Scrivo queste note appena rientrato in Italia, dopo dieci giorni di viaggio in Cina. Queste mie righe hanno il solo obiettivo di accennare o alludere a cinque grandi questioni che quest’esperienza (un viaggio di studio organizzato dal Dipartimento Esteri del Partito comunista cinese) ha fatto risaltare, senza alcuna pretesa di completezza e organicità, per le quali rimando a riflessioni che avremo modo di comporre nelle prossime settimane.

In premessa, una dichiarazione epistemologica: l’approccio alla realtà che scelgo – l’unico che sono in grado di pensare – tenta di bandire ogni pretesa eurocentrica (il nostro non è l’unico mondo possibile, la nostra non è l’unica cultura possibile) e al contempo fissa alcuni punti di riferimento (tra tutti la razionalità e la capacità espansiva dell’economia e il grado di protagonismo, diretto e indiretto, dei lavoratori) che fungano da criteri interpretativi e valutativi generali.

Il primo tema con cui confrontarsi è la straordinaria crescita economica della Cina accumulata dal 1949 e, con un ritmo travolgente, dalla politica di riforma e apertura stabilita da Deng dopo il fallimento della Rivoluzione culturale. È una crescita incontestabile e con pochi precedenti nella storia dell’umanità.

Dal 1949 al 2009 il Pil cinese è aumentato di 77 volte, l’incasso fiscale di 1000 volte, la produzione elettrica di 805 volte, il volume del commercio estero di 2266 volte, la riserva di valuta estera di 14mila volte.

Dal 1978, in particolare, la Cina registra una crescita media del Pil del 9,5%. Il reddito pro capite annuale in quell’anno era di 200 dollari (per 1 miliardo di persone). Nel 2010 ha raggiunto i 5000 dollari (per 1 miliardo 350 milioni di persone). È già la seconda economia mondiale ed entro il 2025 scavalcherà anche gli Stati Uniti (ogni dodici mesi Goldman Sachs rivede la previsione, anticipandola di qualche anno).