Ce l’abbiamo fatta, abbiamo vinto! Ora possiamo dirlo, dopo tanti mesi di campagna referendaria, dopo tante iniziative, tante piazze, tante parole e tanta fatica.

Il quorum è raggiunto e abbondantemente superato. La maggioranza degli italiani è andata a votare ed ha votato compattamente quattro sì, per difendere l’acqua pubblica, per contrastare il nucleare e per ribadire che la giustizia è uguale per tutti, per noi comuni cittadini come per il nostro premier. È un risultato immenso, grande tanto quanto la generosità di tutti coloro i quali hanno dedicato anima e corpo ad un’idea che ai più, all’inizio, sembrava impossibile.

Oggi, invece, la maggioranza del popolo italiano ha scritto una pagina importante della nostra Storia democratica.

Non è sufficiente un voto per riscattare la vergogna di questi anni cupi di regime berlusconiano, anni di indifferenza, ipocrisia, egoismo, razzismo, volgarità. Ma certamente il risultato di oggi è un segnale incontrovertibile, che va compreso dentro la storia recente di questi mesi.

E allora lo sciopero generale, la resistenza operaia a Pomigliano e Mirafiori, le lotte degli studenti e dei lavoratori precari, il protagonismo del nuovo movimento delle donne acquisiscono, alla luce dell’oggi, un significato ancora più generale. E con queste lotte la straordinaria mobilitazione dei giovani nell’Europride di sabato (un grido di libertà e di amore, contro l’ignoranza e la frustrazione di una cultura bacchettona decadente) e così anche il voto di Milano, Napoli e di tante altre città italiane.

Il quorum raggiunto è il sigillo più bello a questo vento di cambiamento che soffia forte e sembra non volersi fermare più.

Ora bisogna puntare ancora più in alto: non bisogna mollare la presa e bisogna mantenere alto il livello di mobilitazione e di partecipazione, perché l’insegnamento di questi mesi è che la delega in bianco non serve più e al suo posto serve l’impegno diretto di ciascuno di noi.

Non dobbiamo mollare la presa e dobbiamo raggiungere rapidamente il prossimo obiettivo: costringere Berlusconi alla ritirata e ad andarsene. Il risultato del referendum lo ha già costretto a rinunciare pubblicamente al nucleare. Dobbiamo costringerlo – anche sulla spinta del referendum – a rinunciare al suo ruolo e al suo governo e fare in modo che il presidente della Repubblica sciolga le Camere e indica nel più breve tempo possibile nuove elezioni, perché l’unica possibilità credibile e democratica per il Paese è che si vada a votare, senza pasticci e governi di transizione.

Ma cacciare Berlusconi (e tornare al voto) non è sufficiente. Il referendum ci suggerisce anche un secondo obiettivo: dobbiamo capitalizzare l’eccezionalità del risultato, chiedendo coerenza anche a quelle forze che hanno sostenuto soltanto all’ultimo la campagna referendaria. Al Partito democratico, a Bersani, va detto chiaramente che sull’acqua non si può più scherzare e che la liberalizzazione (che il Pd difende, a livello nazionale come nei diversi Comuni e nelle diverse Province) equivale esattamente alla privatizzazione.

Non è più il tempo del “ma anche” e del cerchiobottismo.

È il tempo in cui il nostro popolo (eterogeneo ma unito, grande al punto da essere maggioritario) indica alla politica una via d’uscita dal pantano berlusconiano. Con una grande capacità di costruire consenso (il quorum è stato raggiunto perché non hanno votato soltanto i militanti o gli attivisti) e al contempo con grande chiarezza e radicalità nei contenuti.

Esattamente quello che la sinistra dovrebbe essere in grado di fare, rimanendo unita ma senza sacrificare la coerenza e l’asprezza delle proprie posizioni.

Tra pochi giorni (il 24 giugno) inizia a Genova il mese di iniziative dedicate al decennale del Social Forum 2001.

Il movimento dei movimenti è probabilmente il fratello maggiore di questa nuova assunzione di responsabilità collettiva, di questo straordinario vento di cambiamento.

Troviamoci tutti a Genova, fratelli maggiori e fratelli minori, e prendiamo per mano una politica che a sinistra è ancora ingessata, ingabbiata nei tatticismi, nei rancori e nelle invidie personali.

Riprendiamo in mano il nostro futuro, il destino della nostra generazione e il destino del nostro Paese. È il momento giusto per farlo.