di Mario Sai, il manifesto 15.06.11

Luigi Ferrajoli (il manifesto, 8 giugno) ripropone la questione del «reddito di cittadinanza» come condizione per assicurare il diritto alla vita. Dice Ferrajoli, sinteticamente, che in una società capitalista, mentre si può fare una battaglia per il reddito di cittadinanza (perché è una battaglia anche per il «diritto alla proprietà»), non si può fare quella per il diritto al lavoro. Sta proprio qui il punto di contrarietà del sindacato, che non ha mai accettato la separazione tra produzione e consumo, possibile, invece, per i teorici del «reddito incondizionato» in quanto esisterebbe un «diritto naturale all’abbondanza». Per loro la liberazione dal lavoro ha smesso di essere un progetto collettivo, si è fatta problema dei singoli, della «libertà» connessa ai nuovi modi di produrre o alla «decrescita».

Si sono perse di vista le questioni connesse alla libertà nel e dal lavoro, poiché – si è detto – «il lavoro non crea più identità». Invece è dal lavoro che bisogna ripartire, come si è fatto con lo sciopero generale, che ha unito i lavoratori dipendenti con i nuovi lavoratori autonomi, in larga misura legati alla Rete e alla globalizzazione. Questi soggetti fanno un lavoro di alto contenuto cognitivo e quindi di soddisfazione, ma per guadagnarselo devono lottare in una ragnatela di relazioni fortemente competitive. È un mondo di persone a cui manca l’esperienza fondativa del lavorare insieme nello stesso spazio fisico; dove dominano individualismo e lontananza dalla politica. Non sono «né di destra, né di sinistra» e questo vale per il movimento di Beppe Grillo in Italia come per i «verdi» in Francia e in Germania. Li accomuna, tuttavia, una complessità di problemi, dal riconoscimento delle loro capacità e del

valore del loro lavoro al bisogno di un welfare a misura di cittadino (reddito nella discontinuità occupazionale, formazione continua, adeguate pensioni, servizi sociali essenziali). Il «reddito incondizionato», a prescindere dai suoi costi, dalla reperibilità dei fondi necessari e dai suoi effetti di «esclusione risarcita» dal mercato del lavoro (che paradossalmente sosterrebbe e aumenterebbe l’area dei «neet», i due milioni di giovani senza lavoro e senza studio), non intercetta in nulla i reali bisogni di questi giovani, che operano tanto nel lavoro dipendente (vale per i «net-worker» come per i precari) quanto nel nuovo terziario (i «free-lance»), che sono bisogni di stabilità, di senso, di collaborazione, in una dimensione sociale e produttiva aperta all’innovazione e al futuro.

È da questa considerazione che bisogna partire per farli uscire dalla cultura del ceto medio produttivo, dall’individualismo e dall’anti-politica. Nelle recenti elezioni amministrative, a Milano e nella campagna referendaria, questi «nuovi» lavoratori, dipendenti o autonomi, stabili o precari, sono stati protagonisti del cambio di stagione politica. Per dare loro organizzazione e unità – e su questo ha ragione Luigi Ferrajoli – non solo i partiti, ma anche il sindacato deve cambiare, fare dell’unificazione del diritto del lavoro il punto centrale della sua iniziativa e per questo con decisione vovrà darsi una prospettiva europea.