Intervento al Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista, 15 gennaio 2012

Registro anche io un clima nuovo nel partito, positivo e da valorizzare, frutto di un congresso che ci ha reso più uniti, tanto nel gruppo dirigente centrale quanto – sia pure con qualche eccezione – nei territori.

Ora il rischio che dobbiamo evitare – ed è questo a mio avviso il tema centrale che dovremmo affrontare – è ricompattare il partito ma in una condizione di debolezza ormai normalizzata e assodata. Non dobbiamo cioè abituarci alla nostra attuale inadeguatezza, perché quando si è piccoli e deboli si rischia di perdere per sempre l’ambizione egemonica, la capacità di creare consenso e si finisce con l’acquisire anche senza volerlo una struttura mentale e una vocazione minoritaria.

Per questo le scelte che compiamo in queste settimane sono determinanti, ancora di più perché il quadro è aperto a mille variabili. Non sappiamo con quale legge elettorale voteremo, non sappiamo quando voteremo, non sappiamo se il Pd sarà risucchiato definitivamente in un’ipotesi neocentrista (scegliendo di costruire una cosa che in Italia compiutamente non c’è mai stata, e cioè il partito organico della borghesia), non sappiamo se il centro-destra candiderà ancora Berlusconi o Alfano, non conosciamo il grado di conflittualità sociale che si svilupperà nei prossimi mesi in reazione ai provvedimenti del governo Monti e alle provocazioni protofasciste messe in campo da alcuni settori del padronato italiano (e di cui l’espulsione della Fiom dalle fabbriche Fiat è soltanto la punta dell’iceberg).

Non è quindi il tempo della discussione sulle alleanze, ma è il tempo di scegliere modalità di azione e iniziativa adeguate alla fase a cui conformare i nostri comportamenti.

Penso esistano due bussole.

La prima è l’intransigenza nella nostra opposizione al governo Monti, che ha rappresentato l’uscita da destra dal ciclo berlusconiano. La dobbiamo concretizzare contestando giorno per giorno le scelte socialmente criminali del governo sulle pensioni, sul lavoro, sui contratti, sui diritti e di cui l’idea di inserire in Costituzione il pareggio di bilancio è forse il segno più regressivo e violento. Da questo punto di vista la contestazione di ieri mattina dei nostri compagni alla visita di Casini a Catania (che ha avuto un grande e meritato rilievo mediatico) va estesa e replicata, a partire dal 20 gennaio quando a Roma daremo il benvenuto a Monti, Merkel e Sarkozy.

La seconda bussola è l’atteggiamento unitario, sempre e comunque. L’opposizione deve essere intransigente e allo stesso tempo intelligente. Dobbiamo avanzare proposte concrete, alternative a quelle del governo, e non urlare slogan. Dobbiamo comunicarle in maniera semplice e comprensibile a tutti. E dobbiamo ricercare fino allo spasimo le relazioni e i rapporti con le forze democratiche e della sinistra dentro le cui ambiguità e dentro i cui errori  e le cui contraddizioni c’è uno spazio di azione e iniziativa politica enorme. Penso all’Idv, a Sel, ma anche a quella parte del Pd che ha espresso posizioni alternative a quelle di Letta e Ichino. Penso alla Cgil, che pure nei limiti della sua linea politica è il più grande sindacato del Paese e quindi potenzialmente uno dei soggetti più importanti dell’opposizione a Confindustria e al governo di queste destre. E non, come qui ho sentito, per fare stalking ai moderati, ma per rimanere in contatto con una sinistra politica e sociale che soltanto così possiamo provare a spingere su una posizione di alternativa.

Ma per essere credibili dobbiamo affrontare di petto alcuni temi che io ritengo essere problemi strutturali di Rifondazione Comunista.

Il primo è la Federazione della Sinistra. Su questo bisogna uscire dalle ambiguità e superare i ritardi. Perché se la Fds rimane un cartello elettorale il rischio che già stiamo correndo è che nei territori, senza un’unità e una omogeneità (tra i comunisti, innanzitutto) che si decide politicamente di costruire a livello centrale, crolla pure questo, e prevalgono i piccoli egoismi elettorali, e si approfondiscono irreversibilmente le differenze, a partire da quelle di collocazione istituzionale.

Il secondo tema riguarda i giovani. Non voglio apparire un disco rotto, ma penso davvero che ci sia un problema di dialogo tra il partito e la giovanile. E continuo a ritenere che questo sia un errore potenzialmente letale sul quale il Segretario in prima persona dovrebbe a mio avviso proporre un cambio di passo.

Il terzo riguarda il rapporto con gli intellettuali, che va ripreso e ricostruito, perché solo così si può ridare al partito fiato, prospettiva e ci si può collocare al livello di cui abbiamo bisogno, interagendo con il nostro orizzonte e le nostre aspettative strategiche.

Il quarto, infine, riguarda il regime correntizio interno al partito. Io condivido il fatto che vada superato, eliminando questa fastidiosa distonia tra ciò che enunciamo e ciò che pratichiamo. Ma non condivido – e voglio dirlo chiaramente – che attraverso questo si tenti di superare e di abolire l’idea e la pratica delle componenti politico-culturali, che invece sono e devono essere una realtà viva e utile per il dibattito interno e l’analisi culturale e teorica ad oggi quasi del tutto assente nel partito.