Senza paura

L’Italia è paralizzata da una crisi senza precedenti. Cresce ogni mese il numero delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese, finisce la cassaintegrazione e chi ha finito anche i risparmi è sul lastrico. Nessuna azienda assume più e la disoccupazione in tanta parte del Paese supera addirittura la precarietà. La scuola e l’Università pubbliche cadono a pezzi, private dei fondi e abbandonate ad una concorrenza tra poveri letale. Per la nostra generazione non c’è futuro, nel senso più tecnico e crudo del termine. Milioni e milioni di ragazze e ragazzi vivono alla giornata, fuori dalla scuola e fuori dal mondo del lavoro. Tirano a campare, senza alcuna possibilità di pensare ad una famiglia, ad una casa, ad una stabilità materiale nella quale fare crescere i propri progetti e i propri affetti.
Nello stesso tempo, nelle ville del presidente del Consiglio si consuma una realtà parallela. Si vende il proprio corpo e la propria dignità al potere, nell’illusione di sfuggire ad un presente di incertezze e ad un futuro di frustrazione.
Ma al contrario di ciò che ci descrive il moralismo delle classi dirigenti di centro-sinistra, da Repubblica al Pd (di coloro i quali, cioè, vogliono soltanto sostituirsi a Berlusconi nel governare in prima persona questo stesso presente), contro questo abisso sta nascendo un’alternativa.

Un’alternativa incardinata nella conflittualità dei lavoratori metalmeccanici. La resistenza di Pomigliano e di Mirafiori, lo sciopero generale del 28 gennaio, sono la punta avanzata di uno scontro di classe che deve diventare la nostra bussola.
Quello è il vero crocevia del futuro del nostro Paese: da una parte il modello Marchionne e cioè il tentativo di riscrivere in chiave anti-democratica le regole della convivenza sociale, dall’altra un’idea altra di diritti e dignità.
Dalla resistenza in Fiat si dipanano nuovi percorsi di opposizione: il protagonismo della Fiom e di altri importanti settori e categorie della Cgil e del sindacalismo di base, il movimento studentesco e universitario, che trascina con sé una parte importante della nuova generazione, connettendosi idealmente alle istanze di libertà e diritti che stanno segnando le rivoluzioni in Egitto, Tunisia, Algeria e Yemen.
E poi, ancora, la richiesta di cittadinanza e civiltà dei lavoratori migranti; e un’insofferenza antiberlusconiana che attraversa il Paese e sta risvegliando la cosiddetta società civile.
Che cosa dobbiamo fare? Non abbiamo alternative. Dobbiamo nuotare come pesci nel mare di questa conflittualità provando a saldare tra loro i movimenti e le lotte; e a dare risposte, mutando il protagonismo sociale in progetto politico di trasformazione.
Un progetto tanto più credibile quanto più è robusto lo spettro di soggetti che lo determinano e lo individuano. In questo sta l’urgenza non più differibile del processo unitario.
Lo diciamo con le parole più semplici di cui siamo capaci: serve un unico, più grande, partito comunista (che metta insieme innanzitutto il Prc e il Pdci, che già vivono insieme dentro la Federazione della Sinistra), e serve una sinistra di massa, con potenzialità egemoniche, unita in nome del lavoro, dei diritti e dell’eguaglianza.
Ma attenzione anche agli strumenti con cui si persegue il progetto politico: gli attrezzi della vecchia politica, a sinistra, non funzionano più. E, soprattutto, non funziona più il galleggiamento, il piccolo cabotaggio, il navigare senza rotta e senza strategia, invocando ancore fragili e soluzioni parziali.
Alla sinistra serve una strategia, un programma, idee chiare, individuando referenti sociali precisi e un progetto di rinnovamento che renda di nuovo credibili le nostre idee agli occhi di milioni di persone giustamente deluse da decenni di errori e di sconfitte. Servono parole d’ordine efficaci (il salario sociale, un piano straordinario per l’occupazione, una nuova riforma della scuola e dell’Università, democratiche e di massa) e un nuovo immaginario. Serve restituire a tutto il nostro popolo la speranza di contare e potere tornare a vincere senza delegare più, riprendendo in mano, in prima persona, il proprio destino.
Abbiamo detto negli scorsi mesi, forse con un po’ di presunzione, che i giovani avrebbero dovuto anticipare i partiti adulti e iniziare il cammino senza tentennamenti. Verso la costituzione di un laboratorio ribelle, del soggetto unitario dei giovani comunisti e della sinistra anticapitalista.
Rischiamo anche noi, al contrario, di rimanere imbrigliati nei tatticismi e nelle inerzie dei gruppi dirigenti, nelle discussioni noiose ed estenuanti.
Facciamo in fretta, non c’è più tempo. Le condizioni per l’unità sono ormai maturate. Diamo una risposta ad un Paese in ginocchio e ad una classe e ad una generazione che stanno provando a rialzarsi.
Se non ci rialzassimo insieme a loro, si rivolgerebbero altrove. Se non ci rialzassimo, sarebbe anche per loro più difficile farlo.

25 risposte a “Senza paura”

  1. “Alla sinistra serve una strategia, un programma, idee chiare, individuando referenti sociali precisi e un progetto di rinnovamento che renda di nuovo credibili le nostre idee agli occhi di milioni di persone giustamente deluse da decenni …di errori e di sconfitte. Servono parole d’ordine efficaci (il salario sociale, un piano straordinario per l’occupazione, una nuova riforma della scuola e dell’Università, democratiche e di massa) e un nuovo immaginario. Serve restituire a tutto il nostro popolo la speranza di contare e potere tornare a vincere senza delegare più, riprendendo in mano, in prima persona, il proprio destino.”

    Il problema è: quale?

    “Abbiamo detto negli scorsi mesi, forse con un po’ di presunzione, che i giovani avrebbero dovuto anticipare i partiti adulti e iniziare il cammino senza tentennamenti. Verso la costituzione di un laboratorio ribelle, del soggetto unitario dei giovani comunisti e della sinistra anticapitalista.
    Rischiamo anche noi, al contrario, di rimanere imbrigliati nei tatticismi e nelle inerzie dei gruppi dirigenti, nelle discussioni noiose ed estenuanti.”
    VERISSIMO!

    1. Come quale destino? Il nostro futuro! I nostri sogni! Dobbiamo riappropriaci dei nostri sogni!
      Per quanto concerne ai tentennamenti e ai tatticismi non voglio fare l’avvocato di nessuno ma mi pare evidente che tra i giovani i “ferrariani” (se così si possono chiamare dato che come area forse nemmeno esistono) frenano così come il PDCI mi sembra molto freddo!

  2. Cari compagni, averceli dirigenti come Oggionni. Nel mortorio del Prc (Ferrero che non si può sentire e gli altri che manco si conoscono, con poche eccezzioni, e comunque TUTTI coinvolti nei fallimenti di questi anni) servono dirigenti nuovi capaci e, passatemi il termine un po’ di marketing, “presentabili”.
    Non c’è niente di stalinista in questo, soltanto tanto realismo!

  3. Caro Diego, è vero o non è vero che voi a Genova non c’eravate? è vero o no che in questo movimento essere comunisti ha remato contro provando ad affossare le realtà più vive e dinamiche come quella di catania? Voi siete stalinisti e non cambierete mai, altro che caricatura! Siete più forti perché avete in mano tutto ma proponete una linea polirica raccapricciante.

    1. E’ assolutamente falso che noi a Genova non ci fossimo, una cazzata grossa come il mondo… nè mi risulta che “noi” (noi chi, poi, non si capisce bene) abbiamo cercato di spezzare chicchessia esperienza.
      Visto poi che continui a offendere dando di stalinista, utilizzando questo termine in senso dispregiativo, ti prego di farmi capire cosa intendi per stalinista: ammiratori di Stalin (ti consiglio allora di nuovo di non fare la caricatura a nessuno, perchè in quel caso saresti uno sciocco presuntuoso); utilizzatori dei tuoi metodi per denigrare le idee altrui e inventare fatti, episodi e posizioni; coloro che gestiscono un partito come fosse oggettistica propria (allora rivolgiti ai radicali sciccosi che ci hanno lasciato tempo fa)… non so, dimmi te…

  4. Ottima iniziativa cominciamo a ricomporre i pezzi della sinistra a partire dai comunisti e chi oggi si diverte a fare critica politica nascondendosi dietro la satira non potrà che essere superato dalla forza di chi come noi ci crede ancora e sta qui per lavorare ad una grande forza che possa incidere sulla realtà, a loro rimarrà il divertimento di pubblicare qualche stupido post su facebook.

    1. La verità è che rappresentate quella parte di rifondazione che odia i movimenti, stalinista e che a Genova non ci voleva stare (vi ricordo l’articolo criminale di Grassi e Burgio sul manifesto). Bisogna arginarvi, il problema è che onestamente è difficile farlo perché siete forti, ma siete la rovina della rifondazione comunista!

      1. – Falsa attribuzione di idee (“rappresentate quella parte di rifondazione che odia i movimenti”);
        – caricatura grottesca (“stalinista”);
        – menzogna (“che a Genova non ci voleva stare”);
        – diffamazione (“l’articolo criminale di Grassi e Burgio sul manifesto”, sottolineo il “criminale”);
        – stigmatizzazione e demonizzazione del capro espiatorio (“siete la rovina della rifondazione comunista”).
        – volontà di annientamento (“bisogna arginarvi”);

        Grazie, Matteo, per aver reso ai compagni una plastica rappresentazione di cosa significhi una strategia “stalinista” di attacco al nemico politico, in sei soli passaggi!
        Un consiglio: ti sei mai chiesto perchè “onestamente siamo forti”? Forse perchè intorno c’è solo ciò di cui oggi ci hai dato prova?

  5. Scusate, ma l’Ernesto perché fa questa intervista a Diliberto? Sembra quasi che dicano che il partito unico comunista è quello lì… il Pdci! ma non si rendono conto che così fanno un regalo a quelli che l’unità non la vogliono proprio!? che cosa serve una eventuale scissione?

  6. Segnalo a proposito di riaggregazione dei comunisti

    Intervista di l’Ernesto online ad Oliviero Diliberto

    di Sara Milazzo

    su l’Ernesto Online del 31/01/2011

    VENT’ANNI DOPO – Quadro internazionale e nazionale; scontro di classe in Italia ed esigenza dell’unità dei comunisti e della ricostruzione del Partito comunista come cardine dell’unità a sinistra

    VENT’ANNI DOPO

    Quadro internazionale e nazionale; scontro di classe in Italia ed esigenza dell’unità dei comunisti e della ricostruzione del Partito comunista come cardine dell’unità a sinistra

    – Un tempo, in ogni sezione del PCI, fosse pure la più piccola sezione del più piccolo paese di montagna, il segretario di quel segmento di Partito non apriva una relazione senza tentare di delineare il quadro internazionale, entro il quale collocare le questioni nazionali e locali. A noi non pare che ciò derivasse da un’attitudine liturgica, ma da una giusta e tutta materialista concezione della totalità delle cose. Vogliamo riprendere, in questa intervista, quella grande lezione del PCI ? Vuoi provare a delineare l’attuale quadro internazionale entro il quale collocare le nostre questioni nazionali? E già che ci siamo: l’attuale quadro mondiale sottrae o dà senso al progetto dei comunisti in Italia?

    E’ del tutto evidente che ragionare sull’Italia senza ragionare del quadro internazionale è, non dico limitativo, ma molto peggio: ci dà un quadro falsato della realtà. E’ impensabile infatti non considerare il fatto che l’Italia sia inserita in un contesto ben preciso, quello dell’Europa naturalmente, e l’insieme delle relazioni internazionali comporta che non si possa dire che il nostro paese abbia una sovranità nazionale nel senso tradizionale del termine.
    Se per tanti anni, anzi per decenni, è stato sufficiente utilizzare l’espressione Sovranità limitata rispetto agli Stati Uniti d’America per descrivere la situazione italiana, oggi il quadro è, secondo me, più complesso, e proprio per questo è giusto riprendere la vecchia e gloriosa tradizione del Partito Comunista Italiano, che insegnava, a noi che allora eravamo dei ragazzi, ad iniziare sempre dal quadro internazionale e poi calare l’analisi nel contesto nazionale sino ad arrivare al più piccolo paese. Accolgo quindi volentieri l’invito perché credo che solo noi, pur cosi piccoli, siamo in grado di sconfiggere la tremenda provincialità della politica italiana, grazie proprio al fatto che abbiamo la capacità di cogliere il quadro d’insieme.
    Per poter comprendere quindi lo stato attuale delle cose è necessario partire dall’89: crolla il muro di Berlino, crolla l’Unione Sovietica e sembra che con essa muoia, non soltanto uno Stato, ma l’idea stessa di una trasformazione globale anticapitalista e cioè che sia finito il comunismo. Oggi vorrei titolare quest’intervista, citando il grande scrittore Dumas, “Vent’anni dopo”.
    Vent’anni dopo, infatti, tutte le previsioni dell’89 si sono rivelate fallaci, infondate. Sembrava si dovesse aprire l’età dell’oro, l’età della pacificazione, l’età del mercato trionfante in ogni dove e che gli Stati Uniti d’America avrebbero dominato il mondo senza più aver necessità finanche della nozione del tempo.
    Addirittura un pensatore ultraconservatore americano, Francis Fukuyama, scrisse un libro intitolato “La fine della storia”, come se la storia potesse finire.
    Siamo palesemente di fronte a delle sciocchezze, sciocchezze però nelle quali hanno creduto in tanti ed a lungo. Che cosa è successo invece? Che vent’anni dopo quell’idea del mondo unipolare, di un’unica grande potenza artefice di un periodo di pace e prosperità planetaria è clamorosamente fallita. Dall’89 ad oggi abbiamo assistito infatti ad un susseguirsi di guerre, di invasioni in piena regola, alcune peraltro tutt’ora in corso. Una specie di moderna Santa Alleanza di Metternich che interviene dovunque ci sia un focolaio di possibili insurrezioni, di resistenza: Kosovo, Iraq, Afghanistan e oggi si profila l’Iran. E’ davvero una fase di instabilità globale.
    La crisi economica è evidentemente sistemica e la realtà stessa ha smentito l’idea che ci sarebbero state prosperità e pace.
    E’ fondamentale sottolineare che la Repubblica Popolare Cinese, potenza mondiale che ormai minaccia l’egemonia degli Usa, ha “invaso” il mondo non solo con il suo potere economico, ma inizia a farlo anche dal punto di vista politico. Infatti l’ascendente della Cina sui paesi in via di sviluppo è spesso sottovalutato, ma è viceversa un fattore decisivo nello scacchiere globale. In Africa, ad esempio, la Cina esercita un’influenza enorme sui gruppi dirigenti e sulle popolazioni, perché quando stabilisci rapporti economici e politici di scambio, di investimento e di formazione – e non di rapina – questo è ciò che accade.
    Negli anni migliori, a Mosca c’era un’istituzione universitaria dove venivano formati i quadri dei vari Paesi in via di sviluppo, non solo quelli sui quali l’Urss esercitava un’influenza, così come oggi a Pechino vengono formate le classi dirigenti dei paesi in via di sviluppo. E’ evidente quindi che il mondo non è più unipolare. Anzi la Cina ha recentemente stilato un accordo che si chiama “Bric”, acronimo per : Brasile, Russia India e Cina. E’ l’unione dei quattro Paesi più grandi, potenzialmente più ricchi, più dotati di materie prime. Sono paesi giovani in tutti i sensi, basti pensare che l’India ha un know-how informatico tale da far si che gli USA importino tecnici indiani invece di formarli in loco.
    Lo scenario mondiale è palesemente cambiato, soprattutto se aggiungiamo che l’ America Latina, un tempo gigantesco campo di concentramento fascista, con Cuba unico glorioso faro di resistenza, oggi sta assistendo un po’ ovunque alla vittoria elettorale di variegati fronti di sinistra, alcuni dichiaratamente alternativi al modello capitalistico, come nel caso del Venezuela.
    Dal nostro punto di vista il quadro è davvero incoraggiante: in buona parte dell’America Latina, in Cina, in quella grande potenza in espansione che è il Vietnam, in l’India ed in Sud Africa c’è uno sviluppo delle idee socialiste. Questo dimostra che, vent’anni dopo, quelle profezie espresse al momento della caduta del muro di Berlino non si sono realizzate, anzi.
    A questo punto, introducendo un elemento di riflessione proprio sul piano storiografico, poiché vent’anni sono un termine sul quale si può iniziare a ragionare di storia e non di cronaca, è giusto chiedersi: alla fine, chi ha vinto la guerra fredda?
    Non sembra che l’abbiano vinta gli Usa come sembrava nell’89, è questo è un elemento che deve incoraggiare anche chi, nella vecchia Europa e in condizioni completamente diverse, non si è arreso.

    – In questo contesto, che giudizio esprimi sul “caso WikiLeaks”; cioè che funzione hanno le sue rivelazioni su scala internazionale? Perché Wikileaks mette Berlusconi sulla graticola? E’ verosimile pensare che l’accordo “Gazprom” tra Berlusconi e Putin sia vissuto dagli americani come un tentativo italiano di sottrarsi dalla dittatura USA nel campo energetico? Qui torniamo alle posizioni contrapposte. Può avere una minima verosimiglianza una riflessione secondo la quale la linea Berlusconi in campo energetico possa essere considerata una sorta di ” linea Mattei” di natura mafiosa e di destra?

    Ci sono molte domande in questa domanda, Io credo, forse presuntuosamente, di conoscere piuttosto bene il Medio Oriente e i rapporti italo-arabi, essendomene occupato direttamente per tanti anni. Non paragonerei minimamente Mattei a Berlusconi, sembra quasi una bestemmia… Mattei aveva un disegno politico-strategico che davvero era terzomondista, nel senso migliore della parola, Berlusconi fa solo affari. Affari che però indubbiamente infastidiscono gli Usa, tanto da trasformare Berlusconi in un problema e da spingerli a puntare su altri personaggi della scena politica italiana. Tuttavia non c’è dubbio che le scelte di Berlusconi in materia energetica, che riguardano il suo tornaconto personale ma anche lo Stato italiano visto il ruolo istituzionale che ricopre, siano poco in linea con i dettami degli Usa.
    Su WikiLeaks francamente non ho un’opinione se non che è assolutamente impossibile per un gruppo di privati cittadini montare un’operazione del genere senza che la CIA riesca a bloccarla. Non è tecnicamente possibile. E dunque c’è dietro qualche cosa che a noi sfugge. Onestamente non credo che le rivelazioni sul nostro Presidente del Consiglio siano davvero tali, sono cose che sapevano tutti, sono notizie apparse su tutti i giornali italiani. D’altro canto, spesso dalle ambasciate i servizi mandano ai rispettivi governi notizie ricavate da ritagli di giornale spacciandole come informazioni sensibili. Quindi sinceramente non credo che ci sia un’operazione contro Berlusconi di WikiLeaks; fino ad adesso non è uscito niente di eclatante: che Berlusconi faccia i festini lo sanno anche i gatti del Colosseo, è una cosa notoria.

    – Quindi perché il caso WikiLeaks è esploso proprio adesso?

    Non credo che l’Italia rappresenti la causa dello scatenarsi di WikiLeaks, non siamo che la periferia dell’Impero, onestamente. Non c’è dubbio che se gli Usa possono danneggiare un personaggio che ritengono un fastidio, un problema, non dico un avversario perché Berlusconi non è un avversario degli Usa, di certo lo fanno. D’altro canto, io ricordo qui una cosa, che non mancherà di far storcere il naso a qualcuno ma non si può tacerla poiché non è che la verità, e cioè che Bettino Craxi è stato liquidato anche perché gli Usa hanno deciso così. Non solo per i noti avvenimenti di Sigonella, ma anche perché Craxi coltivava una linea politica di amicizia con i paesi arabi, tanto è vero che poi si rifugiò in Tunisia che non ha mai concesso l’estradizione. Fu lui ad informare Gheddafi dell’imminente attacco che gli Usa gli preparavano contro, un attentato per via aerea nel quale morì la figlia adottiva di Gheddafi mentre il leader libico fece appena in tempo a riparare nel deserto. Quindi, diciamo che tutte le carte principali contro Craxi sono arrivate dagli Usa: sono gli atti di un processo, non sono segreti. Non dimentichiamo poi che nel processo (credo fosse quello All Iberian) una delle tangenti più ricche per cui viene condannato Craxi era destinata all’Olp di Yasser Arafat, scelta che di certo non piaceva agli Stati Uniti. Il che non fa certo riabilitare Craxi ai nostri occhi, ma spiega come operino gli USA…

    – Quindi la posizione di Berlusconi, diciamo così, riecheggia…

    No, no, no, Craxi aveva una politica verso i paesi arabi, noi oggi nel Medioriente non contiamo più nulla, viviamo di rendita di quello che è stato fatto da Andreotti, da Moro, da Craxi, e ovviamente dai comunisti. Ma allora si trattava di una vera e propria politica filo-araba: non erano affari, gli affari erano poi una delle conseguenze, ma non l’obiettivo principale.

    – E nei confronti dell’est europeo?

    Nei confronti dell’Est europeo Berlusconi ha un atteggiamento di rapina, come tutti. Oggi i Paesi dell’ex patto di Varsavia sono diventati il paradiso per coloro che vogliono investire, non casualmente poi sono i paesi più colpiti dalla crisi perché essendo dei neofiti del capitalismo, prendiamo come esempio l’Ungheria, si sono indebitati sino al tracollo con titoli, cosiddetti “tossici”, che stanno portando questi Stati al crac.

    – Veniamo adesso alla situazione italiana. Siamo all’indomani del voto di fiducia e si è aperta una fase di crisi, nonostante Berlusconi affermi di essere rinato più forte come una fenice dalle sue ceneri. Io partirei dividendo il Paese in tre blocchi distinti che sono apparentemente impossibilitati al dialogo fra loro: il primo è il Parlamento; il secondo è quello del popolo che scende in piazza, studenti, lavoratori; il terzo è quello di “tutti gli altri”, che utilizzando una terminologia televisiva definirei gli “spettatori da casa”. Intanto vorrei sapere se sei d’accordo con questa divisione.

    Si, il Parlamento italiano è ormai un luogo istituzionale impermeabile al conflitto, e c’è una motivazione molto precisa di cui scarsamente si parla e quindi approfitto della vostra cortesia per farlo. L’impianto costituzionale italiano è stato concepito dai Costituenti nel dopoguerra come fondato assolutamente e completamente sulla legge elettorale proporzionale. Quando si è postulata la centralità del Parlamento era perché il Parlamento, grazie alla legge proporzionale, riproduceva in scala ridotta la società; il Parlamento era cioè un modellino in scala della società italiana nel quale, grazie alla legge proporzionale, erano rappresentate tutte le componenti sociali, di classe, politiche, religiose, culturali ed ideali. E dunque il Parlamento così eletto non era solo luogo di mediazione, era anche luogo di conflitto. Questa situazione è cambiata nel momento in cui sciaguratamente si è passati ad un sistema che è sostanzialmente notabilare. Il problema non è nato con il sistema attuale, cosiddetto “ porcellum”, ma con i referendum di Mario Segni e poi con il conseguente passaggio al maggioritario, che ha causato sostanzialmente una progressiva diminuzione di conflitto nel Parlamento anche quando c’erano i comunisti, proprio perché non esisteva più una rappresentanza proporzionale. Il maggioritario uninominale addirittura ha favorito una trasformazione sociale del Parlamento: per far sì che si vinca con questo sistema chi è che veniva candidato nei collegi quando c’era da affrontare “l’uno contro uno”? Ovviamente veniva candidato il notabile del paese o il personaggio comunque noto: il farmacista, il professore, il notaio, l’avvocato, magari l’attore o il cantante. Questo meccanismo ha fatto sì che di lavoratori salariati, in Parlamento, ad un certo punto, non ce ne siano più stati. Gli unici salariati rimasti sono quelli della cultura, come me che faccio il professore e sono stato in Parlamento 15 anni, ma la vecchia composizione di classe del Parlamento che esisteva quando c’erano i partiti di massa è scomparsa. Prima, infatti, se la DC portava, ad esempio, i rappresentanti del movimento contadino, le cooperative bianche, il PCI prevedeva addirittura una quota di lavoratori (operai) in produzione che doveva essere portata in Parlamento, oltre al gruppo dirigente del Partito e dai grandi intellettuali. Allora, d’altra parte, in Parlamento non si facevano solo le leggi, ma anche dibattiti di alto profilo sulla società italiana o sulle scelte strategiche di politica estera o sulla cultura, davvero importanti: oggi tutto questo è scomparso.
    Allora per rispondere alla tua domanda: è verissimo quello che dici, ma non è un problema che nasce oggi. C’è uno scollamento tra il Parlamento e la società nel suo complesso. E la piazza oggi non ha un referente nel Parlamento, è privata di una ricaduta politica istituzionale. L’analisi di questa divisione, aggiungendovi quella che una volta si sarebbe detta la maggioranza silenziosa, cioè gli spettatori, fotografa bene la realtà.
    D’altro canto se non ci fossero spettatori non ci sarebbe nemmeno Berlusconi Presidente del Consiglio.

    – Già. Analizziamo più nello specifico il primo di questi tre segmenti: il teatrino. ormai possiamo definirlo così, del Parlamento che è in subbuglio. Stanno cambiando gli equilibri al suo interno: Fini, Casini e Rutelli generano il terzo polo “della nazione”, centrista. Berlusconi fa appello ai moderati, addirittura per bocca di Bondi a Ballarò definisce le sue politiche “laburiste”. In tutto questo il PD continua a navigare a vista, apparentemente privo di una rotta precisa, di una direzione. In questa situazione quale governo potrebbe occuparsi dei problemi dell’Italia e reggere anche le imminenti misure economiche dell’UE? E la nascita di questo terzo polo rappresenta davvero un cambio di rotta rispetto al bipolarismo, che sembrava dover essere l’approdo inevitabile della politica italiana, oppure rischia di essere l’ago della bilancia, un nuovo elemento di compravendita?

    In realtà nessun governo oggi, in questa legislatura e con questi rapporti di forza in Parlamento, è o sarebbe in grado di affrontare i problemi del paese. Perché Berlusconi ha vinto il 14 dicembre scorso, di poco ma ha vinto (io infatti avevo immaginato che lasciandogli tanto tempo la compravendita avrebbe avuto successo), e questo gli permette di avere la fiducia. Questo però non significa che sia in grado di governare. D’altro canto non c’è una maggioranza alternativa per fare il governo di responsabilità nazionale, che è peraltro una sciocchezza sesquipedale. Non c’è, è evidente. Allora è giusto che ci si prepari al voto sapendo che il terzo polo rompe, di fatto, il bipolarismo, ma che questa legge elettorale è ancora bipolare, e quindi l’esito più probabile di una votazione, se si verificherà entro la primavera dell’anno, come io credo, è quello di un Parlamento ingovernabile. Se alla Camera infatti, c’è un premio di maggioranza talmente elevato che chi prende un voto in più, ha cento deputati in più, ed è quindi un terreno sul quale il centrosinistra può giocare, al Senato, col terzo polo, qualunque sia l’esito ci sarà una sostanziale parità e quindi un’assoluta instabilità. A quel punto io credo faranno il “governissimo”, e cioè un governo ad hoc per affrontare le terrificanti misure economiche imposte dalla Commissione Europea.
    Venendo a parlare specificamente del terzo polo, io non lo definirei “centrista”, significherebbe semplificare eccessivamente. Il terzo polo in realtà è il polo della destra civile e il possibile punto di riferimento di Marchionne, che per un verso è meno pericoloso di Berlusconi, perché quest’ultimo ha il più totale disprezzo per la democrazia, anche per quella borghese, e perché ci riempie di ridicolo in tutto il mondo dilapidando la credibilità internazionale del nostro Paese. Però Marchionne, per certi versi, è più insidioso proprio perché non canta, non racconta le barzellette, non si incipria il viso, non si fa il trapianto di capelli, non organizza i festini e non chiama la questura per liberare la “nipote di Mubarak”. Ma se la sua immagine è più presentabile, la ricetta per la politica economica di Marchionne è davvero pericolosissima, perché prevede un’impostazione americana dei rapporti sociali in cui il sindacato mira alla produttività del padrone e non alla difesa dei lavoratori. Tanto è vero che in America non sono mai riusciti a creare una confederazione sindacale come nella vecchia Europa, ma solo segmenti autoreferenziali e corporativi. Marchionne propone uno scambio, lavoro al posto dei diritti, che oltre ad essere ingiusto e terrificante, non funziona neppure. Dal punto di vista capitalistico non funziona perché porterebbe ad avere dei lavoratori sottopagati, lobotomizzati, i lavoratori dei “tempi moderni” di Chaplin, che svolgono compiti ripetitivi e privi di qualunque riflessione. Questo non serve in Europa perché lavoratori così ce ne sono milioni in giro per il mondo, che prendono salari anche più bassi. Dunque perché un imprenditore dovrebbe rimanere qui in Italia se mira a questo tipo di lavoratore? Io credo, viceversa, che la ricetta in Europa, e in particolare in Italia per come siamo fatti, sia di iniziare a raccontarci la verità ed ammettere che certe forme di produzione in Europa non si possono più fare. Alcune manifatture tradizionali non si possono più produrre. Tanto è vero che c’è una crisi terrificante. Viceversa bisognerebbe puntare alla “nicchia globale”, come la chiamano gli economisti, e cioè noi dovremmo produrre delle cose che gli altri non sanno produrre. Parliamo di brevetti, l’Italia è crollata in questo ambito, in Europa non hanno nemmeno accettato la lingua italiana all’ufficio brevetti. Noi eravamo stati per cinquant’anni primi nella classifica dei brevetti. Ed è di questo che abbiamo bisogno: brevetti e lavoratori più bravi. Ma i lavoratori possono essere più bravi solo se sono anche più motivati, se guadagnano meglio, se possono andare in malattia senza problemi, se hanno le ferie, se hanno una pausa pranzo decente, se hanno una pausa fisiologica accettabile, cose banali che sanno tutti. Bisognerebbe reimpostare il paradigma della società italiana come società dei saperi e innalzare l’obbligo scolastico per tutti a 18 anni. Cose che farebbero bene anche ai nostri imprenditori, tanto è vero che ci sono aziende che riescono ad esportare, che sono affacciati sul mercato globale, in Italia ma sono poche e sicuramente non la Fiat. Se la Fiat è l’unica azienda europea che non ha sentito la ripresa nel mercato auto (in Germania va invece benissimo, con 33 ore settimanali di lavoro e salari in aumento), non sarà che c’è un problema di modelli invece che un problema di lavoro? Il costo del lavoro Fiat è tra il 3,5 % e il 6.5 % del prodotto finale, cioè poco o nulla. Allora è evidente che il punto è un altro.
    Tornando a monte, se Marchionne ha abbastanza agganci da permettersi di sfidare Confindustria e vincere io credo che ci troviamo di fronte ad una grande insidia. Il terzo polo secondo me rappresenta questa logica, che è assolutamente di destra, non di centro. Viene considerata di centro perché in Italia esistono quegli sciagurati dell’estrema destra, i razzisti della Lega e Berlusconi, ma è una collocazione geografica, non politica.

    – Ma questo punto di vista miope nei confronti del sapere è una cosa che accomuna sia il terzo polo, sia la destra e anche Berlusconi.

    No, nel caso di Berlusconi è una cosa diversa: lui sa che più saranno ignoranti gli italiani, più voteranno per lui. La cultura in fin dei conti a cosa serve? Serve a formare il senso critico, ti dà consapevolezza dei tuoi diritti. Per secoli e secoli le classi dirigenti hanno tenuto le classi subalterne, diverse di volta in volta, nell’ignoranza proprio perché la cultura, se è di pochi, è un formidabile strumento di dominio. Un esempio che tutti ricordiamo è il “Latinorum” che Don Abbondio usa contro Renzo. E Berlusconi questo lo sa bene. Sa che se lui permette alle persone di formarsi un senso critico, quando guarderanno la televisione sapranno discernere le bugie dalla verità. Invece chi non ha cultura si beve tutto, registra tutto come se fosse verità: “’l’ha detto la televisione”, frase classica da bar, ma purtroppo rappresentativa della situazione italiana. Quindi la destra ha un disegno che è appunto quello di distruggere scuola, università, ricerca, e beni culturali. Il crollo di Pompei è simbolo della decadenza, della devastazione morale e culturale di questo nostro disgraziato paese.
    Temo tuttavia che una non adeguata consapevolezza caratterizzi anche il centro-sinistra, durante l’ultimo governo Prodi, infatti, ho avuto delle litigate furibonde con Padoa Schioppa, allora Ministro dell’Economia, perché non investiva sulla scuola. Non percepiva la scuola e l’università come strategiche per il futuro di tutta l’Italia.

    – Tutto questo porta quindi allo scollamento del Parlamento dai problemi del Paese. Scollamento che a sua volta causa quello che accade nel secondo blocco di cui parlavamo prima: la piazza. La piazza del popolo che protesta. Ormai il conflitto sociale è passato dal livello moderato a quello della rabbia e perfino della violenza, come abbiamo già visto accadere in altri paesi europei: la Grecia, l’Inghilterra, ma anche la Francia. Quindi perché accade questo? Le condizioni materiali ormai sono arrivate ad un livello di gravità tale per cui è scattato qualcosa? Come possiamo evitare che questa rabbia venga strumentalizzata dalla destra e come ci rapportiamo a questo tipo di lotta: è sempre da condannare? E’ inevitabile? E’ comprensibile?

    Direi, avendo una qualche dimestichezza con i classici, che la lotta di classe non è che venga provocata, evocata, richiesta o subita. La lotta di classe c’è, è inevitabile, è un dato della realtà. Tuttavia, almeno negli ultimi due decenni, in Italia l’hanno fatta solo i padroni. Tutto quello che si è verificato sono scene di lotta di classe: la diminuzione dei diritti e delle tutele, dalla fine della scala mobile alla fine del sistema pensionistico pubblico fondato sul retributivo, la fine dell’equo canone, la fine del contratto nazionale di lavoro, la fine delle tutele sulla salute in fabbrica etc. E’ lotta di classe fatta dai padroni. In questo vi sono responsabilità del sindacato, molto serie. Indubbiamente non voglio demonizzare il sindacato, perché esso ha una funzione essenziale, lo dico solo allo scopo di provare ad evitare che si ripetano certi errori. La FIOM, ma più in generale la CGIL, in quest’ultimo periodo ha lottato, contrastato, tanto è vero che è rimasta isolata dagli altri sindacati “collaborativi”. Ma, tornando a noi, la lotta di classe c’è e oggi sta producendo, per la prima volta dopo tanti anni, fenomeni e movimenti di massa, ma anche squisitamente di classe. Negli anni passati, contro Berlusconi l’opposizione era sì di massa, ma costituita essenzialmente dal ceto medio riflessivo. I girotondi, i professori, il popolo viola sono stati tutti fenomeni utilissimi e anche innovativi, ma non erano connotati come lotta di classe. L’unica grande manifestazione di classe fu quella promossa dalla CGIL in difesa dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, guidata dal Cofferati di allora. Oggi viceversa c’è un risveglio di lotta sociale al quale purtroppo manca un referente politico unificante, perché ci sono tante lotte, alcune piccole, altre più grandi, altre globali, che però non hanno ancora un collante comune, con uno sbocco politico. Bisogna considerare poi un altro aspetto inquietante: oggi per diventare visibili i lavoratori sono costretti a spettacolarizzare le lotte. Vi è un esempio perfetto nella mia terra: l’Isola dei Cassa-integrati. Si prende in prestito proprio il linguaggio televisivo, dall’isola dei famosi a quella dei cassa-integrati, così si arriva al TG3 e a Ballarò. Insomma i lavoratori che salgono sulle ciminiere, sui tetti, sono stati costretti a metabolizzare gli strumenti dell’avversario, perché altrimenti non hanno modo di apparire da nessuna parte e se non appaiono non hanno la forza per imporsi, per provare ad ottenere quello che vogliono. Questo è un dramma. Io ho però l’impressione che questa sia una fase comunque molto positiva perché c’è un risveglio, basti pensare agli studenti, centinaia di migliaia. Al contempo c’è un limite, che non è del movimento ma della politica: manca l’avanguardia, manca la guida, manca il Partito. Questa è una delle cose che maggiormente si possono rimproverare, appunto vent’anni dopo, a chi ha deciso di sciogliere il Partito Comunista: la scomparsa di un referente politico.
    E qui è necessario fare un excursus sul PD e sulla differenza che c’è tra quello che è e come viene percepito sia da molti dei suoi militanti che dagli elettori.
    Perché nella base e nell’elettorato del Pd ci sono ancora tanti che si percepiscono come comunisti, e comunque di sinistra.
    Io sono andato a portare il saluto della Fds al corteo del Pd di sabato 11 Dicembre, e sono andato a salutare Bersani, da potenziali alleati.
    Le persone della mia generazione presenti in quella piazza, venivano pressoché tutte dal PCI: l’idea drammaticamente errata che è passata, soprattutto nelle vecchie regioni rosse, è che ci sia una continuità: PCI, PDS, DS, PD. E’ scomparsa pure la “s” che stava per sinistra! Ma la percezione non è cambiata, durante la manifestazione mi dicevano: -“compagno torna con noi” – e io: -“torna?? “. Ma non sono mai stato con loro. “Torna con noi”, come se fossi stato io ad abbandonare il PCI. È un’accusa sanguinosa. La realtà è che, al di là di questa percezione che hanno, ripeto, molti elettori e molti militanti di quel partito sopratutto in certe regioni, il PD non ha un riferimento di classe, né può averlo, al di là della volontà dei singoli, perché ne ha troppi. Non riesce a prendere posizione sulle grandi questioni perché se Bersani fa una dichiarazione, dopo trenta secondi escono altri 5 dirigenti che dicono 5 cose diverse. Ma si può governare un partito cosi? Io sono, come noto, un nostalgico del centralismo democratico (nel Pdci lo abbiamo per statuto), e anche se non posso certo pensare che il centralismo democratico entri nel PD, almeno un minimo di regole bisognerebbe averle…

    – Tra le fila del PD c’è chi addirittura ha espresso la propria solidarietà a Bonanni all’indomani delle contestazioni.

    Ma è ovvio, perché il PD è una specie di confederazione. Non è nemmeno una federazione, che è una cosa più stretta. Dentro al PD convivono anime diversissime, non tanto dal punto di vista religioso, quello non è un problema, ci sono cattolici che sulla vita e sulla bioetica hanno una concezione diversa dai laici, ma, ripeto, se fosse questo il problema, il PD non avrebbe tanti guai.
    Il problema sono le politiche economiche: cioè l’architrave di chiunque si propone di voler governare il Paese. Il punto è che se stai all’opposizione fai un po’ di protesta e pazienza, ma quando sarà chiamato a governare, il PD che farà? Quale linea sposerà? Io temo che continuerà ad averne cinque. Dunque questo è il grande problema che ha di fronte il Partito Democratico e non so davvero come ne possa uscire.

    – Sei andato a portare il saluto alla manifestazione del PD, allora confrontiamo quella manifestazione con quella che c’è stata il giorno della fiducia, il 14 dicembre…la manifestazione studentesca…

    Io ho partecipato a quella manifestazione, il giorno della fiducia. Era una meravigliosa manifestazione, variegata, c’erano gli studenti ma c’era anche la Fiom, c’erano i precari della scuola e dell’università, c’erano tanti che volevano manifestare la propria rabbia contro il governo: era squisitamente una manifestazione politica. Mancava, manca, il referente Partito: era, cioè, una manifestazione politica priva di uno sbocco politico e nelle istituzioni. È più difficile fare una proposta se non hai il terminale. Sulla manifestazione di martedì 14 dicembre 2010 voglio dire una cosa netta: chi è andato in piazza con l’intenzione deliberata di compiere delle violenze è evidentemente un nemico del movimento. Io non mi scandalizzo di fronte alla violenza, non mi ritengo certo un aderente al movimento non violento, lo considero una sciocchezza anche culturalmente. Ma se tu hai un movimento di massa di quelle proporzioni, con un’infinità di ragazze e ragazzi giovani, anche delle medie superiori, quelli che hanno tentato di trasformare quella manifestazione in forme violente non hanno certo compiuto un atto rivoluzionario, ma controrivoluzionario. Noi comunisti dovremmo davvero essere in grado di respingere tali forme, perché sono un danno enorme: rischiano di far criminalizzare il movimento ed è esattamente quello che vuole il governo.

    – Manca, dunque, un referente per questa piazza all’interno del Parlamento: ma sarebbe sufficiente? Perché in un passato tutt’altro che remoto questo referente c’era.

    Ma in passato, come ho detto prima, c’era un referente o più di uno: c’erano i comunisti, come partito e in Parlamento. Ora purtroppo non ci sono più. Tuttavia, non era allora e non sarebbe oggi sufficiente. Credo che vada detta una cosa in modo chiaro, e cioè che nella fase dei governi di centrosinistra, in particolar modo negli ultimi due anni di governo Prodi 2006/2008, sia noi che il PRC, in modo diverso perché noi non siamo entrati direttamente al governo, abbiamo comunque applicato una linea con trent’anni di ritardo: quella del partito di lotta e di governo. Questa era la scommessa su cui aveva puntato Enrico Berlinguer a metà degli anni 70. Allora non riuscì nemmeno al PCI, che aveva il 34,4% dei voti, perché tale linea ha in sé un’ambiguità intrinseca che ti fa perdere i contatti con il governo in quanto tale e con la lotta in quanto tale. Noi abbiamo provato ad applicarla essendo infinitamente più piccoli e senza essere il PCI.
    Per cui abbiamo scontentato paradossalmente tutti, sia “a destra” che “a sinistra”. C’era chi ci diceva: “passate tutti i giorni a rompere le scatole al governo, state buoni, siate leali, siate unitari, siate uniti”, frase che mi sarò sentito ripetere mille volte, e contemporaneamente vi erano quelli che ti dicevano: ”Ma non avete ottenuto questo e non avete ottenuto quest’altro, siamo ancora in Afghanistan, i salari non sono aumentati, c’è lo scalino delle pensioni…”: ci siamo trovati in un pertugio strettissimo per cui facevamo le manifestazioni e contemporaneamente stavamo al governo.
    Allora è necessario dire con chiarezza che il partito di lotta e di governo non funziona: o è di lotta o è di governo. Ma se io ritengo che i comunisti debbano avere una vocazione di governo, altrimenti, banalmente, non hanno letto Lenin; questo non significa però stare al governo a tutti i costi. Il nostro non è un problema di linea politica, ma di rapporti di forza: se un giorno accetteremo di far parte di un governo sarà per governare e non per lottare: o meglio, la forma della lotta sarà quella, attraverso lo strumento del governo, di modificare lo stato di cose presente. Per far questo, saranno però necessari nuovi rapporti di forza, attraverso i quali trasformare, agire, altrimenti non serve. Anzi è dannoso e l’abbiamo sperimentato con le elezioni del 2008.

    – Passiamo ora ad analizzare il terzo blocco, dopo il Parlamento e la piazza rimangono tutti gli altri: i cittadini che sono spettatori attoniti o disinteressati, a volte persino disgustati, sia dallo spettacolo all’interno del Parlamento sia da quello che avviene al di fuori, che percepiscono come una sorta di “far west”. Non si sentono rappresentati da nessuno, alcuni perché dicono “io non capisco niente di politica”, altri perché al contrario capiscono “di politica” e ne provano una completa disaffezione, delusi dal sistema stesso. Noi come ci rapportiamo verso tutti costoro?

    Diciamo che il fenomeno odierno è figlio di un percorso trentennale, la degenerazione da cittadino in spettatore, o da cittadino in consumatore: inizia, infatti, con l’irrompere delle televisioni commerciali in Italia. Prima ho parlato della politica estera di Craxi positivamente, Craxi fu invece un disastro per la sinistra italiana in politica interna. Perché il duo Craxi-Berlusconi ha dominato negli anni 80, quelli della “Milano da bere”, uno in politica e l’altro nelle televisioni commerciali, agendo per spostare il senso comune, ossia quelle che nel nostro linguaggio si definiscono idee dominanti, cioè quelle della classe dominante. In Italia non è sempre stato cosi. Con l’irrompere delle televisioni commerciali viene ribaltato il senso comune di grandi masse di proletari, ovviamente quelli meno istruiti, basandosi sull’idea che in fondo tutto è commerciabile, tutto è in vendita, tutto ha un prezzo, tutto è valutabile patrimonialmente, compreso il corpo umano. Pensate alla progressiva distruzione dell’idea del corpo femminile, mercificato totalmente a tutti i livelli, partendo dalla pubblicità fino alle disgustose vicende dei giorni odierni.
    Il berlusconismo si è diffuso ovunque proprio perché si è progressivamente spostato il senso comune. Il successo delle televisioni commerciali ha indotto la Rai, e cioè la televisione pubblica per la quale tutti noi paghiamo un canone, ad adattare al ribasso, in una corsa al peggio, i suoi palinsesti. È venuta così meno una funzione che la Rai ha assolto per i trent’anni precedenti: una gigantesca alfabetizzazione di massa. Ha fatto conoscere a grandi masse i romanzi attraverso gli sceneggiati televisivi che erano fatti benissimo, professionalmente, come anche le trasmissioni di approfondimento, pensiamo alla mitica tv7. La Rai ha smesso perché ha inseguito la televisione commerciale. I format sono oramai tutti uguali. Qualcuno forse saprà che ho trascorso qualche mese a casa per via di un incidente, ed ho fatto una scorpacciata di televisione, pubblica e privata. E’ impressionante, io invito tutti a fare un esperimento: alzarsi la mattina, non uscire per una giornata intera e passarla davanti alla televisione. I danni sul piano morale dell’inciviltà delle trasmissioni televisive sono incalcolabili. Anche perché impattano su un pubblico, quello che sta a casa, di persone probabilmente più ingenue di altri. Trasmettono infatti la fotografia di un Paese che non esiste, i problemi scompaiono: questo processo ha portato alla degenerazione della coscienza di tantissimi milioni di persone ed ha creato il terreno per il berlusconismo.
    Berlusconi eredita in politica quello che ha creato con le televisioni: trasforma cioè un pubblico in un elettorato. Se si vanno ad analizzare i flussi elettorali è chiaro che non è un caso che molti proletari e sottoproletari votino a destra: vengono educati, contro educati, diciamo cosi, secondo le formule classiche, al peggio. Io credo che faccia infinitamente più danni Maria de Filippi che Bruno Vespa, perché chi guarda le trasmissioni televisive di approfondimento lo fa perché si interessa di politica, ed è quindi in grado di discernere. Chi guarda “Amici”, “L’isola dei famosi” o programmi analoghi, non ha il più delle volte gli strumenti per farlo. Se si pensa poi allo scopo odierno della cultura in Tv è una tragedia: serve a fare soldi. Nei programmi pre-serali, sia alla Rai che a Mediaset, se conosci delle nozioni vinci i quiz e dunque vinci soldi: anche la cultura è diventata patrimonialmente valutabile ed ecco di nuovo il decadimento che porta al berlusconismo. C’è una celebre ed importante polemica del dopoguerra tra Benedetto Croce e Palmiro Togliatti che è molto istruttiva. Croce sostiene che il fascismo fosse stato solo una parentesi della storia, perché in Italia vi sarebbe stato, a suo dire, un fluire naturale verso la libertà e, dunque, egli affermava, “è come l’invasione degli Hyksos in Egitto”, di un popolo cioè che veniva da fuori, invadendo l’Egitto e governandolo per qualche tempo finché non furono ricacciati. Togliatti replicava che, mentre gli Hyksos venivano appunto da fuori, le pulsioni reazionarie di massa che vi sono in Italia sono assolutamente endemiche. Berlusconi le ha solleticate, vellicate, sostenute ed elette a sistema e sono le pulsioni peggiori: da quelle di chi non vuole pagare le tasse a quelle di chi vuole cacciare gli stranieri, sino a quelle di chi, banalmente, vuole solo guardare tette e culi in televisione. Lui è riuscito in un’operazione formidabile e guai a sottovalutarlo, guai a pensare che sia una macchietta. Berlusconi è, per usare una celebre espressione, l’autobiografia della nazione.

    – Parlando di immigrati quello che voglio chiedere è: non è che la Lega ha avuto un’intuizione che noi come sinistra radicale non abbiamo avuto?

    Io non sono mai stato radicale, io sono comunista!

    – L’intuizione è questa: tratta l’immigrato come un lavoratore, tratta l’immigrazione come un problema di lavoro.

    Io non sono convinto di questo, la Lega non tratta gli immigrati come lavoratori: sfrutta dal punto di vista del lavoro quelli regolari che stanno nelle fabbriche, e nelle fabbriche del nord gli immigrati sono ormai spesso più del 50%. Gli stranieri sono però lavoratori di serie “b” perché, mentre gli italiani hanno dei diritti civili che sono quelli garantiti dalla Costituzione, per esempio possono esercitare la loro religione, se ce l’hanno, in maniera libera, tranquilla, e senza problemi, gli immigrati quando escono dalla fabbrica se vogliono costruirsi una moschea la Lega gli dice di no! Sparge il letame di maiale, che è considerato infetto dai mussulmani, nell’area circostante alla moschea medesima o addirittura impedisce loro di sedersi sulle panchine pubbliche, o propone i tram separati etc. Allora tutto questo mi fa pensare che il modello della Lega sia un modello di democrazia imperfetta e cioè come quello dell’antica Grecia: solo i cittadini che stavano nell’agorà avevano dei diritti perfetti, votavano, e partecipavano alla cosa pubblica. Ma questo era possibile perché erano 1/3 della popolazione, gli altri 2/3 erano schiavi e stranieri che non avevano alcun diritto e lavoravano per sostenere i cittadini Greci. E quindi da questo punto di vista la Lega incarna un modello infinitamente più pericoloso di altri.

    – Invece il nostro approccio nei confronti del problema dell’immigrazione quale dovrebbe essere?

    Il nostro approccio dovrebbe essere squisitamente politico e di classe. Noi non siamo la Charitas, che per inciso fa delle cose straordinarie e meno male che c’è, ma noi non abbiamo lo stesso scopo. Noi non possiamo semplicemente dire “poveri immigrati”, perché con questa logica non andiamo da nessuna parte, non facciamo il bene degli immigrati e non facciamo niente di costruttivo per il Paese. Io penso che noi dovremmo cominciare a pensare a forme di organizzazione politica degli immigrati sul piano di un ragionamento politico strettamente di classe. In fondo, se ci pensiamo, gli stranieri incarnano le due più grandi contraddizioni del mondo contemporaneo: quella classica capitale-lavoro e quella inedita nord-sud. E allora, anche se è difficilissimo, bisogna iniziare a porsi il problema non soltanto dell’adesione al sindacato, che lo sta facendo da sé anche se con difficoltà, ma di organizzare politicamente gli immigrati. Bisogna ammettere che anche tra gli immigrati ci sono differenze e lotte, non è che vadano tutti d’accordo tra di loro, perché se dobbiamo raccontare le frottole è meglio se scegliamo un altro mestiere. Le contraddizioni religiose tra sciiti e sunniti ad esempio, sapete quanti problemi causano nelle comunità musulmane in Italia? Siccome io le conosco piuttosto bene, appunto per il mio rapporto col mondo arabo, ho provato tante volte a costruire una prospettiva politica, ed in parte posso dire, almeno a Roma, di esserci riuscito, ad esempio per quel che riguarda le nostre campagne elettorali, durante le quali hanno spesso lavorato all’unisono, se non tutti quasi tutti, per il successo delle nostre liste. Però poi quando si passa a pensare ad un’organizzazione degli immigrati in senso stretto, cioè quelli che non votano, che non hanno la cittadinanza italiana, lì diventa un guaio per le contraddizioni interne e perché, obiettivamente, non avendo diritti civili è molto difficile anche organizzarli politicamente. Io credo che uno dei tanti problemi di questa fase del mondo è che al posto dell’ideologia della liberazione globale degli individui, cioè il comunismo, abbia preso il sopravvento il fanatismo religioso. Quando un individuo è disperato, se ha una prospettiva politica di liberazione e di emancipazione, intraprende una certa lotta, prova a fare la rivoluzione o la battaglia per l’indipendenza nazionale. Se viene meno quella prospettiva politica cosa resta?
    Restano i kamikaze. Io credo che vada detto che anche alcuni leader del mondo arabo odierni vengono dalle file comuniste. Il capo di Hezbollah, ad esempio, era il capo della gioventù comunista libanese. Venuto meno quel mondo, quel punto di riferimento, quella prospettiva, cosa resta? Resta Allah. La realtà, proprio perché cosi articolata, non ci consente scorciatoie: le società occidentali sono società multietniche e multi religiose, quindi questo problema i comunisti se lo devono porre. E non semplicemente su base solidaristica. Si può dire una verità che dovrebbe essere banale? E cioè che chi delinque, indipendentemente dal colore della pelle, deve essere punito come gli italiani. Il problema tuttavia è che oggi gli immigrati sono gli unici che vanno in galera. Le carceri scoppiano, sono piene di tossicodipendenti e di immigrati. I colletti bianchi non vanno in galera. Allora una battaglia per la legalità seria deve partire da questo. La giustizia è un tema di classe? Altroché, tanto è vero che una delle lotte di classe che hanno fatto i padroni è quella di derubricare i loro reati a banali illeciti amministrativi. Il falso in bilancio non c’è più.
    Naturalmente questo è un tema complesso ma se noi vogliamo pensare in grande nella costruzione della prospettiva di un partito comunista in Italia bisogna iniziare a pensare anche ad affrontare i temi complessi.

    – E’ interessante quello che hai detto, che siano stati derubricati in generale quasi a marachelle i reati di stampo economico. Ma a questo punto c’è un’altra prospettiva che i padroni, ed in questo caso un padrone specifico, cercano di portare avanti, ed è quella di cancellare una delle prime conquiste che fece il movimento operaio cioè la terzietà del giudice per le controversie di lavoro.

    Ma in realtà alcuni reati dei colletti bianchi, i reati economici, sono stati derubricati, cioè non sono più reati: ed è stata fatta passare nella mentalità comune l’idea che non sono cose gravi, perché se non scorre il sangue, non pare neppure un reato, non si mette in pericolo la sicurezza. Esattamente il contrario di quanto succede in un paese come gli USA, dove i reati economici, come noto, essendo contro la collettività, contro la fides pubblica, sono ritenuti i più gravi di tutti. Questa è l’unica cosa dove l’Italia non segue l’America, purtroppo perché in questo caso l’etica protestante è molto più funzionale dell’etica cattolica. Per quanto riguarda le controversie di lavoro, si tratta di uno dei tasselli dell’attacco alla condizione dei lavoratori, anche questa non percepita come pericolosa, ma in realtà pericolosissima, perché è la sottrazione di un giudice terzo nei conflitti di lavoro. È un sistema complessivo di attacco in cui, pezzo per pezzo, hanno smantellato quanto è stato conquistato in trent’anni. Le lotte degli anni cinquanta erano prodromiche a quello che è successo negli anni sessanta, quelli con le grandi conquiste, e poi dei settanta. C’è un dibattito un po’ folle secondo me su questo, anche nel movimento operaio, sul legame tra conquiste sociali e diritti civili. I diritti civili avanzano quando avanzano le battaglie sociali: ad esempio, divorzio e interruzione volontaria di gravidanza sono arrivati dopo che è arrivato lo statuto dei lavoratori, dopo che è arrivata la scuola di massa, l’articolo 18 etc. Le due cose sono sinergiche, tanto è vero che oggi che stanno smantellando lo stato sociale, contemporaneamente smantellano i diritti delle donne.
    La discussione su queste cose non può essere astratta. Anche in un movimento straordinariamente fecondo come quello femminista, di cui io sono un lettore attento, talvolta la discussione è secondo me mal posta e non è fondata su un’analisi realistica della società. L’idea che i diritti delle donne siano a prescindere è un errore, perché, come è chiaro, oggi i diritti delle donne sono a rotoli, non esistendo un movimento di massa in grado di sostenerli.

    – Tornando a parlare di problemi di lavoratori e di sindacato, la rottura tra la Fiat, Marchionne e la Confindustria ha in sé caratteri di grande, quanto socialmente, politicamente e sindacalmente drammatica, rilevanza strategica. Su che basi e perché avviene tale rottura? Che cosa essa evoca strategicamente? E qual è il rapporto che noi dobbiamo instaurare con il sindacato e con quale sindacato?

    Io direi che qui siamo al nocciolo del problema. Marchionne, oltre tutte le cose di cui abbiamo parlato prima, incarna quello che si può chiamare lo “smantellamento della gerarchia delle fonti del diritto”, cosa complicata e che spiego in maniera semplice. Le fonti del diritto hanno una gerarchia: la più importante è la Costituzione, poi ci sono le leggi ordinarie, poi quelle regionali sino a quando si arriva ai contratti tra i privati, i più banali. Marchionne mette il contratto tra privati al primo posto, sopra la Costituzione. Perché? Perché se nel contratto fa scrivere che il lavoratore si priva del diritto di sciopero e il diritto di sciopero è sancito dalla Costituzione, vuol dire che ha invertito la gerarchia delle fonti. Ma se un contratto tra privati è più importante della Costituzione ciò significa la fine della Repubblica. Di questo, secondo me, non c’è un’adeguata consapevolezza, lo dico senza nessuna nota polemica. Il Sole 24 Ore ha pubblicato l’estate passata l’elenco dei complimenti ricevuti da Marchionne da parte di esponenti della sinistra nel corso degli anni e sono stato molto contento di non aver trovato nessun mio commento favorevole a Marchionne nemmeno quando era di moda.

    – Abbiamo detto che in questa situazione di attacco cosi forte rispetto al lavoro in generale, il sindacato è oggettivamente in crisi.

    È in crisi ed è anche molto diviso; sono due prospettive diverse quelle che oggi si agitano nel movimento sindacale. C’è quella che non è nemmeno più concertativa, quella vuole condividere con le aziende, cioè con i padroni, il percorso. Non solo quello contrattuale ma anche quello della produttività. Viceversa c’è chi continua a difendere i diritti dei lavoratori, che è esattamente il compito del sindacato, almeno per come è noto nell’Europa continentale. Dal punto di vista odierno, io vedo la Cgil in difficoltà perché Cisl, Uil e altre sigle concertano, anzi, ripeto, si accordano sulla produttività con un sostanziale abbandono della difesa del ruolo del sindacato dei lavoratori, quelli in carne ed ossa. Penso a cose essenziali, tipo le norme sulla salute in fabbrica. La Cgil ha tenuto fino ad ora il punto, ma straordinaria è stata la capacità della Fiom di stare in campo. Credo sia tuttavia arrivato il momento di avanzare una proposta in positivo e non solo di difesa (pur fondamentale!), profondamente innovativa, proprio sul modello di sviluppo. Secondo me, è l’unica ipotesi di lavoro possibile. Le vecchie ricette non funzionano più. L’idea da respingere, almeno secondo me, che poi è la cartina tornasole di tutto, è il patto sociale. Il patto sociale non è un patto, è una resa.

    – In quest’ottica quindi come interpreti il risultato del referendum a Mirafiori?

    Il risultato del referendum di Mirafiori è uno straordinario risultato politico che manca tuttavia di un referente politico.
    Il 46% dei lavoratori contro ogni aspettativa ha votato no.
    A quello che non era un referendum in senso stretto : il referendum, infatti, presuppone un voto libero, espressione di democrazia diretta. Il referendum di Mirafiori è stato invece un vero e proprio ricatto: posto di lavoro in cambio dei proprio diritti.
    L’esito finale è dunque il segno di una grande prova di volontà da parte dei lavoratori, con la maggioranza tra gli operai, di non chinare la testa e di voler continuare a battersi per i diritti e per la democrazia.
    La posta in gioco era e resta altissima: un intero modello di società che per Marchionne, e chi lo ha sostenuto, è quello di lavoratori lobotomizzati, totalmente succubi all’azienda e privati di una reale rappresentanza sindacale conflittuale.
    È necessario sottolineare che il contenuto dell’accordo calpesta la Costituzione e le leggi dello stato.
    Ed è poi, oltre che profondamente ingiusto perché, con i ritmi di lavoro previsti, mette a repentaglio la salute e la sicurezza dei lavoratori, anche del tutto inefficace sul piano della produttività. In Germania ed in Francia , infatti, le aziende automobilistiche hanno ripreso a vendere grazie ad una politica che motiva positivamente il lavoratore attraverso la riduzione dell’orario di lavoro a 33 ore settimanali e ad un aumento dei salari. Tutto ciò si accompagna a massicci investimenti sull’innovazione e sulla qualità dei modelli: in Fiat si è fatto il contrario .
    Questa è dunque una proposta ingiusta ed al contempo sbagliata.
    La battaglia quindi continua e il grande tema irrisolto è quello che dicevo all’inizio: chi rappresenterà politicamente e nelle istituzioni quel 46% di voto contrario?
    Da questo punto di vista occorre rilanciare il tema dell’unità a sinistra di tutti coloro che si sono schierati politicamente a favore del no.

    – E qui veniamo ad una cosa molto importante per noi. La crisi del governo Berlusconi porterà alle elezioni anticipate. Quale ruolo devono svolgere i comunisti e la Federazione della Sinistra? Quali obiettivi politici e sociali in un contesto così difficile bisogna mettere a fuoco? In che modo dovremmo rivolgerci alle masse? In pratica, sinceramente e non in maniera retorica, ai lavoratori, ai precari, agli studenti, alle donne noi che cosa dobbiamo dire? Che cosa gli promettiamo o proponiamo?

    Io direi che ci sono due livelli diversi: il primo è quello di mandare a casa Berlusconi per far tornare una normale dialettica repubblicana in questo Paese. Ripeto, non credo che il terzo polo sia centrista, credo che il terzo polo sia, dal punto di vista della politica economica, di destra; ma bisogna eliminare l’anomalia Berlusconi, anomalia anche in un sistema capitalistico, perché Berlusconi somma, nella stessa persona e nello stesso gruppo, il potere economico, il potere politico e il potere mediatico. Questa cosa non esiste in una normale fisiologia del sistema democratico borghese, questa è una patologia. Allora, per espellere questa patologia è ragionevole pensare ad un’alleanza, la più larga, che sia in grado di vincere. E quindi noi siamo disponibili. Anzi abbiamo proposto un patto politico-elettorale che tenga il tema della democrazia, della Costituzione, del conflitto degli interessi, contro le leggi ad-personam etc., al centro del proprio orizzonte politico, per cacciare Berlusconi. Dopo di che, se vincerà il centrosinistra, quindi Pd, Idv, Sel una volta che avremo visto cosa deciderà di fare Vendola, a quel punto noi dovremo essere i garanti per i lavoratori, per i precari, per gli studenti, di alcuni punti perché non vedo le condizioni per un patto programmatico complessivo. Lo dico con rammarico, c’è chi è contento di questo. Lo dico con rammarico perché vorrei che ci fossero le condizioni per un patto di governo dove i comunisti potessero contare. Non ci sono perché io non potrei andare da Bersani, va detto con onestà a chi ci legge, e dirgli “togli i finanziamenti alla scuola cattolica!”, cosa che io farei se fossi al governo e avessi la forza di fare, perché so che lo metterei in difficoltà e non potrebbe concedermelo. Faremmo la fine dei due anni di governo Prodi, dove chiedevamo un sacco di cose, non ce le davano, e così facevamo una figuraccia. È buon senso politico. E chi grida che dobbiamo chiedere questo, quest’altro e quest’altro ancora, non sta facendo politica, sta facendo propaganda. E noi con la propaganda siamo morti. Allora io credo che si debbano contrattare tre cose, tre cose che il Pd ci può dare e che noi abbiamo il dovere di controllare che lo faccia. Primo: una politica sul lavoro più decente, con il ristabilimento delle regole del contratto collettivo nazionale valevoli per tutti e un abbassamento progressivo del precariato, cose ovvie sul lavoro. Secondo: io credo che servirebbe un investimento massiccio di risorse sulla scuola pubblica; io non chiederei a Bersani di togliere i soldi alle private, anche se lo vorrei, però in cambio dovrebbe dare il doppio dei soldi alla scuola pubblica, proprio perché la scuola è tutto quello che abbiamo già detto prima. Terzo: il fisco, perché per finanziare lavoro e scuola, da qualche parte i soldi bisogna prenderli. Allora io credo che si possa riparlare in Italia di una patrimoniale, seriamente. La patrimoniale c’è in Francia, e lì c’è Sarkozy, non i comunisti, e quindi non è una bestemmia dire che ci vuole una politica fiscale seria. Non basta la solita storia che tutti dicono “bisogna contrastare l’evasione fiscale!”, grazie lo so. Devo dire che Visco lo stava facendo, onore al merito, stava recuperando soldi dall’evasione. Ci sono ormai dei sistemi che con l’informatica sulla tracciabilità dei pagamenti permettono di trovare di tutto, volendo, ma non basta. Sarebbe già una cosa rivoluzionaria, ma non basterebbe, soprattutto se l’Europa ci chiederà quella manovra economica. Allora l’alternativa è: o distruggere lo stato sociale o introdurre la patrimoniale, che deve essere progressiva, e cioè più sei ricco e più paghi; ancora una volta non è una roba bolscevica, sta nella Costituzione Italiana, cosa che nessuno dice più. Allora queste tre cose, lavoro, scuola, fisco, possono costituire il profilo con cui noi ci presenteremo con semplicità ma anche con coerenza agli elettori.

    – Che ruolo deve svolgere la Federazione della Sinistra, di cui sei stato eletto portavoce al congresso? Come si può rafforzare? Cosa deve essere e cosa non deve essere?

    La Fds non deve essere “a rimorchio”, deve avere un suo profilo autonomo e lo deve avere dal punto di vista politico, culturale ed ideale, deve avere i propri principi, i propri valori autonomi. Dire con precisione cosa debba essere la Fds è un po’ più difficile, perché, come afferma un grande poeta, è più semplice declinare ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. Andiamo dunque con ordine.
    Intanto, è un fatto grandemente positivo in sé essere riusciti (non era scontato) a costituire questa Federazione. Secondo. Credo che sarebbe un bene se essa si allargasse ancora a tante compagne e compagni che ancora non vi si riconoscono. Terzo. La Fds sarebbe secondo me più forte (e vivrebbe meno contraddizioni al suo interno) se in essa si costituisse un unico, più grande (meno piccolo…) partito comunista: rilancio, pertanto, la proposta alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista: ha senso che oggi in Italia, con quello che è successo, ci siano due partiti comunisti? Sì, è vero che sono uniti nella Federazione, ma se è per questo la Federazione della Sinistra si potrebbe fare anche con Sel, perché al suo interno ci sono anche i non comunisti. Se la Federazione serve, ad esempio, a difendere la Fiom, ricordiamo che in piazza con la Fiom c’era anche Sel, se serve a difendere la scuola pubblica, Sel è d’accordo con noi, se serve a difendere i beni pubblici come l’acqua, ancora una volta Sel è con noi. Ma dentro la Federazione ci dovrebbe essere chi non si limita a queste cose, pur indispensabili, ma non di segno consapevolmente anticapitalista e trasformatore: se uno è comunista, dovrebbe voler andare oltre, non farsele bastare, perché essere comunista significa proporre una critica sistemica al capitalismo e la fuoriuscita da esso. All’interno della Federazione, occorrerebbe, cioè, un forte polo comunista, un partito comunista unico, più incisivo, capace di trascinare e orientare. I non comunisti che già fanno parte della Fds, d’altro canto, vedrebbero anch’essi come un fattore positivo questa riunificazione, che rappresenterebbe una semplificazione oggettiva e drastica del funzionamento della Federazione medesima.

    – Poni, dunque, il problema della esigenza di ricostruzione in Italia di un Partito comunista più forte e strutturato…
    Sì, pongo con nettezza tale questione, a partire dal drammatico quadro sociale che viviamo.

    Siamo dentro una crisi capitalistica strutturale, destinata a durare nel tempo. Essa spinge le classi dominanti a cercare soluzioni reazionarie e anti-operaie, sia sul piano economico-sociale che su quello politico-istituzionale. La stessa debolezza strutturale del capitalismo italiano – perdente sul terreno della concorrenza rispetto agli altri poli capitalisti europei ed internazionali – spinge le classi proprietarie ad un giro di vite sul piano dello sfruttamento operaio e su quello dell’abbattimento dei diritti. La finanziaria Tremonti aggrava ancor più le già precarie condizioni di vita delle masse popolari e, come abbiamo visto, il progetto Marchionne punta ad una totale libertà di manovra e potere sull’uso della forza-lavoro, fino a negare elementari diritti sindacali e costituzionali (si pensi al diritto di sciopero!).
    Contestualmente, e per fortuna, riprendono vigore – nelle fabbriche e nelle scuole – resistenze e lotte sociali.
    Ciò che palesemente manca è una robusta ed efficace sponda politica a queste lotte, con una forte presenza nel conflitto sociale e nelle istituzioni, senza la quale esse sono destinate a rifluire, a rimanere prive di una consapevolezza politica generale e di un progetto unificante. Manca un fronte unitario delle sinistre, tenuto insieme da un solido patto di unità d’azione. E all’interno di esso, un Partito comunista rinnovato e riorganizzato, quale intellettuale e organizzatore collettivo in grado di indicare una strategia democratica e progressiva, capace di riproporre nell’Italia di oggi, e con una visione mondiale della crisi e delle sue vie d’uscita, una prospettiva volta al socialismo; che rimane l’unica vera e compiuta alternativa – sia pure di lungo termine – alla crisi sistemica del mondo capitalistico.
    – Perché proprio un partito comunista, in una fase in cui, nel nostro Paese, il riferimento al comunismo non gode certo di grande popolarità? Non sarebbe meglio un riferimento più generale (seppur generico) ad una “forza di sinistra anti-capitalistica”?
    La due cose si integrano, non alludono ad esigenze contrapposte, ma complementari. Il Partito comunista è necessario perché una coscienza comunista, capace di porsi in modo lucido, razionale e non utopistico una prospettiva di avanzata al socialismo non nasce spontaneamente nei movimenti sociali, neppure nelle loro avanguardie più radicali; e nemmeno nell’ambito di un general generico anti-capitalismo, ma ha bisogno di un intellettuale collettivo. Questa fu del resto l’intuizione originaria di Marx, quando si propose di portare il socialismo dall’utopia alla scienza. E tanto più in questa fase così critica della crisi capitalistica su scala mondiale, è necessario mettere a fuoco una strategia generale, dentro una lucida consapevolezza della dimensione sempre più internazionale della lotta per il socialismo e il comunismo.

    – Ma cosa può fare, a fronte di una impresa di così vasta portata, un partito piccolo e abbastanza fragile come il PdCI?

    Abbiamo il senso delle proporzioni (assieme a quello dell’orgoglio per le nostre convinzioni ideali e di principio, a cui non intendiamo rinunciare) e non pensiamo certo che il PdCI, da solo, possa rappresentare la risposta e la soluzione alla questione comunista in Italia. Proprio per questo, ormai da diversi anni, abbiamo assunto il progetto della ricostruzione unitaria del Partito comunista in Italia, che vorremmo perseguire assieme alle compagne e ai compagni di Rifondazione, di altre formazioni, o senza partito. La linea dell’unità dei comunisti in un solo partito.
    Lo abbiamo fatto già a partire dall’adesione all’Appello per l’unità dei comunisti che uscì nell’aprile del 2008, all’indomani della disfatta dell’Arcobaleno, e che in pochi giorni raccolse oltre 6.000 adesioni spontanee. Abbiamo confermato questa linea al nostro Congresso di Salsomaggiore (luglio 2008) – dove abbiamo avviato anche una riflessione critica e autocritica sull’insieme della nostra esperienza – alla vigilia del congresso di Rifondazione a Chianciano, riproponendola unitariamente all’intero PRC. E colgo l’occasione per dire che chi sostiene che non abbiamo analizzato criticamente, con grande rigore, la nostra posizione sulla guerra alla Yugoslavia, condotta da un governo di cui – pur contestando la guerra, noi facevamo parte – mente sapendo di mentire, oppure non ha seguito il nostro ultimo congresso del 2008 (tre anni fa…).

    Rispetto ai rapporti di forza sociali oggi così sfacciatamente favorevoli al capitale e di fronte alle dure condizioni di vita della classe operaia e dell’intero mondo del lavoro, la divisione dei comunisti in due piccoli partiti ci è parsa e ci pare ancor più oggi priva di senso. Mentre c’è bisogno come il pane di un Partito comunista unito, più forte, che sappia rispondere alla lotta di classe scatenata dal capitale, radicarsi nei luoghi del conflitto e del lavoro, avviare una profonda ricerca politico-teorica per dotarsi di un profilo all’altezza dei tempi, riconsegnando così alla classe operaia, alle nuove generazioni, una speranza ed un solido punto di riferimento politico e ideale.
    Purtroppo Rifondazione, fino a questo momento, non ha risposto positivamente nel suo insieme a questa proposta, anche se nel tempo vi sono state sicuramente prese di coscienza più chiare su questo terreno, che apprezzo davvero, e noi pensiamo oggi che, nella situazione di crisi (e coi rischi di dissoluzione che oggi gravano sul movimento comunista in Italia), vanno fatti dei passi avanti concreti in questa direzione. E che questo va fatto subito, senza troppi tentennamenti e tatticismi.
    L’unificazione dei comunisti – lo voglio dire con chiarezza – non è, né può strumentalmente essere,posta, come qualcuno fa, in contrapposizione all’unità a sinistra. Se vogliamo essere efficaci nell’offrire una sponda politica al movimento degli studenti o alla Fiom, in un momento così tragico, dobbiamo unire tutti coloro che, a sinistra, sono disponibili a farlo. Voler costruire un più forte partito comunista dentro ad un più generale movimento di unificazione della sinistra, fondato sulla discriminante della centralità della contraddizione capitale-lavoro, significa render più forte anche tutta la sinistra. Nessun settarismo, dunque.
    E’ sulla base di questo ragionamento, dunque, che avanzerò al mio partito la proposta che il congresso che dobbiamo tenere a norma di statuto nel corso del 2011 sia, come ovvio, evidentemente il congresso dei comunisti italiani del PdCI, ma non solo. Proporrò di lavorare ad un congresso aperto a tutte le comuniste e i comunisti che insieme a

  7. Provo a pensare se invitassero Ferrero a qualche programma tv e gli facessero questa domanda ….. “perche’ Mubarak si’ e Castro no?”
    Come risponderebbe?
    Beh,proviamo a chiederelo a Grassi!
    Sul sito di “essere comunisti” c’e’ queso titolo:
    “Due milioni di egiziani danno la spallata finale al regime oligarico di Mubarak. Segnali di rivolta anche in Giordania e Siria. L’onda lunga non si ferma…
    Ciao ciao faraone!”
    Sul facebook di Ferrero:
    ” Oggi pomeriggio a ROMA, in piazza della Repubblica, alle 17,30 manifestazione per la cacciata di Mubarak organizzata dalle comunità egiziane. CHI PUO’ PARTECIPI.”
    su Liberazione idem
    Ora se un ventenne Cubano,Nordcoreano e Cinise vi chiedessero ….
    “Siete affianco dei miei coetanei Egiziani perche’ non siete al nostro fianco?
    Castro impera a Cuba(facendo quello che non e’ riuscito a fare Mubarak,cioe’ dare il potere a un suo familiare,lui avrebbe voluto il figlio,Castro l’ha passato al fratello Raul)da piu’ di 40 anni.Esattamente come MubaraK!Anzi almeno Mubarak delle elezioni farsa le faceva fare!Castro nemmeno!”
    ….. IO STAREI AL LORO FIANCO!
    VOI? FERRERO,DILIBERTO,GRASSI,GIANNINI STARESTE AL FIANCO DEI VENTENNI CUBANI CHE CHIEDEREBBERO LE STESSE COSE DEI VENTENNI EGIZIANI?

    1. secondo me Matteo i comunisti non possono che stare dalla parte di Cuba e quindi anche di Fidel Castro e di Raul che avranno pure fatto mille errori ma senz’altro vogliono il bene del popolo cubano e in questi anni hanno portato Cuba ad un livello di progresso e civiltà (ospedali, laureati, alfabetizzazione infantile) altissimo e incomparabile con quello dei tanti Stati alleati degli Usa in americalatina. questo non c’entra niente con le rivolte in maghreb, invece

  8. Armando, sono d’accordo, ma non pensi che Sinistra e libertà da sola non sia sufficiente e che soprattutto sia un po’ troppo moderata? secondo me servirebbe che sel e rifondazione si mettessero insieme e facessero la sinistra vera e poi si alleano con pd e IDV, ma con una connotazione forte di Sinistra insieme!

    1. mi verrebbe da dire vale fare qualcosa moderatamente che nulla in modo estremo, io dubito la possibilità di un ricongiungimento ma non per mancanza di buona volonta ma convincetevene, per un problema di progetto politico per noi e irrinunciabile lavorare per costruire una ipotesi praticabile di governo del paese con una forte connotazione riformatrice,noi diamo al termine riforma una connotazione fortemente
      gramsciana,vogliamo riprendere il carattere progressivo della costituzione italiana e porlo a base del processo riformatore raccogliendo tutti quei valori progressivi presenti nei grandi movimenti
      di massa che hanno caratterizzato gli ultimi anni,quali il femminismo ,
      l’ecologia, il lavoro,il precariato ,la disoccupazione givanile ed
      altri presenti nella scena internazionale proposti dai paesi emergenti
      e dalle povertà derl quarto mondo. Il problema politico quindi
      nostro vostro della sinistra,in questo momento è lavorare
      in questa direzione ,lasciandosi alle spalle tutto l’armamentario
      del nostro passato e costruendo il nuovo,includente,partecipato dal
      basso,attraente,visibile e diverso nelle modalita politiche
      basta con le alleanze di vertice, costruiamo l’unita nella
      parte migliore dell’italia che ancora cerca una speranza .
      Apriamo un grande cantiere della sinistra,dai demacratici e li
      costruiamo una nuova sintesi.

      1. Sì, non sono contraria però i comunisti devono avere pari dignità e non essere considerati come i fratelli stupidi. il comunismo e la radicalità nostra è un fatto importante è un patrimonio importante per tutta la sinistra. e poi un’altra cosa: ma la sinistra deve essere sinistra. cosa c’entra il pd? se poi esploderà e ci saranno un po’ di compagni che verranno fuori si può fare ma così com’è il pd è un partito di centro. ci si può alleare ma non fare nessuna costituente insieme!

        1. mai in una discussione politica si deve considerare stupido chi ha opinioni diverse dalle tue,ne dovrete con noi sentirvi fratelli minori,
          comunque gratta gratta il problema viene fuori,come si fa a considerare
          centrista un partito politico che è la parte ancora più consistente
          della cgil che gode di un consenso popolare di diversi milioni di voti
          di base popolare in modo particolare tra i settori anziani, con questo
          metro la cisl sono socialfascisti e l’idv dei nazional popolari,invece
          bisogna capire che dietro a queste sigle vi sono cittadini,lavoratori
          che semmai traditi diretti in modo sbagliato ma credono con quelle appartenenze di portare avanti battaglie di progresso,quindi il nostro
          lavoro e di spingerli su posizioni più avanzate di democrazia partecipata,di valori progressisti per portare al nostro progetto
          la grande maggioranza del popolo,.Con il 900 si è chiusa un’epoca di lotte di conquiste,di affernazione dei diritti questo secolo dovrà vedere la nascita di una nuova e piu avanzata trincea dei diritti
          per tutti. le conquiste mie tue nostre non dovranno più appoggiare
          sul presupposto che altri rimangono indietro che con cio che io butto
          via altri potrebbero risolvere il problema della vita e della morte.
          insomma la strada del socialismo in un solo paese oggi e preclusa per sempre.

  9. Analisi piu o meno giusta,ma non stiamo a sottilizzare,rimedi: continuare a propagandare il sol dell’avvenire ,ho incomiciare ha costruire una reale prospettiva politica di trasformazione del presente
    il motivo dominante della cronoca politica in questi mesi è che il governo delle destre e sbagliato ed incapace ma a sinistra c’è un vuoto di proposta politica che dipende in gran parte dalle oscillazioni del PD e dai limiti protestatari dell’IDV Quindi compito della sinistra
    e di costruire un progetto che sposti decisamente a sinstra queste forze oppure impossessarsi del loro elettorato con una proposta che
    sia però includente di tutti coloro che vogliono cambiare nel profondo
    le sorti del paese e il destino di miloni di lavoratori,giovani ,donne.Ha tal scopo e nata è avanza sinistra ecologia e libertà, che in un hanno e passata dal 3,2 al8,5,partito
    fatto di donne di giovani di militanti che partecipano ad una grande
    aspirazione riformare la sinistra,la politica,l’italia e da qui
    tornare a guardare il mondo prendere parte alle battaglie di democrazia e di progresso sociale che anche in questi giorni caratterizzano il nostro mediterraneo. vi aspettiamo un fraterno saluto a tutte le compagne e i compagni c’è bisogno anche di tutti voi.

  10. Comunque consiglio di tornare coi piedi per terra… dall’articolo si evince un distacco oltremisura dalla realtà… non è prendendosi in giro che si va lontano, anzi si trasforma la tragedia in farsa…. però forse è giusto ciò che meritiamo.

    1. e in che cosa, in particolare scusa? a me sembra invece finalmente un punto di partenza positivo. per piacere sii più preciso. ciao Anita, Ancona

  11. Vorrei fare notare che su rifondazione umorista (che per chi non lo sa è lo strumento ironico-satirico con cui i ferreriani nei giovani comunisti fanno battaglia politica contro la maggioranza, che come sapete nei giovani è dei grassiani) attaccano questo blog.
    Sono ridicoli e tra l’altro proprio stupidi: ma ce l’hanno qualche idea oltre a smontare e criticare quello che fanno gli altri (la maggioranza)? io non li ho mai sentiti fare un’itnervento sul giornale o da qualche altra parte! sono penosi!! ma dove vogliamo andare? se Ferrero fosse un segretario serio interverrebbe

  12. ma scusate: ma a che punto è la federazione della sinistra? io ci credo ma siamo completamente bloccati. per fortuna che qualcuno si sta muovendo ma nella percezione della gente comune siamo fritti: 1,8% all’ultimo sondaggio di stasera. Cosa dobbiamo fare?? concretamente dico quando la facciamo l’unita?

  13. Compagni: sono un giovane de 71 anni. Parlo spagnolo: la unidad son hechos (fatti), es hacer sin preguntar, sin formar mil comités. Su lucha es mi lucha. Esperar que los partidos se pongan de acuerdo es ilusorio. Si millones se ponen de acuerdo luchando, los partidos seguirán.

  14. Bella iniziativa, complimenti! Ora andiamo avanti su questa strada e facciamo in modo che le resistenze che si sono prodotte un po’ ovunque si possano superare in fretta, appunto. Anche perché tutti parlano di unità ma poi ognuno rimane fermo sulle proprie posizioni e a difesa del proprio fortino. Ma dove vogliamo andare? Il Prc e soprattutto il Pdci sono partiti che ormai da soli non esistono più!

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