L’Italia è paralizzata da una crisi senza precedenti. Cresce ogni mese il numero delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese, finisce la cassaintegrazione e chi ha finito anche i risparmi è sul lastrico. Nessuna azienda assume più e la disoccupazione in tanta parte del Paese supera addirittura la precarietà. La scuola e l’Università pubbliche cadono a pezzi, private dei fondi e abbandonate ad una concorrenza tra poveri letale. Per la nostra generazione non c’è futuro, nel senso più tecnico e crudo del termine. Milioni e milioni di ragazze e ragazzi vivono alla giornata, fuori dalla scuola e fuori dal mondo del lavoro. Tirano a campare, senza alcuna possibilità di pensare ad una famiglia, ad una casa, ad una stabilità materiale nella quale fare crescere i propri progetti e i propri affetti.
Nello stesso tempo, nelle ville del presidente del Consiglio si consuma una realtà parallela. Si vende il proprio corpo e la propria dignità al potere, nell’illusione di sfuggire ad un presente di incertezze e ad un futuro di frustrazione.
Ma al contrario di ciò che ci descrive il moralismo delle classi dirigenti di centro-sinistra, da Repubblica al Pd (di coloro i quali, cioè, vogliono soltanto sostituirsi a Berlusconi nel governare in prima persona questo stesso presente), contro questo abisso sta nascendo un’alternativa.

Un’alternativa incardinata nella conflittualità dei lavoratori metalmeccanici. La resistenza di Pomigliano e di Mirafiori, lo sciopero generale del 28 gennaio, sono la punta avanzata di uno scontro di classe che deve diventare la nostra bussola.
Quello è il vero crocevia del futuro del nostro Paese: da una parte il modello Marchionne e cioè il tentativo di riscrivere in chiave anti-democratica le regole della convivenza sociale, dall’altra un’idea altra di diritti e dignità.
Dalla resistenza in Fiat si dipanano nuovi percorsi di opposizione: il protagonismo della Fiom e di altri importanti settori e categorie della Cgil e del sindacalismo di base, il movimento studentesco e universitario, che trascina con sé una parte importante della nuova generazione, connettendosi idealmente alle istanze di libertà e diritti che stanno segnando le rivoluzioni in Egitto, Tunisia, Algeria e Yemen.
E poi, ancora, la richiesta di cittadinanza e civiltà dei lavoratori migranti; e un’insofferenza antiberlusconiana che attraversa il Paese e sta risvegliando la cosiddetta società civile.
Che cosa dobbiamo fare? Non abbiamo alternative. Dobbiamo nuotare come pesci nel mare di questa conflittualità provando a saldare tra loro i movimenti e le lotte; e a dare risposte, mutando il protagonismo sociale in progetto politico di trasformazione.
Un progetto tanto più credibile quanto più è robusto lo spettro di soggetti che lo determinano e lo individuano. In questo sta l’urgenza non più differibile del processo unitario.
Lo diciamo con le parole più semplici di cui siamo capaci: serve un unico, più grande, partito comunista (che metta insieme innanzitutto il Prc e il Pdci, che già vivono insieme dentro la Federazione della Sinistra), e serve una sinistra di massa, con potenzialità egemoniche, unita in nome del lavoro, dei diritti e dell’eguaglianza.
Ma attenzione anche agli strumenti con cui si persegue il progetto politico: gli attrezzi della vecchia politica, a sinistra, non funzionano più. E, soprattutto, non funziona più il galleggiamento, il piccolo cabotaggio, il navigare senza rotta e senza strategia, invocando ancore fragili e soluzioni parziali.
Alla sinistra serve una strategia, un programma, idee chiare, individuando referenti sociali precisi e un progetto di rinnovamento che renda di nuovo credibili le nostre idee agli occhi di milioni di persone giustamente deluse da decenni di errori e di sconfitte. Servono parole d’ordine efficaci (il salario sociale, un piano straordinario per l’occupazione, una nuova riforma della scuola e dell’Università, democratiche e di massa) e un nuovo immaginario. Serve restituire a tutto il nostro popolo la speranza di contare e potere tornare a vincere senza delegare più, riprendendo in mano, in prima persona, il proprio destino.
Abbiamo detto negli scorsi mesi, forse con un po’ di presunzione, che i giovani avrebbero dovuto anticipare i partiti adulti e iniziare il cammino senza tentennamenti. Verso la costituzione di un laboratorio ribelle, del soggetto unitario dei giovani comunisti e della sinistra anticapitalista.
Rischiamo anche noi, al contrario, di rimanere imbrigliati nei tatticismi e nelle inerzie dei gruppi dirigenti, nelle discussioni noiose ed estenuanti.
Facciamo in fretta, non c’è più tempo. Le condizioni per l’unità sono ormai maturate. Diamo una risposta ad un Paese in ginocchio e ad una classe e ad una generazione che stanno provando a rialzarsi.
Se non ci rialzassimo insieme a loro, si rivolgerebbero altrove. Se non ci rialzassimo, sarebbe anche per loro più difficile farlo.