di  Manuele Bonaccorsi (Left)

Finisce sotto scorta il giovane cronista Giovanni Tizian.

Giovanni aveva undici anni quando è fuggito al Nord, insieme alla sua famiglia. Perché nella sua terra, Bovalino, nel centro della Locride, la vita era diventata impossibile. I clan l’avevano detto chiaro e tondo. Col loro linguaggio. Il nonno materno, piccolo imprenditore, proprietario di un mobilificio, nel 1988 aveva assistito inerme all’incendio doloso che bruciava il suo capannone. Suo padre, Peppe Tizian, funzionario di banca, l’anno seguente era stato ucciso, sulla statale jonica, con due colpi alla testa sparati da una lupara. Omicidio rimasto impunito, proprio come l’incendio della piccola fabbrica. Solidarietà dalle istituzioni, sostegno della società civile, manco a parlarne. Vent’anni fa la Locride era un’isola in mezzo al mare, c’è da giurare che a Roma neppure sapessero che quella terra stava in Calabria, in Italia. Giovanni e sua madre presero un treno e andarono a vivere a Modena. Terra ricca, di metalmeccanica e agricoltura intensiva, dove si fanno le auto più belle e i prosciutti più buoni. Non furono i soli a migrare. Con loro partirono anche le ’ndrine. Oggi Giovanni Tizian fa il giornalista, e vive sotto scorta. Due uomini in borghese, ma con la pistola stretta sulla cinta, lo accompagnano. E quando ha da sbrigare una commissione, una fila alla posta, la spesa al supermercato, uno lo attende fuori, accanto all’auto blindata, l’altro lo accompagna passo passo, allo sportello o tra gli scaffali di pasta o biscotti. Sotto scorta a Modena, nel nord ricco e produttivo, nella terra delle cooperative rosse, della buona amministrazione. Sotto scorta a 29 anni, quando hai tutta la vita davanti, una foresta di possibilità ancora da esplorare, e senti il mondo tra le mani. Sotto scorta, infine, quando sei precario, giri tra le redazioni come una trottola, pagato pochi euro a pezzo, e i colleghi ti stimano, ma un contratto, per ora, neppure a parlarne: c’è la crisi, anche nell’editoria. Le mafie hanno inseguito Giovanni, lungo i 1.100 chilometri che separano Bovalino da Modena. O forse è stato Tizian a inseguire loro, i boss trasfigurati in imprenditori puliti nel nord produttivo. Perché lui il suo passato non lo ha dimenticato. È stata dura, ma lo ha digerito, lo ha compreso. Senza accettarlo, senza cedere. E quindi ha deciso di reagire. Oggi è un cronista di giudiziaria, di quelli bravi, che sanno procurarsi le carte, e specialmente sanno spiegare cosa c’è scritto dentro: senza fare copia e incolla, sa contestualizzare e approfondire, sa ricostruire le trame, le tendenze. Ha appena pubblicato un libro (Gotica: ’ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea, Round Robin editore) e scrive sulla Gazzetta di Modena e su molti giornali nazionali.

Chi l’ha detto che sono le cosche a braccare Tizian? Forse è lui che insegue loro. Con le sue armi, penna e taccuino. Che fanno male, specie quando le mafie vogliono il silenzio, perché le pallottole non si sposano bene con azioni, appalti e bonifici. Giovanni, questo pedinamento della criminalità organizzata, lo sa fare molto bene. Raccontando i comuni della Liguria sciolti per mafia, le banche di San Marino finanziate dalle ’ndrine, il business dei videopoker da Casal di Principe all’Emilia, le infiltrazioni nelle Asl, i politici che chiedono ai boss soldi e voti, le imprese “pulite” che comprano da aziende “sporche” pacchetti tutto compreso: movimento terra e smaltimento illegale di rifiuti tossici. Gli ’ndranghetisti o i camorristi trasferiti al Nord, avranno letto i suoi pezzi, preoccupati ne avranno discusso tra loro. Non sappiamo esattamente chi, né per quale motivo. Sulla vicenda vige il segreto istruttorio. Fatto sta che la Procura di Bologna ha deciso di mettere Giovanni sotto scorta. Ora chi glielo spiega a Maroni che il nord è terra di mafia, quanto e forse più che in Sicilia e Calabria? Che sotto scorta non vivono solo Rosaria Capacchione e Roberto Saviano a Napoli e Lirio Abate a Palermo. Ma anche Giovanni Tizian, giornalista di 29 anni, figlio di una vittima di ’ndrangheta, a Modena? E domani chissà quanti altri a Milano, Bologna, Torino, Venezia? Che la mafia al nord non porta coppola e lupara, non fa gli scippi per strada, non bucherella con colpi di kalashnikov muri e segnaletica stradale. Ma vende la droga, sposta la terra, porta il cemento, compra azioni, ripulisce miliardi. E lo fa costruendo rapporti con la politica e la grande impresa. La mafia non è una questione meridionale. È un’emergenza nazionale. Il caso di Giovanni Tizian ne è una dimostrazione innegabile.