Fermiamo la guerra prima che sia troppo tardi

Nelle analisi lette in questi giorni sulla situazione in Libia si sovrappongono due piani di discussione. Enunciarli separatamente può aiutare a dissipare dubbi e a dissolvere ambiguità. Il primo piano riguarda il giudizio sul regime di Gheddafi.

Come ha giustamente messo in evidenza nei giorni scorsi Luciana Castellina, bisogna tra noi essere onesti. La storia del Gheddafi anti-colonialista e anti-imperialista non si cancella e non si riscrive sulla base della cronaca degli ultimi giorni. La fine del regime di re Hidriss e del sistema coloniale e la sua sostituzione con un modello progressivo di partecipazione delle masse è un dato storico difficilmente contestabile.

Quella spinta si è però, e non da ieri, ampiamente esaurita. Gheddafi ha interrotto il processo di socializzazione delle risorse già nel 2003, introducendo elementi di forte liberalizzazione, innanzitutto in campo energetico. A questo si aggiunge la politica estera del regime, costruita nell’ultimo decennio su relazioni spregiudicate con Usa e Unione Europea (nel campo energetico e in quello della politica migratoria) e di retorica vuota e inconcludente sulla questione palestinese. Infine, a ciò si aggiunge una condizione di svilimento della democrazia e dei diritti individuali tragicamente coerente con il perdurare pluridecennale del regime personale del raìs e ben esemplificato dai massacri indiscriminati di queste ore. La nostra avversione al regime libico quindi è fondata e fuori discussione.

Dentro questo quadro ci deve stare un giudizio ponderato sulle rivolte. Molti fattori indicano che non siamo in presenza di una sollevazione popolare omogenea. Le differenze con quanto è accaduto in Tunisia e in Egitto sono molte (in primis la condizione economica-sociale di partenza e il coinvolgimento militare diretto di settori dell’esercito e del potere libico contro altri). Tuttavia, è comune a tutte queste esperienze (per non dire dell’Algeria e dello Yemen) – e neppure questo elemento va sottovalutato – la messa in discussione di una struttura di potere sclerotizzata, corrotta e anacronistica.

Ma una discussione seria e, soprattutto, non astratta non può fermarsi qui. L’intervento di Tommaso Di Francesco sul manifesto da questo punto di vista è impeccabile. Le parole di Fidel Castro, pronunciate tra l’altro in splendida solitudine diversi giorni fa, rischiano di rivelarsi profetiche.

Gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea stanno procedendo a tappe forzate verso un nuovo intervento militare. I primi aerei militari tedeschi sono già in Libia mentre i caccia F-16 e gli Eurofighter italiani sono stati messi in allerta nelle basi di Trapani-Birgi e Gioia del Colle. Contestualmente è partita – come già per gli interventi in Iraq, Serbia e Afghanistan – la campagna massmediatica di disinformazione, menzogna e ricostruzione ideologica della realtà, dalle fosse comuni al numero gonfiato delle vittime.

La verità è che il rullo dei tamburi di guerra sta coprendo la voce della ragione e della lucidità, e cioè la voce di chi mette in evidenza gli interessi economici e geopolitici (dal petrolio al metano al comando strategico Africom) di quegli stessi soggetti che stanno oggi soffiando sulle rivolte e sulla guerra civile appunto per facilitare un intervento militare internazionale.

È un film già visto e proprio per questo la sinistra non deve commettere errori già compiuti in passato. Condannare il regime di Gheddafi e denunciare la repressione e la smisurata violenza non può in alcun modo farci tentennare rispetto alla denuncia di questi propositi di guerra.

Per questo motivo qualunque intervento militare degli Stati Uniti o dell’Unione Europea, a maggior ragione nella versione di una missione guidata dal nostro Paese (e diretta da quel governo Berlusconi fino a ieri strettissimo alleato del regime), è esattamente quello che dobbiamo contrastare con tutta la forza che abbiamo.

Su queste basi dobbiamo ricostruire i fili spezzati del movimento italiano ed internazionale contro la guerra. La nostra struttura giovanile comunista è a disposizione del movimento e del popolo della pace e mette in campo, da subito, una campagna di massa per contestare i tristi venti di guerra.

17 risposte a “Fermiamo la guerra prima che sia troppo tardi”

  1. Oggionni e Grassi baciano l’anello di Gheddafi!

    ANCHE A SINISTRA C’E’ CHI BACIA

    L’ANELLO DI GHEDDAFI

    Ecco chi si schiera contro la rivoluzione libica

    in nome di un presunto “anti-imperialismo”

    di Valerio Torre

    Sempre, nella storia del movimento operaio, i grandi avvenimenti della lotta di classe hanno rappresentato dei veri e propri spartiacque, determinando la dislocazione da un versante o dall’altro delle organizzazioni che ad esso a vario titolo si richiamano.

    Ne abbiamo avuto una rappresentazione plastica in queste settimane, rispetto alle rivoluzioni che hanno violentemente scosso il Nord Africa. Ad esempio, la maggior parte dei settori del riformismo italiano ha dipinto la rivoluzione che ha rovesciato il regime di Mubarak in Egitto come “assolutamente democratica”, “pacifica”, organizzata dal “popolo di Facebook e Twitter”, facendola quasi passare come una mobilitazione organizzata da un… popolo viola un po’ più grande (1); una mobilitazione “spontanea”, ma nella quale è stato l’esercito ad avere un ruolo rilevante, tanto da arrivare a ritenere la caduta di Mubarak come un “colpo di Stato” delle forze armate (2)! L’obiettivo, naturalmente, è quello di sorvolare il più possibile sul protagonismo delle masse e sulla loro forza d’urto quando si radicalizzano e scendono in piazza scontrandosi frontalmente con il potere costituito, dato che questa conclusione confliggerebbe con la retorica del pacifismo e della “non violenza”.
    Ma, da un altro versante, sta accadendo qualcosa di analogo in queste ore rispetto alla rivoluzione che, in Libia, sta sgretolando dalle fondamenta l’ultraquarantennale regime di Muammar Gheddafi.
    Questa volta è quanto rimane dello stalinismoo mondiale ad avanzare un’analisi molto particolare, che diversifica le rivoluzioni sviluppatesi in Tunisia e in Egitto da quella in atto in queste ore in Libia: le prime, declassate comunque al rango di “rivolte” (3), non avrebbero nulla a che fare con quella libica, ritenuta, nel migliore dei casi, una “ribellione contro il regime di Gheddafi”. In linea più generale, questo settore della sinistra si caratterizza per l’incapacità di pronunciare la parola “rivoluzione” per descrivere i processi che stanno sconvolgendo il Nord Africa.
    Prendendo le mosse dalle “riflessioni” che pressoché quotidianamente vengono elargite dal loro nume tutelare, Fidel Castro, gli esponenti di questa corrente politica internazionale – che possiamo definire “castro-chavista” – insistono su presunte differenze che esisterebbero fra le mobilitazioni libiche e quelle tunisine ed egiziane che le hanno precedute. Dal postulato di queste differenze ad un paventato attacco bellico imperialista dissimulato da “intervento umanitario”, il passo è breve. E allora, la logica conclusione: tutti insieme, appassionatamente, in un indistinto presunto schieramento antimperialista!
    Si tratta, in tutta evidenza, di una tesi che, così come esposta, appare grezza e grossolana. Ed è probabilmente per questo che una piccola organizzazione del variegato mondo stalinista, la Rete dei Comunisti – sconosciuta ai più dal versante politico ma attiva da quello sindacale poiché costituisce (all’insaputa della gran parte degli attivisti) la maggioranza dell’Esecutivo del sindacato Usb (4) – ha tentato di conferirle dignità teorica attraverso un articolo di Sergio Cararo, pubblicato nella sua pagina web (5).

    Rivoluzione o guerra civile? Un’alternativa campata in aria

    L’incipit del testo riprende il tema delle cosiddette “differenze” fra gli eventi che stanno caratterizzando i processi nordafricani per stabilire da subito, in modo tranchant, che la Libia è teatro non già di una rivolta popolare, bensì di una guerra civile.
    Verrebbe da sorridere per l’approssimazione di una simile conclusione, dal momento che non è affatto infrequente (e non è per nulla contraddittorio) che ad una rivoluzione si affianchi una guerra civile o che la prima si dipani sul telone di fondo della seconda. Basti solo ricordare quella russa del 1917: cosa scatenarono le armate bianche contro i bolscevichi se non una guerra civile? O, per venire a tempi più recenti, non fu la guerra civile il teatro in cui si svolse la rivoluzione sandinista?
    Dunque, la circostanza che in Libia vi sia oggi una guerra civile non urta assolutamente con la conclusione in base alla quale quella in atto è – al pari di Tunisia o Egitto – una rivoluzione. D’altro canto, probabilmente i manifestanti che occupavano le strade di Tripoli non avevano letto l’articolo della Rete dei Comunisti se urlavano lo slogan “Tripoli come Tunisi, Tripoli come Il Cairo!” (6). Al contrario, doveva averlo letto e condiviso il secondogenito di Gheddafi, Saif?Al?Islam… se dobbiamo registrare una convergenza d’opinione non singolare (per le ragioni che analizzeremo più approfonditamente nel prosieguo) fra l’articolo qui commentato e l’opinione da lui espressa in un discorso televisivo, secondo cui, appunto, “Tripoli non è Tunisi o il Cairo” (7).

    Le presunte differenze socio-economiche

    Per supportare l’argomentazione centrale del testo, Cararo sottolinea che “in Libia le condizioni della rivolta popolare mancavano di un aspetto non certo secondario (decisivo invece negli altri Paesi arabi): quello economico?sociale. I livelli di vita dei libici erano infatti sensibilmente migliori di quelli negli altri Paesi. Il 70% della forza lavoro era impiegata nello Stato, i prezzi sussidiati e le rendite petrolifere molto più socializzate”. Di qui la conclusione: “In Libia non possiamo parlare di rivolta popolare ma di una spaccatura dentro il gruppo dirigente della Jamahiriya che – diversamente dal conflitto … nelle piazze tunisine ed egiziane – ha portato immediatamente ad uno scontro militare feroce… che ha avuto nella regione storicamente ribelle della Cirenaica islamica la sua base di forza”.
    Una simile congerie di sciocchezze si scontra con la realtà dei fatti: una realtà che mostra gigantesche mobilitazioni di una popolazione che, a dispetto delle enormi risorse petrolifere su cui galleggia il Paese, è segnata dalla miseria determinata dai provvedimenti economici adottati dal regime su impulso del Fondo Monetario Internazionale (Fmi). A partire dal 1992 col trattato commerciale firmato con la Russia, e grazie a una serie di tredici successivi trattati politici, finanziari e commerciali col Fmi, la Banca Mondiale e le multinazionali dell’Unione Europea, della Cina e degli Usa, Gheddafi ha aperto le porte del petrolio che prima aveva nazionalizzato. Le privatizzazioni del settore, fortemente volute da Shokri Ghanem – già primo ministro e direttore della poderosa Compagnia Nazionale del Petrolio (Nacional Oil Corporation) – hanno beneficiato le principali compagnie occidentali (la spagnola Repsol, la britannica British Petroleum, la francese Total, l’austriaca Om e l’italiana Eni, che è il primo operatore internazionale in Libia, con 244.000 barili prodotti al giorno, il 13% circa della produzione del gruppo) e asiatiche (China Nacional Petroleum). Per non parlare, poi, dei succulenti contratti delle multinazionali che operano nei settori delle infrastrutture, dell’edilizia e delle forniture militari (8).
    Le privatizzazioni, naturalmente, non hanno riguardato il solo settore dell’energia, ma tutte le imprese già statali, in un processo che, sviluppatosi nel quadro di un regime dittatoriale, ha prodotto un altissimo livello di corruzione che ha arricchito principalmente i membri della famiglia Gheddafi. Un processo, in definitiva, che si è svolto sotto la totale supervisione del Fmi, che non a caso segnalava nella sua ultima relazione che gli indicatori economici di Libia, Egitto e Tunisia, erano molto positivi. Ma non certo positivi per le masse popolari e la classe lavoratrice, duramente colpite da questi provvedimenti: l’eliminazione dei sussidi pubblici; un tasso di disoccupazione del 30% e di analfabetismo del 18%; l’aumento esponenziale dei prezzi delle materie prime alimentari (32% tra il gennaio 2010 e il gennaio 2011, con il grano che è aumentato del 62% e il frumento del 58,7%) in un’area – il Nord Africa – che è quella più lontana dall’autosufficienza alimentare e la maggiore importatrice di grano mondiale (21,4 milioni di tonnellate: più del Medio Oriente, che ne importa “solo” 18,72 milioni di tonnellate), e che al contempo ha fatto registrare negli ultimi anni uno dei tassi di crescita maggiori al mondo secondo l’Ocse (9); tutto ciò ha costituito l’humus socio-economico su cui si è sviluppata, anche in Libia e a dispetto delle “analisi” di Cararo, la spinta rivoluzionaria delle masse. Una dinamica che, grazie anche all’uso della tecnologia (internet su tutte), ha preso esempio dalle grandi mobilitazioni che nei mesi precedenti si erano prodotte in tutta Europa nel quadro della reazione dei lavoratori alle misure adottate dai governi per evitare il fallimento del sistema nella più grande crisi economica che il capitalismo ricordi dal 1929, e si è nutrita di rivendicazioni democratiche agitate contro regimi dittatoriali che solo pochi giorni prima parevano granitici.
    E, a sconfessare la posizione su questo punto della Rete dei Comunisti, stanno le rivolte che in Libia si erano prodotte già prima delle mobilitazioni ora in corso, proprio in occasione dell’eliminazione dei sussidi statali.

    Perché e quando scoppiano le rivoluzioni?

    Tuttavia, anche a voler prescindere dai dati economici che abbiamo appena fornito, l’esame della situazione libica porta alle stesse conclusioni e revoca in dubbio quelle avanzate nel testo di Cararo.
    Partiamo da un’osservazione molto generale: le società non cambiano nella misura in cui le loro relazioni economico?sociali sono più ingiuste o le loro istituzioni più tiranniche. Se tutto fosse così semplice, basterebbe ridurre la miseria o le dittature per avere un mondo senza rivoluzioni. Cambiano invece quando il combinarsi di diversi fattori rendono impossibile il protrarsi della situazione precedente. L’ingiustizia e la tirannia da un lato e la miseria materiale delle masse dall’altro non sono fattori sufficienti di per sé soli a spiegare l’esplosione di situazioni rivoluzionarie.
    Prendiamo ad esempio proprio l’Africa: se fosse bastata la fame, questo continente sarebbe stato il più rivoluzionario del secolo scorso. Ma non è stato così: la prima metà del XX secolo ha visto l’Europa protagonista di lotte decisive; mentre nella seconda metà, e in momenti diversi, sono state l’Asia, l’America Latina e il Medioriente sulla scena. Di più: se fossero necessarie la miseria e la fame per lo scoppio di una rivoluzione, non si spiegherebbero situazioni rivoluzionarie come quella francese (e, più in generale, europea) del 1968 e quella portoghese del 1974, in società cioè in cui il popolo non aveva problemi di alimentazione. E, d’altro canto, se le rivoluzioni fossero solo una giusta reazione a regimi dittatoriali, come spiegare la realtà latinoamericana degli ultimi vent’anni, con dieci presidenti democraticamente eletti e successivamente defenestrati?
    In realtà, è appunto il combinarsi di molteplici fattori a determinare lo scoppio di una rivoluzione. Nel caso del Nord Africa, quando le masse popolari hanno sedimentato in sé la convinzione che non erano possibili riforme; quando le classi dominanti non hanno saputo percepire che era giunto il momento di concederle; quando la gigantesca crisi del capitalismo (e, più in generale, la sua stessa naturale dinamica) ha indotto i governi di ogni dove, per salvare il sistema sull’orlo del fallimento, a portare ai lavoratori e al popolo attacchi così violenti da determinare un arretramento di decenni risvegliando così la loro disponibilità alla lotta e la loro radicalità; quando tutto questo è accaduto, l’intero Nord Africa – Libia compresa, con buona pace di Cararo – è stato violentemente scosso dalle rivoluzioni democratiche in atto.
    E tutte queste considerazioni, comprovate anche dalle immagini che ci sono giunte dalla terra libica, sconfessano anche, senza che sia necessario opporle particolari argomentazioni, la ricostruzione – completamente priva di fondamento – di una contrapposizione tra diversi settori del “gruppo dirigente della Jamahiriya che… [avrebbe] portato ad uno scontro militare feroce”, quasi si trattasse di contraddizioni interistituzionali e non già, come invece è ed abbiamo dimostrato, una rivoluzione democratica. La realtà ha mostrato, al contrario, che le rotture con Gheddafi da parte di uomini fino a ieri al suo fianco non si producevano sul terreno della direzione rivoluzionaria. Anzi, quando in un caso l’ex ministro della giustizia ha cercato di installare un governo provvisorio, la resistenza popolare l’ha completamente sconfessato.

    Il giudizio su Gheddafi: un po’ di storia

    L’articolo che qui commentiamo sviluppa poi il profilo della valutazione del personaggio Gheddafi, definito in maniera mirabolante – riprendendo un testo di Luciana Castellina pubblicato su il manifesto (10) – “un valoroso combattente anticolonialista”.
    Giova ricordare che nel 1969 il tenente colonnello Muammar Gheddafi diresse, alla testa di un settore delle forze armate, un colpo di Stato che depose il re Idris I, imposto dall’imperialismo e da Stalin quando, dopo la II Guerra Mondiale, venne nel 1951 concessa l’indipendenza alla Libia. L’ideologia che sosteneva il golpe era quella nazionalista pan-araba che aveva il suo referente in Nasser, a differenza del quale, però, Gheddafi voleva costruire non già uno Stato laico, bensì islamico. Ad ogni modo, nel 1977, fondò la Jamahiriya (Stato di Massa) Socialista Araba di Libia, un regime totalitario basato sulle forze armate e su accordi intertribali. L’intervenuta nazionalizzazione del credito e delle imprese straniere, il ripudio degli accordi firmati da Sadat con gli Usa ed Israele e l’appoggio a vari movimenti guerriglieri, valse al regime libico l’odio da parte dell’imperialismo, espressosi nell’embargo delle armi e nella rottura delle relazioni diplomatiche, fino al bombardamento da parte degli Stati Uniti, nel 1986, delle principali città del Paese. Come risposta, Gheddafi promosse una serie di attentati terroristi, culminati, nel 1988, con l’attentato all’aereo della Pan Am su Lockerbie, in Scozia.
    A dispetto dell’autodefinizione di socialista, lo Stato libico venne presentato, per bocca dello stesso Gheddafi, come una terza via fra capitalismo e socialismo sovietico. In ogni caso, nei primi anni, egli promosse riforme (assistenza sanitaria, istruzione) di un certo peso, rese possibili dall’investimento dei proventi del petrolio nazionalizzato. In definitiva, quel periodo si caratterizzò per un certo interventismo statale nell’economia.
    Tuttavia, come già accennato, il ruolo relativamente progressivo del nazionalismo di Gheddafi venne gradualmente meno a partire dal 1992, con la firma dei trattati commerciali, politici e finanziari, attraverso cui fu invertito il corso delle nazionalizzazioni con privatizzazioni sempre più estese e l’introduzione di riforme in senso liberale direttamente sotto il controllo del Fmi.
    Insomma, il giudizio così generoso su Gheddafi non riposa in altro se non nella nostalgia stalinista per un mondo bipolare che non esiste più, nella tragica tradizione “campista” propria dei ferrivecchi dello stalinismo: una tradizione che inevitabilmente sbocca in un supposto “schieramento antimperialista”, basato perlopiù sul blocco con le borghesie nazionaliste o con le burocrazie restaurazioniste, e che ha avuto un ruolo particolarmente negativo nella storia del movimento operaio subordinandolo agli interessi di queste stesse forze invece di dargli la prospettiva della rivoluzione socialista mondiale.
    E non è casuale che l’articolo di Cararo riprenda le argomentazioni di Fidel Castro, che di quella burocrazia restaurazionista costituisce il più fulgido esempio (11), oltre ad essere stretto alleato di Gheddafi. Né è parimenti casuale che l’appoggio più esplicito al sanguinario regime di Tripoli sia venuto dal governo del Nicaragua (12) e, soprattutto, dall’altro idolo della sinistra neostalinista, Hugo Chávez, che ha espresso totale sostegno a Gheddafi, dopo che, al termine di un summit a due (13), nel paragonarlo a Simón Bolivar lo definì il liberatore del suo popolo, insignendolo della più importante onorificenza venezuelana.

    Gheddafi antimperialista o agente dell’imperialismo?

    E veniamo ora al “pezzo forte”, al centro nevralgico dell’articolo della Rete dei Comunisti.
    Basandosi sulle dietrologie della stampa borghese, Cararo insinua che dietro ciò che accade in Libia via sia la mano dei servizi segreti italiani (!) e dell’imperialismo statunitense, la cui “aperta ingerenza” avrebbe l’obiettivo di “togliersi di torno un leader arabo odiato, odioso e imprevedibile”.
    Anche qui appare evidente il maldestro tentativo di adattare la realtà alla propria visione delle cose (14). L’imperialismo degli Usa e dell’Ue all’inizio delle mobilitazioni ha avuto un atteggiamento prudente (15). Quando poi ha percepito che il dittatore non aveva più in pugno la situazione, gli ha chiesto di non usare la violenza e di trattare con l’opposizione. E solo ora che si rende conto che la rivoluzione può vincere gli chiede di lasciare il potere lasciando sullo sfondo la possibilità di un intervento diretto. Ma procediamo per gradi.
    In realtà, in evidente disaccordo con Cararo, gli imperialisti da anni considerano Gheddafi il proprio agente nella regione: basti ricordare la docile collaborazione di quest’ultimo con gli Usa rispetto alla cosiddetta “guerra al terrorismo”, concretatasi nel riconoscimento della responsabilità per l’attentato di Lockerbie, nella consegna di tutti i nomi di cittadini libici sospettati di aver partecipato alla Jihad con Bin Laden, nella rinuncia alle “armi di distruzione di massa” con le pressioni sulla Siria perché facesse lo stesso; basti ricordare l’altrettanto docile collaborazione del rais con la Gran Bretagna quando consegnò tutti i nomi dei repubblicani irlandesi che si erano addestrati militarmente in Libia; basti ricordare gli accordi con l’Ue – e principalmente l’Italia – in funzione di contrasto all’immigrazione, con la creazione di campi di concentramento in cui vengono rinchiusi e torturati gli africani che attraverso la Libia cercano di entrare in Europa.
    Come può Gheddafi essere ritenuto “odiato, odioso e imprevedibile” se nel 2002 Romano Prodi lo definiva “un amico di cui ci si può fidare”? Se, a partire dal 2004, Tripoli negozia discretamente con Israele attraverso il c.d. “Vertice della Sirte”? Se dall’ottobre dello stesso anno fu tolto l’embargo di armi alla Libia? Se nel 2008 la segretaria di Stato Usa, Condoleezza Rice, dichiarò: “la Libia e gli Stati Uniti condividono interessi permanenti: la cooperazione nella lotta al terrorismo, il commercio, la proliferazione nucleare, l’Africa, i diritti umani e la democrazia”? Se Berlusconi, Sarkozy, Zapatero e Blair, lo hanno ricevuto con tutti gli onori? Se solo un anno fa l’Onu ha eletto la Libia nel Consiglio per la difesa dei diritti umani?

    La strategia dell’imperialismo: difendere direttamente i propri interessi ora che non è più difendibile l’agente

    Certo, nelle ultime ore l’imperialismo ha mutato atteggiamento. Il massacro ai danni del popolo libico viene adesso utilizzato per giustificare un possibile intervento armato, semmai mascherato da “intervento umanitario”: l’argomento principale è quello di evitare un bagno di sangue, supportato dal corollario di impedire ad Al Qaeda di prendere in mano le redini della situazione (16).
    Tuttavia, la ricostruzione della Rete dei Comunisti – secondo cui, così come dicono anche Castro, Ortega e Chávez, l’imperialismo è contro Gheddafi e prepara un intervento militare per liberarsene – è del tutto infondata: se, dopo aver sostenuto fino a ieri il dittatore, si vedrà costretto all’intervento armato, sarà proprio per difendere gli accordi che aveva raggiunto con Gheddafi e per cercare di controllare il Paese. Un Paese – ed è qui la vera, l’unica differenza con la Tunisia e l’Egitto che i residui dello stalinismo non vogliono vedere perché contraddice la loro visione delle cose – in cui non esiste una borghesia di ricambio sulla quale l’imperialismo può fare affidamento; in cui l’esercito è di fatto distrutto, con una parte delle truppe passata con l’opposizione e l’altra composta di mercenari; in cui il popolo è in armi ed è unito da una tradizione ribelle condivisa; in cui nelle città liberate e controllate dagli insorti armati sorgono embrioni di doppio potere; in cui a Bengasi, quando è giunta l’eco delle dichiarazioni di Hillary Clinton, sono apparsi grandi manifesti di ripudio per il possibile intervento Usa.
    È questa, e solo questa, la ragione per cui l’imperialismo Usa e Ue deciderà, se non ci saranno soluzioni alternative, l’intervento in Libia: per difendere i propri interessi minacciati – dispiace per Cararo e la Rete dei Comunisti – non già da Gheddafi (che, come abbiamo visto, li ha rappresentati ottimamente per decenni) ma da una rivoluzione incontrollabile in un Paese chiave dell’area del Mediterraneo. Ed è la stessa ragione per cui agli imperialisti non è invece passato neanche per l’anticamera del cervello di ipotizzare un intervento in Tunisia o in Egitto, dove anzi potevano contare su una borghesia filoimperialista che per il momento garantisce una transizione ordinata continuando a gestire gli interessi delle potenze occidentali.
    Naturalmente, ove questo scenario dovesse verificarsi, è necessario che i rivoluzionari di tutto il mondo sostengano attivamente la rivoluzione libica chiamando i popoli arabi confinanti – che già hanno dato prova del loro valore rovesciando le dittature di Tunisia ed Egitto – a combattere insieme ai loro fratelli della Libia organizzando spedizioni di armi e milizie armate che prendano parte a questo grandioso processo rivoluzionario nel più ampio processo rivoluzionario che ha attraversato tutto il Nord Africa. Rovesciare il dittatore e impedire il possibile intervento imperialista debbono essere i primi compiti per portare a termine questa rivoluzione democratica e approfondirne il corso affinché possa trascrescere in rivoluzione socialista.

    Appoggiare la rivoluzione libica o l’imperialismo?

    A ben vedere, invece, lo scopo di fondo di tutta l’argomentazione dell’articolo che qui commentiamo è quello da sempre utilizzato dalle correnti staliniste: la subordinazione del movimento operaio alle borghesie nazionali – in questo caso a quella corrotta e sanguinaria di Gheddafi – come base della teorizzazione di una presunta “rivoluzione a tappe”.
    Ma la conclusione dell’articolo di Cararo vuole essere un colpo ad effetto per scompaginare il campo avverso: la sinistra che non fosse d’accordo su questa proposta in realtà “lavora per il re di Prussia o per il ritorno della monarchia!”. Davvero geniale, se non fosse anche questo un ferrovecchio dello stalinismo; cioè l’accusa di intelligenza con il nemico: “chi non assume la difesa di Gheddafi insieme ai nostri ‘padri nobili’ Castro e Chávez è un filomonarchico, poiché preferirebbe il ritorno del re Idris al valoroso combattente anticolonialista”.
    Si tratta del più paradossale rovesciamento della realtà: è proprio l’embrassons-nous in un supposto “schieramento antimperialista” (per resistere agli Usa insieme al dittatore libico oggi e costruire in un domani indistinto e indeterminato lo Stato socialista relegato al momento solo negli infuocati discorsi della domenica) ad avere in ultima analisi un unico sbocco possibile: quello di approfondire la dipendenza della classe lavoratrice mondiale dalle forze borghesi che costituiscono gli agenti diretti del capitalismo imperialista e di svolgere una funzione oggettivamente controrivoluzionaria.
    Detto in termini più espliciti: chi vuole difendere il dittatore libico salendo sull’autobus di Fidel Castro e di Hugo Chávez, non è solo un amico dell’anti-operaio e anti-comunista Gheddafi. E’ anche un “compagno di merende” dell’imperialismo.

    _______________

    (1) Mattia Toaldo, “Buongiorno Egitto”, in http://www.sinistraecologialiberta.it/vetrina/buongiorno-egitto.

    (2) Liberazione, 11/2/2011.

    (3) Così gli esponenti di Rifondazione comunista Claudio Grassi (“Venti di guerra”, in http://www.claudiograssi.org/wordpress/2011/02/venti-di-guerra/) e Simone Oggionni (“Fermiamo la guerra prima che sia troppo tardi”, in http://www.reblab.it/2011/02/fermiamo-la-guerra-prima-che-sia-troppo-tardi/).

    (4) E’ la Rete dei Comunisti stessa a vantare – ma all’estero, in convegni internazionali delle organizzazioni staliniste – di svolgere un “ruolo centrale” ieri in Rdb e oggi in Usb: si veda l’intervento pronunciato dal rappresentante della Rete dei Comunisti al “Seminario Comunista Internazionale di Bruxelles”. del 2010. In effetti, anche se ciò non è noto alla gran parte degli attivisti di base di Usb, la maggioranza dell’Esecutivo di questo sindacato è composta da dirigenti della Rete dei Comunisti, che fanno un intervento organizzato ma nascosto dentro al sindacato e al contempo, paradossalmente (ma non tanto), polemizzano contro militanti di altri partiti che, viceversa, fanno attività sindacale senza celarsi. Su ciò si veda sul nostro sito “Una strana polemica. Risposta a un comunicato dell’Esecutivo Usb”.

    (5) Sergio Cararo, “Libia. Non è una rivolta popolare ma una guerra civile. I dovuti distinguo”, in http://www.contropiano.org/Documenti/2011/Febbraio11/24-02-11LibiaGuerraCivile.htm.

    (6) Il Fatto Quotidiano, 21/2/2011.

    (7) Ibidem.

    (8) Primeggiano, quanto a penetrazione in terra libica, le italiane Finmeccanica, Saipem, Astaldi, Impregilo.

    (9) Si pensi che l’età media in Egitto è di 24 anni, in Tunisia di 29, mentre in Libia il 50% della popolazione ha meno di 15 anni!

    (10) Luciana Castellina, “Tragico epilogo”, il manifesto, 23/2/2011.

    (11) Com’è noto, la posizione della Lit – Quarta Internazionale, di cui il PdAC costituisce la sezione italiana, è nel senso che a Cuba il capitalismo è stato restaurato dalla burocrazia castrista ancor oggi al potere. Per un approfondimento su quest’argomento, http://www.litci.org/inicio/especiais/cuba.

    (12) Il presidente nicaraguense, Daniel Ortega, ha espresso “solidarietà e appoggio” a Gheddafi (Clarín, 23/2/2011).

    (13) Nel settembre del 2009, si tenne un vertice dell’Asa (Africa-Sud America). Le decisioni assunte in quella riunione furono di dare vita a una sorta di Nato dell’America Latina con la partecipazione della Libia, a una Banca del sud del mondo (finanziariamente partecipata, appunto, dalla Libia) e a una specie di Opec del gas e del petrolio fondata dai due Paesi: il tutto in chiave formalmente antistatunitense.

    (14) Gli anglosassoni descrivono questo processo con l’espressione “wishful thinking”.

    (15) In un’intervista a Il Sole 24 Ore del 20/2/2011, Massimo D’Alema è giunto a ipotizzare una transizione in senso “più democratico” gestita dallo stesso Gheddafi.

    (16) Curiosamente, è il medesimo spauracchio agitato dallo stesso Gheddafi. Tuttavia, la stampa internazionale esclude che vi sia nelle mobilitazioni in Libia (come non v’è stata in Egitto) la sia pur minima presenza di fondamentalismo islamico (Clarín, 24/2/2011).

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  2. Questo articolo di Burgio è ancora più lucido e lineare di quello di Oggionni

    Alberto Burgio: Libia, qualche distinguo e un po’ di storia

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    28/02/2011 02:17 | CONFLITTI – INTERNAZIONALE

    Che cosa accade e, soprattutto, che cosa può accadere in Libia? Mentre scriviamo le notizie si susseguono contraddittorie. Molte agenzie danno Gheddafi per spacciato, asserragliato nel bunker di una Tripoli sotto assedio. Ma sino a poche ore fa altre fonti descrivevano una capitale calma, sotto controllo, al pari dell’aeroporto militare di Mitiga del quale, pure, si era detto fosse stato espugnato dagli insorti. Sembra improbabile comunque che il regime possa resistere e anche l’ipotesi del negoziato con i ribelli, ventilata da ultimo da Saif al-Islam (uno dei figli del Colonnello, interprete dell’anima “moderata” del regime), appare di ora in ora più inverosimile.
    Restano le domande. La rivolta libica è analoga a quelle che hanno decretato la fine delle dittature tunisina ed egiziana? E’ parte del terremoto che da settimane scuote tutto il nord Africa e che va propagandosi fino al Medio Oriente minacciando la stabilità della stessa Arabia Saudita e del regime degli ayatollah? Indubbiamente sussistono molte connessioni. Quale che sia la natura della rivolta libica, non è casuale che essa si verifichi all’indomani delle insurrezioni in Tunisia e in Egitto e mentre si fanno incerte le sorti dei governi di Yemen, Bahrein e Giordania.
    Ma in questi casi – pur differenti tra loro – siamo di fronte a moti popolari spontanei, frutto di una situazione sociale esplosiva. Come emerge dallo Human Development Index, Tunisia ed Egitto (ma anche Marocco e Algeria) registrano tassi elevatissimi di sviluppo sociale a fronte di percentuali record di disoccupazione. I giovani tunisini ed egiziani sono andati a scuola, si sono diplomati e navigano su internet (uno dei principali vettori delle insurrezioni) ma non trovano lavoro. Questa situazione – resa intollerabile dalle politiche di “rigore” imposte dai governi per far fronte alle conseguenze della crisi economica globale – ha fatto esplodere la rabbia contro le oligarchie corrotte al potere (il che peraltro non garantisce l’esito democratico delle transizioni, se è vero che in Egitto l’esercito resta la forza di gran lunga prevalente non solo sul piano politico ma anche sul terreno economico).
    In Libia, in particolare in Tripolitania, lo scenario è diverso. Benchè quella dell’equa distribuzione dei proventi dell’esportazione di petrolio e gas sia una leggenda, le condizioni di vita della popolazione sono accettabili. I prezzi sono calmierati, i redditi adeguati (il reddito medio pro-capite è di 12mila dollari, sei volte quello egiziano). E anche se Gheddafi non è mai riuscito a pacificare e unificare realmente il Paese (la Cirenaica non lo ha mai riconosciuto e il raìs si è via via inimicato le grandi tribù del Gebel che ora assediano Tripoli), in Libia – a differenza di quanto avviene nei Paesi confinanti – non sembra vi siano figure di spicco in grado di guidare il dissenso sino a farlo esplodere.
    Come ha osservato su queste pagine Angelo Del Boca, è molto probabile che la rivolta in Libia sia stata innescata dall’esterno, da gruppi di libici residenti all’estero. Ed è altrettanto probabile che questi nemici di Gheddafi abbiano goduto del sostegno dei governi occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia in testa) da sempre nemici del Colonnello. Un po’ di storia è bene infatti tenerla presente, non dimenticare i peccati originali (l’evacuazione forzata delle forze statunitensi e britanniche dalle basi militari, la nazionalizzazione delle proprietà della British Petroleum e l’imposizione alle altre compagnie di elevate quote per lo sfruttamento del petrolio libico) nel segno dei quali si consuma la fine del regno filo-occidentale di Idris I.
    Tutte queste considerazioni suggeriscono di essere cauti prima di parlare di “rivoluzione” nel caso della Libia e non permettono di escludere che ci si trovi piuttosto dinanzi a una guerra civile sponsorizzata dalle maggiori potenze capitalistiche. Così si spiegano anche i venti di guerra che spirano da quando la Libia brucia.
    Gli Stati Uniti, spalleggiati dalla Francia, scaldano i motori. Obama non esclude l’intervento militare della Nato. All’Onu si parla pudicamente di no-fly zone, occultando il fatto che per tenere a terra l’aviazione libica sarebbe necessario l’uso della forza. A Sigonella si preparano i caccia e puntualmente l’on. Fassino dichiara che “occorre intervenire in ogni modo” per costringere Gheddafi a mollare la presa. A vent’anni di distanza sembra di rivivere i giorni della prima Guerra del Golfo e delle “guerre umanitarie” nei Balcani. Allora una cosa va detta con la massima chiarezza. Se Gheddafi ha veramente scatenato il massacro della sua gente, si è macchiato di crimini gravissimi. E’ indubbio che la sua quarantennale dittatura ha calpestato diritti fondamentali dei libici e di centinaia di migliaia di migranti che Gheddafi ha imprigionato per nome e per conto di quel “mondo libero” che oggi si riempie la bocca di buoni principi. Ma tutto ciò non legittima in alcun modo un’ennesima sporca guerra che avrebbe un solo scopo: permettere agli Stati Uniti di rimettere le mani sul petrolio e sul gas libico, vitali per gran parte dell’Europa e per la stessa Cina.

  3. CHAVEZ DIFENDE LA SOVRANITA’ DELLA LIBIA
    pubblicata da Erman Dovis il giorno lunedì 28 febbraio 2011 alle ore 18.42
    CARACAS – Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha espresso il rammarico per quel che sta accadendo in Libia, denunciando la manipolazione mediatica e la doppia morale della comunità internazionale.
    Anche l’Ecuador e il Nicaragua si sono schierati contro l’interventismo occidentale, mentre domenica il segretario degli Stati Uniti Hillary Clinton ha annunciato che gli Usa appoggeranno i ribelli in Libia.
    Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha espresso il rammarico per quel che sta accadendo in Libia, denunciando la manipolazione mediatica e la doppia morale della comunità internazionale.
    Bisogna ricordare gli stretti rapporti intercorrenti fra Chávez e Gheddafi a dimostrazione dei quali vi sono state ben cinque visite del presidente venezuelano in Libia e una del leader libico in Venezuela. Gheddafi era infatti considerato un alleato importante per concretizzare l’unione Sud-sud propugnata durante i vertici America del Sud – Africa.
    “Quelli che hanno condannato immediatamente la Libia rimangono sempre muti per i bombardamenti di Israele su Gaza e per la morte di migliaia di persone… rimangono con la bocca chiusa per i bombardamenti e i massacri in Iraq e Afganistan, perciò non hanno morale per condannare a nessuno” ha detto Chávez in una trasmissione televisiva sabato.

  4. ( da : Alessandro LEONI )

    – Ritengo che l’insieme politico che si definisce “Sinistra” ( escludo per tanto il “P°.D°.” che, correttamente, non si colloca a “sinistra” ! ) comprendendovi, perciò, anche i “Comunisti” ( … cioè chi pubblicamente si proclama tale ! … ) siano giunti ad un livello di consapevolezza ipotizzabile solo per “lobotomizzati” ! ( … evidentemente con qualche eccezione che, appunto, conferma la regola ! … ) Nel senso proprio del termine tecnico : ovvero impossibilitati ad una attività celebrale conseguente all’evoluzione della specie fino ad oggi nota ! Mi rendo conto della pesantezza del giudizio e non ho remore ad assumere il dubbio che sia proprio io, personalmente, ad essere, ormai, come si suol dire, “de fora” ! … Possibile … anzi auspicabile !!! ( meglio un pazzo che una collettività di coglioni ! … anche per il “pazzo” ! )

    Mi riferisco al dibattito ( … si fa per dire ! … ) in corso sulla crisi del mondo arabo ( Africa settentrionale e Vicino Oriente ) e in particolare sulla vicenda “libica” ! I giudizi che emergano oscillano fra una impropria “difesa” del leader M. Gheddafy e l’assunzione, idiota, della propaganda reazionario-imperialista ! Il tutto, evidentemente, condito dalla più profonda “i g n o r a n z a” della realtà di quel paese … tanto a noi italiani vicino non solo geograficamente ma anche storicamente !

    Proverò a dire qual’cosa a riguardo :

    1°)- la Libia è una creazione del colonialismo italiano, a differenza degli altri paesi nord-africani. A parte l’ Egitto che possiede una propria identità statuale ( forse il “primo” stato costituitosi nel bacino del Mediterraneo ! )

    Pag 2 )-

    plurisecolare anche Marocco, Algeria e Tunisia hanno, sia pure in termini relativamente rozzi/abbozzati, una loro “storia” d’insieme territoriale ! Non la Libia ! Tanto è vero che lo stesso nome fu coniato dal governo italiano, dopo la guerra italo-turca del 1911 / 1912 , nei primi anni ’20 ( del ‘900 ) quando il fascismo ormai al governo e in procinto di diventare “regime” unificò i due territori ottenuti con il Trattato di Ouschy che erano la Tripolitania ( a ovest ) e la Cirenaica ( a est ).
    Tripolitania e Cirenaica che pur essendo sottoposti ambedue al potere della “Sublime Porta” ( così si chiamava il potere imperiale ottomano-turco ) dal XVI secolo erano amministrati in due distinte prefetture … quella della Berberia tripolitina ( Tripolitania ) e quella della Cirenaica Barcide !

    Del resto i due territori erano sempre stati divisi politicamente … fin dai più remoti tempi. Infatti mentre l’attuale Tripolitania era stata influenzata e controllata dai Fenici di Cartagine l’attuale Cirenaica era stata oggetto d’intensa colonizzazione greca ed infine era entrata nell’orbita dei vari potentati egizi ! Quando nel II secolo avanti Cristo giunse l’influenza romana non mutò questa distinzione ! Infatti la Tripolitania venne incorporata nella Provincia dell’ “Africa Proconsolare” mentre la Cirenaica divenne Provincia a se stante unita all’isola di Creta !

    Questa rapida carrellata sulla storia più antica dell’attuale Libia è importante per comprendere come non sia assolutamente strana che l’attuale crisi abbia rimesso in evidenza la natura duale dello stato libico contemporaneo !

    ( — SEGUE — )

  5. Serve un grande partito e un grande leader dentro cui veicolare questi contenuti (che in larga parte condivido). Oggionni, porta i Giovani Comunisti dentro SEL!!! C’è spazio per tutti!

    Grandissima assemblea oggi a Roma con Nichi Vendola

    Entusiasmo alle stelle e, soprattutto emozioni, emozioni, emozioni…

    mi dispiace per chi non c’era

    ROMA – Sinistra e Libertà “è in campo, per assumersi una responsabilità che fa tremare le gambe”, “come soggetto che punta a cambiare questo centrosinistra e creare un cantiere che possa tenere assieme la cultura di centro con quella di sinistra”. Ma ciò deve avvenire “senza veti, perchè io non li pongo, ma non li subisco. E nessuno può pensare di avere lo scettro”. Nichi Vendola lancia dal palco del pala Tendastrisce al quartiere Prenestino, periferia pasoliniana della Capitale, il manifesto programmatico e politico del suo movimento, ma anche la sua sfida al Partito Democratico.

    A cominciare dalle primarie “che non sono un capriccio ma sono forma e sostanza di una nuova stagione”. Vendola chiarisce subito di esser disponibile a dialogare, ma fissa una serie di paletti che considera ineludibili: “La crisi che abbiamo davanti non è solo economica – spiega parlando ai cinquemila simpatizzanti arrivati da diverse parti d’Italia e che lo applaudiranno molte volte – ma è una crisi di democrazia nel presente e una crisi sociale che esploderà”. Dunque, la ricetta che deve essere proposta dalla sinistra non può essere quella liberista, “perchè il liberismo non è la medicina, ma è la malattia”.

    Ed ecco perchè, ripete, se pure è pensabile una grande coalizione di forze in chiave anti-berlusconiana che va da Sel a Fini, “non sarebbe pensabile un governo di legislatura che abbia dentro Sel e anche Andrea Ronchi, che da ministro firmò il decreto sulla privatizzazione dell’acqua”. Una soluzione del genere, aggiunge, può avere l’orizzonte limitato di cambiare la legge elettorale o fare una legge sul conflitto d’interessi, ma “sarebbe strategicamente e tatticamente perdente”. No a Mario Monti, dunque, o a Luca di Montezemolo, la sinistra è altro, deve tornare ad avere un orizzonte più ampio. “Compagno Bersani – dice – possibile che levare gli occhi verso un orizzonte più ampio significa dedicarsi alla poesia..?”.

    Il leader di Sel usa parole care al suo popolo: rivendica il ritorno del pubblico nell’economia, nell’istruzione e nella sanità, dice che “ci vuole una grande sinistra per sentirsi veramente fratelli dei giovani del Cairo e di Tripoli”, sostiene che “la vita è più agra oggi perchè la nostra Costituzione è stata depotenziata”, difende il sindacato, “perchè indebolirlo significa indebolire la vita democratica e rendere più pigro il sistema delle imprese”, urla un secco ‘no’ al nucleare perchè “il futuro è dell’energia alternativa”.

    Contesta con parole durissime gli allarmi sugli sbarchi di clandestini, lanciati dagli esponenti del centrodestra, chiamamandoli “barbari amici di dittatori e mafiosi che non hanno rispetto per la vita umana e per chi fugge dalla fame e dalla guerra”. E critica la politica economica del governo che “ha introdotto la più pesante patrimoniale sui poveri e i deboli”, intaccando l’articolo 41 della Costituzione che invece è “una scultura sacra”. I toni sono altrettanto forti nei confronti di Berlusconi, a partire dal legame del premier con Gheddafi (“è stato l’ultimo a condannarlo, e lo ha fatto con voce tremante”) fino alla scuola pubblica dopo l’attacco di ieri “Un paese deve investire nella scuola pubblica 1 – dice – perchè è il cuore della crescita economica: e sono stati 15 anni di tv berlusconiane e di crisi della scuola – aggiunge – a creare una generazione narcotizzata dal trash e dalla pornocrazia”.

    Ma anche sullo scandalo Ruby, perchè “bisogna avere a cuore il destino dei coetanei di quella ragazza che non possono vedere il marciapiede o palazzo Grazioli come orizzonte della loro realizzazione personale”.
    Sinistra e Libertà è in campo, scandisce Vendola mettendo in guardia i suoi e spiegando sibillinamente che “le provocazioni continueranno”. Il governatore pugliese lascia quasi intendere di poter fare un passo indietro quando sottolinea che “il leaderismo è una malattia se comporta una delega in bianco: se anche questo leader che parla vi si ritirasse dalla scena, queste parole resterebbero come un patrimonio collettivo”.

    Ai cronisti che dietro il palco gli chiederanno una spiegazione, Vendola chiarirà che non ha nessuna intenzione di farsi da parte e che il suo messaggio era riferito a coloro che, anche dentro al Pd, lo hanno accusato di eccesso di protagonismo o di essere un fenomeno mediatico. Tema sviscerato anche dal palco, quando Vendola prende le distanze dal ‘grillismo’, e rivendica la sua “diversità cuturale da chi popola il teatrino televisivo delle anime belle”.

    Gli ultimi passaggi del discorso di Vendola sono parole d’ordine rivolte alla platea che lo applaude a lungo, poco prima che dagli altoparlanti si diffondano le note di ‘Bella Ciao’: “rifare la sinistra è possibile, non bisogna cedere sulla nostra identità ma non dobbiamo avere paura di aprirci”.

    “Il discorso fatto oggi a Roma da Nichi Vendola è largamente condivisibile. Non ci sono particolari punti di differenza. In ogni caso non esistono differenze tali da non poter essere discussi nello stesso partito. E’ del tutto auspicabile, quindi, che si apra davvero una stagione unitaria con la prospettiva di stare tutti insieme”. Così Vincenzo Vita, della sinistra interna del Pd, ha commentato le parole del leader di Sel sul “cantiere” del centrosinistra.

    Polemico invece Stefano Fassina, responsabile economico del Pd: “Caro Nichi lascia ai nostri avversari politici le caricature strumentali quando fai riferimenti al Pd. Non abbiamo bisogno di lezioni sui fallimenti del liberismo. Per andare oltre il berlusconismo e avviare la ricostruzione morale, economica e sociale dell’Italia e per contribuire a correggere la rotta della politica economica europea dobbiamo superare facili slogan mettendoci invece a disposizione dell’interesse generale”.

    “Confrontati con le nostre proposte contro la precarietà e per la valorizzazione del lavoro – prosegue l’esponente Pd – per un fisco più giusto, per l’affermazione del ruolo delle donne nella società e nel lavoro, per lo sviluppo del mezzogiorno, per il rilancio della scuola pubblica, per sostenere le piccole imprese, per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni, per l’innovazione sostenibile, per un federalismo responsabile e per rigenerare un robusto modello sociale europeo. Soltanto così possiamo costruire la convergenza tra un ampio arco di forze della politica, dell’economia e della società e svolgere il passaggio costituente necessario all’Italia”.
    Replica

  6. Oliviero Diliberto

    “L’elenco dei morti italiani in Afghanistan si allunga. Non se ne può più. Le condoglianze ai familiari dei ragazzi caduti in quel pantano non bastano più, serve una decisa sterzata: senza ritiro ci saranno solo altri morti e altri lutti. E’ ora che il governo italiano ritiri le truppe e porti a casa i militari. In Afghanistan si sta combattendo una vera e propria guerra e chi ancora parla di missione di pace non fa altro che prendere in giro se stesso”.

  7. Vorrei chiedere a Franchi e a tutti quelli dell’ernesto cosa pensano della posizione di Diliberto che ? possibilista su intervento dell’Unione Europea. Per fortuna che sono appena andati nel Pdci (vedi Gemma qui a Torino). Come la mettiamo con i portoghesi? Gradirei risposte!

  8. Mi stupisce che si tentenni e si trovino nuovi ammiratori del dittatore gheddafi. Non mi riferisco all’articolo ma ai commenti e a quello che sento in giro. Torniamo a quando c’era chi simpattizava per Milosevic?

    1. Cosa c’è di male a simpatizzare per Milosevic?
      Non è stato dimostrato NULLA contro di lui.
      La verità su Sebrenica è stata insabbiata.. e la bufala del Kossovo è stata assurda! La NATO, non qualche alternativo o dietrologo ma LA NATO, ha dichiarato testualmente che “non esistevano in kossovo fosse comuni prima dei bombardamenti” e che queste contenevano persone “uccise dai bombardamenti”.

      Su Gheddafi il discorso è diverso, io sono stato un suo sostenitore fino alla svolta neoliberista, e questi nuovi fatti (peraltro gonfiati dai media imperialisti) hanno incrinato un immagine già compromessa. Di lui non ci si può fidare.. certo molto meglio lui che un’occupazione USA, penso che sarai d’accordo..

      1. Infatti Milosevic era un socialista (seppure con tutti i limiti del caso) mentre Gheddafi non lo è più! E mi fanno ridere i compagni che parlano di Libia rossa etc etc!
        Il campismo è una brutta malattia e prima ce ne liberiamo e meglio è!

        1. Ma guarda che è campismo anche quello! Milosevic era socialista e Gheddafi no! Ma allora anche Pol Pot era socialista e quindi andava appoggiato? Siamo morti se pensiamo così! Ma chi pensate di intercettare del poopolo pacifista di sinistra la gente normale mica i pazzoidi che leggono i bollettini del partito comunista cinese!!

  9. Come sempre articolo molto lucido e che evita gli opposti e stupidi estremismi. Gheddafi non ? comunista e ha perso negli ultimi dieci anni anche ogni funzione anti-imperialista. Questo va detto con forza. Ma oggi il problema diventa drammaticamente il rischio sempre pi? concreto di una guerra d’aggressione. Dobbiamo denunciare l’informazione manipolata schifosamente e ricostruire il movimento contro la guerra. In questo senso spero che il partito possa giocare un suo ruolo decisivo.

  10. Gheddafi fa parte di quel ciclo di personaggi anticoloniali panarabi, i quali nel solco del nasserismo assunsero il potere nei paesi del sud del mediterraneo. Certamente la specificità della Libia determinò anche la particolarità del personaggio ed i tentativi di distinguersi, ma anche di diventare il riferimento della nazione araba, ne fecero un mix tra il dittatore e l’interprete appunto della rinascita dei paesi del Corano.
    In questo quadro i paesi occidentali, pur se inizialmente sorpresi col tempo però recuperarono la loro funzione coloniale e neocoloniale, continuando a sfruttare la Libia e gli altri paesi produttori petroliferi senza minimamente capire e soffermarsi sui bisogni delle masse arabe.
    Le rivoluzioni in atto hanno preso del tutto alla sprovvista gli occidentali. Nessun capo di stato o politico degli Usa o dell’Europa aveva minimamente previsto quello che in pochi giorni ha infiammato il medioriente ed il mediterraneo meridionale. Ciò è la ulteriore dimostrazione dell’egemonia dell’economia e dell’interesse che regge, suggerisce e determina la politica dell’occidente. Ciò è la prova che miliardi di uomini e donne, attraverso i loro governi, non possono seguire supinamente la volontà e la condotta politica e militare dell’asse USA-Israele,mentre da oltre sessantanni la Palestina è divisa, distrutta e violentata nei territori e negli abitanti con la perdita di territori e l’uccisione di donne e uomini.
    Le decisioni che tra oggi e domani l’Onu, la Nato, l’UE e gli Usa si accingono ad assumere nel nome della salvaguardia della vita del popolo libico nascondono però lo scopo principale, che è quello da una parte di continuare a sfruttare le immense ricchezze petrolifere della Libia e dall’altra di evitare l’audeterminazione di qul popolo, come di quello egiziano, tunisino, algerino che passa innanzitutto dalla liberazione delle influenze politiche ed economiche dell’imperialismo occidentale ed oggi anche cinese.

  11. sì al movimento contro la guerra, ma no, e PER SEMPRE, al nè con Bush nè coi tagliagole talebani di Barenghi (che adesso sarebbe nè con Obama nè con Gheddafi), figlio diretto dell’infame “nè aderire nè sabotare” con cui i socialisti lasciarono crepare milioni di proletari nelle trincee della prima guerra mondiale. Se ci sarà un’invasione della Libia, non ci deve essere un attimo di esitazione nello schierarsi con chiunque si opponga con le armi a tale invasione, Gheddafi compreso!

  12. i ‘regimi’ hanno sempre un segno di classe, la Libia è in Africa, si è resa indipendente nel 1968 e in soli 40 anni l’età media è arrivata a 75 anni e si sono placati i conflitti tribali. fino ad aggi.

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