La crisi economica del 2008-2009 ha inciso sul mercato del lavoro colpendo soprattutto i lavoratori giovani e i lavoratori con contratti di tipo precario. La valutazione degli andamenti del mercato del lavoro in Italia è possibile grazie all’utilizzo dei dati ISTAT della Rilevazione Continua delle Forze di Lavoro (RCFL) e, per gli altri paesi, dei dati OCSE (per maggiori dettagli si veda: Prometeia, “L’occupazione in Italia da prima della crisi alla fase attuale di ripresa”, Rapporto di Previsione, cap. 11, aprile 2011). La caduta dell’occupazione complessiva (-1,8% nei paesi dell’Unione Economica e Monetaria e -1,6% in Italia) è stata di entità minore rispetto alle perdite in termini di PIL (-4,2% e -5,1% rispettivamente nella UEM e in Italia), anche se con conseguenze non meno gravi sulla situazione economica dei lavoratori. Nel 2009 il tasso di occupazione della popolazionePopolazioneL’insieme delle unità statistiche (persone, fenomeni, oggetti) oggetto dell’indagine, aventi una o più caratteristiche in comune. tra i 15 e i 64 anni nella UEM era pari al 64,6%, in calo rispetto al 65,9 dell’anno precedente. Il corrispondente tasso di occupazione in Italia è invece sceso dal 58,8% nel 2008 al 57,5 nel 2009 e nel 2010 (56,9%) si ritrova ad essere a livelli inferiori rispetto al 2004 (57,5%) in media d’anno. Dal secondo trimestre 2008 sino alla fine del 2010 (Fig. 1), le variazioni dei tassi rispetto ai trimestri corrispondenti dell’anno precedente sono negative, con le variazioni più accentuate tra il secondo e il quarto trimestre del 2009 (intorno a -1,4 punti percentuali) e più fievoli nei primi tre trimestri del 2010 (tra -0,7 e -0,8 punti percentuali). Il quarto trimestre del 2010 mostra invece un leggero miglioramento congiunturale, con un incremento di 0,3 punti percentuali sul trimestre precedente, ma non ancora ciclico (-0,1 punti percentuali sul trimestre corrispondente).

L’Italia non ha subìto shock sull’occupazione qualitativamente diversi da quelli sperimentati per il complesso dei paesi UEM, sebbene in termini generali si rilevi una maggiore incidenza sui giovani e sul lavoro a tempo determinato. La Fig. 2 illustra in modo molto preciso come la crisi abbia colpito in modo differenziato diverse tipologie di lavoratori, sia in Italia che in Europa. Uno degli aspetti che colpisce di più è la grave perdita subìta dai giovani. Tra il 2008 e il 2009 in Italia l’occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha subìto una flessione del 10,8%, superiore sia a quella della UEM (-7,3%), ma anche di Stati Uniti e paesi OCSE (-8,3 e -6,8%, valori non riportati in figura). Anche l’occupazione dei lavoratori dipendenti con contratti temporanei è calata notevolmente, con una perdita del 7,3% in Italia, del 6,6 nella UEM e del 2,7 nei paesi OCSE. I lavoratori con contratti a termine sono per la gran parte giovani, quindi la combinazione di queste due tipologie ha, a maggior ragione, subìto forti perdite, -8,3% in Italia, -7,2 nella UEM e -4,6 nei paesi OCSE. In Italia la perdita di occupazione dei giovani con contratti di lavoro dipendente a tempo determinato è dunque cinque volte la perdita dell’occupazione complessiva.

Date le peculiarità del mercato del lavoro italiano, al fine di identificare i lavoratori più deboli, si includono, oltre ai lavoratori a tempo determinato, anche i lavoratori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.), a progetto (co.pro.) e gli apprendisti. Queste tre categorie identificano la categoria che in seguito viene definita dei “lavoratori precari”, il cui andamento nel tempo è riportato in Fig. 3. La recessione ha colpito molto duramente questa categoria di lavoratori che, proprio per il loro carattere di flessibilità, ha anticipato in termini di perdite occupazionali i lavoratori non precari: i precari registrano, infatti, variazioni occupazionali negative a partire dal terzo trimestre 2008, mentre per il resto dei lavoratori le riduzioni si verificano a partire dal primo trimestre 2009.

La Tab. 1 propone il quadro generale delle variazioni dell’occupazione secondo le disaggregazioni per settore, sesso e tipologia contrattuale relativamente ai due sotto-periodi 2008-2009 e 2009-2010 (i confronti 2008-2009 sono effettuati sulle medie annue relative ai quattro trimestri, mentre i confronti 2009-2010 sulle medie relative ai primi tre trimestri di entrambi gli anni). Per quanto riguarda l’occupazione precaria, la caduta durante la crisi è stata particolarmente accentuata nell’industria in senso stretto (-23,6% per il totale dei precari e -23,5 per i precari in età 15-34). L’impatto negativo della crisi ha colpito maggiormente i precari più giovani, che hanno subìto una perdita occupazionale pari al 12,6%, contro il 10,2 del totale dei precari. La maggiore perdita osservata per i giovani precari è attribuibile ai settori di costruzioni e servizi (la perdita occupazionale è, in valore assoluto, di 6 punti percentuali più elevata rispetto ai precari totali). Nel periodo 2009-2010 si osserva ancora una riduzione dell’occupazione precaria nell’industria in senso stretto, ma con tassi di caduta di molto inferiori al periodo precedente: -3,6% per i precari e -7,8 per i precari più giovani. Una riduzione più lieve si verifica anche nel settore dei servizi: -0.9% per il totale dei precari e -2.8 per i precari più giovani. Anche queste variazioni percentuali dell’occupazione per settore confermano il carattere flessibile dell’occupazione precaria che nel periodo 2009-2010 registra un forte rallentamento nei tassi di caduta (-0,2%) rispetto al -10.2% del periodo 2008-2009.

Nel capitolo del Rapporto di Previsione di Prometeia sopra citato, è stata effettuata un’analisi empirica sull’occupazione per il periodo 2004q1-2010q3, utilizzando i dati della RCFL, per un totale di 27 trimestri e di quasi 3 milioni di individui nella classe di età 15-64 anni. Obiettivo principale è effettuare confronti sulla probabilità di essere occupati e sulla probabilità di avere un lavoro precario durante il periodo di recessione con i periodi pre-crisi e di ripresa. A questo scopo si identificano tre sotto-periodi:
- fase pre-crisi , 2004q1-2007q4;
- fase di crisi, 2008q1-2009q2;
- fase di ripresa, 2009q3-2010q3.

Vengono proposti due insiemi di stime con modelli probit per ciascuno dei tre periodi, (a) per determinare da quali fattori socio-economici dipendano le probabilità di occupazione e di occupazione precaria e (b) per verificare se l’impatto delle variabili scelte per spiegare i due fenomeni si sia modificato nel tempo per effetto della crisi. Le stime sono effettuate in modo distinto per uomini e donne, per tener conto delle differenze di genere. Tra le variabili esplicative, oltre a caratteri socio-economici, è stato inserito anche il tasso di variazione del PIL (a prezzi costanti) sul trimestre corrispondente ritardato di un trimestre, per cogliere gli effetti del ciclo economico sull’occupazione.

I risultati indicano che, a causa della crisi economica, il mercato del lavoro ha subìto modificazioni significative che non sono state ancora completamente riassorbite. Per gli uomini la probabilità di occupazione si è ridotta per tutte le tipologie di titolo di studio; per le donne possedere una laurea si è dimostrato un ammortizzatore, ma, in termini di età, sono state colpite più duramente le donne giovani. Dalle stime sulla probabilità di essere lavoratori precari risulta che, per entrambi i sessi, la recessione ha aumentato la probabilità di occupazione precaria dei giovani, soprattutto delle donne. Inoltre i soggetti più a rischio sono i giovanissimi (15-24 anni), sia uomini che donne. Un risultato di rilievo consiste nel fatto che avere un titolo di studio elevato non ha aiutato durante la crisi (la probabilità di essere precari è rimasta immutata) e che l’unico titolo di studio che contribuisce a ridurre il rischio di precarietà è il diploma. Nel periodo di ripresa la situazione torna a essere simile a quella della fase precedente alla crisi per gli uomini, mentre incrementano situazioni di svantaggio per le donne.

Considerazioni interessanti possono essere fatte sui coefficienti associati al tasso di variazione del PIL sia per l’occupazione complessiva che per quella precaria (Tab. 2). Per l’occupazione complessiva, il segno positivo del tasso di variazione del PIL nel primo periodo è di facile interpretazione: crescita dell’economia, crescita dell’occupazione. Il segno positivo nel secondo periodo indica invece che la maggiore flessibilità del mercato del lavoro italiano oggi rispetto al passato e la forte caduta del PIL di questa recessione hanno determinato una riduzione dell’occupazione. Infine nel terzo periodo il PIL ha ripreso a crescere, ma, poiché l’occupazione tende a reagire con ritardo, si ha un segno negativo. Per quanto riguarda invece i lavoratori precari, il tasso di variazione del PIL assume segno positivo in tutti i periodi analizzati e per entrambi i sessi (per le donne il PIL non è significativo nel periodo di ripresa). Ciò sta a indicare che l’occupazione precaria segue l’andamento del PIL e che quindi ha un forte carattere ciclico. In particolare il segno positivo nel terzo periodo segnala che l’occupazione precaria viene rapidamente riassorbita dalla domanda di lavoro soprattutto per il suo carattere di flessibilità che rende il reintegro dei precari nel mercato del lavoro più rapido rispetto al resto degli occupati.

Gli Autori

- Elena Giarda (Prometeia Associazione per le Previsioni Econometriche) elena.giarda —AT— prometeia.com
- Chiara Mussida (Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza) chiara.mussida —AT— unicatt.it

Inserito il 7 giugno 2011 da Chiara Mussida, Elena Giarda