da gctoscana.eu

di Robert Fisk per The Indipendent (19 febbraio 2011), tradotto da Roberto Capizzi

Manama, 18 febbraio. “Massacro… è stato un massacro”, gridavano i medici. Tre morti, quattro. Passò un uomo in barella sul mio lato del pronto soccorso, il sangue di una enorme ferita da sparo sulla coscia cadeva copiosamente a terra. Pochi metri più in là sei infermiere lottavano per la vita di un uomo pallido e barbuto al quale sgorgava sangue dal petto. “Devo portarlo in sala operatoria subito! – gridava un medico – Non c’è più tempo, muore!”

Altri agonizzavano. Un povero ragazzo – di 18 o 19 anni, chissà – aveva un’orribile ferita in testa, un foro di pallottola nella gamba e una massa sanguinolenta in petto. Il medico al suo fianco tornò verso me piangendo; le lacrime bagnavano il camice, macchiato di sangue. Ha una pallottola frammentata nel cervello e non posso estrarne i frammenti, e le ossa del lato sinistro della testa sono totalmente fracassate. Tutte le arterie sono rotte. Non posso fare nulla per lui.

Il sangue cadeva in terra. Fu doloroso, indignante, vergognoso. Questi non erano uomini armati, ma persone in lutto che tornavano da un funerale, musulmani – sciiti, ovviamente – colpi dal proprio esercito la sera di questo venerdì.

Un medico militare tornava insieme a migliaia di uomini e donne a Daih, dal funerale di uno dei manifestanti assassinati in Piazza della Perla nelle prime ore di giovedì.

“Decidemmo di camminare verso l’ospedale perché sapevamo che c’era una manifestazione. Alcuni portavano rami in segno di pace; volevamo darli ai soldati che stavano nei pressi della piazza e gridavamo “Pace! Pace!” Non c’è stata una provocazione, nulla contro il governo. Subito i soldati si misero a sparare. Uno sparava con una mitragliatrice dall’alto di un autobus. C’erano poliziotti, però sono scappati quando i soldati iniziarono a spararci. Però, sai? La gente in Bahrein è cambiata. Non voleva scappare. Ha affrontato le pallottole con il corpo.”

La manifestazione nell’ospedale aveva già attirato migliaia di oppositori sciiti, tra loro centinaia di medici e infermieri di tutta Manama, ancora con i loro camici bianchi, per esigere le dimissioni del ministro bahraini della salute, Faisal Mohamed al-Homor, il quale ha impedito che le ambulanze raccogliessero i morti e i feriti nell’attacco della polizia ai manifestanti in Piazza della Perla, il giovedì.

Ma la furia si trasformò quasi in isteria quando i primi feriti furono portati questo venerdì. Fino a cento medici si affollavano nei pronto soccorsi, gridando e maledicendo il loro re e il loro governo, mentre i paramedici lottavano per farsi strada nella vociferante moltitudine con barelle nelle quali andavano i feriti più recenti. Un uomo aveva un ammasso informe di bende nel petto, però il sangue gocciolava. “Ha proiettili nel petto e adesso c’è aria e sangue nei polmoni – mi disse l’infermiere che era al suo fianco -. Credo se ne andrà.” Fu così che l’ira dell’esercito del Bahrain – e suppongo, di tutta la famiglia Al Jalifa, re incluso – giunse al centro medico Sulmaniya.

Anche il personale si sentiva vittima, e aveva ragione. Cinque ambulanze inviate nelle strade – le vittime di questo venerdì sono state abbattute nei pressi della caserma dei pompieri vicino Piazza della Perla – furono fermate dall’esercito. Successivamente l’ospedale scoprì che tutti i telefoni cellulari erano stati resi non funzionanti. Dentro c’era un medico, Sadeq al-Aberi, che è stato ferito gravemente dalla polizia una volta uscito per attendere i feriti del giovedì mattina.

Le voci sono corse in un baleno per il Bahrain questo venerdì, e molti medici hanno sostenuto che fino a sessanta cadaveri erano stati presi da Piazza della Perla il giovedì mattina e che la gente aveva visto poliziotti caricarli in tre camion frigo. Un uomo mi mostrò una foto fatta con il telefonino nella quale i tre veicoli si distinguevano con chiarezza, parcheggiati dietro vari mezzi blindati dell’esercito. Secondo altri manifestanti, i camion, che avevano targhe saudite, sono stati visti più tardi sull’autostrada per l’Arabia Saudita.

E’ facile liquidarle come versioni fantasiose, però ho incontrato un uomo – un altro infermiere, il quale lavora sotto la protezione delle Nazioni Unite-, il quale mi ha detto che un collega statunitense, che chiamò Jarrod, filmò i corpi mentre li salivano sui camion, però è stato arrestato dalla polizia e non si è più visto.

Perché la famiglia reale del Bahrain ha permesso ai propri soldati di aprire il fuoco contro manifestanti pacifici? Sparare ai civili 24 ore dopo i primi assassinii sembra una follia.

Però la pesante mano dell’Arabia Saudita stavolta non è lontano. I sauditi temono che i manifestanti di Manama e delle altre città del Bahrain incendino alla stessa maniera provocatori nell’est del proprio regno, dove vive una significativa minoranza sciita attorno a Dhahran e altre città nei pressi della frontiera kuwaitiana. Il loro desiderio di vedere sconfitti con rapidità gli sciiti del Bahrain fu molto evidente nel summit del Golfo qui celebrato il giovedì, nel quale tutti i gli sceicchi e i principi hanno concordato che non ci sarebbe stata una rivoluzione in stile egiziano in un regno a maggioranza sciita per il 70% e con una piccola minoranza sunnita alla quale appartiene la famiglia reale.

Senza dubbio, la rivoluzione egiziana è sulle labbra di tutti in Bahrain. Fuori dall’ospedale si gridava che il popolo vuole rovesciare il ministro, leggera variante al coro degli egiziano che si sono liberati di Mubarak: Il popolo vuole rovesciare il governo.

E molti nella folla dicevano – come avevano fatto già gli egiziani – di aver perso la paura delle autorità, della polizia e dell’esercito.

I poliziotti e soldati che oggi causano tanto disgusto erano ben visibili questo venerdì nelle strade di Manama, a guardare con cattivo umore sui veicoli blindati color azzurro o arroccati su tank di fabbricazione statunitense. Non sembra esserci evidenza di armamento britannico, anche se questi sono i primi giorni e vi era l’armatura russa lungo i tank M-60.
In passato le piccole rivolte sciite erano soffocate senza pietà in Bahrain con l’aiuto di un torturatore e factotum dei servizi giordani che casualmente era ex ufficiale dei servizi speciali britannici.

C’è molto in gioco qui. E’ la prima insurrezione seria in uno dei ricchi stati del Golfo – più pericolosa per i sauditi degli islamisti che si impossessarono del centro de La Mecca 30 anni fa – e la famiglia Al Jalifa del Bahrain si rende conto di quanto saranno pesanti i prossimi giorni per lei. Una fonte che per molto tempo è risultata affidabile mi ha detto che la notte del mercoledì un membro della famiglia reale – si dice che fu il principe ereditario – ha avuto una serie di conversazioni telefoniche con un importante sacerdote sciita, Alì Salman, leader del partito Wefaq, che era accampato in Piazza della Perla, Sembra che il principe abbia offerto una serie di riforme e cambi nel governo e credeva che il religioso avesse acconsentito. Però i manifestanti sono rimasti in piazza, chiedendo lo scioglimento del parlamento. Dunque è arrivata la polizia.

Nella sera di questo venerdì, circa tre mila persone hanno fatto una marcia di sostegno alla famiglia reale e molte bandiere nazionali sono ondeggiate dai finestrini delle auto. Ciò può riempire i giornali del Bahrain questo sabato, ma non potrà porre fine alla rivolta sciita. Il caos della notte del venerdì nel maggiore ospedale di Manama – il sangue zampillante dei feriti, le grida di aiuto dalle barelle, i medici che mai hanno visto simili ferite da pallottole, uno solo scosse la testa con incredulità quando una donna svenne vicino ad un uomo intriso di sangue – tutto ciò ha solo infiammato ulteriormente gli sciiti di questa nazione.

Un medico che ha detto di chiamarsi Hussein mi ha fermato all’uscita del pronto soccorso perché voleva descrivermi la sua indignazione. “Gli israeliani fanno questo ai palestinesi… però questi sono arabi che sparano ad arabi”, disse sopra a grida di dolore e furia. E’ il governo del Bahrain quello che fa questo al proprio popolo. Io sono stato in Egitto due settimane, lavorando nell’ospedale Qasr el-Aini, però qui le cose sono più incasinate.