Sinistra batti un colpo: mobilitazione straordinaria e sciopero generale

L’errore che non dobbiamo commettere è pensare che siamo in presenza di un fatto ordinario.

Non soltanto perché, nell’arco di un mese, questa è la seconda manovra varata dal governo. 45,5 miliardi di euro che si aggiungono agli oltre 47 miliardi di poche settimane fa: un totale esorbitante di oltre 90 miliardi di euro, circa il 7% del Pil nazionale.

Due aspetti, tra loro complementari, rendono l’intervento di questi giorni del tutto eccezionale.

Il primo è che la manovra recepisce in maniera plastica i dettami europei perseverando nell’applicazione delle stesse ricette che hanno prodotto la crisi.

Redistribuisce la ricchezza al contrario (non paghi del fatto che negli ultimi due decenni il 10% del prodotto interno lordo è transitato dal lavoro al capitale e alle rendite) e compie l’ennesima macelleria sociale utilizzando anche il paravento propagandistico dei “tagli alla politica”. Le riduzioni dei budget ai ministeri infatti corrispondono al licenziamento, entro il marzo 2012, del 10% dei dipendenti delle amministrazioni centrali e al congelamento delle tredicesime e delle liquidazioni dei dipendenti pubblici. I tagli agli Enti Locali per circa 6 miliardi di euro si tradurranno realtà per realtà nella diminuzione o soppressione dei servizi locali o nell’innalzamento delle imposte.

Il “contributo di solidarietà” per i redditi medio-alti è una vera e propria elemosina (è calcolato sulla quota eccedente le soglie dei 90 e 150mila euro, non sull’intero reddito) e viene ampiamente compensato dall’innalzamento dell’età pensionabile (per le donne a 65 anni a partire dal 2016) e dai costi sulla collettività delle privatizzazioni dei servizi pubblici locali.

La manovra riconferma le ricette fallimentari, quindi, e non dà alcuna risposta alla “crisi di sviluppo” del sistema produttivo italiano. Non affronta minimamente la piaga dell’evasione fiscale, non mette mano ai patrimoni (non è prevista ovviamente alcuna forma di tassa patrimoniale, nemmeno una tantum), non tocca – a quanto sembra – le rendite finanziarie, non investe un centesimo in sviluppo, innovazione, ricerca, istruzione. Come scrive Luciano Gallino, la manovra è recessiva anche sul terreno squisitamente economico.

Ma il secondo aspetto che rende l’intervento del governo un fatto eccezionale è che esso produce, per via legislativa, una modificazione sostanziale dei rapporti tra le classi nel nostro Paese. Non solo perché mira ad inserire nella Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, cioè uno dei dettami neoliberisti non per nulla contenuti nel Trattato di Maastricht, ma anche perché, sostituendosi alle parti sociali (anzi: servendosi dell’accordo del 28 giugno e del «contributo del 4 agosto» presentato dai sindacati insieme a Confindustria e banche), istituzionalizza il ricatto di Pomigliano e Mirafiori, garantendo alle imprese la libertà di licenziare e dunque la soppressione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, e introducendo la possibilità di scavalcare il contratto nazionale con la deroga di quelli aziendali. Un favore alla Fiat, che aveva chiesto espressamente al governo una legge che le permettesse di vincere la contesa giudiziaria con la Fiom sugli accordi illegittimi, e di riflesso a tutto il padronato italiano.

Il suggello simbolico di questa manovra è la cancellazione delle festività laiche ed antifasciste (a partire dal 25 aprile e dal 1° maggio): tutto in un colpo solo, quello che da decenni industriali e fascisti volevano e non erano mai riusciti ad ottenere.

Che fare, allora?

Nei mesi scorsi abbiamo vissuto il risveglio di movimenti e soggettività (dalle donne ai lavoratori e agli studenti) che hanno posto all’ordine del giorno, con una concretezza ed un entusiasmo che in questi ultimi anni alla sinistra sono onestamente mancati, il tema del cambiamento radicale del nostro Paese. Quella che abbiamo di fronte nelle prossime settimane è la prova del nove, perché ad essere sotto attacco sono – insieme – la democrazia formale e la democrazia materiale. La Costituzione, i suoi principi fondamentali e la sua natura, e il ruolo del lavoro e i suoi diritti nella contesa con il capitale. Tutto questo dentro una crisi che continua a mordere e impoverire i lavoratori, i giovani, i disoccupati, i pensionati, i soggetti più deboli.

O reagiamo tutti insieme e sulla base di una piattaforma rivendicativa comune ed avanzata, oppure non abbiamo futuro.

Servono parole d’ordine chiare e semplici (la patrimoniale, l’introduzione di una nuova forma di scala mobile per i salari, una forte tassazione delle rendite finanziarie, il controllo pubblico delle banche) e un’idea di sviluppo semplicemente opposta a quella che ci viene proposta, fondata sugli obiettivi della piena occupazione, del recupero del potere d’acquisto dei lavoratori, dell’abolizione della precarietà.

Per vincere questa partita deve battere un colpo la sinistra dei partiti e dei movimenti (tutta insieme, appunto) e deve battere un colpo in maniera inequivoca anche la sinistra sociale e sindacale, promuovendo il massimo della mobilitazione possibile a partire dalla convocazione di un nuovo sciopero generale. Sarebbe un segnale incoraggiante che il “la” venisse dalla nostra generazione, quella più colpita. Non c’è più tempo da perdere.

19 risposte a “Sinistra batti un colpo: mobilitazione straordinaria e sciopero generale”

  1. na stangata di polso, la peggiore manovra del dopoguerra
    Al.G. , 18 agosto 2011, 14:42

    Politica Con questo secondo round, si aggrava il segno classista, profondamente iniquo e del tutto inefficace di fronte alla crisi della manovra del governo commissariato dagli organi a-democratici della Ue. La sinistra politica non può demandare al sindacato. Deve fare la sua parte, visto che sono ciò che resta del modello sociale costruito in decenni di lotte e la stessa Costituzione formale (gli articoli 41 e 81 in particolare) ad essere presi di mira

    Siamo di fronte alla più pesante e ingiusta manovra economica della storia repubblicana. Se stiamo alle sole dimensioni, siamo di fronte praticamente al raddoppio di quella già esistente. Infatti, come ha dichiarato Tremonti, si vuole raggiungere entro il 2012 un rapporto deficit – Pil pari all’1,4% attraverso un intervento aggiuntivo rispetto alla manovra già varata di 20 miliardi di euro, cui si aggiungeranno altri ulteriori 25,5 miliardi nel 2013 per un totale di 45,5 miliardi. Berlusconi ha dichiarato enfaticamente che il suo cuore gronda sangue. Verrebbe da rispondergli con quel detto napoletano che più o meno dice “chiagneno e fottono”.

    Ne fanno le spese pensioni, quelle in particolare delle donne, con buona pace delle finte resistenze della Lega (anticipo al 2016 rispetto al 2020 dell’aumento del requisito di età per il pensionamento per vecchiaia nel settore privato); Tfr del pubblico impiego, bloccati per due anni, nonché le tredicesime in caso di mancata riduzione della spesa; i fondi Fas (con particolare accanimento nei confronti degli stanziamenti per la banda larga e per il riassesto idrogeologico dei territori, ovvero tutto ciò che sarebbe indispensabile per una politica di sviluppo fondata sulla conoscenza e sulla valorizzazione dell’ambiente). Sul versante del lavoro si arriverebbe per decreto alla soppressione delle festività non religiose, ovvero non concordatarie, con la sparizione del Primo maggio, del 25 Aprile e della stessa Festa della Repubblica del 2 giugno, le cui celebrazioni avverrebbero nella domenica successiva. Neppure Andreotti a suo tempo era riuscito a tanto. Nel 1977 soppresse ben sette festività religiose, compresa la celebre Epifania reintegrata poi da Craxi, ma non osò toccare né il Primo maggio né il 25 Aprile. Possiamo solo augurarci che quelle celebrazioni sopravvivano nella forma giornate di lotta e di sciopero generale, ritornando allo spirito antico, poiché in nessun caso possono essere consegnate al mito dell’incremento della produzione annua. Non solo, ma nel testo governativo dovrebbero anche comparire – per la felicità del ministro Sacconi – norme che permetterebbero di aggirare i processi intentati dalla Fiom contro Fiat, stabilendo la validità erga omnes degli accordi aziendali in deroga alle norme del contratto nazionale, il che rappresenta un ulteriore passo di avvicinamento verso la totale liquidazione di quest’ultimo.

    A fronte di ciò impallidiscono le misure relative alla diminuzione dei costi della politica – che riguardano soprattutto l’eliminazione delle province sotto i 300mila abitanti – ; il contributo di solidarietà sopra i 90mila euro di reddito, che rappresenta più che altro la pezza per coprire il buco dell’assenza di ciò che era più necessario, ovvero l’introduzione di una patrimoniale ordinaria; oppure l’elevamento della tassazione delle rendite finanziarie del 20% ma con l’esclusione dei titoli di stato.
    In sostanza, con questo secondo round, si aggrava il segno classista, profondamente iniquo e del tutto inefficace di fronte alla crisi della manovra del governo commissariato dagli organi a-democratici della Ue.

    Riesce davvero difficile comprendere dove il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, intraveda quelle luci che gli fanno esprimere un giudizio così moderato e in fondo comprensivo sulla manovra governativa. Come pure è impossibile non condividere l’amara ironia che sta nella impareggiabile vignetta di Altan, ove un simil-Berlusconi dichiara tremore di polso mentre sta per infilare il solito ombrello nel deretano del solito operaio di turno. Non mi resta che sperare che Bersani si sia accorto che l’avere invocato fermezza di polso, nel suo discorso alle commissioni riunite delle camere, abbia poi scatenato le peggiori pulsioni decisioniste della attuale compagine governativa. Così come sarebbe opportuno che l’opposizione attualmente rappresentata in Parlamento si facesse un serio esame di coscienza su cosa effettivamente è servito fare passare la precedente manovra in 48 ore e senza colpo ferire.
    D’altro canto questo governo dato per morto troppe volte e oggi mero esecutore di decisioni prese nelle blindate sedi europee, dimostra di essere ancora in grado di sferrare i classici colpi di coda. Sarebbe bene perciò che Susanna Camusso non si limitasse ad evocare la possibilità o l’eventualità di uno sciopero. Che altro bisogna aspettare per proclamarlo, quando si è di fronte alla peggiore manovra economica degli ultimi sessanta anni? E non tema la Cgil: non resterebbe affatto isolata, come già ha dimostrato il successo dello sciopero dello scorso 6 maggio.

    Ma la sinistra politica non può demandare al sindacato. Deve fare la sua parte, visto che sono ciò che resta del modello sociale costruito in decenni di lotte e la stessa Costituzione formale (gli articoli 41 e 81 in particolare) ad essere presi di mira. Lo schieramento di alternativa, sia sul piano sociale, che politico ed elettorale, si costruisce a partire dalla capacità di contrastare questa manovra. Su questo si deve misurare un nuovo schieramento di centrosinistra se non vuole scavarsi la fossa.

  2. Mentre ogni giorno giunge conferma di una CRISI MONDIALE ASSOLUTA, dove non c’è più un Principio, come fino al ‘500, quando quelli che “comandavano” erano almeno formalmente educati, mentre questi sono ignoranti e cialtroni e tornano agli omicidi come al tempo dei romani, con una BORGHESIA IPOCRITA che ormai si presenta PEGGIO DELL’ARISTOCRAZIA, cancellando e bruciando 2000 anni di storia (Aden Arabia 3, prossimamente su questo schermo); mentre tutto crolla dalla “Sinistra” alla CGIl e anche col contributo di Napolitano che come o peggio di Kossiga piccona la Costituzione e la Repubblica di democrazia-sociale (SOCIALE!!!) facendo sia il guerrafondaio sia sostenendo il governativismo (cioè lo sttao-governo-burocrazia-polizia invece che lo stato comunistà sociale) con il presidenzialismo tanto da sembrare un Chirac che nello stato autoritario francese si occupa di politica estera e militare e sovraintende al governo come nelle forme del potere monarchico discendente dall’alto in basso: con in cima il monarca o presidente della Repubblica, sovraordinato al governo che a sua volta è sovraordinato al Parlamanto e il popolo all’ultimo gradino: ovvero con totale rovesciamento della Costituzione italiana che mette sopra il popolo e subito sotto il Parlamento e il governo messo non sopra ma alla pari o sotto il Parlamento, col presidente della repubblica che è solo un apice senza poteri (ma il popolo-bue della sinistra e i buoi-buoi suoi rappresentanti ne capiscono qualche cosa? I sindacalisti e i politici di base della sedicente sinistra e dei sedicenti comunisti capiscono qualche cosa di diritto e istituzioni ovvero democrazia? La verità è che fanno politica e sindacato senza sapere di democrazia cioè di istituzioni e diritto!!! oltre che a non sapere più nemmeno di economia e lavoro e programmazione economica e della differenza tra economicità pubblica ed economicità privata e tanto meno di cosa è l’economia politica, struttura-sovrastruttura; capitale finanziario ecc.: sono appunto ASINISTRA). angelo r.

  3. Stupidi banchieri. Dopo aver chiesto con lettera firmata Draghi e Trichet al governo italiano di cancellare sessant’anni di conquiste sociali e di libertà per rendere solidi i crediti delle banche, ora fanno dire ai loro portavoce sparsi per tutti i giornali e i partiti.
    Ma di quale crescita si parla, di quale sviluppo dopo una botta di novanta miliardi di euro sottratti alle tasche dei cittadini, in gran parte lavoratori dipendenti e pensionati. Ma quale sicurezza per il futuro può dare la cancellazione del contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori, affidati a tutti i piccoli e grandi Marchionne che vorranno incrudelire sul lavoro. Ma quale ripresa se le donne verranno licenziate a 45 anni perché troppo vecchie, per lavorare, ma dovranno aspettare i 65 per andare in pensione. Ma quale futuro ci dà la negazione del pronunciamento dei referendum con la messa all’asta di tutti i servizi pubblici, di tutti i beni comuni. Si tagliano i salari e i diritti, si cancellano per sempre libertà fondamentali, garantite dalla nostra Costituzione. Che non a caso si vuol stravolgere con la folle aggiunta dell’obbligo di pareggio di bilancio e con la vergognosa cancellazione del primo maggio, del 25 aprile, del 2 giugno. Ma di quale crescita, di quale sviluppo si parla se si affossa la democrazia costituzionale? Siamo davvero ad un meccanismo impazzito che divora sé stesso nella speranza di sopravvivere. Di questa devastazione sociale non è responsabile solo Berlusconi. Certo, dobbiamo anche pagare il prezzo delle sue escort e dei suoi festini, dell’impresentabilità del suo governo. Ma paradossalmente la debolezza e lo stato confusionale del governo della destra sono serviti a renderlo ancora più acquiescente a chi comanda davvero, a quel governo unico delle banche che oggi impone le sue decisioni, le sue ricette di destra estrema, a tutta l’Europa.
    Questo massacro è anche frutto dei balbettii ridicoli di un’opposizione che sinora ha saputo solo rimproverare a Berlusconi di non essere al passo e al tempo dei mercati. Questo massacro è frutto anche della scomparsa della funzione storica del sindacalismo confederale, che in questa crisi ha scelto come portavoce la presidente della Confindustria. E infine questo massacro è frutto anche della decadenza culturale e morale di un élite intellettuale e mediatica che si è trasformata in una ridicola trombetta della globalizzazione, proprio quando la globalizzazione è andata in crisi.
    Ora dobbiamo reagire, ma non possiamo permetterci sconti o ingenuità. L’obiettivo non può essere il meno peggio del peggio, ma un rovesciamento della manovra, delle idee e dei poteri che la ispirano.
    Bisogna travolgere il governo di Berlusconi, il cui cuore gronda del nostro sangue. Ma bisogna anche combattere il governo unico europeo.
    Bisogna fermare la spirale del debito cancellando le spese militari, combattendo davvero l’evasione fiscale che è prima di tutto dei grandi capitali, nazionalizzando le banche, fermando con un muro di tasse la speculazione finanziaria. Bisogna dire basta al patto di stabilità europeo che distrugge la più grande conquista del continente, lo stato sociale. Bisogna riconquistare diritti e libertà per il lavoro, ridurre l’orario e aumentare i salari, costruire un futuro produttivo fondato sulla conoscenza e sui beni comuni. Insomma ci vuole un’alternativa complessiva alla follia liberista del taglio continuo. E’ un obiettivo troppo ambizioso? Non credo, perché l’alternativa sarebbe rassegnarci a riservare per nostri figli una società peggiore di quella di cent’anni fa. L’Inghilterra insegna.
    Certo questa svolta non si realizza con le attuali classi dirigenti politiche e sindacali, esse sono totalmente subalterne al potere finanziario che ci schiaccia. Per questo un’alternativa economica e un nuovo modello di sviluppo richiedono anche una radicale svolta nella democrazia. Chi governa deve tornare a temere di più il giudizio del proprio popolo rispetto a quello di Standard e Poor’s. Oggi non è così. Per questo è necessaria una vera e propria rivoluzione democratica.
    Andiamo allo sciopero generale, ma consideriamolo solo l’avvio di un movimento per ridare ai lavoratori un sindacato che ne rappresenti gli interessi rifiutando patti sociali e coesione nazionale. Mobilitiamoci nelle piazze, ma proviamo finalmente a costruire un’alternativa politica a questo sistema istituzionale totalmente subalterno al regime dei padroni. In Italia oggi ci sono tre poli che al momento buono, quando sono in gioco i valori sacri della globalizzazione del mercato, dicono e fanno le stesse cose. Per questo è giunto il momento di costruire un quarto polo anticapitalista, alternativo a tutti gli altri, che dia voce e forza a quei milioni di persone che non ne possono più e che vogliono provare con la lotta a cambiare le cose. Dobbiamo fermarli.

  4. Non sono un fine giurista e lo dimostra il fatto che della lettura della nuova manovra finanziaria (bis? ter? ho perso il conto…), ho compreso davvero poco, alla faccia della semplificazione e trasparenza. Ne esco con la sensazione che siano davvero tante le materie ed i regimi normativi su cui essa impatta, nonostante il dibattito sia interamente fagocitato dal contributo di solidarietà che, senza dubbio, penalizza ancora una volta chi i propri redditi li denuncia, o almeno lo fa per una quota in termini assoluti consistente.

    Mi soffermerei su almeno due contraddizioni che, a mio avviso, poco riguardano i fini del provvedimento: la riorganizzazione del sistema degli affidamenti pubblici e la liberalizzazione aziendale in materia di contratti di lavoro.

    Nel primo caso, il titolo del relativo articolo richiama l’adeguamento della disciplina nazionale all’esito del referendum che, ricordo, ha visto prevalere un rafforzamento del potere pubblico sulla gestione ed erogazione dei servizi pubblici locali. Detto fatto. Al contrario, infatti, nel Decreto si applica alla lettera la direttiva comunitaria in materia di liberalizzazioni, potenziandola altresì proprio in relazione agli affidamenti diretti a società interamente pubbliche (la così detta procedura “in house”). Per questi si prevede, benché in assenza di equivalente imposizione da Bruxelles, una soglia massima di 900 mila Euro, al di sopra della quale l’Ente Locale dovrà obbligatoriamente affidare il servizio con bando concorrenziale. Un valore esiguo, inconcepibile, guarda un po’, per la gestione ad esempio del servizio idrico integrato.

    Nel secondo caso, dopo che il Governo aveva avallato il patto tra sindacati e Confindustria che, di fatto, ratificava il “modello marchionne” di Pomigliano, il Decreto rilancia alla grande. Gli accordi aziendali non solo potranno derogare al contratto nazionale in caso di adeguamento a specifiche procedure stabilite dallo stesso o qualora la proprietà compia ingenti investimenti, come previsto nel citato patto, ma avranno potestà regolativa a trecentosessanta gradi in materia di rapporto di lavoro, compresa la violazione dell’articolo 18 dello Statuto. Considerando che per le piccole imprese, ben oltre il 90% del totale, l’articolo 18 non si applica, è evidente che le altre medio-grandi, che poi sono l’attuale motore occupazionale, produttivo ed esportatore dell’Italia, hanno la forza di poter imporre nei propri accordi aziendali il venir meno del vincolo di giusta causa per operare licenziamenti. E’ una misura che oggi sbloccherà l’economia, o al contrario getterà ulteriore incertezza in un mercato del lavoro già depresso e deprimente per chi vi si offre.

    Insomma, non so se la manovra è stata scritta da Robin Hood, ma lo scenario che dettaglia è quanto di più lontano vi sia da Sherwood e Riccardo Cuor di Leone.

    Marco Lombardi.

  5. CRISI – FERRERO (PRC – FEDERAZIONE DELLA SINSITRA): RIDUZIONE INFLAZIONE SEGNALA CHE SCIAGURATE POLITICHE EUROPEE CI HANNO PORTATO IN PIENA STAGNAZIONE. 3 PROPOSTE PER USCIRNE.

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    17/08/2011 12:40 | ECONOMIA – INTERNAZIONALE

    “In altri tempi la riduzione dell’inflazione poteva essere letta come un fatto positivo. Oggi significa una cosa sola e cioè che le sciagurate politiche europee ci hanno portato in piena stagnazione. Infatti scende l’inflazione e i PIL sono a zero. Per uscire dalla crisi occorre rovesciare queste politiche neoliberiste che ci hanno portato alla crisi e stanno massacrando i popoli europei, a partire dall’Italia. Tre cose sono da fare subito: Innanzitutto abbandonare la politica di pareggio di bilancio e la sciagurata proposta di costituzionalizzare questa folle proposta. Al contrario occorre costituire un fondo europea che spenda in perdita e si ponga l’obiettivo di una forte riconversione ambientale dell’economia e delle produzioni. In secondo luogo la BCE deve ridurre i tassi di interesse che deprimono l’economia e hanno l’unico effetto favorire la rendita, aumentando il costo dei mutui e del debito pubblico. In terzo luogo occorre tassare le transazioni finanziarie speculative.”

  6. rifondazione si è mossa sulla patrimoniale con una raccolta firme… ma coinvolgere la Fds era troppo difficile? e il resto della sinistra? ma quando impareremo ad anteporre il BENE COMUNE alla necessità di mettere cappelli e cappellini?

  7. Oggetto: CRISI – FERRERO (PRC – FEDERAZIONE DELLA SINISTRA): LA GERMANIA E’ VITTIMA DELLE POLITICHE RECESSIVE CHE HA IMPOSTO A TUTTA EUROPA.
    A:

    ROMA, 16 agosto

    Comunicato Stampa
    CRISI – FERRERO (PRC – FEDERAZIONE DELLA SINISTRA): LA GERMANIA E’ VITTIMA DELLE POLITICHE RECESSIVE CHE HA IMPOSTO A TUTTA EUROPA.

    Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista ha dichiarato:

    “La notizia di oggi è che l’economia tedesca ha smesso di crescere. La Germania è vittima delle politiche recessive che ha imposto a tutta Europa. Infatti la Germania vende larga parte del suo export nel resto d’Europa e avendo obbligato gli altri paesi a politiche di bilancio restrittive – cioè a tirare la cinghia – adesso questi consumano meno, anche i prodotti tedeschi. La cosa sempre più evidente è che le politiche decise a livello europeo sono completamente deficienti, fatte da una manica di criminali imbevuti dall’ideologia neoliberista e che stanno portando l’Europa al disastro. Vergognoso che a livello di informazione le voci che criticano queste politiche restrittive – che accumunano Berlusconi e i suoi compari europei – sono completamente censurate. Occorre rovesciare le politiche europee mettendo al centro la redistribuzione del reddito, l’allargamento dello stato sociale e l’intervento pubblico in economia”.

  8. PRIVATIZZAZIONI : IL POPOLO HA RITIRATO LE DELEGHE

    Con l’alibi della crisi finanziaria e sotto l’egida della Banca Centrale Europea, il Governo Berlusconi ha deciso una manovra da macelleria sociale basata sulle stesse politiche liberiste che hanno prodotto la crisi.

    In particolare, ha deciso di considerare la vittoria referendaria dello scorso giugno come un banale incidente di percorso che, se impedisce (per il momento) ai poteri forti di allungare le mani sull’acqua, senz’altro permette la riproposizione dell’obbligo di privatizzazione per tutti i servizi pubblici locali “a rilevanza economica”.

    Fa da contraltare la cosiddetta opposizione del PD, che si scaglia contro l’obbligo di privatizzazione, ma solo perché ne preferisce la libera scelta, fatta per piacere e senza imposizioni.

    C’è qualcosa che continua a non essere chiaro al mondo politico e ai grandi capitali finanziari.

    Con il voto referendario del 12 e 13 giugno scorsi, la maggioranza assoluta del popolo italiano ha deciso di ritirare due deleghe fino ad allora assegnate.

    La prima delega ritirata è stata quella al mercato, dopo oltre due decenni di ideologia liberista basata sul “privato è bello” e sulla drastica riduzione del ruolo del pubblico : con il suo voto, il popolo italiano ha rivendicato la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, la sua gestione partecipativa e la difesa dei beni comuni.

    Una necessità di riappropriazione sociale contro un mercato pervasivo che ha assoggettato l’intera vita delle persone alla valorizzazione finanziaria, relegandola nell’universo della frammentazione sociale e della solitudine competitiva.

    La seconda delega ritirata è stata quella alla politica istituzionale, dopo oltre due decenni di ipnosi sociale, basata sull’informazione verticale e unidirezionale dello strumento televisivo : con il suo voto, il popolo italiano ha preso atto della crisi, profonda e irreversibile, della democrazia rappresentativa, e ha rivendicato il diritto di poter decidere sui beni comuni che a tutti appartengono.

    Riproporre con diktat autoritario le politiche di privatizzazione, come ha fatto il Governo Berlusconi, con la copertura politica di un’opposizione in stato comatoso, l’assenso delle cosiddette “parti sociali” e la benedizione del Presidente della Repubblica, significa voler far finta di non capire ciò la straordinaria esperienza del movimento per l’acqua ha rappresentato : la fine di un ciclo politico e culturale e l’avvio di una inversione di rotta, dentro la quale il nuovo linguaggio dei beni comuni diventa, da mera costruzione teorica, pratica sociale e di conflitto.

    A questo proposito, tanto il mondo politico istituzionale –di governo e di opposizione- quanto il mondo dei poteri forti economico-finanziari è bene sappiano che i movimenti per l’acqua e per i beni comuni non staranno seduti a guardare.

    La manovra che prevede la fotocopia del decreto Ronchi (seppur esentando il servizio idrico integrato) impatta direttamente con quanto la maggioranza assoluta degli italiani ha deliberato con il voto referendario : per questo verrà impugnata, nelle forme e nei modi più opportuni, davanti alla Corte Costituzionale.

    E, per quanto riguarda l’acqua, nessuno si illuda che basti un decreto che –bontà sua- la esenta dal nuovo tentativo di consegna forzata all’appropriazione privata : la doppia vittoria dei SI ai quesiti referendari ha detto chiaramente che l’acqua va sottratta al mercato e che la gestione del servizio idrico non dovrà prevedere profitti.

    Ciò significa che le tariffe vanno obbligatoriamente ridotte della quota relativa alla remunerazione del capitale investito e che, territorio per territorio, la gestione dell’acqua deve uscire dalla forma societaria della SpA ed essere affidata alla gestione partecipativa dei cittadini, dei lavoratori e delle comunità locali.

    Se questo non è ancora chiaro, sarà la mobilitazione dei movimenti per l’acqua, a livello nazionale e territoriale, ad esplicitarlo nei prossimi mesi.

    Senza sconti per nessuno e con la consapevolezza di essere i custodi del voto referendario e della diffusa domanda di democrazia.

    Sarà un autunno caldo quello che sta arrivando : servirà molta acqua per rinfrescare le lotte.

    Marco Bersani (Attac Italia)

  9. UN MASSACRO CONSENTITO DALLA COMPLICITA’ DELLE “OPPOSIZIONI”

    (13 Agosto 2011)

    Siamo di fronte alla più pesante manovra antipopolare del dopoguerra.

    L’ipocrita cortina fumogena di micromisure “anticasta”- che peraltro
    risparmiano totalmente i privilegi veri dei piani alti istituzionali- serve
    solo a mascherare il contenuto reale dell’operazione: la distruzione dei
    servizi sociali sul territorio, la svendita di ciò che rimane del patrimonio
    pubblico, gravissimi colpi su tredicesime ed età pensionabile, e
    soprattutto l’estensione per legge del modello Pomigliano-Mirafiori, sino
    alla “libera” derogabilità dello stesso articolo 18. Il tutto per soddisfare
    i banchieri ed ingraziarsi la Fiat.

    E’ nel suo insieme un infamia sociale.

    Ma se il governo più screditato e traballante riesce a varare la rapina del
    secolo, lo si deve unicamente alla complicità delle “opposizioni”(
    PD,UDC,IDV). Che dopo aver consentito in tre giorni il varo della prima
    manovra, consentono oggi “responsabilmente” il suo raddoppio : coprendo
    dietro una rosa di “emendamenti” la rinuncia ad ogni ostruzionismo
    parlamentare. Berlusconi non a caso ringrazia: se non mette la fiducia sulla
    manovra è perchè ha più fiducia nelle “opposizioni” che nella sua
    maggioranza.

    A sinistra è l’ora delle scelte. Lo sciopero generale a settembre è la prima
    necessità. Ma deve essere uno sciopero generale vero, continuativo, capace
    di bloccare l’Italia, sino al ritiro della manovra. Dichiarazioni di
    dissenso e pure denunce non servono a nulla. Ad una offensiva mai vista
    prima deve corrispondere una risposta di massa straordinaria. Se la CGIL non
    convocherà uno sciopero vero per non rompere la vergognosa cordata con
    industriali , banchieri e PD, dovranno essere la FIOM, la sinistra CGIL e
    tutto il sindacalismo di base ad assumersi unitariamente la responsabilità
    di promuoverlo. Senza incertezze.

    L’ora dei minuetti è finita per tutti.

  10. Si è svegliata la Cgil???

    Susanna Camusso, leader della Cgil
    Roma, 14-08-2011
    Contro la manovra appena approvata dal governo per la Cgil sarà scontro frontale: lo sciopero generale.

    Ad annunciarlo è il segretario generale, Susanna Camusso, in un’intervista al quotidiano ‘La Repubblica’. La Cgil chiederà anche a Cisl e Uil di unirsi.
    “Ancora una volta – afferma la Camusso – vengono colpiti i più deboli e chi paga le tasse. Contro questa manovra – avverte – andremo allo scontro frontale: sciopero generale per il quale
    chiederemo l’adesione anche a Cisl e Uil”. La data della mobilitazione sarà decisa in un incontro del 23 agosto, “una riunione straordinaria dei segretari delle categorie e delle strutture territoriali della Cgil”.
    Per la Camusso, inoltre il governo ha stravolto il senso dell’intesa firmata con Confindustria, mettendo a rischio l’articolo 18 dello Statuto. “Vuol far saltare a piè pari – afferma – il contratto nazionale. L’accordo tra le parti sociali è stato una soluzione di equilibrio tra le diverse posizioni, qui c’è la volontà di qualcuno di affermare la sua tesi, secondo cui si può fare a meno del contratto nazionale”. Per la Camusso, per quanto riguarda l’articolo 18 dello Statuto, “i diritti dei
    lavoratori dipenderanno dalle condizioni della propria azienda. C’è il rischio concreto di una proliferazione di accordi pirata, firmati da sindacati di comodo”.

    1. E’ la conferma della correttezza delle posizioni di chi dentro la Fds non ha mai pur non risparmiando critiche alla Camusso dato per finito il sindacato… Mi riferisco all’area Grassi evidentemente

  11. Manovra finanziaria del 13 agosto: si distrugge lo Statuto dei Lavoratori

    Quello che scriverò non è frutto della mia immaginazione.
    E’, ahimè, tutto reale e poco regale.
    Tristemente reale.
    Dopo la festa della Liberazione, dopo la festa del Primo Maggio, ora è il momento dello Statuto dei Lavoratori.
    Ora capisco perchè hanno deciso che il primo maggio non si deve festeggiare.
    Perchè non c’è più un cavolo da festeggiare!

    Il DECRETO-LEGGE 13 agosto 2011, n. 138, all’articolo 8 sotto la dicitura MISURE A SOSTEGNO DELL’OCCUPAZIONE, in poche righe svuota e raggira quella che è una delle poche conquiste dei lavoratori ovvero la Legge 300 del 1970, conosciuta come lo Statuto dei Lavoratori.

    Vi riporto come prima cosa l’estratto, che ora ci riguarda, del detto articolo:

    I contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente piu’ rappresentative sul piano nazionale ovvero dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda possono realizzare specifiche intese finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualita’ dei contratti di lavoro, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitivita’ e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all’avvio di nuove attivita’.
    Le specifiche intese di cui al comma 1 possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l’organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative: a) agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie; b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarieta’ negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro; d) alla disciplina dell’orario di lavoro; e) alle modalita’ di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio.

    Sembra una presa in giro, perchè il titolo che caratterizza questo articolo è… MISURE A SOSTEGNO DELL’OCCUPAZIONE.
    Il giusto titolo dovrebbe essere misure a sostegno del padrone.
    La LEGGE 20 maggio 1970, n. 300, norme sulla tutela della libertà e dignità del lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nel luoghi di lavoro e norme sul collocamento, al suo interno già disciplina, in modo compiuto preciso e puntuale quanto ora viene rimesso alla contrattazione aziendale.
    Basta pensare per esempio all’ ART. 4 – Impianti audiovisivi, ART. 13. – Mansioni del lavoratore, ART. 18. – Reintegrazione nel posto di lavoro.

    Invece, con questa norma, già efficace, nell’attesa di essere convertita in Legge, e ovviamente e con grande rammarico, ma non stupore, firmata dal Presidente della Repubblica, si raggirano le tutele previste dallo Statuto dei Lavoratori rimettendole pienamente all’autonomia delle parti sindacali e negoziali, ovvero padronali.

    Cosa vuol dire ciò?
    Che i padroni, che molti continuano a chiamare datori di lavoro, sulla scuola Agnelli/Marchionne, minacceranno i sindacati ed i lavoratori.

    O firmate il contratto come da noi richiesto oppure chiudiamo baracca e tutti a casa.
    E dovete firmarlo alle nostre condizioni!

    Quindi, visto che tale decreto riconosce ampi poteri alle parti, ora si possono normare discipline già previste nello Statuto dei Lavoratori, ma che possono essere derogate.

    Siano esse questioni correlate ai controlli nei confronti dei lavoratori, siano esse questioni correlate all’assunzione, siano esse questioni correlate al licenziamento.
    Il Governo, in modo solare, ha detto che, beh noi non abbiamo toccato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
    Certo.
    Avete fatto di peggio.
    Avete dato la possibilità al sistema padronale di contrattare la disciplina sui licenziamenti come meglio credono, derogando anche in peius quanto previsto nello Statuto dei Lavoratori.

    Il ricatto?
    O si accolgono a braccia aperte le volontà padronali…oppure tutti a casa!
    Bravi.
    Alla fine ci siete riusciti.
    Avete distrutto lo Statuto dei Lavoratori.

    Per la difesa dello Statuto dei Lavoratori, protestiamo, tutti uniti, tutti insieme, contro questi oppressori dei diritti dei lavoratori.

    Marco Barone

  12. Roma, domenica 14 agosto

    COMUNICATO STAMPA

    MANOVRA – FERRERO (PRC – FEDERAZIONE DELLA SINISTRA): DA DOMANI RACCOLTA DI FIRMA PER PATRIMONIALE

    Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista ha dichiarato:

    “Di fronte al blitzkrieg berlusconiano abbiamo deciso una campagna di massa di raccolta di firme per la patrimoniale. La nostra proposta di tassare i patrimoni al di sopra del milione di euro, che cominci con una aliquota dell’1% per salire al 2 e poi al 3% al di sopra dei 10 milioni di euro, garantisce un gettito di oltre 20 miliardi. Quanto basta per evitare tutti i tagli allo stato sociale, i ticket e gli aumenti delle tariffe. La patrimoniale è anche l’unica misura certa per stanare gli evasori fiscali, quelli che non guadagnano nulla ma possiedono il panfilo. Vedremo se gli italiani preferiscono tassare i ricchi o la povera gente”.


    Ufficio stampa Prc-SE

    1. ma quando la capirà Ferrero che da solo non va da nessuna parte? prima di lanciare straordinarie campagne di massa (da solo) vuole concordare le cose con il resto della sinistra?
      ah, dimenticavo: la Cgil per lui è un sindacato giallo ormai e Sel un covo di traditori…
      ahhh poveri noi!!!

  13. Agosto 2011

    Quale economia oggi? La grave crisi economica che stiamo attraversando, con il suo carico di milioni di disoccupati solo in Europa, e con le conseguenze ancora piú gravi per i popoli appartenenti alle nazioni piú sfruttate e disagiate, ha portato di nuovo in grande evidenza il tema dell´economia nel dibattito politico, sociale, culturale e etico.
    La crisi, generata da speculazioni finanziarie di natura puramente legata all´accumulazione dei profitti, ha fatto precipitare il mondo in una recessione alla quale peró non sembra aver fatto seguito una seria ridiscussione dei principi fondamentali dell´economia, sedimentatisi ormai come quasi-dogmi nell´insegnamento e nella prassi economica odierna.
    Si cerca di frenare la natura puramente speculativa della finanza, si cerca di limitare lo strapotere delle banche, dopo che la mano pubblica, cioé noi, ha salvato dal fallimento molte di esse, ma non pare avvertire a livello globale, da parte dei detentori del potere politico-economico, un desiderio vero e profondo di trasformazione della realtá di grave ingiustizia in cui versa ancora l´intera umanitá.
    Si tentano rimedi parziali per calmare i mercati, quindi ci si piega di nuovo alla dittatura della finanza. L´incapacitá di fare una scelta comune sulla necessitá di tassare le transazioni finanziarie, é la conferma che l´economia é ancora in mano a poche strutture di potere che esercitano la loro influenza impedendo reali trasformazioni e imponendo invece grossi sacrifici alle famiglie, ai poveri, per gestire la crisi e non mettere in pericolo i profitti accumulati.
    I dati statistici nella loro sintetica crudeltá ci offrono ancora uno scenario di grande sofferenza per le vittime della storia, per la grande maggioranza degli abitanti del Pianeta.
    La distanza tra i piú ricchi e i piú poveri é in costante aumento e i primi si disinteressano completamente di questa grave e grande disuguaglianza.
    Riccardo Petrella con la sua estrema chiarezza e semplicitá ha da tempo elencato i nuovi sei comandamenti su cui si basa l´attuale societá. Da quel precursore che é, lo evidenziava con chiarezza giá nel 1997.
    Primo: non opporrai alcuna resistenza alla mondializzazione delle imprese, dei mercati, dei capitali.
    Secondo: non porrai limite alla corsa all innovazione tecnologica.
    Terzo: tu liberalizzerai senza alcun freno i tuoi mercati, elimenando qualsiasi forma di protezione dell´economia del tuo Paese.
    Questi tre segnalano gli imperativi fondamentali della logica economica, i seguenti tre appartengono alla dimensione dei mezzi per applicare i principi fondativi.
    Quarto: dovrai deregolare la funzione economica della societá e impedire che gli stati fissini regole specifiche, confidando solo nelle libere forze del mercato.
    Quinto: dovrai procedere alla completa privatizzazione di tutto ció che é privatizzabile.
    Sesto: sarai il piú forte e, se vuoi sopravvivere, sarai il migliore, il piú competitivo.
    Riccardo ci ricorda che questi nuovi comandamenti non sono intoccabili, sostenendo una nuova narrazione del mondo fondata su principi umani tendenti a realizzare una vera politica dei Beni Comuni.
    Concretamente evidenzia che questa alternativa deve fondarsi sui seguenti principi:
    il principio della vita per tutti, alternativo al principio della sopravvivenza dei piú forti; il principio dell´umanitá, alternativo al principio della sopravvivenza assoluta degli stati e della loro proprietá esclusiva sulle risorse naturali; il principio del vivere insieme; alternativo al principio della competitivitá per la sopravvivenza, il principio dei beni comuni, alternativo al principio degli interessi dei proprietari privati; il principio della demo-crazia, alternativo al principio della aristo-crazia oligarchiga; il principio della responsabilitá, alternativo al principio dell´utilitá individuale; il principio dell´utopia creatrice, alternativo al principio del pragmatismo cinico.
    Ho riletto in questi giorni il documento della Campagna della fraternitá della Conferenza episcopale del Brasile del 2010, dove si denuncia con forza l´economia che non rispetta la vita in nome del guadagno illimitato e del profitto. Documento pubblicato in spirito ecumenico insieme alle altre chiese cristiane non cattoliche dal titolo: Voi non si potete servire Dio e il Denaro. Il contenuto del documento é evidentemente pastorale e profetico, ma principalmente economico. Denuncia le grandi disuguaglianze che sussistono, che invece di migliorare a favore degli impoveriti, si dilatano sempre di piú a favore dei ricchi, sia nel mondo e in particolare in Brasile, ponendosi la domanda: l´economia é a servizio della vita oppure é la vita delle persone ad essere schiavizzata dall´economia? E´ ancora purtroppo questa seconda prospettiva a prevalere nella realtá odierna per cui in nome del profitto si sacrificano milioni e milioni di vite umane, uomini, donne, bambini/e, non contabilizzati perché senza reddito.
    Richiama la vita economica a principi etici. Fondamentali per creare un sistema di reali condizioni di sicurezza e opportunitá di sviluppo a partire a partire dai piú poveri e i piú vulnerabili.
    I partiti politici devono essere giudicati a partire dalle politiche economiche che privilegiano e proteggono la vita e la dignitá della persona umana, sostengono o no le famiglie e servano il bene comune di tutta la societá.
    Denunciano che l´economia politica moderna si fonda soprattutto sui pilastri dell´interesse individuale e di una falsa etica individualista. Un´economia capitalistica spesso meramente virtuale,che dipende da vorticosi movimenti finanziari e non genera beni e prodotti a beneficio della gente, ma che serve solamente all´arricchimento di pochi come frutto di speculazioni finanziarie. Continua evidenziando come il ciclo della moderna economia politica sia un mondo autosufficente, chiuso a qualsiasi considerazione etica sulla vita, sulla conservazione della natura, sulla giustizia e la speranza umana. Affermando che l´unico valore di questa economia é il lucro!
    Da qui deriva uno sviluppo che degrada l´ambiente, tollera e favorisce forme di lavoro minorile e schiavizzato, disoccupazione costante, nuove forme di esclusione sociale, indebolimento dei diritti fondamentali inerenti il lavoro, preoccupandosi unicamente di propagandare una cultura esclusivamente consumistica.
    Terminando, il documento dei vescovi, evidenzia l´uso del denaro, che deve essere considerato non un valore assoluto, ma destinato allo scambio dei beni d´uso necessari al sostentamento della vita a livello personale e comunitario per realizzare un vero mondo di giustizia.
    Credo che per lottare contro questa schiavitú economica ci sia bisogno di una spiritualitá della resistenza e una forza profonda. In grado di amalgamare: denuncia e misericordia, fermezza e tenerezza. Denunciando le politiche oppressive, difendendo in ogni circostanza i poveri.
    Mi viene di comparare le riflessioni di Riccardo con quelle dei vescovi brasiliani. Partendo da esperienze e culture diverse, entrambe arrivano alla medesima conclusione.
    Credo che la strada sia mettersi insieme a partire dai problemi reali che affliggono la stragrande maggioranza dell´uomanitá. Sollecitando la politica e chi crede in questi valori a lavorare in questa direzione. Unico cammino per salvaguardare e creare un mondo piú giusto affinché il sole al mattino possa scaldare tutti a partire da una dignitá generale.
    A quando quest´alba? E´ la domanda a cui necessita la risposta ognuno di noi, nessuno escluso.

    Antonio

  14. magistrale articolo di Burgio, da fare circolare anche su reblab.it

    L’austerity necessaria, ma al contrario

    di Alberto Burgio

    su il manifesto del 13/08/2011

    Dalla guerra del capitale contro il lavoro si può uscire soltanto restituendo ai lavoratori reddito, risorse e diritti. Tutto il resto non fa che rafforzare la crisi, semplicemente perché è la crisi. Ma c’è qualcuno, tra i politici, che intenda davvero combatterla? Probabilmente no

    Bisogna resistere alla tentazione di risolvere tutto con la comoda spiegazione della follia. Dio acceca chi vuol perdere, si dice. Così si pretende di spiegare quanto sta accadendo in questi giorni, a cominciare dai principali snodi della crisi finanziaria mondiale. Ma ci si inganna.
    Indubbiamente lo scenario è a dir poco paradossale. La ricchezza reale aumenta di anno in anno a dismisura. Mai come oggi il mondo è stato un «gigantesco ammasso di merci». La produttività dei mezzi di produzione è alle stelle. Mai la tecnologia è stata altrettanto sviluppata. Ma, invece di godere i frutti di questo progresso, il mondo «avanzato» si dibatte nella crisi. Registra il dilagare della disoccupazione e il drammatico impoverimento di masse crescenti. E sperimenta il panico, la rivolta, la depressione economica e psichica. Questo film corre sullo schermo globale da tre anni a questa parte, per limitarci a quest’ultima Grande crisi, esplosa negli Stati Uniti a seguito dell’insolvenza dei titolari di mutui e dei crediti facili al consumo. Ma nemmeno l’esperienza di questi tre anni pare avere aperto gli occhi alle classi dirigenti. Il nuovo picco della crisi è la diretta conseguenza delle risposte «sbagliate» opposte all’esplosione della bolla speculativa nel 2008. Da allora e sino all’anno scorso gli Stati si sono incaricati di sanare con soldi pubblici (cioè nostri) le voragini dei bilanci privati, di banche, assicurazioni, finanziarie e grandi gruppi industriali a rischio di bancarotta per gli azzardi speculativi. Oggi – naturalmente – a rischiare il fallimento sono gli Stati stessi, dissanguati da quel generoso soccorso. Ci si aspetterebbe finalmente una risposta conseguente, visto che sbagliare una volta (si fa per dire) è umano, ma perseverare è diabolico. Invece che si fa?
    Si ripete l’«errore». Non si pretende dai privati la restituzione dei prestiti, con tanto di interessi, né, tanto meno, la cessione degli enormi profitti accumulati in tre decenni di baldoria neoliberista. Al contrario: per ridurre l’indebitamento degli Stati si tornano a chiedere soldi alla collettività, cioè al lavoro. Sotto forma di tagli alle retribuzioni, alle pensioni, al welfare, ai posti di lavoro e alla spesa pubblica. E a mezzo della mercificazione di beni e servizi vitali e della svendita di quanto resta del patrimonio pubblico. La grande bouffe continua. Anzi, per timore che domani possa saltare in mente a qualcuno di cambiare rotta, nel nome della cosiddetta «stabilità» si progetta di costituzionalizzare il pareggio di bilancio, cioè l’autoimposizione di politiche recessive, assoluta garanzia di crisi croniche. E si immagina (ultima trovata del governo tedesco, principale responsabile della spirale in cui tutta l’Europa – Germania compresa – si sta avvitando) di commissariare i Paesi ad alto debito, al preciso scopo di impedire tassativamente il varo di eventuali politiche espansive.
    Di fronte a questo scenario la tentazione di parlare di follia è comprensibilmente forte. Ma è necessario resistere, perché le cose non affatto stanno così. Hanno una loro logica e una loro razionalità, non per caso accuratamente occultata dal giornalismo mainstream. Torniamo all’inizio. Il mondo che oggi trema vedendo avvicinarsi a grandi falcate lo spettro di un crack di inedite proporzioni non è diventato improvvisamente povero. La ricchezza reale è immensa e così la capacità di produrre. Vi è una enorme disponibilità di forza-lavoro qualificata e giganteschi bisogni sociali insoddisfatti (abitazioni e servizi alla persona, formazione e conoscenza, cura dell’ambiente e del territorio ecc.). Ma allora che cos’è questa «crisi»? C’è un modo di raccontarla che spieghi questi giorni tumultuosi scartando dagli schemi ideologici utili agli interessi dominanti?
    C’è. E siccome le idee importanti non si inventano ogni giorno, basteranno due citazioni. Bertolt Brecht, che al Congresso internazionale degli scrittori (Parigi, 1935) fece incazzare tutti chiedendo che, oltre che di difesa della cultura, si parlasse anche dei rapporti di proprietà. E Karl Marx, che centocinquant’anni fa mise in rilievo la funzione cruciale dei rapporti di produzione, struttura giuridica a presidio dei rapporti di forza tra le classi. Ebbene, la cosiddetta crisi non è che un dispositivo economico, politico e mediatico funzionale allo spostamento di ricchezza (di titoli di proprietà) a vantaggio delle oligarchie possidenti. Negli anni Settanta e Ottanta questo spostamento è avvenuto soprattutto colpendo il lavoro direttamente nel conflitto sociale. Dagli anni Novanta ha luogo principalmente attraverso lo strumento monetario e la speculazione finanziaria. Il che non significa che la deflazione salariale e l’attacco ai diritti del lavoro non restino il punto di caduta dell’operazione, come non toglie che da quarant’anni a questa parte la guerra è stabilmente parte integrante di questa grande operazione di ingegneria sociale. Che questo gigantesco spostamento di ricchezza comporti anche dure contrapposizioni in seno alle oligarchie e aspri conflitti tra le borghesie nazionali (con buona pace di chi teorizza l’irrilevanza della dimensione statuale nell’era della globalizzazione) è del tutto ovvio e normale. E lo è anche quanto ne consegue: la concreta possibilità che i conflitti economici, politici e sociali tracimino in nuovi conflitti bellici. Fare previsioni su questo terreno è difficile, ma è bene sapere che non è possibile escludere nulla. Letteralmente nulla.
    Questa e soltanto questa è la sostanza, che però va accuratamente celata. Di qui la grande narrazione del «debito». Tutti (anche noi) ne parliamo, come se fosse ovvio e indiscutibile che qualcuno (lo Stato per conto della società) ha ottenuto un «prestito» da qualcun altro (il «creditore»). Ma se un governo decidesse di finanziare la spesa pubblica con i profitti delle imprese private, con le rendite speculative e con gli introiti di un fisco equo ed efficiente, il debito dove andrebbe a finire? Scomparirebbe. Il che dimostra che «debito» è soltanto il nome di una politica economica finalizzata all’incremento dei redditi da capitale.
    Ora, siccome questa operazione funziona alla grande, procurando enormi benefici alle oligarchie dominanti, parlare di follia è insulso e impedisce di capire cosa sta succedendo. Esattamente come non serve a nulla – anzi è sbagliato e fuorviante – favoleggiare di una presunta impotenza della politica a fronte delle sentenze dei «mercati» e delle agenzie di rating. Se a Bretton Woods si imposero regole che oggi non esistono più è perché chi ha il potere di decidere (a cominciare dai governi e dai parlamenti) non vuole né regole né vincoli, o meglio, vuole solo quelle regole e quei vincoli (a cominciare dal Patto di Stabilità e dagli accordi in sede di Wto) che rafforzano il processo in atto.
    Così stando le cose, se ne può trarre un’unica conclusione. Ci sarebbe un solo modo per contrastare la dinamica della crisi: prendere il toro per le corna e imporre misure draconiane, sì, ma di segno specularmente opposto: misure redistributive in senso proprio. Da una cosiddetta crisi finanziaria che altro non è se non l’ennesimo capitolo della guerra del capitale contro il lavoro si può uscire soltanto restituendo al lavoro (al proletariato e alle classi medie in via di proletarizzazione) reddito, risorse e diritti. Tutto il resto non fa che rafforzare la «crisi», semplicemente perché è la crisi. Ma c’è qualcuno – tra i politici – che intenda davvero combatterla? Non si direbbe. Ha ragione Giorgio Ruffolo: la sinistra non esiste più. Si è suicidata una trentina di anni fa in Italia come in Europa, come in tutto l’occidente capitalistico. Ma anche qui: non per follia, sia pure lucida, bensì per un accorto calcolo. Perché diciamoci la verità: partecipare alla grande bouffe, sia pure come «oppositori», non è affatto spiacevole. Anzi, è alquanto gratificante.

  15. Roma, sabato 13 agosto 2011

    COMUNICATO STAMPA

    MANOVRA – FERRERO (PRC – FEDERAZIONE DELLA SINISTRA): TREMONTI E’ STATO DI PAROLA, CERCA DI AFFONDARE L’ITALIA COME IL TITANIC.

    Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista ha dichiarato:

    “Questa volta il governo è stato di parola e ha dato luce ad una manovra che di cerca di affondare l’Italia come il Titanic: un disastro. Del Titanic la manovra rispetta anche i privilegi di classe: Forse non tutti sanno che su 708 passeggeri che si salvarono dalla tragedia, si salvò il 60% dei passeggeri di prima classe (200), il 42% di quelli di seconda classe (120), il 25% di quelli di terza classe (174) e il 24% dei membri dell’equipaggio. La manovra del governo porterà all’affondamento dell’Italia, ma come sul Titanic, quelli di prima classe si salveranno molto di più e i lavoratori avranno la peggio. Per questo contro questa manovra faremo le barricate”.

    1. simpatica questa cosa delle percentuali del Titanic! non sa fare politica ma almeno si intende di vicende secondarie della storia del secolo scorso (forse se ne intende grazie al film di leonardo di caprio)!

  16. Stanno distruggendo tutto, stanno vendendo tutti i nostri diritti, tutti i beni comuni per coprire i loro fallimenti e soddisfare la speculazione.
    Rivolta sociale e democratica di vastissima portata… questo ora e’ necessario per fermare la devastazione operata dal fallimentare governo Berlusconi, ma anche dal potere finanziario che esercita la sua dittatura in europa. Dobbiamo scendere in lotta perché paghi chi questa crisi ha provocato, banche finanza e multinazionali in primo luogo, e perché tutta questa ridicola classe politica se ne vada.. Dobbiamo fermarli e per farlo dobbiamo sconfiggere ogni rassegnazione, passività e complicità sindacale e politica, dobbiamo mandare al diavolo il patto sociale, la responsabilità nazionale e chi li propone… adesso basta, lo sciopero generale sarà solo l’inizio.

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