di Bruno Steri

La vicenda libica e, in questo contesto, il giudizio su Gheddafi hanno sin dall’inizio suscitato una vivace discussione ed anche evidenziato inaspettati elementi di tensione all’interno di consolidate famiglie della sinistra italiana (vedi quella de il manifesto, ma non solo). A livello europeo, si è ora profilata una divergenza ancor più grave, in quanto investe direttamente il tema della guerra e le modalità operative di un ennesimo “intervento umanitario” da parte della cosiddetta (diciamo pure “famigerata”) comunità internazionale.
Al punto 10 della risoluzione votata dal Parlamento europeo l’11 marzo scorso, si legge infatti: “(Questo Parlamento) invita l’Alto rappresentante e gli Stati membri a tenersi pronti per una decisione nell’ambito del Consiglio di sicurezza dell’Onu circa ulteriori misure, compresa la possibilità di prevedere una zona di interdizione al volo per impedire al regime di attaccare la popolazione civile”. Con ciò, l’Europa apre la porta alla possibilità di imporre sul cielo libico una no-fly zone, per impedire a Gheddafi l’uso della sua aviazione. Nello stesso giorno, un documento del Partito della Sinistra Europea (Pse), sotto il titolo “Il Partito della Sinistra europea contro un potenziale intervento militare in Libia”, precisa che il Pse “si oppone con nettezza a qualsiasi intervento militare in Libia, inclusa l’installazione di una no-fly zone. Noi ci opponiamo al tentativo di porre la popolazione libica sotto la tutela dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e della Nato con un’azione di questa natura”. La posizione del Pse è dunque molto chiara. Ma è stata contraddetta dal voto di alcuni suoi importanti rappresentanti in seno al Parlamento dell’Ue, a cominciare da Lothar Bisky, sino a qualche mese fa presidente dello stesso Pse oltre che autorevole dirigente di Die Linke. E’ evidente che tali defezioni non sono una virgola e, manifestandosi su un tema di rilievo strategico, sono destinate ad acuire tensioni all’interno del Gue e della sinistra di alternativa europea così come della stessa Linke.
Rifondazione comunista e la Federazione della Sinistra, ancorché prive di rappresentanza parlamentare in Italia e in Europa, hanno espresso con fermezza e tempestività, in dichiarazioni ufficiali e articoli sulla stampa di sinistra, la loro opposizione a qualsiasi intervento militare, inclusa l’imposizione di una no-fly zone: non può sfuggire infatti che la creazione di uno spazio aereo di interposizione si configura come una vera e propria operazione bellica, comportando il confronto armato con la contraerea e l’aviazione fedeli al raiss libico. Abbiamo a più riprese esposto le ragioni che, quale che sia il giudizio sul regime di Gheddafi, dovrebbero comunque indurre a scongiurare l’impennarsi di un conflitto armato a mezz’ora d’aereo dalle nostre coste (per quel che mi riguarda si confronti l’articolo di fondo di Liberazione dell’11 marzo). Si tratta in primo luogo di quella che dovrebbe essere una propensione generale a rispettare il principio di non ingerenza e il diritto all’autonomia e all’indipendenza dei popoli, già ripetutamente e tragicamente calpestati in questi ultimi decenni dalle potenze dell’Occidente capitalistico: una propensione tanto più opportuna in un territorio qual è quello libico, storicamente attraversato da una pluralità di identità tribali e differenziato per aree geografiche interne. In tale peculiare contesto, il vento di rivolta imperiosamente e salutarmente alzatosi su tutto il Nordafrica è andato non a caso caratterizzandosi sempre di più come una vera e propria guerra civile.
Che l’Occidente (ciascun Paese per sé) pensi fondamentalmente – come del resto ha sempre fatto – ai propri interessi sul fronte dell’approvvigionamento energetico, non sto qui a spiegarlo. Certo è che nessuno dei Paesi europei – men che meno l’Unione europea in quanto tale – ha mai preso davvero a cuore l’idea di una politica del Mediterraneo che sia tesa alla paziente costruzione di un ambito di pace e di virtuosa cooperazione tra tutti i Paesi rivieraschi. Come è tipico delle società capitalistiche, si ragiona sul breve e, non essendo in grado di pianificare e guardare lontano, si reagisce violentemente all’imprevisto. Emblematico è il caso della Francia di Sarkozy, il quale non ha perso tempo ad accreditarsi presso quelli che ha supposto essere i nuovi padroni del rubinetto petrolifero, proponendo in splendida solitudine (e alla faccia di un’inesistente “politica estera comune” europea) un proprio intervento armato. Com’è noto, la sabbia del deserto libico si distende su un mare di petrolio e di gas: non c’è bisogno di essere degli inguaribili marxisti per capire che l’occasione è troppo ghiotta per resistere alla tentazione di mettere il becco nelle questioni libiche, orientandole in direzione dei propri interessi. Gli ultimi due decenni sono lì a dimostrare che, nel mondo globalizzato, gli spostamenti armati hanno sempre inseguito i flussi energetici. In questa mistura di sangue e petrolio non c’è spazio per i diritti dei popoli: men che meno per quelli delle popolazioni libiche. Per questo – e solo per questo – non c’è ad oggi una vera, concreta e determinata offensiva diplomatica internazionale, per una soluzione diplomatica del conflitto (nonostante la disponibilità in tal senso dei Paesi latino-americani dell’Alleanza bolivariana, oltre che di Russia e Cina).
Sostenere una tale limpida opzione antimperialista non impedisce ovviamente, in sede di analisi, di esprimere senza fare sconti un giudizio adeguato sull’attuale regime libico, su quella che di fatto è una quarantennale autocrazia ereditaria vissuta dai molti che hanno deciso di ribellarsi come intollerabile e insostenibile: un’autocrazia che, pur mantenendo il controllo della forza militare, ha in tutta evidenza perso da tempo buona parte delle risorse ideologico-egemoniche e capacità di sintesi politica. Non vi è dubbio che, in un contesto mediatico sempre più omologato e segnato dalla grancassa bellica, l’affidabilità di giudizi e notizie diviene merce rara (come è attestato, anche per il caso libico, dal ricorso irresponsabile a termini come “genocidio” e dall’infondata denuncia dell’esistenza di “fosse comuni”). Ma proprio per questo, è importante in simili circostanze ascoltare con attenzione la voce di quanti possono offrire descrizioni di prima mano e fornire valutazioni “dall’interno” del mondo culturale e politico di cui si tratta. Personalmente ho preso atto della nettezza con cui ad esempio i compagni palestinesi giudicano Gheddafi. Alcuni giorni fa, ho letto un comunicato del Fronte popolare di liberazione della Palestina che, senza perifrasi, si riferisce ripetutamente a Gheddafi come al “dittatore fascista libico”. In più di un’iniziativa dedicata alle vicende maghrebine e in particolare alla situazione in Libia, ho avuto modo di parlare con compagni palestinesi presenti in Italia (dirigenti della “Mezza luna rossa palestinese” e rappresentanti della comunità palestinese nel Lazio) ed ho ricevuto conferma di quel netto giudizio: il regime di Gheddafi è visto come l’affermarsi a-democratico di un potere “familiare”, che ha di volta in volta trescato con i servizi occidentali e prevalentemente curato i propri interessi. Tali giudizi contribuiscono, com’è ovvio, alla formazione di un’opinione articolata. Entro una tale opinione, è opportuno – come hanno suggerito Valentino Parlato e Luciana Castellina – mantenere al giudizio propriamente storico il ruolo che ad esso compete, evitando generalizzazioni improprie e tenendo conto di un’opportuna periodizzazione.
Ricapitolando e in estrema sintesi. Il punto chiave, quello che ora qualunque valutazione non può eludere, resta l’insostenibilità di 41 anni di ininterrotta gestione (monocratica) del potere: un tappo che, quando salta, provoca – come purtroppo si vede – la reazione cruenta (di una parte) del popolo. Su questo non si può tentennare: in tal senso (al pari di tutte le altre forze politiche della sinistra, da SEL a Sinistra critica, da Ferrando ai Cobas e al Forum Palestina) non abbiamo fatto mancare le bandiere del Prc e della FdS al fianco dei cittadini libici che chiedevano l’immediato stop del massacro e gridavano “Libertà” per il loro Paese (detto di passaggio: avendo interloquito con i giovani libici presenti sotto la loro ambasciata, posso assicurare a Manlio Dinucci che non si trattava di monarchici, ma più semplicemente di gente “molto incazzata” con Gheddafi). Vi è da aggiungere che il Gheddafi odierno è ormai lontano dal Gheddafi erede di Nasser, campione del nazionalismo panarabo, oggettivamente schierato (pur con le sue specificità) sul fronte del contrasto all’ingerenza imperialista e, sul piano interno, fautore di uno “stato delle masse” di segno socialisteggiante (“terza via” araba, tra capitalismo e socialismo marxista). Questo suo peculiare retroterra storico certamente differenzia la Libia dall’Egitto di Mubarak (prima di lui, di Sadat) e da altre realtà maghrebine. Ma la successiva involuzione (prodottasi all’ombra di una nuova Realpolitik, rivolta all’Occidente e alle sue multinazionali petrolifere) ha logorato il potere di Gheddafi e creato le premesse dell’attuale conflitto interno.
A meno di esser sviati da un approccio “geopolitico” schematico e astratto, non si capisce perché la consapevolezza di una tale analisi (di classe) interna dovrebbe andare in rotta di collisione con l’impegno antimperialista e anticoloniale. Che ovviamente, per quanto ci riguarda, resta tale.