di Mara Accettura (da D – Repubblica)

Arundhati Roy non dà interviste”. “Ne fa solo una, ma non con voi”. “Forse ne fa un’altra”. “Non riusciamo a contattarla”. “Ci spiace, ha cambiato idea”. Dopo un tira e molla di due mesi ci siamo messi l’anima in pace. Poi, all’improvviso, la risposta si è materializzata come un coniglio uscito dal cappello. L’attivista più rumorosa di tutta l’India, che nel 97 vinse il Booker Prize con Il dio delle piccole cose, oggi impegnata contro il programma nucleare, la corruzione dello stato, la costruzione delle dighe, gli interessi delle corporation e tutto quello che ha a che fare con una globalizzazione violenta ha detto sì. Ed è venuta a casa mia. Che ansia. Avevo preparato dei biscotti, rigorosamente biologici (che non ha toccato) per non essere colta in fallo, e mi sono premurata di nascondere dal terrazzo lo stendibiancheria aperto, e la lettiera dei gatti. A 50 anni Arundhati potrebbe ancora essere scambiata per una donna di 30: bellissima con la sua voce sottile, l’erre blesa e lo sguardo infuocato. Non si fa fatica a credere che un personaggio così contestato possa riempire le piazze, non solo perché parla con competenza ma perché trasuda coraggio e passione. Il suo nuovo libro In marcia con i ribelli (uscirà a febbraio per Guanda) è una raccolta di saggi di cui quello che dà il titolo al libro è un bellissimo reportage che racconta tre settimane nella foresta di Chhattisgarh in compagnia dei ribelli maoisti. Molti si chiedono perché dal Dio delle piccole cose, libro che ha venduto 6 milioni di copie nel mondo, lei non è più tornata a scrivere fiction. “Chi legge i miei saggi di politica sa perché. C’è un’urgenza rispetto a quello che accade da cui è difficile distogliere lo sguardo. Quando ho finito Il dio delle piccole cose mi sono resa conto che durante tutta la lavorazione del libro il paesaggio dell’India era cambiato in modo drammatico e brutale. A quel punto ho potuto sfruttare l’attenzione che si era venuta a creare per intervenire con dei saggi”. Ma fiction non implica necessariamente distogliere lo sguardo. “Lo è a causa del tempo. I saggi che compongono questo libro sono apparsi in un tempo particolare e in un clima particolare per denunciare l’orrore del presente. Scrivo cose come “è stato chiamato l’esercito, i villaggi sono stati bruciati, gli abitanti inseguiti””. Abbiamo letto che lei sta lavorando anche a un romanzo. “È vero, ma continuo a interrompermi. Sembra facile, ma come fai quando ti siedi, inizi a scrivere e all’improvviso qualcuno ti lascia un biglietto sotto la porta invitandoti ad andare nella foresta a marciare con i guerriglieri maoisti… Come faccio a dire di no? È affascinante, favoloso, l’esperienza di una vita e la fiction diventa quello che fanno i guerriglieri. Nelle scuole di scrittura creativa ti insegnano a scrivere ma non vivi la vita. E devi vivere per capire, altrimenti diventi come molti scrittori indiani che scrivono in inglese e sono pure famosi ma non sanno niente di quello che accade “sul terreno””. Quanto tempo ha passato nella giungla? “Due settimane e mezzo. Camminare con loro era bellissimo. E una volta lì dentro non è pericoloso. Il pericolo maggiore è entrare e uscire”. Ma cos’ha in comune con i maoisti? “Non sono affatto maoista, anche se appartengo alla storia del movimento comunista in India. Il 99% dei maoisti però è composto da indigeni che stanno lottando per la sopravvivenza contro le forze armate. Vivono in modo primitivo, sono sotto assedio ma sono i depositari di un’antica saggezza che questa guerra sta per distruggere: la sostenibilità dell’ambiente”. Quando pensiamo all’India e alla sua folle corsa verso il capitalismo non possiamo fare a meno di domandarci: ma non si rendono conto che qui stiamo collassando? “Le élites arraffano quello che possono, non capiscono che quel modello sta crollando. È anche un problema inerente alle democrazie, dove si pensa sempre di 5 anni in 5 anni. Gli esseri umani non sono animali che vivono solo nel presente, né profeti che predicono il futuro. Non riescono a pensare sul lungo termine”. Quello che sorprende è che lei non crede nella non violenza e anzi è molto critica del metodo gandhiano. Può chiarire perché? “Dieci anni fa ho scritto un articolo col titolo Ahimsa (Non violenza) in lode del movimento contro le dighe. Ma negli ultimi anni ho visto il governo indurirsi, la polizia diventare più violenta, l’estrazione di ferro e bauxite più predatoria. Trovo piuttosto discutibile che la gente osservi uno stato diventare sempre più violento e dica ai più poveri “Non dovete essere violenti, dovete essere gandhiani”, ma se migliaia di poliziotti circondano la tua casa nel villaggio per bruciarla, come ti comporti? Fai lo sciopero della fame? E chi ti guarda? Il movimento gandhiano ha a che fare con la politica della celebrity: devi essere una celebrity per dire “Mi lascio morire di fame”. Solo allora la classe media dirà: “No, per favore non farlo”. Ma se sei un povero di cui non frega niente a nessuno e stai già morendo di fame? La non violenza gandhiana è una forma di teatro politico che può essere molto efficace se hai l’attenzione dei media, della middle class, qualcuno che si dispiace per te. Ma alla gente non frega nulla dei poveri, al massimo le piace che qualcuno come Madre Teresa faccia qualcosa per loro, così si sentono buoni”. Eppure lei attrae l’attenzione di folle enormi. Si sente una celebrità? “Alla gente piacerebbe trasformarmi in una specie di vip che appoggia una causa esattamente come ti venderebbe delle scarpe da sera. Come le rockstar che cantano per l’Africa. Ma io ho uno sguardo politico sulle cose e non sono una benevola star del cinema amata da tutti. Se qualcuno mi tratta da tale lo ignoro”. In un commento a una sua intervista online un lettore diceva “Oh sì, sappiamo che cosa sta cercando da anni. Il grande premio…”. “Quale?” Il Nobel. “Ahahahahahhah! Noooooooo. Un Nobel è l’ultima cosa che mi interessa. L’ha vinto anche Kissinger. Non mi piacciono i premi. Che ci fai? Telefoni a tua madre per dirglielo? Ci vai a letto la sera? In India la gente è ossessionata dai premi, se accendi la tv c’è sempre qualcuno che vince qualcosa e tutti applaudono, è la fantasia della classe media. Ha senso darli a uno sconosciuto, per chi è già famoso, invece, che senso ha?”. Che significa avere successo? “Quando ero bambina avevo uno zio pazzo che ha cambiato il mio modo di pensare. Avevo 3 anni, era il mio compleanno. Tutti mi dicevano che dovevo studiare duro ed essere la prima della classe. Lui mi mostrò una collanina e mi chiese: “La vuoi?”. Dissi di sì. E lui: “Te la darò se fallisci”. Mi fece riflettere. Il successo è molto meno interessante del fallimento. E avere successo in un mondo di cui sono critica non è semplice. Tutto quello che faccio non è solo per me, e il successo mi permette di dire quello che voglio, ma allo stesso tempo mi espone di più alle critiche. Chi dice “il suo scopo è vincere un premio” non capisce la furia e l’amore per le cose che sto cercando di proteggere”. Ci piace la lezione di suo zio sul fallimento e sulle aspettative. “La paura di fallire è minore della pressione delle aspettative, per esempio quella di scrivere su richiesta su quello che sta per essere impiccato o la costruzione di un’altra diga… Se fallisci… Se stai scrivendo un romanzo le chance di fallire sono molto alte. Puoi farlo solo sapendo che puoi fallire, altrimenti non stai sperimentando. Io scrivo perché devo, perché sarebbe troppo umiliante non farlo”. Lei, che ha una vita molto libera, rimpiange di non aver avuto figli? “Per niente. Mi sono presa cura di molti bambini per tutta la vita. Ho iniziato a 5 anni, accudivo quelli di 4 nella scuola fondata da mia madre. Quando ho compiuto 16 anni non ne potevo più. Non volevo vedere più bambini in vita mia, poi da adulta mi sono toccati i figli del mio partner (il regista Pradip Krishen, con cui non convive, ndr). Il fatto è che so che il mio attivismo richiede una certa libertà e non vorrei che qualcuno soffrisse se mi succedesse qualcosa. Soprattutto dei bambini. A volte penso di vivere la mia vita a ritroso, dopo un’infanzia così responsabilizzante, voglio essere sempre più leggera”. Che cosa pensa di come i nostri media parlano dell’India? “È curioso, perché quando è scoppiata la cosiddetta “primavera araba” è stata ripresa ovunque. In Kashmir sono scese in piazza 100mila persone negli ultimi tre anni, affrontando carri armati, polizia. Ci sono stati un sacco di morti e nessuno ha parlato di “primavera del Kashmir”. Il Kashmir è sotto la più densa occupazione militare del mondo: 700mila soldati in quella piccola valle. Gli Stati Uniti ne hanno mandati 165mila per attaccare l’Iraq! Ma nessuno ne parla. Per forza, l’India è la destinazione ideale della finanza internazionale e quindi devi scrivere di percentuale di crescita, mica del fatto che ci sono 800 milioni di persone che vivono con meno di 30 centesimi al giorno! O del fatto che ci sono più poveri di quelli dei 7 più poveri stati africani messi assieme. Si parla della vita spirituale dell’India, non del fatto che è un paese molto violento con le donne e i bambini e che la classe media è assetata di sangue”. Tempo fa abbiamo pubblicato un’intervista con Siddhartha Deb, l’autore di The Beautiful and the Damned, sull’ascesa della nuova middle class indiana, in cui sosteneva che noi pensiamo che l’India sia una democrazia, in realtà in molte cose è più simile alla Cina. “No. È difficile fare questo tipo di paragoni perché la Cina ha una sua storia che è unica ed è molto diversa da quella dell’India. C’è stata una rivoluzione dove sono morte milioni di persone ma alla fine ha educato e sfamato il suo popolo e adesso sta cercando di unire capitalismo economico e socialismo, nel bene e nel male. Il 90% della popolazione è cinese e parla la stessa lingua. L’India non ha mai avuto una rivoluzione e nemmeno un’idea di uguaglianza sociale. Mai. Ha una società gerarchica e ineguale anche grazie alla cultura induista che è piuttosto brutale nel dividere le persone. Abbiamo una élite secolare democratica ma la democrazia è solo a suo uso e consumo. Inoltre la Cina zittisce i suoi media mentre in India i media fanno un chiasso enorme, ma quel chiasso serve solo a nascondere un grandissimo silenzio. No, non le comparerei così facilmente”. In uno dei saggi sua madre dice: “L’India ha bisogno di una rivoluzione”. Cosa intende dire? Sua madre Mary Roy è una rivoluzionaria? “Mia madre non è una rivoluzionaria, è una persona fantastica e interessante ma di certo non intende nulla che abbia a che fare col comunismo o con il marxismo. Ci sono molte cose rivoluzionarie intorno a lei e una di queste è il diritto di essere matta (ride). È una cosa importante e mi delizia all’infinito. Adoro l’idea di una donna che via via si permette di essere come le pare. Io e mia madre abbiamo una relazione complicata ma condividiamo quell’approccio furioso alle cose che ci accadono intorno, quel desiderio di capovolgere il mondo e sviscerare tutte le contraddizioni del nostro Paese”. Una volta ha detto che sua mamma potrebbe essere scappata da un set di Fellini. Eppure ha fondato una scuola in Kerala, sembra una persona coi piedi per terra… “Ahahahahahahah! È una che funziona bene, ma totalmente a suo modo. Una volta ero in Sudafrica con un amico di lì. A un certo punto durante il viaggio mi ha detto: “Scusa, devo fermarmi un attimo a casa, ma tu aspettami in macchina perché mia madre è totalmente imprevedibile. E io gli ho risposto: “Fa per caso cose tipo stendersi nuda in una vasca nel cortile mentre una segretaria le spunta l’unghia dell’alluce e l’altra scrive sotto dettatura una lettera furibonda al comune? Mia madre è così”. Lei dice che è nata femminista. Che significa? “I miei genitori si sono separati quando avevo 2 anni. Non ho mai saputo chi fosse mio padre, se esisteva veramente o se mi raccontavano balle. Sono cresciuta in un ambiente familiare non tradizionale e mia mamma non ha mai fatto assolutamente la parte della vittima bisognosa di un marito. Era autoritaria e potente. Ho capito da subito che dovevamo badare a noi stesse e che poteva anche essere divertente. Poi a 16 anni, dopo una serie di conflitti, sono andata via di casa per vivere a Delhi. Mi sentivo onnipotente. I testi femministi e quel tipo di linguaggio sono arrivati molto dopo. Fino ad allora non ero cosciente né di me né dei danni della società patriarcale indiana. Vivevo per conto mio, mai ferma in un posto”. Lei si batte per l’ambientalismo. Che cosa significa nella vita di tutti i giorni? Fa delle scelte particolari? È vegetariana? “Non credo nelle buone intenzioni che salvano il mondo: portano a uno stile di vita da boutique esclusiva. In India la gente non può permettersi frutta biologica o medicine omeopatiche e io non sono una santa gandhiana che cerca di scegliere le cose giuste ma una peccatrice che fa quel che può. Sono al 90 per cento vegetariana – a parte un po’ di pesce – ma non una fanatica di quella ideologia, perché il vegetarianesimo è comunque molto contestato. I bramini sono vegetariani, gli intoccabili mangiano la carne e anche questo è usato contro di loro. Certo il modo in cui si allevano i pesci e i bovini è assurdo. Mangio molto poco in generale. Ma non spreco tempo a pensarci, non posso passare la vita a cercare di diventare pura”. Molti pensano che lei difenda cause perse. Da dove le viene questa grande empatia per gli oppressi e i perdenti? “La mia è una battaglia che cerca di ridefinire l’idea stessa di civilizzazione, la natura del potere, le decisioni che vengono prese dall’alto. Non è esatto dire che provo simpatia per i poveri, è che non mi sento separata da loro. E non è esatto parlare di perdenti, non definirei così gli indigeni della giungla, per esempio. Sono solo le prime vittime di un processo che ci distruggerà tutti quanti. In questo senso sì, siamo tutti dei perdenti”. Lei è stata spesso minacciata e incarcerata. Teme per la sua vita? “No. Cerco di non rischiare inutilmente e di non diventare paranoica, non posso vivere barricata, mi mancherebbe l’ossigeno per pensare. Mi proteggo, certo, e la maniera migliore per farlo, come dicono i guru, è essere imprevedibile. E comunque c’è gente che corre molti più pericoli di me”. In questa grande battaglia si sente sola? “No, perché quello che dico viene dal cuore della folla. Possono criticarmi, insultarmi, offendermi, ma sento la solidarietà di milioni di persone”.