“Le proteste denunciano il narcisismo dei partiti, che prima o poi dovranno rifondarsi”

Anche Madrid ha la sua piazza Tahrir. La Puerta del Sol è occupata da migliaia di giovani che intendono restarci per tutta la settimana. È il movimento ¡Democracia Real Ya! (Democrazia Reale Adesso!), che domenica ha riempito a centinaia di migliaia le piazze spagnole, con arresti e sgomberi da parte della polizia, irrompendo nel pieno della campagna elettorale per le elezioni amministrative. Martedì a Madrid erano più di quattromila, per la polizia: hanno inondato la piazza e si sono accampati per la notte con l’intenzione di resistere sino al voto di domenica.
Il movimento critica il sistema politico spagnolo e il bipartitismo PP-Psoe, e chiede una democrazia più partecipativa. Ma è la crisi a essere al centro del mirino, come riassume lo slogan «Non siamo marionette nelle mani di politici e banchieri». Sono studenti, disoccupati, casalinghe, e mileuristas, i giovani precari costretti a vivere con stipendi di non più di mille euro al mese, più spesso intorno agli ottocento.
L’accostamento con le rivolte mediorientali, quella egiziana in particolare, non è casuale ed è promosso dagli stessi protagonisti, ma il malessere giovanile spagnolo si manifesta da anni. Cominciò nel dicembre 2006 con le manifestazioni per il diritto a una casa dignitosa, continuate nel 2007 e tornate a macchia di leopardo sino alle grandi manifestazioni dello scorso aprile.
«Senza casa. Senza lavoro. Senza pensione. Senza paura!», recitavano gli slogan, esprimendo la rabbia di una generazione che vede davanti a sé un futuro peggiore di quello dei genitori. Ma anche i famigerati botellones, i raduni spontanei nelle piazze urbane all’insegna delle bevute portate da casa, del 2002-2004, non erano quel movimento edonistico e nichilista raccontato dalla stampa ma una critica contro la mercificazione del tempo libero, per la riappropriazione degli spazi urbani dominati dall’industria dell’ozio.
Bassi salari, mancanza di prospettive, disoccupazione giovanile galoppante, precarietà e l’enorme rincaro degli affitti, sono alla base di un malessere sempre più ampio che travolge la fiducia nella politica, nella sua capacità e volontà di affrontare e risolvere i problemi, ma mette al centro del mirino anche le istituzioni economiche, banche innanzitutto, che dopo aver erogato mutui facili, pignorano le case di chi, perduto il lavoro, non riesce a onorare i pagamenti.
L’ampiezza delle manifestazioni di questi giorni ha costretto partiti e giornali a affrontare il fenomeno. Gli accampamenti sono decine e se ne aggiungono ogni giorno: più di 50 città sono teatro delle proteste, arrivate anche all’estero. In Portogallo e a Parigi, Amsterdam, Dublino e Londra, dove a Sloane Square campeggia lo striscione Spanish revolution.
Si tratta della manifestazione di un conflitto generazionale insanabile, di una perdita definitiva di fiducia, o questi giovani cercano ancora risposte dalla politica? La crisi economica ha travolto il rapporto che, soprattutto i partiti di sinistra, avevano ricostruito con le giovani generazioni. Zapatero era giunto al potere anche difendendo gli studenti in lotta contro la riforma scolastica e universitaria dell’ultimo governo del Partido Popular.
«Siamo in presenza della generazione meglio preparata e responsabile della nostra storia», disse allora, conquistandosi un’apertura di fiducia e il voto giovanile.
Adesso la crisi, e il suo colpevole ritardo nell’ammetterne l’esistenza, lo ha convertito nel principale imputato di un giudizio che si celebrerà nelle urne delle amministrative di domenica.
Zapatero ripete che con lui gli spagnoli hanno raggiunto quote di stato sociale mai toccate prima e che non intende sacrificare il welfare alla crisi. Ai giovani non basta, le difficoltà aumentano ogni giorno: con stipendi pari ai costi degli affitti più bassi quella che si blocca è la possibilità del ricambio generazionale, che pure vede la Spagna ai livelli migliori in Europa. Neanche i sindacati sono ritenuti interlocutori validi, visti come rappresentanti dei “garantiti” e accusati di aver accettato tutte le forme di precarietà.
La politica tenta di reagire. Verdi e sinistra si fanno portabandiera delle istanze dei ragazzi che manifestano e restano scettici, il Psoe prova a interloquire, riconoscendo la legittimità delle proteste. Il partito è pieno di trentenni che non sono sentiti come simili dai giovani delle proteste, bensì rappresentanti di un’élite di garantiti.
Il Pp, con Esperanza Aguirre, candidata al trionfale rinnovo della sua carica di presidente della Comunità di Madrid, ammettendo che i giovani hanno «giustificati motivi per protestare » li accusa di essere manipolati dalla sinistra perché circondano i palazzi del potere locale e non quelli del governo. Mentre il candidato socialista, Tomás Gómez, chiede le dimissioni della delegata regionale che ordinò lo sgombero domenica scorsa ma, dopo discreti sondaggi, rinuncia a visitare i manifestanti per evitare contestazioni.
Sino a poco fa, i ragazzi dei movimenti manifestavano soprattutto in coincidenza delle amministrative, ponendo problemi e proposte ai candidati, di sinistra soprattutto. Ai quali, se al potere, chiedevano perché non affrontavano i problemi, se all’opposizione, programmi precisi. La spaccatura tra politica e giovani generazioni si fa però sempre più ampia e fa dire al giornalista Iñaki Gabilondo, colonna de El País, che «le proteste del 15 maggio denunciano il narcisismo dei partiti, che prima o poi dovranno rifondarsi».
La decisione della Giunta elettorale di Madrid di proibire i concentramenti alla Puerta del Sol, arrivata nella serata di ieri, rischia di aumentare la tensione. E la lontananza di questi giovani, assolutamente pacifici, dalla politica.

Ettore Siniscalchi (Europa, 19 maggio 2011)