(da Essere Comunisti, n. 22/2011)

Erich Honecker appunti scomodi

Nell’introduzione alla pubblicazione che recensiamo, Alessio Arena si dimostra del tutto avvertito rispetto al rischio nel quale inevitabilmente sarebbe incorso. Pubblicare – per la prima volta in Italia – le riflessioni scritte da Erich Honecker in carcere tra il 1992 e il 1993 e ultimate durante il breve esilio in Cile prima della morte (Appunti dal carcere, Edizioni Nemesis) significa assumersi una responsabilità non lieve. Significa provare a interloquire con il dibattito storiografico e politico sull’esperienza del socialismo novecentesco rimettendo al centro i dati, i testi, i protagonisti, i fatti. Fronteggiando così, implicitamente ed in esplicito, la vulgata ideologica che vorrebbe consegnare all’oblio l’intera vicenda storica dei comunisti nel secolo scorso, marchiandola con un giudizio negativo ed inappellabile. La pubblicazione di questi scritti di Honecker – segretario generale del Sed e Presidente del Consiglio di Stato della Rdt nel suo ultimo ventennio – prova a sfidare l’inappellabilità del giudizio, avanzando alcune tesi e facendo parlare i documenti (alcuni, come vedremo, di estremo interesse). La prima tesi che viene proposta è proprio questa: il giudizio storico sulle vicende dei comunisti nel Novecento e, nella fattispecie, dei tentativi di costruire il socialismo in Unione Sovietica e nelle diverse democrazie popolari del Patto di Varsavia non può essere un giudizio inappellabile, emesso dal tribunale dei vincitori al termine di una guerra combattuta e vinta dal grande capitale. Per un motivo molto semplice: che qualunque indicatore di progresso, sviluppo e civiltà si voglia adoperare (dall’alfabetizzazione al tasso di povertà, dai tassi di crescita economica al grado di democrazia reale) la partita tra l’Occidente capitalistico e il socialismo reale non è una partita dal risultato scontato.

Nel secolo scorso non vi è stata – come invece si è soliti narrare – una lotta della libertà e del benessere contro la dittatura, il crimine e la miseria, vinta trionfalmente dalle forze democratiche con la caduta del Muro di Berlino. La storia (alla quale, abbandonando l’ideologia, bisognerebbe ogni tanto guardare) si è incaricata di dire altro. E le esperienze storiche che al socialismo sovietico si sono ispirate andrebbero guardate con maggiore rispetto e con sufficiente spirito critico. Ci si accorgerebbe, ed è questa la seconda tesi che la pubblicazione propone, che il giudizio sulla storia non è mai una semplice operazione di natura storiografica, ma contiene sempre un’implicazione politica e sociale. La scelta del pensiero dominante di non concedere appelli alla storia del comunismo novecentesco (che ha accompagnato il ventennio delle guerre statunitensi – dal Golfo all’Afghanistan, passando dalla Serbia – per l’egemonia globale) è la forma culturale della condanna assiomatica di qualunque tentativo di trasformare la società. Nella misura in cui si è in presenza di esperienze rivoluzionarie o di trasformazione, il pensiero dominante (che – non va dimenticato – è sempre il pensiero delle classi dominanti) vi si accanisce, perdendo pure quell’aplomb e quella parvenza di democraticità che dovrebbe contraddistinguerlo proprio nella polemica con il mondo totalitario. Paradigmatica, da questo punto di vista, è la citazione del Segretario di Stato nord-americano Henry Kissinger riportata anche da Arena che, parlando dell’esperienza cilena di Allende, affermava di «non vedere alcuna ragione per cui ad un Paese dovrebbe essere permesso di diventare marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile». Il caso della Repubblica democratica tedesca è un caso altrettanto indigesto per il capitalismo. In primo luogo perché nel 1949 essa nacque in esplicita e orgogliosa antitesi con la Germania nazista, mentre la Repubblica federale tedesca si ricostruiva precisamente grazie al supporto e all’impiego dell’apparato tecnico, politico e burocratico del Terzo Reich e con la spinta dei grandi blocchi industriali che erano stati alla base della fortuna economica di Hitler e del suo consenso organizzato (d’altra parte non sono più soltanto gli storici marxisti a vedere nel nazismo uno dei figli legittimi del liberalismo europeo, prodotto della civilizzazione occidentale ed espressione diretta della fase imperialistica del capitalismo industriale). In secondo luogo perché la Rdt segnava una soluzione di continuità netta non soltanto con il recente passato nazionalsocialista ma anche con l’intera storia nazionale germanica, con la tradizione prussiana, con la storia imperialista della Germania guglielmina prima e post-unitaria poi (a riprova della assoluta organicità del nazismo rispetto alla storia nazionale tedesca). In terzo luogo, perché la Repubblica democratica tedesca portò il socialismo dentro il cuore dell’Europa e quindi ben più a Ovest di quell’Oriente che per decenni aveva corrisposto – nell’immaginario costruito dal capitalismo occidentale (non solo dalla tradizione germanica, ma anche da quella anglosassone) – alla barbarie e all’inciviltà. Infine, e soprattutto, perché quel socialismo esportato in una delle realtà geo-politiche più progredite al mondo era in grado di produrre piena occupazione, un tenore di vita dignitoso, servizi sociali all’avanguardia, un accesso generalizzato e di massa all’istruzione e alla cultura. Di tutto questo scrive Honecker, ricordando con orgoglio le conquiste (soprattutto a confronto con il tracollo in termini di occupazione e di reddito – un vero e proprio «disastro sociale» – subito dalle classi lavoratrici dopo l’annessione da parte della Repubblica federale tedesca) e non sottacendo gli errori, le carenze strutturali, i gravi limiti di quell’esperienza. Per le ragioni ora ricordate e pur in presenza dei grandi limiti endogeni che Honecker stesso riconosce, la Rdt costituì un’anomalia che andava rapidamente cancellata. Gli strumenti attraverso cui ciò venne fatto furono diversi: la pressione internazionale, il ruolo della nuova Unione Sovietica di Gorbacev, la strumentalizzazione propagandistica da parte della Repubblica federale tedesca e degli Stati Uniti d’America di ogni scelta politica della Rdt. In questo, un ruolo decisivo ebbe il Muro di Berlino, che venne caricato di un significato simbolico straordinario: esso divenne il paradigma della criminosità di uno Stato intero. In tutta onestà, e pur non ritenendo con il senno di poi la costruzione del Muro l’unico strumento possibile per difendere lo Stato socialista dalle minacce del Patto Atlantico, fa un certo scandalo notare come la costruzione di barriere analoghe (dal muro attorno a Gaza a quello eretto dagli Stati Uniti al confine con il Messico), tra l’altro ben più mortifere del Muro berlinese (il Mexican Wall dal 1994 ad oggi uccide ogni anno circa 500 morti immigrati clandestini), non desti lo stesso sentimento di condanna e riprovazione nell’opinione pubblica occidentale. Le ultime due tesi che il libro ci propone appaiono a cavallo tra la storia e la cronaca politica. Emerge un giudizio nettissimo su Gorbacev e la sua perestrojka ed un giudizio altrettanto liquidatorio sulla Pds prima (attraverso i commenti di Erich Honecker e della moglie Margot, che ha curato nell’autunno del 2009 la prefazione alla seconda edizione tedesca del libro) e su Die Linke poi (nell’introduzione di Arena). Qui la materia è più scivolosa e il rischio che dalla giustissima rivendicazione di rigore storiografico si passi quasi senza accorgersene alla polemica politica minoritaria rispetto alle vicende dell’oggi è reale. Non c’è dubbio che l’obiettivo di Gorbacev fosse quello di superare radicalmente il sistema e di instaurare un nuovo corso in totale discontinuità con la storia sovietica. A tale proposito non è sbagliato parlare, come Honecker fa, di «demolizione del sistema». Per convincersene è sufficiente leggere il discorso pronunciato da Gorbacev in occasione di un seminario promosso dall’Università statunitense della Turchia pochi anni dopo il crollo dell’Urss e pubblicato da Sovetskaja Rossija il 19 agosto 2000 (riportato in appendice del libro). Non solo i cambiamenti repentini nella politica estera e nella politica economica e sociale produssero un crollo di fiducia nel partito e nel regime e quindi risultati fallimentari, fino all’epilogo tragico del colpo di Stato di Eltsin del 1993; ma fu lo stesso impianto della proposta riformatrice ad essere in contraddizione con il mantenimento e la salvaguardia del sistema sovietico. D’altra parte, è lo stesso Honecker a sottolineare come la svolta di Gorbacev venne promossa attraverso argomenti e suggestioni tutt’altro che liquidatori, ma anzi facendo appello alla tradizione e alla purezza del messaggio leninista (in maniera non dissimile da quanto accadde, fatte le debite proporzioni, in Italia con la svolta occhettiana che sancì la fine del Pci). Ed è altrettanto innegabile che – al netto delle intenzioni e dei risultati – essa suscitò un entusiasmo trasversale a tutti i Paesi del Patto di Varsavia (gruppi dirigenti e popolazioni) che in un certo senso attendevano dall’Unione Sovietica una risposta dinamica ai problemi economici e sociali che stavano attraversando almeno da quindici anni. Ma il giudizio su Gorbacev non può portare con sé anche la stigmatizzazione definitiva di tutto ciò che – in maniera prima diretta e ora indiretta e mediata da ulteriori vent’anni di storia e da una unificazione non accessoria con le forze della socialdemocrazia radicale dell’Ovest – seguì al Sed ereditandone l’esperienza. Non mi pare si possa condividere il giudizio che viene formulato secondo cui Die Linke abbia in buona sostanza abbandonato la lotta antisistemica, accettando – al pari dei promotori della perestrojka – l’orizzonte liberale e capitalistico. Non soltanto perché sulla Rdt Die Linke articola al suo interno un dibattito molto dinamico e a mio parere avanzato (lo stesso Modrow, intervistato recentemente dalla rivista italiana Left, ha usato parole tutt’altro che liquidatorie rispetto all’esperienza complessiva dello Stato socialista), in cui ovviamente gli intellettuali e i dirigenti di provenienza comunista hanno mantenuto un grado di identificazione (certo critica ma innegabile) con il passato significativo e non scontato. Ma anche perché la politica concreta di quella formazione politica è oggettivamente anti-capitalistica e avanzata. Si spiega anche così il suo successo elettorale e la sua intransigenza non ottusa e pregiudiziale rispetto ai contenuti e ai programmi e al rapporto con la socialdemocrazia, che ne fa oggi un punto di riferimento avanzato nel panorama politico della sinistra d’alternativa europea. Lotta politica e sociale anticapitalista, dibattito non apologetico né liquidatorio sulla storia e sull’identità: due necessità complementari che, se ascoltate ed assunte, gioverebbero senz’altro anche ai comunisti del nostro Paese.