Scriviamo questa lettera aperta alle nostre compagne e ai nostri compagni, sollecitati dalle reazioni che ha suscitato il lancio della campagna sul tesseramento 2012.

Una marea di apprezzamenti, che condividiamo con coloro i quali hanno elaborato il progetto e lavorato graficamente alla sua realizzazione, e qualche critica, talmente densa di implicazioni politiche e ideologiche da indurci ad una riflessione. Perché – sia chiaro – delle critiche (anche quando sono poste in maniera così rozza e grottesca) rispondiamo politicamente, in prima persona, insieme agli altri compagni dell’esecutivo nazionale.

La nostra riflessione ruota intorno ad una domanda: ma noi vogliamo bene alla nostra organizzazione, al nostro partito, oppure no? Il nostro agire politico, la nostra elaborazione, le nostre forme di organizzazione sono mirate al nostro rafforzamento, alla crescita nostra e della nostra efficacia, oppure no?

A volte, spesso, prevale l’impressione che si utilizzino il partito e la giovanile (e direttamente gli spazi di confronto che si aprono, in primo luogo sulla rete) per esercitarsi in un tiro al piccione esasperante, una continua e autodistruttiva caccia all’untore buona soltanto per sfogare, in parte o in tutto, le nostre frustrazioni.

Forse questo è il punto. Che il capitalismo fa talmente schifo che genera mostri e frustrazione ovunque, a qualsiasi livello.

L’abbiamo scritto anche a commento dell’omicidio di Stefania Noce: non c’è più un dentro e un fuori dal sistema, e una linea di demarcazione (nitida e quindi rassicurante) che divide i buoni dai cattivi. Esiste un sistema talmente totalitario che produce anche in chi lo combatte volgarità e alienazione. E allora, tra noi, c’è chi crede di vivere in Corea del Nord o di essere nell’Unione Sovietica degli anni Trenta. E considera l’omaggio a Lucio Magri, comunista e uomo libero, «raccapricciante». E considera le lotte degli studenti cileni, guidati nei mesi scorsi dalla comunista Camila Vallejo e a cui abbiamo dedicato il “fronte” della tessera, come il gioco di una «massa di ragazzini viziati della ricca borghesia celebrati come se fossero dei rivoluzionari».

Qui c’è qualcosa che non va, e se c’è qualcosa che dobbiamo imputarci autocriticamente non è l’aver pensato e prodotto una tessera dissimile da quella che questi “compagni” probabilmente avevano in testa. Piuttosto, è il non aver affrontato prima, e prepotentemente, questioni di cultura politica che ciclicamente riemergono, con altrettanta prepotenza.

E non ci riferiamo a dettagli, o a sfumature, o a questioni su cui si può e si deve avviare una discussione! Parliamo dei fondamentali, riassunti plasticamente nelle due facce della tessera.

Il bisogno di esprimere la rabbia e di organizzarla politicamente, senza fare sconti alla durezza della realtà e delle nostre risposte, con intransigenza e vigore, perché, come scriviamo, «indignarsi non basta». E non basta perché è necessario trasformare la giusta indignazione in proposta politica, che dia risposte alle istanze sociali che emergono nella società. E’ la necessità di non perdere di vista, dentro la crisi, la rabbia e i bisogni di chi perde il posto di lavoro, di chi sta occupando la fabbrica, di chi non ha casa, o reddito.

Ma come possiamo credere che il più grande sogno di chi vive in condizioni precarie sia quello di dover sempre lottare per ottenere quel che gli spetta di diritto? Come possiamo non porci, da comuniste e comunisti, l’obiettivo di delineare un orizzonte, di felicità, benessere e passione? Qual è l’obiettivo delle nostre lotte: lottare ancora, e ancora e ancora, in una condizione perenne di subalternità e richiesta di diritti, oppure l’approdo ad una società di liberi e uguali?

Ma, contemporaneamente a questo, è il bisogno di non perdere la tenerezza, di appassionarsi al nostro essere comunisti, di amare la nostra comunità. E quindi di imparare a volare, e cioè di guardare in alto, l’orizzonte, non dimenticando che la lotta senza il sogno perde di qualsiasi valore e, soprattutto, è persa in partenza. Una manifestazione di giovani spagnoli, una manifestazione di giovani cileni. E con noi loro, dentro le lotte e non fuori, giudicandole con in mano letture dogmatiche e di terza mano dei Testi Sacri. Chiusi nell’esaltazione metafisica dell’ideologia o nel godimento anacronistico di sistemi sconfitti.

Questi sono le/i Giovani Comuniste/i. Questa è l’organizzazione giovanile di Rifondazione Comunista, con i suoi limiti, con i suoi tanti errori, ma anche con la sua incomprimibile volontà di coniugare radici e futuro, teoria e pratica del conflitto. Se un domani regredisse, e diventasse più simile ad un Museo delle Cere, perderebbe la capacità di attrarre a sé giovani compagne e compagni ricchi della grande ambizione di essere, in questa società ingiusta e corrotta, giovani donne e giovani uomini normali ma diversi. Un Paese nel Paese, il Paese migliore nel Paese e nel mondo che non ci piace.

E torniamo allora alla domanda iniziale, e al sentimento che dobbiamo nutrire nei confronti dell’organizzazione. Volerle bene vuol dire non polemizzare su ogni cosa, ma valorizzare le cose che si fanno, con atteggiamento propositivo. E quando le cose fatte non ci convincono, prima si valorizza il fatto che le si sia fatte e poi si introduce, nei luoghi e nei tempi opportuni, la propria critica costruttiva, finalizzata a migliorare il lavoro collettivo. Con un minimo di correttezza e di auto-pedagogia, in assenza della quale non si potrà mai costruire nessun partito comunista.

Riflettiamoci, care compagne e cari compagni. E prima di battere sulla tastiera un commento, uno qualsiasi, contiamo fino a dieci, pensando per una volta anche a chi è fuori da noi e magari vorrebbe avvicinarsi. Alla gente “normale”, alle persone che dobbiamo ancora convincere.

 Simone Oggionni e Anna Belligero, portavoce nazionali Giovani Comuniste/i