da Liberazione del 5 aprile 2011

La sua poetica risiede anche, forse soprattutto, in un viaggio nella memoria

Nel 1945 in via Montecuccoli, strada senza uscita del quartiere Prenestino di Roma, Roberto Rossellini batteva il primo ciack del suo capolavoro Roma, città aperta, dando avvio all’epopea del neorealismo. Oggi in via Montecuccoli vive e lavora Gabriele Morleo, trentenne d’origine pugliese, compagno e artista poliedrico, di cui il nostro giornale si è in passato occupato per aver diretto un documentario (Gramsci, film in forma di rosa, 2006) girato a Turi, all’interno del carcere che ospitò Antonio Gramsci.
Quella strada oggi è molto diversa da quella che fu nell’immediato dopoguerra : la affollano centinaia di automobili, qualche palazzo in più, un tabacchi, un negozio di frutta e verdura e un bar. Un bar gestito da due fratelli bengalesi, «i portieri della strada», come amano definirsi. Punto di riferimento di un’umanità variegata, proletaria e meticcia: migranti, studenti, ex ferrovieri in pensione. Si gioca a scopa e si discute della vita quotidiana, del lavoro che fu, dei pochi soldi in tasca, della campagna acquisti della Roma. A disturbare questa panciuta tranquillità ci sono – da qualche settimana – le opere di Gabriele Morleo.
Una vecchia doccia trasformata in lampada, un candelabro costruito con tubi e raccordi idraulici. Perché tutto può cambiare e, come scrive Morleo nella presentazione di questa sua mostra estemporanea e popolare, «diventare altro rispetto al ruolo che la società gli ha imposto». In fondo, «se un doccino emette luce e i tubi che dovrebbero condurre acqua ospitano delle candele anche la nostra sociètà un giorno potrà essere diversa e migliore». Basta sognarlo, volerlo e attrezzarsi – con le armi dell’arte o del conflitto sociale – affinché ciò si realizzi.Ma la poetica di Morleo non risiede solo in quello che non è ma potrebbe essere; essa è anche – e, forse, soprattutto – un viaggio nella memoria. Basti osservare il suo ciclo di quadri, omaggio a Roma città aperta, composti con legno poverissimo di cui Morleo si prende cura lavorandolo come a volergli restituire dignità e lustro. Una serie di fotogrammi tratti dal capolavoro del neorealismo sfumati, ad indicare la dimensione del ricordo e quello della transizione al presente. Un presente richiamato plasticamente nella colorazione “verde Lega” delle aquile delle divise naziste, a cui fa da contraltare il fazzoletto rosso al collo di Pina. Un doppio omaggio – potremmo dire – ideologico e artistico. Un omaggio che chiama ad una riflessione, innanzitutto sulla Resistenza e la lotta partigiana, che prorompe e mette in campo un’eccedenza. Non può rimanere chiusa in uno studio artistico, e meno ancora popolare soltanto le pareti ermetiche delle gallerie, o tuonare dalle laconiche e confuse scritte sui muri delle nostre strade. Ecco perché Morleo decide di ignorare le mediazioni dell’industria culturale e portare le sue opere direttamente al bar sotto casa. Non un’associazione culturale o un caffè-letterario, ma un bar di strada come nell’Accattone di Pier Paolo Pasolini, girato cinquant’anni fa proprio in quel quartiere.
Un luogo frequentato da chi spesso rimane escluso dai circuiti elitari dell’arte romana e in cui, senza mediazione o preavviso, Morleo mette in scena le proprie opere.
L’ultima è un trenino fatto di legno e vecchi giocattoli raccolti vicino ad un cassonetto dell’immondizia, emblema della nostra epoca consumistica e dell’usa e getta. Si incuriosiscono i clienti del bar attorno a questo strano oggetto: un trenino che rappresenta il continuo movimento delle merci fermato solo da un omino con fazzoletto rosso al collo di cui una luce a raggiera (fin troppo semplice richiamo al socialismo) proietta un’ombra avvolgente.
La prossima opera, quella a cui ancora sta lavorando, è un piccolo “altare della Patria”. Un omaggio non alla Nazione e ai suoi presunti eroi, ma ad un popolo che ha lottato per la Repubblica e per i suoi diritti. Ecco allora che l’altare (che somiglia in tutto ad una lapide mortuaria) si erge su una struttura di ferro che richiama un cantiere a più piani: luci, fiori rigorosamente finti e la storia di alcune delle vicende più tragiche della lunga e ininterrotta stagione delle stragi: da Portella della Ginestra a Bologna, da Capaci alla Thyssen Krupp. Al centro, una vecchia radiolina che di continuo trasmette il Romanzo delle stragi (ricorrente, con un’ossessione ideologicamente densa di significati, è il richiamo a Pasolini) e la musica dell’intervallo Rai. Tante cartoline di un viaggio da percorrere. È il viaggio della nostra Storia e della nostra gente. Quella che oggi incontri al bar di via Montecuccoli.

Simone Oggionni

in data:05/04/2011