La questione del salario

Riccardo Bellofiore

Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano. Un uomo che non
dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita,
all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per
mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è
meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per
la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e
spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell’industria
moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei
freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare
tutta la classe operaia a questo livello della più profonda
degradazione.

Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865

1.
Introduzione
Tutti ormai parlano di una ‘questione salariale’. I modi, certo, sono diversi: ma che il il potere
d’acquisto dei lavoratori sia stato compresso, e compresso al punto tale che una qualche reazione
che contrasti questa deriva economicamente e socialmente pericolosa sia ormai necessaria, è ormai
senso comune. Si ripete quello che è già avvenuto qualche anno fa con la denuncia del ‘declino’
italiano. Una denuncia nata, dapprincipio, ‘a sinistra’, che poi diviene generale, e per ciò stesso ne
viene non poco snaturata.

La destra ha, come sempre, una ricetta elementare: lasciate ripartire lo sviluppo, magari
grazie alla massima deregolazione del mercato del lavoro, e se possibile grazie all’abbattimento più
generale possibile delle garanzie. La disuguaglianza che eventualmente si producesse di
conseguenza verrebbe automaticamente corretta dal meccanismo di mercato, e lo stesso benessere
reale dei lavoratori ne guadagnerebbe. Il contributo dello Stato a questa prospettiva sta puramente e
semplicemente nel farsi da parte: magari riducendo le tasse su lavoro e capitale, visto che proprio
non le si può cancellare.

Se ci muoviamo verso il centrosinistra – tanto più ‘compassionevoli’ siano i neoliberisti,
tanto più orientati alla riregolamentazione e redistribuzione siano i social-liberisti – i toni cambiano
un po’. Lo sviluppo non basta da sé, né il ‘lasciar fare’ è la panacea universale. E’ vero, la
globalizzazione e i rischi di derive inflazionistiche (provenienti peraltro dalle materie prime e dai
beni alimentari) sconsigliano aumenti del salario monetario, che darebbero vita a una minore
competitività. Gli effetti di miglioramento sul tenore di vita sarebbero presto azzerati. Ma proprio le
‘liberalizzazioni’, la lotta alle ‘rendite’, ovunque esse si annidino, possono determinare una
modificazione dei prezzi relativi che valga a calmierare i prezzi dei beni acquistati dai lavoratori
(aumentando, perciò, il salario reale a parità di salario monetario), e allo stesso tempo consenta di
ridurre (direttamente o indirettamente) i costi per le imprese. L’equivalente odierno delle riforme-
grano di Ricardo.

La manovra sulle aliquote fiscali può essere la carota che incentiva particolari figure del
lavoro, che stimola lo straordinario, che privilegia forme di contrattazione specifiche a danno di
altre. La logica concertativa insiste da tempo che alla contrattazione nazionale si dovrebbe delegare
il mero recupero del salario reale rispetto all’aggressione che, continuamente e ormai sempre più
pericolosamente, l’inflazione porta alla retribuzione nominale. La contrattazione territoriale, e/o
settoriale, se non addirittura aziendale, sarebbe invece l’unico luogo dove può essere praticata una
(beninteso, parziale) partecipazione del lavoro agli aumenti di produttività. Come è stato osservato,
assistiamo ormai, dal punto della filosofia generale, a una generale ‘cottimizzazione’ della
contrattazione salariale.

E’ del tutto evidente che si tratta dei frutti perversi di quel vero e proprio ‘colpo di stato’ che
fu la controrivoluzione monetarista che tra il 1979 e il 1982 restaurò il primato della finanza, e che
iniziò l’onda lunga di quell’attacco al lavoro che procede senza tregua da ormai un trentennio. Frutti
perversi, ma anche paradossali, proprio se si riflette al rapporto tra salario, disoccupazione e politica
economica.

2.
Ascesa e declino della controrivoluzione monetarista
Teoricamente, la controrivoluzione monetarista fu preparata dalla contestazione di quella relazione,
cara al keynesismo ‘idraulico’ degli anni Sessanta e Settanta, che è passata alla storia come ‘curva
di Phillips’, dall’economista che la individuò per primo nella seconda metà degli anni Cinquanta
sulla base dell’esperienza storica dei decenni precedenti. Una riduzione del tasso di disoccupazione
viene pagata con un aumento dei salari, e di conseguenza, data la produttività, dei prezzi.
Esisterebbe allora una sorta di scelta da fare tra i due mali della disoccupazione e dell’inflazione. La
curva che esprime questa relazione è negativamente inclinata, quasi un menu di scelta per chi
gestisce la politica economica.

I critici come Milton Friedman o Robert Lucas obiettano che la relazione tra inflazione
(salariale e dei prezzi) e disoccupazione, sarebbe, nel medio-lungo periodo, del tutto verticale,
perché la riduzione del tasso di disoccupazione al di sotto di un preteso livello ‘naturale’ avrebbe,
immediatamente o con ritardo, incorporato le più elevate aspettative di inflazione. E’ un apparato
teorico del genere che ha fatto da copertura ‘scientifica’ all’assalto non solo contro il salario ma
anche, più in generale, ad ogni aspetto della condizione lavorativa. Assalto che, per un certo
periodo, si è travestito dell’abito di politiche monetarie restrittive per il tramite della contrazione
dell’offerta di moneta, che veniva spacciata come una grandezza la cui quantità sarebbe decisa a
piacimento dalle autorità monetarie.

Dove sta il paradosso a cui accennavamo, e doppio per giunta? Sta in ciò: che quando oggi
l’attacco al lavoro giunge al suo zenit, quelle due premesse teoriche sono saltate in aria. E’
convinzione ormai universale, e non solo patrimonio degli economisti eterodossi, tanto da essere
definita ‘nuovo consenso’ nella politica monetaria, che l’offerta di moneta è endogena, dipende
dalla domanda. La Banca Centrale controlla, semmai, il tasso di interesse di base, cioè il tasso di
interesse ‘convenzionale’ per il sistema finanziario, che orienta la struttura dei tassi. Se vuole
controllare la quantità della moneta, e non solo il suo prezzo, l’istituto di emissione dovrà fare in
modo di ‘razionare’ l’offerta di moneta, e in particolare il credito all’economia. Dovrà cioè
assicurarsi che l’offerta stia al di sotto della domanda di prestiti: in ogni caso, l’ammontare effettivo
della offerta di moneta viene fissato dalla domanda.

Per quel che riguarda la curva di Phillips, da più di un decennio è abbastanza palese che la
relazione tra aumento dei salari e disoccupazione ha assunto una forma pressoché orizzontale. Nel
breve periodo, la variazione del tasso di disoccupazione, per esempio in riduzione, anche vistosa,
non ha avuto effetti apprezzabili sulla variazione dei salari, in questo caso in aumento. In contrasto
con la saggezza convenzionale, si può dire anche che nel medio-lungo periodo politiche che
mantengono elevata la domanda effettiva spingono verso l’alto la crescita, e hanno di conseguenza
un effetto positivo sulla produttività. In forza di ciò, saggi di disoccupazione più bassi sono
compatibili con salari reali in aumento, e magari con saggi di inflazione in riduzione (è in ogni caso
chiaro a tutti che l’attuale risorgenza dell’inflazione non ha nulla a che vedere con la dinamica
salariale – il che non toglie che qualcuno, come la Bce, voglia comprimere i salari perché per altre
ragioni aumentano i prezzi …).

Vale ovviamente pure l’inverso: politiche di compressione della domanda danno luogo ad
una riduzione dell’offerta e della capacità produttiva, dunque della produttività, e sono loro le
responsabili dell’eventuale insorgere di una barriera inflazionistica all’aumento dei salari.

3.
Salari, ‘incompatibilismo’ distributivo, e domanda effettiva
Tutto ciò è molto convincente. Si può addirittura andare oltre. Si può, in primo luogo, sostenere che
data una certa configurazione produttiva – l’insieme delle quantità impiegate e prodotte, i metodi di
produzione in uso, e il conseguente sovrappiù su quanto è stato necessario alla produzione – il
salario sia una variabile indipendente: o, se si preferisce, che la distribuzione del reddito sia il
risultato di un conflitto politico sulla distribuzione del reddito, e che il saggio del profitto è la
variabile residuale. Secondo questa posizione, che qualcuno definisce ‘incompatibilista’, la lotta sul
salario monetario e per un più elevato salario reale aumenta, sì, la quota dei salari e dunque riduce il
saggio del profitto, ma non si può dire che infranga alcuna ‘legge’ dell’economia, alcun sacro
equilibrio.

Una reazione da parte del padronato non si farà attendere: vuoi con l’arma dell’inflazione,
dell’aumento dei prezzi che taglieggia il salario monetario; vuoi con l’arma della deflazione, della
caduta degli investimenti e dell’aumento della disoccupazione. Una resistenza sul terreno del
conflitto distributivo può però costringere le imprese ad una reazione in avanti, ad un tentativo di
recupero del saggio del profitto per il tramite dell’aumento della produttività. Se si resiste
all’aumento dell’intensità del lavoro, ciò avverrà prima o poi via la modernizzazione degli impianti
e degli investimenti. E’ chiaro che lungo questa strada si finisce col ridurre nuovamente la quota del
reddito che va ai lavoratori, ma facendo spazio a una più alta retribuzione reale dei lavoratori.

C’è dell’altro. La crescita della massa salariale, visto che contribuisce ad aumentare la
domanda effettiva, non si limita a incrementare i profitti realizzati, ma spinge anche verso l’alto
l’utilizzo della capacità produttiva, il tasso di partecipazione della popolazione lavorativa, le
economie di scala e quelle legate alla conoscenza, il progresso tecnico, la stessa produttività. Detto
altrimenti, l’aumento dei salari stimola tanto il lato della domanda quanto quello dell’offerta, e
aumenta il saggio del profitto. Lungo questa linea si può sostenere non soltanto che la distribuzione
del reddito non sottostà ad alcun vincolo presunto naturale, ma anche che l’accumulazione del
capitale sarebbe in sostanza ‘trainata dai salari’. La tesi che tra salario reale e saggio di profitto vi
sarebbe conflitto, a configurazione produttiva data, su un orizzonte più disteso, in cui l’insieme di
metodi di produzione può variare, si converte nell’idea che tra i primi e il secondo non vi sarebbe, a
ben vedere, alcuna necessaria relazione inversa.

L’incompatibilismo salarialista si tramuta nella convinzione che l’accumulazione
capitalistica è, o può essere, ‘dominata’ dal salario: sicchè quella incompatibilità non è affatto nelle
cose, ma nello scontro di volontà – nella pura e semplice resistenza politica delle classi dominanti,
non nella durezza ‘oggettiva’ di un rapporto sociale di produzione. Starebbe qui, secondo alcuni,
l’insegnamento da trarre dalle teorie economiche eterodosse di Sraffa e Kalecki (che poi fosse
questo il modo di pensare dei due economisti, è altra questione, e per mio conto lo prenderei con un
grano di sale: abbondante). Starebbe qui la giustificazione di una politica economica alternativa in
fondo in fondo riducibile a un keynesismo riveduto e corretto.

Il ragionamento che precede ha molte ragioni. Pure, un mondo del genere è illusorio: la sua
ciclica e insistita riproposizione attiene più al desiderio di consolazione che alla realtà del conflitto
sociale e dell’antagonismo di classe. Manca, infatti, qualcosa, qualcosa di essenziale, in grado di dar
conto degli scacchi ripetuti del conflittualismo ‘incompatibilista’, come anche della elusività di un
capitalismo ‘trainato dai salari’, spesso evocato ma mai davvero concretizzatosi.

Mancano, a ben vedere, sia l’idea marxiana che è l’accumulazione, non il salario, la
variabile indipendente, sia l’idea keynesiana che la domanda è trainata dalla spesa autonoma, non
dai consumi dipendenti, che sono una grandezza dipendente dal reddito. Ma manca soprattutto,
come si è detto, l’idea che il rapporto capitalistico è innanzi tutto un rapporto sociale, un rapporto
sociale di produzione. Il che significa che la dinamica della distribuzione dipende dalle
trasformazioni nel processo di valorizzazione, e che le lotte distributive sono efficaci nella misura in
cui aggrediscono il capitale nei luoghi dove si decide e si attuano le scelte reali sulla produzione.

4.
Il salario come ‘prezzo del lavoro’, e il ‘valore della forza-lavoro’
Per chiarirci meglio le idee, si impone un salto all’indietro, un ritorno all’antico. Può essere utile
rileggersi Marx sul salario. In particolare, andrebbero riletti la sezione sesta e il capitolo 23 del
Capitale (tenendo presente anche il capitolo 8, sulla giornata lavorativa). Ma, visto che andiamo
alla svelta e lo spazio preme, prenderò una scorciatoia, limitandomi per lo più alla lettura di alcune
parti di Salario, prezzo e profitto.

Alla superficie della società borghese il salario si presenta come quel prezzo che remunera il
lavoro secondo una sua dimensione temporale (la giornata, la settimana, il mese): dunque, come una
determinata somma di denaro che paga una certa quantità di tempo di lavoro. In realtà, ciò che il
capitalista acquista sul mercato del lavoro è la forza-lavoro, la capacità di lavoro, ‘attaccata’ agli
esseri umani nella loro determinazione storica e sociale presente, e da loro inseparabile. Paga la
‘potenza’ di prestare lavoro concreto, che produce valore d’uso ‘per altri’ cosicché il capitalista
possa vendere la sua merce sul mercato finale. Un lavoro concreto che sia al tempo stesso anche
erogazione (secondo il tempo di lavoro socialmente necessario) di lavoro astratto: attività
produttrice di valore/denaro che include un plusvalore/profitto per l’impresa. Si produce valore solo
se ci si aspetta un plusvalore.

Dovremmo, perciò, parlare di ‘prezzo della forza-lavoro’, e non di ‘prezzo del lavoro’. Il
salario è la forma monetaria che i lavoratori realizzano sul mercato del lavoro dall’aver alienato
l’unica merce che possiedono, la capacità lavorativa. Il prezzo della forza-lavoro dovrebbe essere
regolato dal ‘valore della forza-lavoro’, cioè dal valore della massa delle merci che costituiscono il
livello di sussistenza storicamente dato – un livello di sussistenza che in un certo periodo e in un
certo spazio può essere considerato un dato (anche se vedremo essere influenzato dalle lotte dei
lavoratori). Ma la merce in questione è particolarissima e, in questo caso, un prezzo che
sistematicamente devii dal valore finisce, presto o tardi, con il modificare il livello di quest’ultimo.

Il plusvalore deriva dalla circostanza che il tempo di lavoro socialmente necessario estratto
dai lavoratori nei processi di produzione eccede il tempo di lavoro cristallizzato nella sussistenza, e
dunque nel suo equivalente in moneta. L’eccesso del plusvalore sul valore della forza-lavoro è tanto
più elevato quanto maggiore è l’estensione della giornata lavorativa, l’intensità del tempo di lavoro,
la forza produttiva del lavoro (cioè i valori d’uso prodotti dai lavoratori, nell’unità di tempo di
lavoro, a intensità data).

Dietro il valore della forza-lavoro sta quella parte del lavoro vivo che è il ‘lavoro necessario’
alla riproduzione della forza-lavoro: meglio, quella parte del ‘lavoro necessario’ che è stato erogato
all’interno della produzione di merci, e che la classe capitalistica deve ‘restituire’ alla classe dei
lavoratori. Non possiamo infatti dimenticarci che la forza-lavoro non è l’esito di un normale
processo capitalistico di produzione di merci. La ‘riproduzione’ di forza-lavoro dipende anche da
una parte del lavoro necessario che non entra nella produzione di merci, che non produce valore,
che non è retribuita. Si tratta del cosiddetto ‘lavoro domestico’, prevalentemente prestato dalle
donne all’interno delle famiglie. Non possiamo neanche dimenticarci che una parte della
riproduzione della forza-lavoro passa attraverso il circuito statuale. Per queste ragioni, l’attacco al
salario è inseparabile dall’offensiva alla rete sociale di protezione e dall’appesantirsi del lavoro non
pagato delle donne: dunque, dalla questione del welfare e dalla questione del patriarcato.

Ciò non toglie che dietro il plusvalore sta un pluslavoro. Il lavoro vivo che produce merci, e
che si esprime monetariamente nel nuovo valore espresso in prezzi, si divide in lavoro necessario
(che si esprime nella massa salariale) e pluslavoro (che si esprime nei profitti lordi). Benché,
dunque, tutto il tempo di lavoro sembri pagato, nella realtà le cose stanno diversamente: il
lavoratore viene remunerato solo per una quota della sua giornata lavorativa, mentre il plusvalore
corrisponde a lavoro non pagato.

5. Il ‘valore della forza-lavoro’ non dipende dalla produttività
Ne discende una prima serie di conclusioni immediate. Il salario remunera la capacità di lavorare,
cioè quella forza-lavoro che è un attributo personale del lavoratore, che va riprodotta a livello
dell’intera classe dei lavoratori, e che dipende dal valore dei beni acquistati da questi ultimi per
garantirsi la sussistenza. Se le cose stanno così, il salario non può avere, direttamente, niente a che
vedere con la funzione del lavoro in quanto tale: con l’attività, con la sua estensione o la sua
intensità, e nemmeno con la forza produttiva del lavoro (che dipende dalle scelte dei capitalisti). La
richiesta di legare il salario alla produttività, oggi tanto di moda, viene negata alla radice.

Se aumenta il costo dei beni-salario – perché si riduce la produttività in termini di valori
d’uso nei settori che producono i mezzi di sussistenza, o perché l’inflazione defalca il salario
nominale – la richiesta di un aumento della retribuzione da parte dei lavoratori non ha nulla di
irrazionale, è anzi un atto dovuto. Si limita a consentire ai lavoratori di riprodursi come ‘merce’ per
il capitale, secondo le regole di questa società.

Ancora, è vero che le richieste di un aumento del salario quando cresce la forza produttiva
fanno crescere il tenore assoluto di vita del lavoratore, ma ciò è del tutto naturale. Si tratta di
nient’altro che della difesa della condizione sociale relativa di quell’elemento soggettivo della
produzione senza il quale la produzione non avrebbe visto la luce, oltre che di una delle condizioni
dell’allargamento del mercato di sbocco (senza che, per Marx, possa divenirne l’elemento
trainante).

6.
Il ‘prezzo del lavoro’ dipende dal lavoro reso ‘liquido’ nella produzione
Una seconda serie di conclusioni, meno evidenti ma non meno interessanti, seguono altrettanto
inevitabilmente. Il prezzo della forza-lavoro, come qualsiasi altro prezzo, può deviare dal valore
della forza-lavoro. Anche ipotizzando che i prezzi dei beni acquistati dai lavoratori non varino, il
‘prezzo del lavoro’ lungo un certo arco di tempo, ad es. nella giornata lavorativa, dipende non
soltanto dalla quantità di moneta che si riceve nella forma del salario monetario, ma anche dal
tempo di lavoro su cui quella somma monetaria si deve, per così dire, ‘spalmare’. Infatti, il numero
di ore nella giornata lavorativa può essere variabile, così come lo è senz’altro l’intensità del lavoro
nell’ora lavorata. La quantità di lavoro estratta nella produzione è, per sua natura, una grandezza
‘liquida’.

Si badi: tutto ciò è vero quale che sia la forma del pagamento del salario. E’ vero cioè,
sostiene Marx, non solo nel caso in cui il salario sia pagato ‘a tempo’, ma anche quando è pagato ‘a
pezzo’ o a cottimo, esplicitamente o implicitamente. In quest’ultimo caso, benché sembri che il
lavoratore sia pagato a seconda della sua produzione, il salario per unità prodotta è viceversa
calcolato, o comunque fissato dal mercato, in modo che la produzione normale retribuisca il valore
della forza-lavoro: che si spalma non più, direttamente, sul tempo ma sui valori d’uso prodotti.
Starà ai lavoratori produrre nel tempo di lavoro socialmente necessario. Se cresce la produttività,
quale che ne sia la ragione, ciò rischia di non far altro che ridurre il salario ‘per pezzo’. Non pare
proprio che il recente diffondersi di un lavoro eterodiretto dall’apparenza non salariata abbia
cambiato granché la sostanza delle cose.

Se il tempo di lavoro aumenta estensivamente, perché si allunga la giornata lavorativa (il che
è tornato ad essere la norma, sia sui tempi brevi che sull’arco vitale), o intensivamente, perché i
ritmi della prestazione lavorativa si accelerano (ed è questo il significato ultimo delle innovazioni
organizzative ‘dopo il fordismo’, che spesso si aggiungono più che sostituirsi alla organizzazione
del lavoro ereditata), la conseguenza è duplice. Per un verso, non può che ridursi l’entità del salario
monetario pagato per unità di tempo di lavoro effettivo. Per l’altro verso, si appesantisce lo sforzo
lavorativo, e la merce ‘forza-lavoro’ si logora più rapidamente. Insomma: il ‘lavoro’ viene pagato
meno proprio quando la forza-lavoro viene ‘spesa’ di più. Tanto per l’un fattore quanto per l’altro,
il ‘prezzo della forza-lavoro’ si abbassa progressivamente, e scende al di sotto del livello della
riproduzione storicamente accettabile e perciò del valore della forza-lavoro. Il salario per unità di
tempo è inversamente legato al numero di ore effettivamente erogate: di più, dipende inversamente
dalla stessa intensità delle ore lavorate, perché si riempiono i ‘pori’ del tempo di lavoro.

Per mantenere invariato il valore della forza-lavoro una più lunga e intensa giornata di
lavoro imporrebbe una crescita del salario, monetario e reale. E’ del tutto possibile, ed è anzi la
norma, che in circostanze del genere il capitale non mantenga strettamente invariati i salari in
moneta, e li elevi in una qualche misura: ma anche quando ciò accade, per la misura limitatissima in
cui il salario aumenta, si riduce comunque, di fatto, il prezzo della forza-lavoro. E’ proprio il caso di
dire: l’apparenza inganna. Lo straordinario, l’allungamento del tempo di lavoro, sono sempre più
parte della giornata ‘normale’ di lavoro necessaria per mantenere invariato il salario reale.

Per sostenere il salario, è possibile che aumenti l’offerta di lavoro che si presenta sul
mercato e, se le condizioni di domanda lo consentono, il numero di lavoratori, donne e uomini, che
viene effettivamente occupato. In questa situazione, un aumento del salario, se e quando si dà, può
distribuirsi su interi nuclei familiari, e andare di pari passo con la riduzione relativa del salario
individuale. Ancora una volta, queste forze spingono il ‘prezzo del lavoro’ a cadere al di sotto del
valore della forza-lavoro. Quando poi il lavoro è precario, non è neanche detto che il lavoratore sia
individualmente in grado di ottenere quanto è necessario per la sua riproduzione, se non nelle fasi
alte del ciclo.

L’inganno si trasforma spesso in dramma, e qualche volta in tragedia. A causa del degrado
della condizione salariale, a causa della debolezza del mondo del lavoro, gli stessi lavoratori
possono talora vedere di buon grado l’opportunità di fare straordinari, di un maggiore ‘sforzo’
lavorativo, perché si può in questo modo integrare il reddito, mantenere un tenore di vita sempre più
a rischio. E’ proprio chi è pagato di meno a lavorare di più. Il consenso dei lavoratori, se c’è, è un
consenso estorto, è una scelta sotto ricatto. In questo contesto affondano le loro radici le ricorrenti
aggressioni al corpo, alla mente, alla vita stessa dei lavoratori: perché in queste condizioni gli
incidenti e la mortalità sul lavoro sono più ricorrenti.

La lotta per la riduzione del tempo di lavoro e per il controllo dell’intensità è, per tutte
queste ragioni, inseparabile dalla lotta per il salario. Di più, condizione prima della sua efficacia.

7.
Il lato oscuro della forza produttiva del lavoro
Una terza serie di conclusioni, ancor meno ovvia per il senso comune, è che l’aumento
dell’intensità, e non di rado la stessa durata, del lavoro sono a loro volta funzione diretta, e
conseguenza prima, di quelle innovazioni, tanto tecniche quanto organizzative, che spingono verso
l’alto la forza produttiva del lavoro. Il che significa, sottolinea Marx, che se anche si determinasse
una riduzione delle ore di lavoro, esse potrebbero contenere più tempo di lavoro. Per un verso,
queste dinamiche possono andare in prima battuta a beneficio dei lavoratori: qualora, appunto, si
riduca il tempo di lavoro e/o aumenti il salario reale. Ma per l’altro verso, simultaneamente e
potentemente, esse possono lavorare nel profondo per produrre, a medio-lungo termine, il risultato
esattamente opposto: indebolire il mondo del lavoro.

Questo lato oscuro dell’aumento della forza produttiva del lavoro, legato all’uso (ma anche
al disegno) capitalistico del ‘progresso’ tecnico e organizzativo, in alcune situazioni storiche, e
magari grazie alla forza sindacale e politica del mondo del lavoro, può non scaricare i suoi effetti
nello stesso luogo dove si produce l’innovazione. Ma in questi casi esso finirà con l’incidere
negativamente su altri punti della medesima catena della valorizzazione, come conferma il nesso
stretto tra avanzamento tecnologico e precarizzazione che si dà nella fase attuale.

A questo punto non ci vuole molto a capire che, qualora si riesca davvero a difendere il
salario dagli attacchi dell’inflazione e della deflazione, la ristrutturazione del capitale tende in
genere a colpire di rimbalzo la classe lavoratrice, anche quando quella ristrutturazione non si limita
a spingere verso l’alto l’intensità del lavoro senza corrispettivi investimenti. Perché è lo stesso
progresso tecnico a portarsi dietro il comando capitalistico sul tempo, sui corpi, sulle menti.
L’aumento della forza produttiva si accompagna all’aumento intensivo del tempo di lavoro. Di più:
l’estrazione di plusvalore assoluto e l’estrazione di plusvalore relativo sono interrelate: la seconda si
porta spesso dietro la prima, cioè l’aumento estensivo del tempo di lavoro. Inoltre, il progresso
tecnico tende a espellere lavoro vivo. Se non è contrastato, produce disoccupazione, sottooccupazione,
precarizzazione del lavoro.

Anche per questo, se vogliono difendersi dalla riduzione del salario che avrà luogo nelle fasi
di crisi, i salariati non possono accettare di contenere i salari nelle fasi di prosperità: che è invece
ciò che gli viene sistematicamente chiesto.

8.
La legge della caduta tendenziale del ‘salario relativo’
Significa forse tutto ciò che esisterebbero leggi ‘naturali’ dell’economia capitalistica che
fisserebbero il salario a un ammontare fisso, che lo inchioderebbero a una data quota del reddito?
Certo che no. Perché lo stesso ‘valore della forza-lavoro’, che determina la sussistenza per l’intera
classe, ha una estrema variabilità. Dipende dai rapporti di forza tra capitale e lavoro. Il suo minimo
è la sussistenza fisica. Il suo massimo non è definibile se non all’interno del conflitto tra le classi.

Marx è peraltro durissimo contro richieste puramente redistributive. La richiesta di
uguaglianza dei salari per ogni tipo di lavoro gli pare basata su un errore, su un desiderio vano, su
un ‘radicalismo falso e superficiale’. Le forme di sussidio al reddito – oggi si chiamerebbero salario
sociale o reddito di esistenza, e che sono dai loro stessi promotori più radicali sempre
‘realisticamente’ limitate a particolari figure precarie o condizioni, come ai tempi delle poor laws sono
bollate con parole di fuoco. Ricordando l’esperienza di Speenhamland, e la ‘guerra
antigiacobina’ di fine Settecento- inizio Ottocento in Gran Bretagna, l’autore di Salario, prezzo e
profitto scrive che gli onesti agrari inglesi ridussero in quei decenni il salario dei lavoratori agricoli
sotto il limite minimo proprio grazie alle leggi in favore dei poveri che provvedevano una
integrazione: “un modo brillante per trasformare l’operaio salariato in uno schiavo, e il fiero libero
contadino di Shakespeare in un povero”. E’ la formazione della classe operaia inglese, che si ripete
oggi su scala planetaria, e che investe con violenza il lavoro migrante.

Il salario è una variabile dipendente: dall’accumulazione. Il salario monetario per quantità di
lavoro dipende dalle condizioni del mercato del lavoro, su cui incide potentemente l’investimento
capitalistico: con l’espulsione di lavoratori, con la pressione per rendere ‘fluido’ più lavoro. Se le
cose stanno così, è vero che la fissazione del ‘valore del lavoro’ dipende dalla domanda e
dall’offerta di lavoro, ma è anche vero che il capitale determina entrambi i lati della forbice. Les dés
sont pipés, ‘i dadi sono truccati’.

Il salario reale, ricorda ancora Marx (nella settima sezione del primo libro del Capitale, e nel
Capitolo sesto inedito), dipende dalla quantità e dalla qualità dei beni resi disponibili ai lavoratori,
per scelta impersonale e autonoma dell’insieme dei capitalisti. Quelle merci la classe lavoratrice le
può acquistare grazie agli ‘assegni’ che dà loro la classe capitalistica quando paga ai lavoratori il
monte salari sul mercato del lavoro: e così consente loro di acquistare, sul mercato dei beni, la quota
del prodotto loro destinata. Di fatto, dietro la parvenza della transazione monetaria, sono però i
mezzi di sussistenza ad acquistare i lavoratori, non viceversa.

Il salario ‘relativo’ tende ineluttabilmente a cadere, anche se – come si è visto – non solo il
salario monetario, ma anche lo stesso salario reale può, e deve, aumentare.
9.
Oltre il ‘radicalismo falso e superficiale’
La sapienza di molta dell’economia eterodossa va oggidì ricondotta alla ricerca, vana, di un sapere
‘scientifico’ alternativo alla teoria dominante. Vana nel momento in cui ripete il gioco
dell’economia tradizionale, in cui si illude di soluzioni ‘tecniche’, in cui evade la questione cruciale
del rapporto di classe. Un errore che, mutatis mutandis, si ripete su mille terreni, come da ultimo su
quello della finanza pubblica, o ancora su quello del sostegno al reddito.

Come comprese lucidamente Rosa Luxemburg, la posizione di Marx – lucida e severa, al
punto di poter apparire a tratti cinica – significa in fondo due cose. La prima è che il valore della
forza-lavoro è pagato al suo ‘giusto’ livello secondo le regole stesse del capitale soltanto in forza
dell’intervento attivo, e conflittuale, dei lavoratori. La seconda è che, proprio mentre individua una
vera e propria ‘legge’ della caduta tendenziale del salario relativo, invita ad andare oltre le
compatibilità date: infrangere quella legge, a trasformare il conflitto in antagonismo. Evitando però
l’errore dei sedicenti ‘conflittualisti’ e ‘incompatibilisti’: quello di scambiare, illusoriamente, il
problema della trasformazione del sistema, della lotta alla natura salariata del lavoro, con quello
della praticabilità, nell’ordine esistente delle cose, di qualsiasi distribuzione.

Da una impostazione del genere se ne deriva con chiarezza cristallina che la lotta sul salario,
e più in generale la lotta distributiva, hanno successo se il conflitto sociale, se l’antagonismo del
lavoro contro il capitale, non si limitano a intervenire soltanto nel mercato del lavoro, o più in
generale sulle grandezze interne all’arena del mercato: luoghi dove il mondo del lavoro, alla lunga,
non può che essere passivo e subordinato. Quelle lotte hanno successo se aggrediscono il processo
capitalistico di lavoro, se incidono sulle scelte relative sulla natura e la composizione del lavoro e
della produzione. Sull’equilibrio tra produzione e riproduzione, come tra tempo di lavoro e tempo
di non lavoro. Per la via dell’interdizione prima, del piano poi: senza separare la gamba ‘politica’ e
la gamba ‘sociale’. Dipende, in altri termini, dalla lotta di classe nella produzione e dalla lotta
politica: dalla propria forza nei luoghi dove, in qualche misura, il mondo del lavoro può intervenire
attivamente.

Questa è la lezione di Marx. La questione del salario è la questione del lavoro. La questione
del lavoro è la questione del modello sociale di sviluppo. E’, dunque, la questione del potere. Di
fatto, non è altro che la questione di una ricostruzione economica (ma dunque anche sociale) che
sappia sfruttare altrimenti le condizioni materiali e le forme sociali generate dallo sviluppo storico.
Pena il combattere sempre meno efficacemente gli effetti perché non si sa al contempo rimuovere le
cause di quel meccanismo che riproduce, sempre di nuovo, gli attacchi al mondo del lavoro.

10.
Il nodo della questione
Il lettore non ha certo bisogno di una ‘traduzione’ per rendersi conto che le posizioni di Marx tutto
sono meno che datate, pur risalendo a circa 150 anni fa. Sembrano, in verità, poco meno che la
cronaca dei nostri giorni. Lo conferma la recente inchiesta sulla condizione lavorativa promossa dai
metalmeccanici. Lo ribadiscono, a loro modo e spesso loro malgrado, tutti i discorsi degli ultimi
mesi, inclusi quelli di Draghi e Montezemolo. Ce lo racconta pure la messe di dati sciorinata dai
vari istituti di ricerca che, ormai quotidianamente, ci racconta l’agonia del salario, da noi più acuta
che altrove. Pure, questa ‘fotografia’ dello stato attuale delle cose che ci viene dal passato la
leggiamo oggi, dopo una storia non breve. Un lungo Novecento, che ha visto dipanarsi la vicenda
dello sviluppo e della crisi del capitalismo e quella delle lotte del movimento dei lavoratori,
intrecciate l’una all’altra. Una storia non conclusa. E una storia che non si ripete mai eguale a se
stessa.

La storia delle grandi crisi capitalistiche dopo Il Capitale può essere tratteggiata molto
brevemente. Il saggio del profitto tende a cadere, se la composizione in valore del capitale aumenta
al procedere dell’accumulazione del capitale senza che vi sia una compensazione dal lato
dell’aumento del saggio di plusvalore. E’ questa ciò che accade tra la fine dell’Ottocento e l’inizio
del Novecento: la Grande Depressione. In questa fase si produce l’attacco all’operaio di mestiere, e
vengono messe in campo le innovazioni tecnologiche e organizzative legate ai nomi del fordismo e
del taylorismo. L’aumento della forza produttiva del lavoro spinge verso l’alto il saggio del
plusvalore potenziale, e per una certa fase anche quello realizzato grazie alle dinamiche finanziarie.
Ma a un certo punto si determina una insufficienza generalizzata di sbocchi alla produzione
capitalistica di merci: la Grande Crisi. Se ne esce grazie alla Seconda Guerra Mondiale, e poi alla
fase keynesiana, non poco legata alla guerra fredda.

L’età keynesiana termina per varie ragioni, ma cruciale fu la critica da sinistra. Non tanto, o
soltanto, le lotte immediatamente salariali. Semmai, soprattutto, il loro radicarsi e accoppiarsi
dentro la lotta di classe nella produzione: con la messa in questione dei modi del lavoro, dei
contenuti della produzione, della riduzione di corpo e mente a mero strumento del capitale. La
contestazione del ‘come’ e ‘cosa’ produrre. La controrivoluzione monetarista ha qui le sue radici, è
a questo che risponde. Alle difficoltà che il capitale incontrò negli anni Sessanta e Settanta del
secolo scorso nell’estrarre lavoro, nell’appropriarsi di pluslavoro e plusvalore in quella misura che
era necessaria a sostenere, insieme, l’accumulazione del capitale e l’intervento statuale ormai
essenziale. La crisi è direttamente sociale: crisi del rapporto sociale di produzione.

Di qui parte la devastante offensiva capitalistica che approda oggi a quella ‘centralizzazione
senza concentrazione’ e a quella ‘sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito’ di cui ho
parlato in due precedenti articoli su questa rivista. La disoccupazione di massa diviene sottooccupazione
universale, la vita stessa diviene precaria. Sono processi forieri di una frammentazione
e frantumazione del lavoro che riesumano alcune pagine del Capitale, come se lì potessimo leggere
la descrizione del nostro presente. Sono però anche processi che rispondono ad una sfida sulla
natura del lavoro e della produzione che è stata, per una certa fase, esplicita e cosciente. Una sfida
che è difficile dimenticare: certo, non la dimentica il capitale. Dal lato del lavoro, dal lato della
sinistra, il ritorno all’età ingenua del conflitto, ad una lotta che non sia anche insieme contestazione
dell’egemonia del capitale, non è in ogni caso più possibile.

Le ricorrenti crisi del ‘nuovo’ capitalismo, la sua instabilità che ripetutamente si muta in
insostenibilità, sempre più rimandano ai limiti, non solo economici ma anche ecologici, e in primis
sociali, dei modelli di produzione e di consumo. Dinamiche che non si battono se non riproponendo
quella sfida, sul terreno del lavoro e sul terreno della politica. La lotta per il salario non è separata
ma richiede, per sua natura, un prolungamento nella diversità di contenuti della spesa pubblica che
si propongono, nel ridisegno della struttura produttiva che si ha in mente, in quel ‘piano del lavoro’
che solo può dare risposta alla questione del lavoro.

Chi ha colto bene questo nesso è stato Claudio Napoleoni nel 1987, poco prima della sua
morte, ormai vent’anni fa, in un intervento al convegno Quali risposte alle politiche
neoconservatrici promosso dalla Fondazione Cespe e dalla Associazione Crs. Non esiste sinistra se
sul terreno della politica economica non ci si pone l’obiettivo immediato di restaurare un ‘vincolo
interno’, la ripresa di una spinta sociale sul terreno distributivo. Ma fermarsi a questo punto non è
possibile. Come non è possibile limitarsi a porre la giusta questione, su cui ho io stesso nel passato
attirato l’attenzione, di una politica economica che renda meno stringente il vincolo esterno, della
competitività e della produttività dell’Italia nei confronti del resto dell’Europa e del mondo.

Non ci può fermare qui – ci si deve proporre di aggredire la questione del bilancio pubblico,
della sua struttura e della sua efficienza di medio-lungo termine, e insieme la questione
dell’industria e della struttura produttiva – perché non esiste sinistra se ciò che ci si propone è
semplicemente quello di risolvere meglio degli altri i problemi che si danno all’interno del sistema
dato. Occorre prendere un’altra strada, quella di mutare in maniera radicale le prospettive, gli
obiettivi e perciò anche gli strumenti che si impiegano. Occorre contrapporre veramente al modello
degli altri un altro modello. Solo così non si cade nell’equivoco della ‘via alta alla produttività’.
Solo in questa ottica la questione del genere e quella della natura divengono il filo rosso che
trasversalmente segna la progettualità della sinistra. Non questioni particolari, separate da quella
centrale del lavoro.