Il desiderio di restaurazione genera mostri e oggi accade che gli eredi di Moravia e Bataille fuggano inorriditi dalla folla reclamando una nuova aureola. Senza volermi porre all’esterno di una problematica che ci riguarda tutti ho l’impressione che il dibattito sollevato il 29 aprile a Roma dal tavolo di lavoro autodefinitosi Generazione TQ (non una Woodstock di artisti in rivolta ma una ragionevole riunione professionale tra addetti ai lavori nel campo dell’editoria e della critica letteraria) comporti perlomeno un dubbio: e se queste lamentazioni (la fine del mandato sociale dello scrittore, l’ininfluenza delle terze pagine etc.) non fossero che il canto del cigno della borghesia che muore borghesemente, e cioè sognando una “reconquista” delle tradizionali aree di influenza culturali, editoriali e accademiche? Parlo qui di “borghesia” in termini di aspettative relazionali, uno stato di cose più mentale che fisico, una (potremmo così chiamarla?) “nostalgia della norma”.

Certo, il problema dei monopoli editoriali è un’emergenza che parla di libertà ridotte dal liberismo almeno quanto la saturazione accademica parla di un’incrostazione baronale talmente atavica da avere ormai assunto la funzione di un impassibile e definitivo tritacarne del merito. Ma se la risposta a una domanda drammatica e reale (la sete di vita del prigioniero, per dirla alla Fortini) si limita ad essere una consolatoria fuga nell’illusione regressiva, la nostalgia di una belle epoque piena di riconoscimenti e Premi Strega, molto semplicemente stiamo trattando la resa.

C’è un haiku beat di Kerouac che fa: “Scesi giù dalla mia / torre d’avorio / e non trovai alcun mondo” che mi pare esprima bene il sentimento di comprensibile frustrazione che una porzione di generazione culturale italiana ha dovuto provare nel vedersi sfumare sotto il naso l’eredità che si attendeva. Il tempo di indossare una corona d’alloro e rendersi conto che non vi era più nessun regno. Sarò schietto: ho trovato nei toni e nei modi di questo piccolo evento italiano molti lapsus rivelatori di una crisi di identità che più complessivamente investe l’universo che si è soliti chiamare “Sinistra culturale”.

Quando si comunica ad esempio che il pubblico italiano non possiede gli strumenti per comprendere il valore di un’opera (la propria?) e che c’è quindi bisogno di ripristinare una sorta di pedagogia critica che a partire dai media (di sinistra?) in poche parole rieduchi le masse, che cosa si sta esprimendo se non tutto il proprio disprezzo nei confronti della storia del mondo e delle sue sensibilità estetiche? Un desiderio così francamente espresso di acculturazione rivela una regressione a stadi ottocenteschi di etnocentrismo accademico che è impossibile non definire classista.

È la patologia che chiamo “Reazione culturale di sinistra”, la fissazione rancorosa in ruoli che non sono più necessari (come quello del pedagogo, ad esempio). Nel dibattito politico risulta evidente nell’astio che gli eredi del materialismo storico nutrono nei confronti della materia della Storia o nel declivio paternalista del sentirsi investiti di una sorta di missione educativa della massa-Italia (il “moralismo burocratico”).

Ma nel milieu letterario accade qualcosa di veramente diverso, se l’unica “connessione sentimentale” che si riesce a immaginare è con Fabio Fazio e i vertici della RAI?  “The dream is over” (Il sogno è finito) cantava John Lennon: il divorzio tra intellettuali incapaci di pronunciare le nuove eruzioni storiche e “nuovo popolo” conduce all’astio antipopolare della sinistra culturale italiana come spirito dell’epoca, dunque al riflusso nel Palazzo.

Una Woodstock degli artisti e scrittori italiani? Facciamola veramente, ma su una grande spiaggia libera e aperta a tutti, non nelle segrete dei nostri feudi culturali assediati dall’indifferenza universale. Tuffiamoci nello scintillante brulichio del mare e proviamo a immaginare di essere noi i primi da liberare.

Davide Nota (gli Altri)