casa” ai politici di allora, ispirato dall’alto e praticato dal basso. Nessun progetto di riforma intellettuale e morale. La devastazione, pubblica e privata, che ne è derivata, l’abbiamo vissuta, in quanto persone e in quanto collettività. Il paradosso di oggi: la ricaduta nella malattia proposta come via di guarigione; la distruzione conservatrice dei venti anni passati come il nuovismo dei prossimi venti. Ha fatto bene Bersani a lanciare l’allarme e benissimo ha fatto Alfredo Reichlin ad alzare la voce, invitandoci a schierarci, a prendere posizione. Credo che bisogna calcolare bene i caratteri del fenomeno e i modi di una reazione forte, non generica, non altrettanto emotiva, fondata piuttosto sulle idee e le pratiche capaci di combatterlo e sconfiggerlo. Intanto le novità, rispetto agli anni Novanta. E queste non stanno nel cambio dei protagonisti. In fondo, tra il guerriero celtico di ieri e l’attor comico di oggi, siamo lì, fenomeni di nicchia, che solo l’insensatezza dei media riesce ad amplificare. Tra i referendari di allora e gli anti-casta di adesso, non c’è gran differenza: quelli non sapevano ciò che facevano, questi lo sanno, magari perché hanno letto libri di successo e giornali di servizio. Quello che deve preoccupare è la passivizzazione di massa, che porta all’astensionismo sull’interesse pubblico e all’affidamento al potere dei competenti. Sotto la scorza, va visto il nocciolo duro. L’antipolitica come professione governa questo capitalismo postmoderno, globale e neoliberale. La politica comitato d’affari delle compatibilità economiche è destinata o ad essere corrotta o a non avere influenza. Il populismo antipartitico seguirà. Questo è lo stato delle cose, in generale. Nei particolari, le novità vere, qui da noi, sono piuttosto due: la crisi e questa maniera, “strana”, di rimediarvi. La crisi crea malcontento, disagio, risentimento da parte di chi vive in difficoltà nei confronti di chi ostenta privilegio. La radice è lì e lì bisogna scendere a coglierne i rischi, ma anche le opportunità. La crisi infatti nel capitalismo è un momento di verità, perché riporta il discorso politico sui fondamentali e costringe l’agire politico a mettere avanti al tema delle forme i problemi di sostanza. Il lavoro, il reddito, la casa, la famiglia, la condizione presente e l’aspettativa futura di vita quotidiana, riconquistano un loro primato. Solo una forza di sinistra può essere in grado di afferrare il momento ed esprimerlo, raccontarlo, rappresentarlo, organizzando conflitto e proponendo soluzioni. Se non è in grado di farlo, non viene percepita come una forza di sinistra, ma viene omologata alle altre forze, che non saranno mai in grado di dare rappresentanza e organizzazione a quella condizione. Allora l’ondata antipolitica, travolge tutto e tutti. Non bisogna aspettare la riforma del sistema politico. Occorre mettere in campo il soggetto, la forza che sappia intercettare il vuoto che si è creato tra popolo e politica, riempirlo con la propria presenza agente e trascinare così il resto del quadro politico a ricollocarsi. Il tempo del governo dei tecnici va utilizzato per tornare a fare una politica forte. I professori più frequentano le università di eccellenza più si allontanano dal paese reale. Non sono nemici dei lavoratori, sono altra cosa da essi. Vanno prima di tutto informati e poi orientati. E, prima cosa ancora, la più urgente, è contenere i danni sociali che possono infliggere alla nostra gente. In queste condizioni crisi e punitive ricette per uscire dalla crisi il partito della sinistra non può che camminare di pari passo con i sindacati, tutti, anche facendo sintesi delle loro posizioni, sull’obiettivo di dare potenza all’interesse dal basso: con qualche preoccupazione in meno sui reciproci ruoli autonomi, che nessuno contesta, ma che non può essere alibi per andare ognuno per suo conto. Quelli che oggi marciano divisi e colpiscono uniti sono i padroni del mondo, ricchezza e potere, essi, sì, di pari passo, da sempre. Insomma, niente, più dell’antipolitica, è funzionale ai comodi di chi comanda. Vedo un bel po’ di confusione su questo termine. Eppure la cosa è semplice. L’antipolitica è sempre di destra. E ha ragione Rodotà a dire che, a sinistra, da parte di movimenti, volontariato, femminismo, mobilitazioni, iniziative molto importante quella sui beni comuni viene una spinta per un’altra politica. Questo mondo va ascoltato. E a questo mondo va rivolta la parola. Per dire che, attenzione!, ogni verbo scaraventato contro i partiti, genericamente, senza distinzioni, soprattutto demonizzando la forma novecentesca del Partito, è un pezzetto di nuova carne gettata nella pentola dove bolle il brodo qualunquista. La politica che viene organizzata e la politica che si autorganizza non sono alternative. Solo insieme, complementari, fanno l’arma più efficace di contrasto dell’antipolitica.