Il pensiero più forte, fisso e assillante, è per la guerra. Un pensiero di rabbia e impotenza che bombarda la nostra coscienza e che impone di organizzare e mobilitare tutte le nostre forze.

La guerra – la sua tragicità tangibile, immediata e materiale – cambia l’ordine di priorità, ridefinisce la scale dei valori. Tutto, al confronto della miseria di un capitalismo che si arroga il diritto di decidere chi deve morire e chi può continuare a vivere, perde di senso e di importanza.

E allora guardando il mondo di casa nostra dalle case distrutte di Tripoli e di Bengasi sembra tutto più piccolo, più innocuo e più innocente.

Ma è soltanto un’illusione, perché le vicende italiane hanno molto a che fare con questa barbarie.

Il punto di contatto è Lampedusa, trecentocinquanta chilometri da Tripoli. Il governo sta mettendo a punto un piano di respingimenti di massa, rimpatrio forzato ed espulsione per migliaia di migranti. Saltato il tappo del trattato-vergogna con Gheddafi sulla costituzione in Libia di campi di concentramento per migranti (accompagnato, è sempre bene ricordarlo, da accordi economici per sgravi e benefici a vantaggio delle imprese italiane in territorio libico), ora il governo risponde così. Con l’unica logica di cui è capace, con l’unica razionalità contenuta nello statuto della guerra, a cui il nostro Paese si è immediatamente prestato, utilizzando le basi militari italiane e mettendole a disposizione delle altre potenze colonialiste. La guerra chiama il razzismo, il razzismo accompagna la guerra.

La posizione del Partito democratico è degna di uno spettacolo di cabaret. Attacca il governo per una presunta mancanza di chiarezza su Lampedusa (quando invece la linea d’azione è chiarissima) e non propone concretamente nulla di diverso. Lamenta la mancata partecipazione dell’Italia al tavolo dei quattro (Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania) accusando Berlusconi di “tentennare” ed esplicitando la volontà del Partito democratico di aumentare il coinvolgimento dell’Italia anche in funzione, evidentemente, della spartizione del bottino.

Del resto, pochi giorni fa D’Alema aveva urlato contro la sinistra “irresponsabile” che non si mette l’elmetto e scende in piazza contro la guerra. Un film già visto, dalla guerra d’aggressione alla Jugoslavia fino all’Afghanistan. Bombe intelligenti, guerre umanitarie, interventi democratici: ossimori che trasudano ipocrisia e chiariscono la posizione non solo del centro-sinistra italiano ma di tutta la socialdemocrazia europea, come dimostra anche il recente voto in Parlamento Europeo a favore della no-fly zone.

E allora noi, che per primi abbiamo messo in guardia rispetto ai rischi della guerra (sin dai primi giorni delle manifestazioni di piazza in Libia) e noi che per primi ci siamo mobilitati per fermare la guerra (con volantinaggi, mobilitazioni, assemblee, sit – in, presidî davanti alle basi militari), cosa dobbiamo fare, cosa possiamo fare?

Innanzitutto dobbiamo intensificare la nostra azione, coordinandoci il più possibile e portando con chiarezza e precisione la nostra posizione (qui sotto inserisco il link al documento politico votato dall’ultimo coordinamento nazionale dei Giovani Comunisti) in ogni luogo di movimento.

In secondo luogo dobbiamo lavorare per unire il movimento, a partire dalle iniziative territoriali del 2 aprile, senza pensare di poter fare a meno di alcun contributo. Coinvolgendo quindi associazioni, comitati di base, collettivi, così come le più grandi organizzazioni sociali del Paese, a partire dalla Cgil, che va trascinata in piazza e indotta a esplicitare il nesso che c’è tra la sacrosanta opposizione al governo e a Confindustria sul terreno sociale e l’opposizione all’intervento militare coloniale. Lo sciopero generale del 6 maggio – e tutte le iniziative in vista dei referendum sui beni comuni – dovrebbero vivere anche di questa imprescindibile lotta per la pace.

Infine c’è il livello dell’organizzazione politica, quello che ci riguarda immediatamente e sul quale abbiamo, ciascuno per ciò che gli compete, piena responsabilità. Per contribuire a rimettere in cammino il movimento contro la guerra, serve un partito unito, una Federazione della Sinistra unita, una sinistra politica unita. Serve ritrovare, almeno in queste settimane, con una guerra sulla testa e, non dimentichiamocelo, il consenso alle forze comuniste in crisi verticale, un briciolo di senso della misura e di responsabilità.

E invece prevalgono le forzature, gli strappi, le rivalse, i giochi di palazzo. Addirittura, per quanto riguarda la Federazione della Sinistra (l’unica cosa giusta fatta dal partito negli ultimi anni, dopo i capolavori di autolesionismo del governo Prodi, dell’Arcobaleno e della scissione) si procede all’elezione del portavoce nazionale con il consenso di un unico soggetto politico (il Pdci) e di una parte di Rifondazione e il dissenso di tutti gli altri.

A volte rifletto sulla distanza che c’è tra l’immensità e la straordinarietà delle cose da fare e la nostra inadeguatezza.

Poi, per fortuna, penso ai territori, a tantissime compagne e tantissimi compagni, moltissimi giovani, alla dedizione e alla passione con cui tengono botta.

E allora penso che abbiamo ancora un futuro.

http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/per-un-forte-movimento-di-massa-contro-la-guerra.html