di Li Hongmei, Quotidiano del Popolo online, 17 febbraio 2011

traduzione dall’inglese di Andrea Parti (GC Firenze)

Quando Mohamed Bouazizi si è dato fuoco il 17 dicembre dopo che un impiegato municipale ha confiscato le sue merci, l’atto di disperazione del giovane ha spronato un’ondata di rivolte estesa all’intera regione, ribaltando i regimi in Tunisia ed Egitto, minacciando di inghiottire altri paesi del Medio Oriente; dall’Algeria all’Iran e nei paesi tra questi compresi, la “rivoluzione” si è diffusa nel mondo arabo. Anche se gli sconvolgimenti che hanno influenzato la regione non hanno seguito lo stesso corso, sono tutti sotto l’acuto occhio d’aquila degli Stati Uniti e alcuni sono persino etichettati come insurrezioni popolari “Made-in-USA”. La Casa Bianca ha prontamente espresso la sua disponibilità a far pressione sui “governi autocratici” del Medio Oriente per accellerare riforme politiche ed economiche; un messaggio che solleva anche i timori in quei paesi sulla mano statunitense nascosta dietro il caos, soprattutto a causa della brutta reputazione americana nel Medio Oriente. L’amministrazione Obama tiepida, forse, riluttante, nell’esprimere aperto sostegno a Mubarack ha macchinato dietro le quinte per metterlo da parte, provocando una reazione allarmata da parte dell’Arabia Saudita, degli altri stati del Golfo Persico e di Israele. Le autorità saudite si sono lamentate per giorni per la “palese interferenza” di governi stranieri nella crisi egiziana. Attualmente, per l’amministrazione Obama potrebbe essere opportuno tenere un basso profilo, resistendo alla tentazione di svolgere un ruolo attivo nel nome dei manifestanti che stanno sfidando i “regimi tirannici”, tentativi simili potrebbero far diminuire la credibilità statunitense, non importa quanto sia troppo zelante il pensiero dei politici americani di correre e insegnare a “coloro che vogliono costruire una nazione” come creare e gestire un effettivo sistema politico democratico. Dall’altro lato della medaglia, i governi mediorientali dovrebbero astenersi dall’aspettarsi molto dall’aiuto statunitense nel caso in cui si trovassero a dover fronteggiare rivolte di massa. E’ un dato di fatto, esiste una netta divisione all’interno della Casa Bianca su quanta speranza o quanta pressione esercitare nei paesi della regione in questione, in particolare, sui suoi alleati, la cui cooperazione è fondamentale alle priorità statunitensi nell’ambito della lotta al terrorismo, nel processo di pace israelo-palestinese, nel contenimento dell’Iran e nelle preoccupazione relative ad altri interessi a questo connessi.. Ciò che conta più per gli Stati Uniti non è altro che i propri interessi, ciò è stato dimostrato in modo cristallino quando Obama ha detto che per Mubarak era giunta l’ora di andarsene. L’affermazione fatta dalla Casa Bianca circa la volontà di mantenere buoni rapporti con gli stati amici e ricercare la stabilità regionale è semplicemente una promessa fallace, sempre sorpassata da interessi strategici americani. Per quanto riguarda il potere esagerato di Twitter e Facebook presumibilmente dietro tutte le rivolte, la cosìdetta “Diplomazia di Internet”, nuova febbre inebriante del principale diplomatico statunitense Hillary Clinton, è più probabile che sia un arma a doppio taglio che uno strumento per la “promozione della democrazia” così come se la immagino gli americani. La ricaduta potrebbe anche intrappolare gli Stati Uniti in un mare di guai.