Il Manifesto, 4 giugno 2006 Le tante trappole del “reddito garantito”Giovanna VertovaE’ uscito recentemente il libroReddito garantito e nuovi diritti sociali, frutto di una ricerca dell’Assessorato al Lavoro, Pari Opportunità e Politiche Giovanili della Regione Lazio. L’idea è di offrire delle linee guida alle amministrazioni regionali che intendono proporre forme di basic income. Il volume è importante per due motivi. Formula una proposta politica precisa di reddito garantito, all’interno di una visione più complessa che mira alla revisione ed all’aggiornamento di un sistema di welfare per adeguarlo al nuovo capitalismo flessibile. Fornisce, inoltre, una dettagliata analisi di simili iniziative a livello europeo. La proposta nasce dall’esigenza di pensare ad un nuovo sistema di welfare che tenga conto della precarietà, ormai dilagante. La nuova organizzazione del lavoro nei paesi a capitalismo avanzato mette in discussione la distinzione netta tra tempo di lavoro e tempo libero, occupazione e inoccupazione. Occorre, quindi, inventare nuove forme di protezione sociale. Nel capitolo «Il reddito per chi, quando, quanto, come e da chi» si suggeriscono le risposte alle domande che un amministratore dovrebbe porsi nel caso volesse introdurre una simile misura: per chi? quanto? quando? come? da chi?. Per chi: a «coloro che vivono sotto una certa soglia di reddito (sia esso il salario minimo, la pensione sociale o altro)» (p.76). E, comunque, per tutti i precari in condizioni di non lavoro e per i soggetti in stato di povertà sotto una soglia minima accettabile. Si pensa così di riuscire anche a frenare la corsa verso il basso dei salari reali: i lavoratori avrebbero l’opportunità di rifiutare lavori servili e poco remunerati, riducendo l’offerta di lavoro e spingendo la retribuzione del lavoro «tradizionale» verso l’alto. Quanto: non viene data una risposta precisa, ma si ricorda che l’ammontare deve essere calcolato tenendo in considerazione i suoi effetti sul livello della spesa pubblica. Quando: «nei casi di squilibrio sociale indotto dalla precarietà, laddove gli individui sono posti di fronte ad una disuguaglianza di opportunità dovuta all’assenza di un reddito adeguato» (p. 80). Come: «l’erogazione potrebbe comporsi sia di una parte monetaria, sia di una parte offerta in natura» (p. 93). Il reddito garantito dovrebbe essere articolato sia come diretto (erogazione monetaria) che come indiretto (erogazione di beni e servizi primari), includendo l’allargamento delle tradizionali forme di garanzia del lavoro così detto «fordista» (ferie, malattie, maternità, etc.) ai lavoratori precari. Da chi: le Regioni sarebbero maggiormente attive sul piano dell’erogazione dei beni e servizi primari, lo Stato centrale sul piano dell’erogazione monetaria. Condivido l’urgenza di ripensare un sistema di welfare adeguato al nuovo cosiddetto «capitalismo flessibile». Se ci si muove nella direzione del basic income mi sembrerebbe però più ragionevole pensare ad un reddito di esistenza per tutti, incondizionato. Si tratta, è chiaro, di un’idea di difficile applicazione in Italia, perché richiederebbe un sistema fiscale molto progressivo, capace di combattere davvero evasione ed elusione. La proposta, tuttavia, non convince né teoricamente né politicamente. Dal punto di vista teorico, rilevo i seguenti limiti. Erogare un reddito garantito solo ad alcune categorie di soggetti rischia di aumentare la frammentazione del lavoro. Il nuovo capitalismo è riuscito pienamente a dividere il lavoro, ad individualizzare la prestazione lavorativa e a mettere in contrapposizione gli interessi dei ‘garantiti’ (quantitativamente decrescenti) con quelli dei ‘precari’. Occorre piuttosto ricomporre il mondo del lavoro e disegnare interventi politici che sottolineino come la precarizzazione, sia pure in forme diverse, sia un fenomeno trasversale. Bisogna evitare la divisione della società in due sfere, poiché la precarietà non colpisce solo certe fasce di popolazione. Siamo di fronte ad una precarizzazione generale. Se si vuole capirne il significato, non ci si può limitare a registrare che i nuovi entranti sul mercato del lavoro sono sempre più figure con contratti atipici. Infatti, a seconda del ciclo economico, è possibile che si abbia una successiva regolarizzazione di questi lavoratori: e si rimane sguarniti rispetto ad obiezioni alla Ichino (Corriere della Sera, 15/05/06) che chiedono una riduzione delle garanzie dei lavoratori a tempo indeterminato per combattere davvero la precarietà dei «giovani». La vera funzione della precarizzazione sta in altro: nello stabilire un permanente potere di ricatto che rende poco contestabile il comando del capitale dentro il processo di valorizzazione, dentro i luoghi di lavoro. Quale che sia la qualità del lavoro, e talora addirittura quale che sia il salario. Si può aggiungere che il reddito garantito rischia di spingere tutta la struttura dei salari verso il basso, contrariamente a quanto sostenuto nel volume. I «padroni» avrebbero tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che il Pagina 2 di 14 lavoratore percepisce anche il reddito garantito. Si indebolisce così, contro le intenzioni, la capacità contrattuale di tutti i lavoratori. Si favorisce, di conseguenza, l’istituirsi di un compromesso malsano tra lavoratori e padroni: i primi offrono salari e posti saltuari, i secondi li accettano perché intanto c’è il reddito garantito. Così i ‘lavori buoni’ spariscono e i ‘lavori cattivi’ dilagano. Oltretutto, misure redistributive di questo tipo (come il reddito garantito, di esistenza, di cittadinanza, etc.) assumono, più o meno esplicitamente, che il capitalismo contemporaneo produca valore e plusvalore in modo stabile, e si basano su interpretazioni del medesimo quanto meno approssimative, anche se diventate ormai luoghi comuni (l’economia della conoscenza, il post-fordismo, etc.). Le classiche forme di redistribuzione hanno funzionato quando collocate in un contesto macroeconomico ben più sostenibile di quello presente. Basti ricordare i ricorrenti fenomeni di instabilità sia reale che finanziaria che si sono susseguiti negli anni più recenti, che rendono le misure meramente redistributive alquanto illusorie, come quella che così si possa davvero sostenere la domanda effettiva. Si riproduce così un vecchio errore del sottoconsumismo, e si dimentica che la dinamica macroeconomica è sostenuta dalle componenti autonome della domanda: investimenti, esportazioni nette, spesa pubblica, il consumo gestito oggi «dall’alto» dalla politica monetaria. La redistribuzione potrà spingere verso l’alto la domanda effettiva solo dentro una politica economica alternativa caratterizzata da una ridefinzione strutturale molto più forte della domanda e dell’offerta, ben diversa dalla pallida ri-regolazione e politica industriale per incentivi e disincentivi, di cui il nuovo governo sembra farsi promotore. Misure come il reddito garantito possono forse rendere più sopportabile la precarietà nel breve periodo, ma non la eliminano: semmai la cristallizzano e la congelano. Determinano condizioni di maggior debolezza per i lavoratori, poiché rendono più accettabile la frammentazione del lavoro e conducono all’abbandono della lotta per un lavoro vero e garantito per tutti. Politicamente un impianto del genere sembra fatto apposta per creare le basi di uno scambio con la sinistra «moderata»: accettazione più o meno dichiarata della flessibilità in cambio di un qualche sostegno al reddito. Magari affiancata alla riduzione del cuneo fiscale che, ancora una volta, riproduce una idea di ripresa basata sul basso costo del lavoro e che scarica gli effetti sulle politiche, appunto, assistenziali. La triste storia del programma dell’Unione circa la Legge 30 (superamento o cancellazione?) ci insegna qualcosa?Il Manifesto, 16 giugno 2006Mercato del lavoro: la dicotomia teorica salario-redditoAndrea Fumagalli, Stefano LucarelliNel corso del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro si pone la dicotomiateorica salario-reddito che rimanda a quella più politica tra l’opzione del posto fisso o del reddito garantito (Giovanna Vertova, Il manifesto 4.6). Reddito e salario non sono mai stati sinonimi, ma nel contesto attuale le differenze si fanno più sfumate: con la crisi del fordismo l’economia si terziarizza e gran parte del tempo di lavoro svolto non avviene nel luogo di lavoro. Come sottolinea anche l’Istat, la novità degli ultimi anni è che in alcuni segmenti del terziario (grande distribuzione commerciale e servizi alle imprese) la crescita dell’occupazione nelle imprese più grandi è forte e va a compensare le perdite della grande industria manifatturiera. I dati degli ultimi 5 anni mostrano un sistematico aumento della quota di addetti del terziario (dal 56,2 al 60,2 %). Cresce inoltre il comparto delle attività immobiliari, informatica, ricerca, professioni e servizi di selezione e fornitura di personale (43000 imprese e 119000 addetti in più rispetto al 2004). Si tratta di attività nelle quali si richiede ai lavoratori di risolvere problemi prescindendo dal tempo passato nel luogo di lavoro. Questo ha delle implicazioni sulla dicotomia salario-reddito: il salario è la remunerazione del lavoro e il reddito è la somma di tutti gli introiti che derivano dal vivere e dalle relazioni in un territorio e che determinano lo standard di vita. Finché c’è separazione tra lavoro e vita, c’è anche una separazione concettuale tra salario e reddito, ma quando il tempo di vita viene messo a lavoro sfuma la differenza fra reddito e salario. La tendenziale sovrapposizione tra lavoro e vita, quindi tra salario e reddito non è ancora considerata nell’ambito della regolazione istituzionale. Il reddito di esistenza (basic income) può rappresentare un elemento di regolazione istituzionale adatto alle nuove tendenze del nostro capitalismo. E’ definito da due componenti: la prima prettamente salariale, sulla base del tempo di lavoro certificato e remunerato, ma Pagina 3 di 14 anche del tempo di vita utilizzato per la formazione, l’attività relazione e l’attività riproduttrice; la seconda è una componente di reddito che rappresenta la quota di ricchezza sociale che spetta ad ogni individuo. Questa ricchezza sociale dipende dalla cooperazione e dalla produttività sociale che si esercita su un territorio (oggi appannaggio di profitti e rendite). Definendo in questo modo ilbasic income i concetti di salario e reddito appaiono complementari. Vertova critica l’idea che il basic income possa rappresentare uno strumento di regolazione in grado di rafforzare i lavoratori: “erogare un reddito garantito solo ad alcune categorie di soggetti rischia di aumentare la frammentazione del lavoro”. Due brevi osservazioni 1) il mercato del lavoro è già ampiamente frammentato, alcune tipologie contrattuali introdotte dalla Legge 30 non sono state praticamente utilizzate perché ne esistono già troppe. Si ha una differenziazione retributiva marcata, che rende di fatto inapplicabile il principio della pari retribuzione per pari mansione lavorativa. 2) siamo d’accordo con Vertova sul fatto che il reddito di esistenza debba tendere all’universalismo, ma siamo anche realisti: l’obiettivo può essere raggiunto solo gradualmente a partire da chi si trova nella condizione più sfavorevole di intermittenza di reddito o con lavori magari continuativi ma sottopagati. Vertova sostiene anche che «il reddito garantito rischia di spingere tutta la struttura dei salari verso il basso. I padroni avrebbero tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che il lavoratore percepisce anche il reddito garantito. Si indebolisce così, contro le intenzioni, la capacità contrattuale di tutti i lavoratori». Al riguardo è disponibile un ampia letteratura che analizza l’impatto del basic income sulla produzione e sull’occupazione sulla scia di Atkinson. Questi studi, che si muovono nell’alveo della letteratura keynesiana à la Stiglitz (salari d’efficienza, rigidità nel mercato del lavoro, informazione imperfetta e asimmetrica) concordano nell’affermare che l’introduzione di un reddito incondizionato e indipendente dalla prestazione lavorativa porta ad una riduzione dell’offerta di lavoro, in seguito ad un effetto reddito e alla variazione della distribuzione del carico fiscale volta al finanziamento: il problema non sta nell’introduzione o meno di un basic income, ma nella sua quantificazione. E’ su questo punto che si gioca il grado di compatibilità di questa misura di regolazione: si hanno effetti compatibili solo se è fissata ad un livello inferiore o uguale alla soglia di povertà relativa e configurandosi come un perfetto sostituto dei sussidi di disoccupazione. Si tratta di una questione analoga al vecchio dibattito sulla compatibilità o meno delle rivendicazioni salariali: quanto dovevano aumentare i salari? In misura pari o superiore ai guadagni di produttività? Infine una domanda banale: perché mai un uomo o una donna dovrebbero accettare di essere sottopagati quando hanno la sicurezza di un reddito? Garantire continuità di reddito, inizialmente a chi non ce l’ha, per poi garantire un reddito d’esistenza a tutti in modo graduale, ha proprio lo scopo strumentale di ridurre il ricatto del bisogno, impedendo processi di dumping sociale. Se poi tale politica di sostegno al reddito, si accompagna all’introduzione di un salario minimo orario per chi non è contrattualizzato, è difficile immaginare che la separazione tra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori precari si accentui. La proposta di un reddito di esistenza è ormai una parola d’ordine nelle manifestazioni e nelle lotte che vede protagonista il mondo in crescita dei precari. Il Manifesto, 30 giugno 2006Reddito garantito, un’utopia neoliberaleDevi Sacchetto, Massimiliano TombaL’articolo di Giovanna Vertova (il manifesto, 4.6.2006), al quale hanno replicato sulle colonne di questo stesso giornale Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli (16.6.2006), ha passato in contropelo alcuni luoghi comuni delle recenti proposte sul reddito di esistenza, mettendone in evidenza debolezze teoriche e politiche. Non senza però sottolineare il problema dal quale quell’esigenza sorge: precarizzazione del lavoro e ridefinizione del welfare. La formula del «reddito di esistenza» (basic income) appartiene al quadro delle scommesse politiche che cercano di attuare una qualche ricomposizione di un ideale soggetto precario. Da un quindicennio, con un’accentuazione tutta italica, il dibattito sulle trasformazioni del lavoro si è concentrato sulla moltiplicazione delle forme contrattuali (scambiata erroneamente per deregolamentazione, quando si tratta invece di una maxi-regolazione perfino delle forme che un tempo sarebbero state illegali) e sulla virtuosità immateriale del lavoro. I processi produttivi della nuova epoca postfordista sarebbero legati alle reti di conoscenza che si estendono sul pianeta, nelle quali ognuno Pagina 4 di 14 interviene portando la sua dose di intelligenza… e lasciando a casa le mani. L’espansione del settore dei servizi, così ampio da comprendere le pulitrici e i bancari, rappresenterebbe uno degli indicatori principali di questa nuova tendenza. Il «reddito di esistenza», prendendone sul serio la retorica, assume una mossa del secondo operaismo italiano, che liquidò – senza mai curarsi di fornirne alcuna analisi – la nozione marxiana di valore per far posto ad un’altra scommessa teorica: si trattava dell’operaio sociale, allora. Venne poi l’enfasi sulgeneral intellect, e quindi sul sapere sociale generale, che ha funzionato come accattivante passe-partout per legittimare l’idea del carattere meramente residuale del lavoro operaio industriale nella fase attuale, e del passaggio ad un lavoro immateriale, intellettuale, tecnologico. Ora viene fatto un passaggio ulteriore: sarebbe il tempo di vita ad essere messo al lavoro, e quindi il consumo, in quanto attività relazionale e immateriale, ad essere produttivo di valore. Questo approccio, appoggiato su un «paradigma a stadi», e quindi sulla successione temporale fra sussunzione formale e sussunzione reale, fra estrazione di plusvalore assoluto e estrazione di plusvalore relativo, permette di individuare – con una mossa tipica di ogni filosofia della storia – nel lavoro ad alta tecnologia e nel «postfordismo» un tendenza rispetto alla quale altre forme di lavoro sono giudicate «residuali». Questa visione vale forse per un francobollo del pianeta terra, vale a dire per le aree più avanzate sul piano economico e tecnologico, ma taglia fuori con noncuranza i quattro quinti del pianeta, dove lavoratori salariati e coatti sono al centro di un’estorsione senza pari di plusvalore assoluto. Non si tratta, qui, di ragionare in termini «reattivi», negando la presenza di cambiamenti rispetto al passato. Ma è senz’altro sbagliato – sia teoricamente sia politicamente – definire in termini di arretratezza o «residualità» lo sfruttamento assoluto ancora in espansione nel pianeta. I 300 milioni di lavoratori coatti oggi esistenti nel mondo non sono un residuo precapitalistico se la frusta del sorvegliante è comandata dall’intensità del lavoro socialmente necessario registrata nelle borse mondiali. Sarebbe forse più opportuno interrogarsi sulla compenetrazione dei diversi livelli di sfruttamento, abbandonando un fallace paradigma a stadi storici che vorrebbe l’epoca della sussunzione formale superata da quella della sussunzione reale. Il problema di un’economia globalizzata, nella quale viene meno anche la distinzione tra centro e periferia, è la relazione tra i diversi tipi di sfruttamento, vale a dire il modo in cui enormi masse di plusvalore assoluto prodotte nelle più svariate parti del mondo sorreggono produzioni ipertecnologiche ed espansione dei servizi qui da noi. Da questo punto di vista va messo a tema quanto Fumagalli e Lucarelli affermano: è all’esterno del processo di lavoro e dei rapporti di produzione che viene pensata una ricomposizione del lavoro precario. Essi non mettono in questione lo sfruttamento insito nelle dinamiche capitalistiche, ma ne richiedono una sorta di «regolazione istituzionale»: col reddito d’esistenza, infatti, si lascerebbe quantomeno inalterato (anche se probabilmente peggiorerebbe) il tasso di sfruttamento di coloro che dovrebbero effettivamente pagare il reddito d’esistenza a qualcun altro. Abbandonati i laboratori della produzione per le celesti sfere della circolazione e della distribuzione, l’immagine di una vita messa radicalmente al lavoro ci presenta, oltre che uno scenario postclassista, una sorta di olismo del capitale, rispetto al quale sono tutt’al più possibili riforme e nuove forme di redistribuzione della ricchezza. Lungi dal costituire un allargamento delle lotte all’intera società, il reddito garantito significa innanzitutto la messa in mora di ogni discussione sulle forme della messa al lavoro. Mentre si continua a discutere impropriamente di mercato del lavoro, è assordante il silenzio sul contenuto del lavoro, a parte le ipotesi paradisiache relative ai lavoratori autonomi della conoscenza di seconda generazione. Se esiste una tendenza vera nei paesi occidentali, è lo sgretolamento del welfare state accompagnato alla precarizzazione del lavoro. E se ciò può avere come presupposto la critica di un’intera generazione operaia alla logica sacrificale del compromesso welfarista e laburista, ciò non toglie che la risposta padronale e governativa a quello scontro è stata in grado di capitalizzare quegli stessi comportamenti di insubordinazione operaia. Ma allora, cavalcando la tendenza e persuadendoci di averla noi stessi impressa – dalla fuga dal lavoro alla precarietà? – rischiamo di trovarci vicino alle posizioni neoliberali sul reddito garantito, certamente compatibile con un sistema nel quale welfare e servizi vengono immessi nel mercato, al quale il singolo sarà libero di accedere per via monetaria, scegliendo liberamente cosa comprare. Pagina 5 di 14 Il Manifesto, 5 luglio 2006Reddito d’esistenza e nuovi soggetti socialiCristina MoriniAttraverso da parecchio tempo, essendo una di loro, gli stessi percorsi di quei «lavoratori immateriali» che tanto sembrano sconcertare Devi Sacchetto e Massimiliano Tomba (il Manifesto, 30 maggio ’06). Sarà colpa di una delle diciture che ci accompagnano, «lavoratori immateriali», che accenna a un’imprendibilità della sostanza, evoca un’immagine letterale di incorporeità e dunque di vacuità e dunque a un’inutilità degna di una specie di inspiegabile ironia? L’analisi che in questi anni, su determinati temi, primo tra altri quello del lavoro, si è sviluppata di più, e meglio, al di fuori delle accademie – dentro l’ambito della ricerca informale e nelle elaborazioni dei movimenti -, non ha inteso legittimare «il carattere meramente residuale del lavoro operaio industriale». Ha ritenuto obbligatorio guardare ai nuovi processi e ai nuovi paradigmi del presente. Elementi immateriali vanno sempre più innervando l’attività lavorativa tutta. Il sistema di accumulazione flessibile alla creazione di valore tramite la produzione materiale ha aggiunto la creazione di valore tramite la produzione di conoscenza. Alla tradizionale divisione del lavoro per mansioni e specializzazione se ne aggiunge una nuova, fondata sulla conoscenza, sui saperi, sulle singole capacità (relazionali, emotive). Piaccia o non piaccia, uno dei nodi da sciogliere nel presente è rappresentato dai knowledge workers (lavoratori della conoscenza) e dall’articolarsi complesso del loro rapporto con il lavoro, con la rappresentanza, con il loro ruolo sociale assai più controverso che in passato. Chi sono questi fantomatici, fantasmatici, knowledge workers? Giornalisti, invisibili, al desk dei settimanali e dei quotidiani. Ricercatori universitari da tre per due e dal futuro incerto. Designer, lavoratori del web, impiegati e consulenti nell’industria dei brand, delle mode, degli stili di vita, tutti precari ai tempi delle vite precarie. Sono coloro che, quotidianamente, producono saperi, linguaggi, informazioni, conoscenza per un mondo che di tali «prodotti della mente» è affamato. Guardare a loro significa guardare al lavoro creativo alienato, ridotto – in alcuni casi, nella grande maggioranza dei casi – a ripetizione, esecuzione. Significa guardare alla progressiva negazione della corporeità di classe che si ottiene governando a colpi di precarietà. I knowledge workers sono infatti contemporaneamente, non casualmente, estremamente «aperti» alla precarietà, a una precarietà che, nella modernità, si sostanzia, sopra ogni altra cosa, di immaginari, di miti. La perplessità nei confronti del problema definitorio e di sostanza portato con sé dalla variazione in corso, sembra non prestare attenzione proprio ai contenuti del lavoro contemporaneo, prima ancora che al contesto macroeconomico. Il lavoro vivo contemporaneo si fonda sul ricatto, sulla generalizzazione dell’incertezza, con l’aggiunta di un potere disciplinante «indirizzato verso l’atomizzazione e l’asservimento totale del tempo di vita» (T. Villani, Il tempo della trasformazione). Il passaggio che porta un uomo, una donna, a diventare risorsa umana è tutt’altro che indolore. Ci parla di una trasformazione antropologica, di una sussunzione biopolitica, di una «mercificazione ancora più intensa del soggetto» che «da astratta e quantificabile, come fu nel fordismo, viene a essere, in qualche modo, ri-soggettivata e qualitativa nel postfordismo» ((F. Chicchi, Capitalismo, lavoro e forme di soggettività). Ci parla, fuor di teorizzazioni, di una forma inedita «di tossicità del lavoro». Un quadro talmente mutato ha, per forza, necessità di un aggiornamento sostanziale del piano dei diritti. Questo è quello che stiamo, da molte parti, provando a dire. Il paradigma è cambiato e mette al centro nuovi soggetti (non solo il lavoro immateriale, ma anche il lavoro dei migranti, anche il lavoro produttivo/riproduttivo delle donne), che portano con sé una realtà di nuovi bisogni. Il reddito di esistenza pretende di tenere conto di tale variazione esplicita. La conoscenza, il general intellect, così come i beni comuni della natura, formano la base invisibile dell’economia, di cui ci si appropria, in modo esponenzialmente sempre più intenso, all’interno dei processi di accumulazione del nostro tempo. Vale a dire, esistono profonde ragioni deontologiche in difesa del reddito di esistenza, forma appena corretta di redistribuzione di fronte allo sfruttamento privato di tutti i beni comuni, sapere creativo collettivo compreso. Ciò non significa, sia chiaro, dimenticare il piano rivendicativo, più classicamente sindacale. C’è bisogno entrambi, di nuovi simboli e di rivendicazione, contemporaneamente. Reddito, battaglie per i servizi sul territorio metropolitano, battaglie sindacali per risalire dagli slittamenti giuridici, tutto può e deve concorrere a costituire un aggiornamento, adeguato all’oggi, delle difese del lavoro contemporaneo. Pagina 6 di 14 Il Manifesto, 8 luglio 2006Conciliare salario e reddito socialeChainworkersStiamo seguendo con una certa dose di ansia il dibattito che contrappone i redditisti ai salaristi. Queste due colorite definizioni vorrebbero indicarci due orizzonti differenti e antitetici di intendere il superamento della precarietà. Una contrapposizione che sembra volersi porre come riferimento cartesiano nelle questioni relative alla precarietà sociale. I percorsi che abbiamo attraversato hanno cercato di contestualizzare questa dicotomia collocandola all’interno di una visione diversa. La stessa Mayday, al principio, non ha cercato una sintesi fra le diverse rivendicazioni. Al reddito per tutti/e – che indicava la volontà di garantire una vita dignitosa a ciascuno/a – si è mano a mano sostituita la continuità del reddito che non vuole essere una mediazione fra il salario e il reddito di esistenza, ma ne costituisce il superamento e la consapevolezza della necessità di una maggiore versatilità nella scelta delle finalità intermedie, se si vuole sviluppare una strategia veramente conflittuale, nel lavoro e nel sociale, contro la precarizzazione. Il dibattito su reddito e sul salario ma anche la grande assemblea «Stop precarietà ora» difettano in questo. Non ci dicono perché dopo vent’anni di riduzione dei diritti e delle retribuzioni si dovrebbe invertire la tendenza. Certo non solo per aver posto il problema. E’ risaputo come le trasformazioni imposte dal liberismo abbiano spiazzato le capacità di pressione politica e di efficacia sindacale delle tradizionali forme di conflitto. Quindi il punto su cui focalizzare l’opposizione alla precarietà sociale è quello di definire i modi e le forme attraverso le quali trovare e saldare nuove forme solidali e di conflitto, fra i lavoratori e precari/e, i nativi/e e i/le migranti. Per noi il punto sta qua e concedeteci la provocazione, anche sbagliandoci ne trarremo vantaggio. Vorrà dire che entro qualche mese avremmo un reddito di esistenza o un salario stracolmo di diritti. Se invece ciò non accadrà pensiamo che il percorso dell’EuroMayday – esperienza che prova ad affrontare le contraddizioni di un’economia mondo che si articola in spazi e modi differenti – abbia posto la sua attenzione sul punto nevralgico: l’atomizzazione taglia i legami che potrebbero condensarsi in una generale presa di coscienza della propria condizione creando le basi per nuove complicità che diano forza a quei conflitti che non riescono più ad articolarsi intorno a chi possiede i mezzi di produzione, perché nell’era dei mercati finanziari e dell’impresa network, si lavora vicino a non-colleghi e non si sa bene chi paga il nostro stipendio, quando c’è. Nel momento in cui né partiti né sindacati incarnano la forza per modificare radicalmente la precarizzazione, le lotte devono trovare linguaggi che escano dalla propria specificità e strumenti che diano la visibilità necessaria per connettersi a una più generalizzata radicalità sociale, creando spazi comuni e canali di comunicazione che dissolvano l’atomizzazione. Agire con sensibilità mediatica, sfruttare gli strumenti della comunicazione, riterritorializzare i simboli, creare media sociali che costruiscono linguaggi comuni che nascono dalla cospirazione attiva e da una valorizzazione sociale al di fuori del capitale. Bisogna toccare il nodo nevralgico non solo del «di chi è la ricchezza» ma di «cosa è la ricchezza»: che è quel momento che sta fra la produzione, la circolazione e la valorizzazione sociale.Il Manifesto, 11 luglio 2006Reddito garantito, fra illusione e diversivoRiccardo Bellofiore, Joseph HaleviL’articolo di Vertova sul reddito garantito ha messo i piedi nel piatto di una discussione dove troppe cose vengono date per scontate. Gli interventi di Fumagalli e Lucarelli (FL) e di Morini ribadiscono le approssimazioni che Vertova aveva disperso. FL ragionano così: i) nel postfordismo dei paesi avanzati l’economia si terziarizza e l’occupazione è creata fuori dalla grande impresa manifatturiera; ii) a ciò corrisponde una immediata produttività del tempo di vita e delle relazioni nel territorio; iii) il capitale si appropria gratuitamente della più elevata ricchezza sociale; iv) il tempo di vita deve invece essere remunerato (reddito), integrando la retribuzione da salario; v) si tratta di una regolazione istituzionale che rende stabile il postfordismo, come la crescita del salario in proporzione della produttività (fisica) stabilizzava il fordismo; vi) ilbasic income (BI), cumulabile e incondizionato, non solo aumenta la Pagina 7 di 14 produttività sociale, ma ne ridistribuisce i frutti e fa crescere la domanda; vii) è un compromesso tra capitale e lavoro, realistico (avvicina per passi al reddito di esistenza) e incompatibile (se elevato, il BI non è un mero sostituto dei sussidi di disoccupazione). Tuttavia la maggiore ricchezza relazionale e cognitiva attiene al lavoro concreto, non al lavoro astratto. La sequenza per cui è il comando tecnologico e organizzativo sul lavoro vivo a creare neovalore vale ovunque e sempre nel capitalismo. Inoltre la crescita postbellica si deve alla domanda autonoma (spesa pubblica elevata, investimenti privati, esportazioni) in un contesto internazionale di capitalismo da guerra fredda irripetibile. Non, contrariamente al mito fordista, ai salari, che sono stati trascinati. Quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato. In contrasto con la visione di FL, il lavoro nel terziario è in gran parte legato al manifatturiero: l’economia della conoscenza si nutre di lavori «materiali». Eppure è senz’altro vero che il capitalismo è cambiato radicalmente: i) una ‘centralizzazione’ finanziaria e produttiva gigantesca senza ‘concentrazione’ di lavoratori in grandi imprese, con riduzione della dimensione minima d’impresa; ii) la dicotomia centro-periferia è saltata, il centro è anche dentro la Cina, la periferia è anche dentro la Germania; iii) la forza-lavoro mondiale è raddoppiata in 15 anni; iv) il lavoro è sussunto alla finanza; v) il consumo è sostenuto dalla politica monetaria e dall’indebitamento; vi) è mutata la natura della prestazione lavorativa. Il lavoro precario è ‘continuo’ ma senza ‘posto fisso’; quello a tempo indeterminato è sempre più incerto e aggredito: un avvicinamento oggettivo delle due figure. Intanto, il problema della realizzazione il nuovo capitalismo lo ha risolto senza BI. L’instabilità e insostenibilità dei nuovi processi di creazione di neovalore, che non sono ‘spontanei’, non consentono una ridistribuzione egualitaria. Il BI non aumenta di per sé né ricchezza né valore. Ragionare altrimenti cancella un po’ di cose. E’ la domanda di lavoro a determinare la qualità dell’offerta di lavoro. La formazione diffonde oggi non cultura ma analfabetismo di ritorno. Solo la gestione politica della domanda (autonoma) traduce in realtà aumenti potenziali di produttività. FL rispondono che il lavoro è già frammentato, quasi Vertova sostenesse che il BI sia la causa della precarietà: ma Vertova spiega la precarietà come noi, e FL non sanno che al peggio non c’è mai fine. Il loro fine è il reddito di esistenza: intanto, ‘realisticamente’, si accontentano di un sussidio ai precari. Di buone intenzioni è lastricata la via per l’inferno: il BI costituisce la sponda di politiche social-liberiste di aggressione a tutto il lavoro, dividendolo. FL prendono Vertova per una neoclassica per cui il BI creerebbe disoccupazione mettendo un pavimento rigido a salari o redditi. Vertova ha in testa, crediamo, una impostazione marx-kaleckiana. Il BI, se ‘realistico’, è più basso del salario, e crea un margine di flessibilità nel costo del lavoro. L’impresa assume pagando di meno, il lavoratore otterrà inizialmente lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Proprio perché oggi la realtà capitalistica si fonda sulla possibilità di chiusure e di precarizzazione, con il BI come «pavimento» il salario potrà essere ridotto sempre di più. Quando il salario si avvicina al BI, i governi abbasseranno, dove esiste, il salario minimo. Una dinamica che è più pronunciata in una società di servizi. Si crea una massa amorfa di persone che sopravvivono, frana la capacità contrattuale di tutti i lavoratori, i redditi manageriali schizzano verso l’alto. Tendenze già in atto da tempo in vari paesi. FL ragionano come se il BI dia accesso di per sé ai beni e alla scelta del lavoro. Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità del lavoro. Perché non partire dalla constatazione che l’esigenza è quella di stabilizzare il posto di lavoro, trasformando il precariato in lavori a tempo indeterminato, dando sicurezza dentro il lavoro dipendente? Saggiamente Masi ricorda una verità elementare. Come collettività possiamo ridistribuire solo la produzione corrente. Quest’ultima, aggiungiamo, sarà tanto più elevata quanto più alta è, oggi e nel passato, l’occupazione, e l’occupazione stabile; e quanto più alta è, oggi e nel passato, qualità e quantità dei mezzi di produzione. Senza gestione politica della domanda e senza conflitto sociale nella produzione sussidi come il BI sono acqua fresca, perché domanda e produttività non aumentano per magia.Pagina 8 di 14 Il Manifesto, 11 luglio 2006Il vizio della mancanza di proposteCristina TajaniIl dibattito sul «reddito garantito» in corso suil manifesto e Carta.org ha un grande merito ed un grande vizio. Il merito consiste nell’aprire uno spazio di discussione, nella sinistra radicale, sul tema socialmente rilevante della ridefinizione del welfare, tema che rischia di rimanere pragmaticamente appannaggio di altri nel centro-sinistra. Il vizio sta nel non riuscire a riempire questo spazio di proposte che eccedano le schermaglie «italiche» del dibattito antico che contrappone reddito e lavoro. Chi scrive ha vissuto, in Lombardia, l’esperienza dell’elaborazione di un progetto regionale sul reddito in cui si sono riconosciute tutte le culture della sinistra radicale (dalla Fiom ai centri sociali), rappresentando un punto di fluidificazione dei linguaggi che, purtroppo, non sembra generalizzabile. Ma più del metodo è il merito della discussione che merita attenzione. A questo vorrei provare ad offrire, per titoli, tre argomenti. Il primo insiste sulla necessità di ripensare un modello di welfare familistico e categoriale (disegnato su alcune categorie di individui: i lavoratori delle grandi imprese con la cassa integrazione contro quelli delle imprese medio-piccole, etc.). Sul punto pare esserci largo consenso, ma sulle proposte è difficile uscire della contrapposizione tra sostenitori e detrattori del basic income. Non è nuovo ricordare che l’Italia è l’unico paese europeo (insieme alla Grecia) a non godere di uno strumento universalistico (svincolato da appartenenze categoriali) di contrasto alla povertà. L’esperienza del Reddito minimo di inserimento, liquidata in fretta dal governo Berlusconi, non ha beneficiato di una seria valutazione né in sede istituzionale (il rapporto di valutazione non è stato mai reso pubblico), né in sede politica. A prescindere dal merito di quell’intervento (che può ben essere discusso) a pesare sul giudizio di molti a sinistra è stato il fatto che fosse uno strumento di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale: dunque «assistenza». Varrebbe la pena incrociare questi giudizi con i dati sulla nuova composizione della povertà relativa in Italia. Il maggior turnover, il ringiovanimento dei poveri (cui consegue trasmissione inter-generazionale del fenomeno), l’aumento degli occupati poveri (spesso precari) offrono altri elementi per valutare forme di sostegno al reddito (anche condizionate alla prova dei mezzi) in contrasto a povertà e ricatto della precarietà. Né può valere l’argomento che contrappone il sostegno al reddito alla lotta contro la precarietà: equivarrebbe al sostenere, mutatis mutandis, che l’esistenza della cassa integrazione inibisce l’impegno contro ristrutturazioni labour-saving e crisi occupazionali. Il secondo argomento ribadisce la necessità di situare i ragionamenti sul welfare in chiave europea, provando ad uscire dalla sola declamazione di principio. Fino ad oggi l’integrazione europea si è posta come «nemica» dei welfare nazionali, motivando il crescente euroscetticismo dei referendum francese e olandese sul Trattato. Ma le rilevazioni dell’Eurobarometro segnalano, di fianco ai timori, una forte propensione dei cittadini europei verso misure che promuovano la sicurezza sociale e l’uguaglianza. La scorsa presidenza britannica della Ue ha elaborato alcune iniziative sociali pilota da implementare a livello sovranazionale. Tra queste uno strumento di contrasto alla povertà nella forma del sostegno al reddito. Secondo le simulazioni, questa misura costerebbe circa un punto di Pil europeo e andrebbe nella direzione, politicamente significativa, della lotta all’esclusione sociale in chiave Ue, consentendo ai welfare nazionali di concentrasi su altri obiettivi (pensioni, sanità…). L’ultimo argomento stringe il nesso tra la necessità di ripensare il welfare e la necessità di ripensare una fiscalità che ha perso di progressività e capacità redistributiva. Alcune indicazioni contenute nel programma dell’Unione (ad esempio il contrasto fiscale alla rendita) sembrano andare nella direzione giusta. Il punto politico da verificare è se l’attuale governo saprà collegare le misure in materia fiscale ai necessari interventi per un welfare maggiormente inclusivo. Il rifinanziamento del fondo nazionale per l’assistenza è un piccolo segnale che vogliamo interpretare positivamente. Pagina 9 di 14 Il Manifesto, 23 luglio 2006Se “tutto” produce valore, il vero orizzonte è il capitaleFerruccio Gambino, Fabio RaimondiA fronte degli sconvolgimenti produttivi in corso e del mutamento della geografia industriale del mondo odierno, la minaccia reale ai livelli occupazionali nei paesi industriali va considerata con grande attenzione. Già oggi alcune sedi locali del sindacato dell’auto, negli Stati uniti, ordinano l’arrivo del carro attrezzi quando qualche iscritto osa entrare nella sede sindacale con un’auto di marca non statunitense. La delocalizzazione sta generando una distorsione di prospettiva: non è tanto il numero dei posti di lavoro persi in occidente e dislocati in paesi a basso salario, quanto l’angoscia che questo processo provoca non solo nella produzione industriale, ma anche in quella dei colletti bianchi. Ottant’anni di vie nazionali al socialismo e di smarrimenti di una prospettiva internazionale – salvo qualche nobile eccezione – hanno offuscato l’interesse e l’attenzione dei sindacati per le condizioni di quello che resta del movimento operaio nei paesi oggetto di delocalizzazione, dove vecchi macchinari continuano a essere utilizzati grazie ai bassi salari. D’altra parte, l’attuale delocalizzazione assume le apparenze di un risarcimento per uno sviluppo industriale negato da decenni, se non da secoli, ai paesi colonizzati ed economicamente bloccati dall’intervento occidentale. Questo preteso risarcimento è in realtà foriero di un nazionalismo di ritorno come, ad esempio, in Cina e in India. Esso nasconde processi di differenziazione di classe: da un lato, c’è chi — in alto – punta sull’accumulazione nazionale e, dall’altro, c’è chi – in basso – deve lavorare in condizioni disumane. E anche dalle nostre parti, probabilmente, più di qualche capannone o garage non risulterebbe molto diverso, se potesse parlare. Nella proposta del reddito garantito si corre il rischio di ragionare in termini di economia nazionale o tutt’al più europea, quando il problema va letto in termini transnazionali. È d’altra parte comprensibile la posizione di quanti, a fronte della precarizzazione del lavoro, propongono il ritorno alla centralità del contratto a tempo indeterminato, al lavoro come diritto o bene comune. Parole d’ordine che difficilmente intercettano alcune categorie sociali, tra cui quei giovani, ma non solo, che sono sottoposti a ritmi lavorativi insopportabili e a salari risibili. Chi vorrebbe mai lavorare per un’intera vita come operatore in un call center, isolato da tutti e sorvegliato continuamente? Chi poi trovasse posto in un’azienda sotto i 15 dipendenti o in una cooperativa si sentirebbe scarsamente sollevato da un contratto a tempo indeterminato, perché può esser licenziato con uno schiocco di dita. D’altra parte, una larga parte dei migranti è costretta a chinare il capo non potendosi permettere di rifiutare a lungo un contratto a tempo indeterminato in una delle tante prigioni a ore: e nemmeno questo li protegge dalla possibilità di finire in un Cpt. Proprio qui, stante l’attuale legislazione sulle migrazioni, il reddito garantito sulla base della residenza pone un problema non da poco: per i migranti la minaccia di doversi rioccupare nel giro di sei mesi, pena l’abbandono del territorio italiano, rende il reddito garantito un sollievo pregevole, ma di corto respiro. Se, come pensiamo, la caratteristica del lavoro contemporaneo è il suo farsi migrante, allora sempre più labile è e sarà il divario tra quanti ci si ostina a definire «garantiti» e i precari. Per questo, nonostante la buona fede dei suoi sostenitori, il reddito garantito può significare, in assenza di un movimento impetuoso, la diffusione di diritti differenziali. Se, quindi, l’erosione della previdenza sociale carica tutti i salari di un onere che precedentemente era un diritto acquisito col proprio lavoro, allora non solo è necessaria e urgente un’organizzazione tra lavoratori e lavoratrici che rompa le gerarchie imposte dai nuovi modelli produttivi e contrattuali, ma è fondamentale che tale ricomposizione inizi là dove massima è la divaricazione tra lavoro e diritti, ossia dalle condizioni materiali dei migranti. Non si tratta di aspettare tempi migliori, ma di raccogliere e promuovere le occasioni di mobilitazione anche parziali, ma capaci di incidere, che facciano giustizia di un senso comune fondato sulla solitudine e sulla percezione di una congiuntura storica sfavorevole. La categoria di «postfordismo» ha reso più difficile di quanto già non fosse la messa a fuoco dell’aumento in atto dei posti di lavoro a ritmi vincolati. Ciò che vediamo estendersi è un controllo sui tempi e l’intensità di lavoro sempre più capillare e che sempre più investe lenuove tipologie lavorative. Per questa ragione è sul lavoro, con le sue modalità in parte «vecchie» e in parte «nuove», che devono essere incentrati inchieste e dibattiti, e non sulla categoria di «vita» che rischia di sfumare le differenze di classe, rendendole indistinte. Se infatti ogni attività diviene produttiva di valore, il capitale, produttore di Pagina 10 di 14 precarietà (oltre che di profitti), pare configurarsi come una totalità, un orizzonte intrascendibile che può essere, tutt’al più, regolato in parte.Il Manifesto, 27 luglio 2006Diritto al reddito, le Marche ci provanoEnzo ValentiniLa tutela del reddito ha un ruolo centrale e può essere perseguita attraverso tre strumenti: Sussidio di disoccupazione (Sd), Reddito minimo garantito (Rmg), Reddito di cittadinanza (Rdc). Il Sd, riguardando solo i disoccupati, non risolve il problema deiworking poors, cioè di coloro che pur lavorando non escono dalla povertà. Il Rmg assicura un dato livello di reddito: se i miei introiti sono inferiori a tale somma, lo stato li integra. Il limite consiste negli effetti disincentivanti perchè, fino al raggiungimento della soglia, il reddito non dipende da quanto si lavora. Inoltre comporta alti costi per individuare i destinatari e rischia di favorire gli evasori. Il RdC è erogato a tutti indipendentemente dalle condizioni lavorative o salariali e garantisce la libertà di non lavorare senza essere disincentivante: viene percepito comunque e il profilo reddituale è crescente rispetto a quanto si lavora. La rivendicazione del Rdc si basa su due tipologie di supporto teorico, da considerarsi complementari. La prima fa riferimento alle mutate condizioni di produzione del valore e evidenzia che «quando il tempo di vita viene messo a lavoro sfuma la differenza tra reddito e salario». Tutti produciamo ricchezza sociale attraverso la nostra vita (relazioni, azioni, creatività) e il Rdc rappresenterebbe la quota che spetta ad ogni individuo. Ne consegue un’implicazione perversa: la remunerazione dovrebbe essere differenziata tra gli individui, perchè non tutti abbiamo la stessa produttività sociale. Occorre quindi integrare con la seconda giustificazione del Rdc: il diritto naturale al reddito. Ogni essere umano ha diritto di vivere, e nella nostra società questo significa diritto al reddito. Non si tratta di una remunerazione, non è la rivendicazione di una quota di ricchezza che si produce, ma è l’affermazione di un diritto che con le regole del capitalismo non ha niente a che fare. Il Rdc è lo strumento efficiente per la generica lotta alla precarietà (non disincentivante, bassi costi di gestione), e il più appropriato politicamente in quanto introduce un elemento anticapitalistico. Si teme che il Rdc possa accentuare la separazione tra lavoratori a tempo indeterminato e precari o spingere all’inattività, favorendo la frammentazione sociale, l’offensiva verso le garanzie conquistate, e finendo per essere uno strumento al servizio dei padroni. Si suppone, quindi, che la coesione sociale e la voglia di ribellione vadano stimolati con interventi dall’alto e non che debbano essere costruiti dal basso. Al contrario, proprio il riconoscimento del diritto al reddito può assicurare quel potere decisionale sulla propria vita che in tal senso è fondamentale. Si sostiene che il Rdc minerebbe il potere contrattuale dei lavoratori e ridurrebbe i salari. I padroni sostengono la tesi opposta: l’aumento del potere contrattuale farebbe salire i salari. Strano, ma hanno ragione i padroni. I dati Ocse mostrano una relazione negativa tra lavoro nero e spesa a tutela del disoccupato, che farebbe aumentare il potere contrattuale diminuendo la disponibilità della gente ad accettare impieghi irregolari. Il diritto al reddito non è la soluzione a tutto, ma è la base per la riappropriazione di spazi e tempi di vita. Esso non esclude la necessità, ad esempio, di agire sul mercato del lavoro (flexsecurity), sugli incentivi alla cooperazione, sulla gestione pubblica delle risorse energetiche. Ma in questo campo si possono individuare proposte che diano un senso concreto alla lotta contro la precarietà. Nelle Marche è in corso una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che prevede l’introduzione di un Reddito Sociale di 500 euro mensili e l’erogazione di servizi gratuiti (sanità, trasporti, cinema, teatro) per disoccupati e precari. Si tratta di un istituto che ricade nell’ambito del Rmg. Ciò è dovuto all’esigenza di includere una norma finanziaria che consentisse di reperire nel bilancio regionale le risorse necessarie. Mentre a livello nazionale un Rdc sarebbe finanziabile con una riforma complessiva, a livello regionale esistono meno margini di manovra ed è stato possibile ipotizzare solo un finanziamento per un Rmg. Il principio ispiratore fa però riferimento al RdC, visto che l’art. 2 afferma che «La Regione Marche istituisce e garantisce su tutto il territorio regionale il diritto al reddito sociale». Viene formalmente riconosciuta la separazione tra reddito e lavoro, si creano le basi per rivendicazioni future, e in presenza di altre iniziative simili anche il governo sarebbe sollecitato ad affrontare la questione. Pagina 11 di 14 Il Manifesto, 30 luglio 2006Un ceto politico in cerca di redditoFabio CiabattiE’ forse il caso di dare un tocco di sano materialismo al dibattito su salario/reddito, tentando una contestualizzazione che individui le origini storico-sociali delle teorizzazioni in questione. Certo, così si rischia di passare per brontosauri (leggi: dinosauri che brontolano), ma bisogna sottrarsi alla tentazione di voler fare a tutti i costi i moderni per non essere etichettati come antiquati. Per farla breve, vale la pena di considerare l’ipotesi che nell’enfasi sulbasic income pesi una vicenda generazionale: i figli della piccola/media borghesia statale, intellettuale e professionale vedono un futuro lavorativo decisamente al di sotto delle loro aspettative, derivanti dal proprio status familiare. Per questi soggetti il lavoro non si è mai presentato come necessità per campare, ma come fonte di autorealizzazione. Di fronte a un mercato del lavoro che offre ben poco, non si rassegnano ad una perdita di status e fantasticano di una via di uscita collettiva che è, in realtà, mero sotterfugio individualistico, per illudersi di poter continuare a cercare, con le terga parate dalla munificenza statale, la via della propria realizzazione. Insomma, come disse Marx a proposito del socialismo borghese, «vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano». Ovviamente, sto qui facendo riferimento al ceto politico degli attivisti «sanprecaristi», una minoranza certamente capace di trascinarsi dietro una parte, a volte consistente, della massa atomizzata dei lavoratori precari, ma che, al contempo, non è mai riuscita a trasformare la partecipazione a scadenze (rituali e identitarie) in movimento reale, in grado di modificare i rapporti di forza. Di fronte all’astrattezza della proposta politica, prevale il concreto bisogno di mettere insieme il pranzo con la cena. Anche in considerazione di questa difficoltà, con una verniciatina di «postfordismo», l’autorealizzazione del ceto politico diventa «autovalorizzazione». Che poi, di fatto, significa fare gli imprenditori di se stessi, autosfruttarsi, e per pochi «fortunati», gli imprenditori tout court. Ma in questa scelta si perde l’anelito solidaristico, la connotazione di classe. L’imprenditore è in guerra con tutti, imprenditori o lavoratori che siano. E tanto più l’attività imprenditoriale è marginale tanto più selvaggia ha da essere la concorrenza. Tant’è che, per poter teorizzare un agire collettivo che nella realtà non è dato vedere, ci si è dovuti inventare una spontaneità cooperante e solidale, una sotterranea connessione di menti reticolarmente dialoganti, che sgorgano misticamente dalla monade moltitudinaria. Ma, con buona pace della moltitudine stessa, non basta «rinunciare all’odiosa rappresentazione» che ci si è fatti del capitalismo per entrare nella «nuova Gerusalemme». Per la massa degli sfortunati autovalorizzantisi, la realtà fa valere la sua cogenza ed allora il tutto si risolve «in un vile piagnisteo» . Noi rivendichiamo soltanto il valore già prodotto, ci dicono i sostenitori del basic income: ma se sfrondiamo questa affermazione dai suoi discutibili presupposti economici, rimane solo la moralistica denuncia dello sfruttamento. D’accordo con la denuncia, ma se bastasse condannarlo per porgli fine il capitalismo sarebbe defunto da molto tempo! Di certo, è bizzarro sentir parlare di ricchezza eccedente a proposito di quelle persone che di sovrabbondante hanno solo gli anni passati in casa con papà e mamma perché, in quanto lavoratori precari, non hanno un soldo per andarsene a vivere da soli. Infine, due precisazioni. In primo luogo, negare la praticabilità del basic income è cosa diversa dal negare che si debba cercare di ottenere e/o allargare le prestazioni degli ammortizzatori sociali; in secondo luogo, individuare i limiti e gli errori intrinseci ad una pratica politica non significa accusare i soggetti che se ne fanno portatori di non esprimere alcun tipo di conflittualità. Ma se la conflittualità si basa su illusioni, alla fine la realtà fa valere la sua cogenza, magari anche attraverso polizia e magistratura. La realtà si fa beffe delle nostre illusioni. Pur non condividendo una linea politica, in molti casi (e questo è uno di quelli) si deve solidarizzare con chi, perseguendola in buona fede, ne patisce le conseguenze. A chi non è d’accordo resta però il dovere di indicare che ci si sta indirizzando vero un strada senza uscita. Ad altri rimane la responsabilità di aver indicato proprio quella via. Pagina 12 di 14 Il Manifesto, 8 agosto 2006Ricercatori precari, la realtà smonta ogni retoricaAnna Carola FreschiIl dibattito che si è svolto in queste pagine su come contrastare la precarietà riflette un bisogno reale nel mondo eterogeneo dell’auto-organizzazione dei precari: allargare la discussione coinvolgendo realtà diverse per territori, settori produttivi, culture politiche e del lavoro, percorsi di mobilitazione. Essere precari a Milano, Firenze, Napoli non è la stessa cosa, così come essere ricercatori, giornalisti, metalmeccanici, addetti dell’anagrafe o lavorare in un call center. I toni netti possono essere utili a creare un clima di confronto finalizzato al raggiungimento degli obiettivi comuni: un welfare nuovo ed universalistico e la riaffermazione della dignità del lavoro. Di fronte alla piaga della precarietà nel capitalismo flessibile-cognitivo, entrambi gli obiettivi si devono confrontare con il problema comune della redistribuzione delle risorse, tanto per finanziare il welfare che per spingere davvero le imprese a investire nel lavoro e nell’innovazione. Insomma, è banale dirlo, ma il conflitto non è evitabile. Se si assume che il vincolo a perseguire una politica di equità e di innalzamento della pressione fiscale su profitti e rendite e, con ciò, che il modello di sviluppo neoliberista siano dati immodificabili, si va poco lontano. Sentiamo oggi molte proposte gradualiste, che accettano questi dati, animate dalla buona intenzione di raggiungere risultati rapidi, per quanto parziali. Sono comprensibili se non portano avanti anche il terreno di lotta centrale? L’estensione, la gravità, la trasversalità del precariato si conciliano male con questa prudenza. Prendiamo l’esempio dei ricercatori precari, una componente emblematica del fenomeno della precarietà: le stime dicono che questi lavoratori rappresenterebbero quasi la metà dei ruoli di ricerca e docenza dell’università italiana (circa 50.000 persone). In tre anni di mobilitazioni, né Università né Governo hanno messo a disposizione dati ufficiali esaurienti. Come è stato possibile nell’ultimo decennio – in un clima di montante retorica sulla necessità di flessibilizzazione – mettere ripetutamente mano a riforme sull’organizzazione dell’università senza preoccuparsi di monitorare (e rendere pubblici) i dati sull’evoluzione della sua struttura? E così sono cresciuti i ricercatori precari: quasi tutti dottori di ricerca, lavorano a tempo pieno con collaborazioni, assegni di ricerca, borse di studio, contratti di docenza (quindi non i liberi professionisti prestati all’Università per compiti circoscritti). Colmare questo deficit conoscitivo riguardo alla consistenza numerica dei ricercatori precari è la prima cosa da fare se il nuovo Ministro vuole rafforzare la sua posizione in un governo che ha appena confermato una riduzione dei finanziamenti all’Università. L’ennesima mazzata sul sistema pubblico, dopo anni di tagli alle risorse e di inascoltate mobilitazioni di precari e studenti. Ma torniamo al problema della natura del lavoro dei ricercatori. Secondo il mainstream sulla flessibilità, i ricercatori dovrebbero essere figure «forti» sul mercato: il prototipo del lavoratore cognitivo, conteso per le sue competenze, flessibile, mobile. Compensi adeguati (oggi miseri in Italia, ma, secondo Confindustria ad un convegno primaverile della Crui, non competitivi con i costi del ricercatore cinese) e un buon welfare risolverebbero per questo lavoratore in posizione «forte» il problema dell’autonomia e del reddito, evitandogli di sottoporsi ad un antiquato sistema. Purtroppo però le cose non stanno così: il ricercatore non è assimilabile ad un lavoratore autonomo che si muova in un mercato concorrenziale. Non solo le competenze sono sempre più riproducibili, codificabili, ma soprattutto sono valorizzate selettivamente attraverso un processo organizzativo e regolativo che vede il ricercatore in una posizione del tutto asimmetrica, indipendentemente dalle sue qualità di lavoratore. La taylorizzazione del lavoro cognitivo significa infatti una scomposizione del lavoro in fasi diseguali dal punto di vista delle opportunità di valorizzazione dei saperi impiegati nel prodotto finale, mentre il controllo su risorse strategiche (a monte, con il reperimento e il controllo delle risorse finanziarie-tecnologiche-organizzative e del reclutamento, e a valle sul mercato editoriale) tende a concentrarsi in gruppi ristretti. Conservare l’autonomia al lavoratore-ricercatore sulla base di forme contrattuali instabili e finanziate dal mercato è molto difficile, soprattutto per chi volesse fare ricerca libera (che pretesa!) non inserita in scuole disciplinari consolidate o finalizzata ad immediati interessi di mercato. Né è scontato che questo processo di immaginaria competizione su base individuale, atomizzata, porti ad una maggior qualità ed innovatività degli ouput: perché la produzione di conoscenza ha sempre più un carattere collettivo e perché non è riducibile a logiche di mercato. In conclusione, l’autonomia dei ricercatori e laPagina 13 di 14 valorizzazione del loro lavoro è ancora largamente dipendente dalla loro collocazione nella rete delle relazioni di potere. Per quanto sia scomodo da ammettere, e in contrasto con la retorica sulla società della conoscenza, è la dimensione del poterea partire dalle relazioni di lavoro che valorizza le competenze e i loro portatori, anche e non a caso in una società dove queste risorse appaiono più abbondanti. Il Manifesto, 15 agosto 2006Reddito e salario, si parte dal lavoro e dal conflittoGiovanna VertovaUna mia critica albasic income ha dato vita ad una accesa discussione su tre questioni-chiave: le novità del capitalismo contemporaneo; il lavoro cognitivo; la centralità della lotta dentro e contro il capitale. Le posizioni di Fumagalli/Lucarelli, da un lato, e Bellofiore/Halevi e chi scrive, dall’altro, sono alternative. Per Fumagalli la vita produce ricchezza e valore: unico problema, la redistribuzione. Il capitalismo contemporaneo è accettato così com’è. Non un riferimento all’instabilità dei nuovi processi di valorizzazione, alle metamorfosi monetarie, ai conflitti geo-politici, all’insostenibile dinamica macroeconomica, alla nuova politica economica, quasi fossero irrilevanti. Fumagalli e Lucarelli, contraddittoriamente, vogliono essere realisti (un reddito di esistenza universale «può essere raggiunto solo gradualmente a partire da chi si trova nella condizione più sfavorevole di intermittenza di reddito o con lavori magari continuativi ma sottopagati») e incompatibili (il basic income deve essere elevato). La debolezza attuale fa elargire il basic income soltanto ad alcuni lavoratori, crea diritti differenziali, apre al ribasso del salario su cui ho insistito. Il desiderio fa sognare che quella debolezza mascheri una forza tale da infrangere le compatibilità strette del capitalismo flessibile. La fantasia secondo cui la vita è «produttiva», sicché si retribuisce qualcosa di già dato, dovrebbe eliminare la contraddizione. Fumagalli e Lucarelli ragionano come se fossimo di fronte ad una appropriazione meramente politica da parte del capitale di una produttività che «naturalmente» spetta al solo lavoro sociale, e l’unico compito politico è riappropriarsi di quanto è già nostro. Peccato che, così come non esiste il capitale senza il comando sul lavoro, non esiste «produttività»’ del lavoro fuori dall’inclusione nel capitale. Questo è il capitalismo: una classe decide cosa, come, quanto produrre; un’altra deve necessariamente vendere la propria forza-lavoro, «materiale» o «immateriale» che sia il lavoro erogato. L’antagonismo è possibile, ma ha come centro la produzione. Ciò non contrasta con l’introduzione di ammortizzatori sociali contro la precarietà, su un asse diverso da quello del basic income, per la indisponibilità della forza-lavoro a far dipendere la propria esistenza dalle convenienze del capitale. La divisione tra economisti è, dunque, tra chi ritiene che si debba guardare in faccia il capitalismo di oggi così com’è, e chi preferisce rivolgersi al mondo dei sogni. Morini e Tajani si tengono al concreto. Peccato che ci diano una immagine discutibile della realtà del lavoro, con lo scivolamento discorsivo per cui l’analisi della precarietà (fenomeno che, in vario grado, investe tutti i lavoratori) si concentra solo sui lavoratori della conoscenza, per una loro presunta centralità empiricamente contestabile. Anche nel terziario la gran parte delle assunzioni è in lavori a bassa qualifica e basso salario. Nello stesso lavoro cognitivo la taylorizzazione procede spedita, e così i modi più o meno sofisticati di controllare e misurare il tempo di lavoro. La fine della teoria del valore per la presunta non misurabilità del lavoro affascina i teorici post-operaisti: non sarebbe male che la notizia arrivasse ai padroni che sembrano esserne all’oscuro. Anche Morini e Tajani si contraddicono: il lavoro cognitivo è alienante e ripetitivo, ma creativo. Il ragionamento è noto. Lo strumento di produzione è oggi la testa, non il braccio: dunque lavoro e vita si confondono. La natura totalizzante del capitale può essere così rovesciata. Il lavoro immateriale è oppresso, ma possessore della conoscenza e delle condizioni di comunicazione/coordinazione. L’intervento di Freschi è prezioso perché ricorda che il mondo del lavoro è eterogeneo. Ridurre forzatamente all’unità un mondo plurale nega l’esigenza della riunificazione tra soggetti del lavoro differenti e con pari dignità, e sostituisce astrazioni vuote all’inchiesta concreta. Dentro il lavoro cognitivo è paradigmatico il caso del ricercatore precario. Le sue competenze sono sempre più riproducibili, codificabili, valorizzate selettivamente in processi organizzativi e regolativi segnati da rapporti di potere. Chi non crede ad una taylorizzazione spinta della conoscenza, dove si misura ciò che si pretende senza misura, dia una occhiata alle nostre università. Non ci si può attendere un cambiamento dalla mera garanzia del reddito, ma solo da una Pagina 14 di 14 azione che sappia entrare nelle relazioni di lavoro per contestarne le asimmetrie di potere. Sacchetto-Tomba e Gambino-Raimondi toccano il nodo centrale. Individuando, i primi, lo sfondo categoriale dietro ilbasic income. Un paradigma a stadi per cui dall’estrazione di plusvalore assoluto, tipico del primo capitalismo e oggi della periferia, si passa all’estrazione di plusvalore relativo nel capitalismo attuale. Ciò taglia fuori quattro quinti del pianeta, e cancella (come notano Bellofiore e Halevi) due cose. Primo: la periferia è ormai dentro il centro (e viceversa), anche qui da noi. Secondo: il capitalismo ipertecnologico e il lavoro cognitivo si nutrono di plusvalore assoluto e di lavoro materiale, nei vari angoli del pianeta. Il nuovo capitalismo si gioca sul controllo dei tempi e sull’incremento dell’intensità di lavoro, attraverso il progresso tecnologico, la diffusione spaziale e la frantumazione del lavoro. A ragione Gambino e Raimondi mettono in risalto la natura transnazionale del problema e le condizioni materiali del lavoro «migrante». E’ vero: mi sarà contrapposta la dialettica tra «ottimisti» e «pessimisti». Ma la chiarezza su come stanno le cose è il nostro primo dovere. Mi preoccupa la progressiva discesa nell’idealismo. Ancor di più tra gli economisti della sinistra radicale. Sul debito pubblico, sul conflitto distributivo, ora sulla precarietà, non si parte dal rapporto capitale-lavoro, dalla composizione di classe, dall’inchiesta, ma dalle buone intenzioni. Io rimango testardamente convinta che è dalle lotte nel lavoro, e contro questo lavoro, che si deve ripartire.