Che nel Paese qualcosa stesse cambiando era evidente da diversi mesi.

Berlusconi è sempre meno il padre padrone di questa Italia. Lo si evince dalla lettura di tanti dati, a partire da quello relativo all’appuntamento più importante, su cui Berlusconi stesso aveva investito tutta la propria forza politica e simbolica: Milano.

A Milano Letizia Moratti non raggiunge il 42% dei consensi al primo turno e viene surclassata da quel Giuliano Pisapia che non è soltanto il candidato del centro-sinistra ma che è anche, e in primo luogo, un compagno, l’emblema di una volontà di cambiamento profondo e radicale che mai come oggi è la cifra del sentimento di molti, nel cuore della capitale del potere berlusconiano. A Milano, quindi, il centro-destra perde clamorosamente così come perde a Torino e a Bologna (città in cui non bisognerà aspettare il secondo turno per ratificare la sconfitta) e così come non vince a Napoli, pur in presenza di un centro-sinistra diviso e soprattutto colpevole in questi anni di un governo della città imbarazzante.

Questo, quindi, è il primo e forse più importante dato con il quale dobbiamo confrontarci e che non tarderà ad avere ripercussioni sulla tenuta del quadro nazionale che oggi, con ogni evidenza, assegna la maggioranza dei parlamentari ad una coalizione che non ha più la maggioranza dei consensi nel Paese.

A fronte di un Pdl in crisi e di una Lega Nord ben al di sotto delle aspettative, il centro-sinistra raccoglie i risultati migliori laddove mette in campo candidati esplicitamente di sinistra, non coinvolti nel mal governo, non identificabili con la vecchia classe dirigente e con i vecchi apparati di potere degli ultimi vent’anni. Fatta eccezione per Torino (dove pure Fassino non raggiunge le percentuali del suo predecessore Chiamparino), il centro-sinistra vince bene dove punta sulla sinistra. A Bologna il candidato del Pd Merola raccoglie meno voti delle liste che lo appoggiano e senza il grosso contributo di Amelia Frascaroli e della sinistra della coalizione non avrebbe mai superato il candidato del centrodestra. A Milano Pisapia raggiunge il clamoroso risultato già ricordato e a Napoli il candidato della Fds e dell’Idv, Luigi de Magistris, raccoglie addirittura più voti del candidato del Pd Morcone.

Questo indica appunto che le coalizioni di centro-sinistra possono funzionare (e vincere) a patto che mettano in campo candidati percepiti, per i programmi e per il proprio profilo individuale, come alternativi e soprattutto discontinui, a riprova del fatto che la radicalità non è un disvalore ma al contrario è lo strumento attraverso cui rimotivare un elettorato di sinistra troppo spesso disilluso e disincantato.

Dentro questo quadro va analizzato il risultato delle liste della sinistra. Sono certe due cose. La prima è che – non considerando l’ottimo risultato delle liste del Movimento 5 stelle, che meriterebbe un’analisi a parte – esiste a sinistra del Partito democratico un’area che può valere intorno al 10% dei consensi. La seconda è che i sondaggi circolati nelle scorse settimane, e che indicavano come ormai praticamente tutto lo spazio politico a sinistra del Pd fosse occupato da Sinistra Ecologia Libertà, si sono rivelati ampiamente inesatti. È vero che Sel si attesta pressoché ovunque come il primo partito della sinistra (e questo è un dato che va assolutamente considerato) ma è anche vero che il rapporto tra noi e Sel non è il rapporto tra Davide e Golia. A Napoli siamo entrambi intorno al 4%, a Milano la Fds è sopra il 3% e Sel sotto il 5%. Così in tanti altri capoluoghi di provincia (da Arezzo a Fermo e a Grosseto, da Ravenna a Rimini, da Rovigo a Siena) e in molte province (Lucca, Macerata, Mantova, Pavia, Vercelli) il rapporto non è dissimile. In altri capoluoghi (dalla Bat a Reggio Calabria a Savona) e alle provinciali di Reggio Calabria la Federazione della Sinistra ha percentuali più alte di quelle di SeL.

Fanno eccezione Bologna, dove il dato della Federazione della Sinistra (1,46%) è molto più che allarmante (ancor di più se confrontato con l’ottimo risultato della lista di Sel, che supera il 10% dei consensi) e Torino, dove l’alleanza con Sinistra Critica produce un risultato ancora più misero (1,15%).

Allora forse vanno tirate le prime somme: la Federazione della Sinistra è un progetto che pur tra grandi difficoltà e grandi limiti è in campo ed è un punto di riferimento importante per ogni progetto di ricostruzione e di rigenerazione della sinistra italiana. Di questo da oggi devono essere consapevoli anche i compagni di Sel, che evidentemente confidavano in risultati diversi. La condizione perché la nostra offensiva unitaria, che deve proseguire in maniera ancora più forte e più netta, produca i suoi effetti è che Sel abbandoni la presunzione di autosufficienza di questi ultimi mesi. Evidentemente un bravo leader e tanti passaggi in tv e sui giornali non sono sufficienti per occupare, da soli, lo spazio politico della sinistra italiana.

La seconda cosa che dobbiamo fare è imparare ad analizzare subito in maniera autocritica gli errori compiuti e i nostri punti deboli. Per questo penso che vada detto senza mezzi termini che a Torino abbiamo pagato una condizione di isolamento drammatico, non soltanto rispetto alla sinistra cittadina (e al centrosinistra) ma anche rispetto al sentire comune dei lavoratori torinesi, che evidentemente non abbiamo in alcun modo saputo interpretare. Una batosta clamorosa, mentre in diversi parlavano di “modello” torinese da esportare in tutta Italia.

Ed è questo il nodo, la questione centrale: tornare ad interpretare i sentimenti della nostra gente e costruire “modelli” sulla base della realtà e non della fantasia. A questo devono servire innanzitutto la Federazione della Sinistra e la sinistra unita.